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mercoledì 14 ottobre 2026

La mia Recensione: The Blue Herons - Sleepy Town

 


The Blue Herons - Sleepy Town

Recensione di

Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

15 Ottobre 2026


The Blue Herons - Sleepy Town


Non finisce mai lo stupore quando le persone cercano di dare al proprio talento un’ambizione, un obiettivo che le permetta di essere un albero in espansione verso il cielo. Capita, non raramente a dire il vero, ma pochi hanno la costanza e la qualità di vivere la sicurezza che ogni volta che si fa un’esperienza del genere si respira la bellezza che feconda l’intelligenza…

Dopo l’album Demon Slayer (recensito anche da me), il singolo in arrivo pare essere un ulteriore gesto per circondare la nostra memoria, per rendere il nostro appetito sveglio, e per permettere alla nostra gioia di vedere perpetuato tutto ciò di cui prima.

Il brano esplora molteplici cambiamenti del duo svizzero/americano, come un respiro aperto che conquista l’ascoltatore: ritmo, spirito celestiale attraverso un Jangle pop di incredibile fattura da parte di Andy Jossi, e la storia vellutata, pregna di immagini che mettono a contatto la fantasia e i sogni di Gretchen DeVault, sortiscono un effetto davvero impressionante, come se queste note ci spogliassero delle tenebre e ci mostrassero l’altra parte dell’esistenza che non abitiamo. Notevole il lavoro sui controcanti, sulla dinamica, sulle chitarre che si appoggiano, si incrociano, allungando il magnetismo già noto a tutti noi che conosciamo la band. 

Qui abbiamo di più: la maturità che ci introduce all’esplorazione di tecniche di composizione che allargano i parametri, un gettare l’amo nei confronti di generi musicali che offrono una spalla, che può essere solo vista ma alla quale il duo non si appoggia: gli artisti sanno benissimo contare solamente sul proprio lavoro e quello che ci arriva è un gioiello che corre, non si fa guardare bensì ci fa venire voglia di danzare, di avere il fiato grosso, di sudare, mentre la parte onirica ci offre, incredibilmente, la possibilità di visitarla coscientemente. Ed è qui la vera meraviglia di questo incantevole singolo…

La strofa, il ritornello, il cambiamento atmosferico e strutturale e il finale sono un cuscino in mezzo a una collina, un tutt’uno che attrae e sposta il senso dell’ascolto: ci si ritrova con una sensazione di allegria, di nuove possibilità, di uno smarcamento nei confronti dell’affanno triste, e tutti gli elementi del testo della dotata cantante americana sono esattamente i metri che percorrono gli strumenti di Andy, per essere un arcobaleno nel quale perdersi senza freni e paure.

I mondi lontani (come la coppia protagonista del testo) sembrano spostarsi, mediante un’invocazione di presenza, attraverso queste mirabili discese musicali, per rendere possibile un nuovo contatto, consentendo alle stelle di non essere spettatrici solo di un dolore, quanto piuttosto di una gioia tanto desiderata!

Si imparano molte cose preziose in questi pochi minuti: si ha una coscienza diversa, l’instancabile necessità di non abbandonarla ed è qui che la musica compie la sua magia…

La produzione permette alle musiche e alle voci di essere protagoniste allo stesso modo, contemporaneamente, ossigenando l’ascolto con un privilegio che va colto con l’attenzione e il metodo, perché nulla dovrebbe essere sprecato di questo gioiello che abita la volta celeste…



Su Bandcamp 

Data di pubblicazione

16 Ottobre 2026

martedì 17 marzo 2026

La mia Recensione: The Blue Herons - Demon Slayer




 Alex Dematteis

Musicshockworld
Salford
17 Marzo 2026



The Blue Herons - Demon Slayer


Quando l’affetto, la socievolezza, la curiosità, il bisogno di un contatto fisico diventano le caratteristiche principali e definitive di un felino, e nella fattispecie dello Sphynx, sappiamo che, se siamo alla presenza di una relazione con gli esseri umani, ci troviamo, conseguentemente, dentro il circuito della bellezza, del valore di un legame dolce e sensato.

Tornano Andy Jossy e Gretchen DeVault ed è una cascata di goduriosa e vivace propensione a fare della vita la necessità di stabilire, proprio come con il gatto nudo di cui sopra, una relazione con quella parte della musica che desidera vicinanza, conoscenza, memoria storica, in un abbraccio circolare e concreto: canzoni che profumano di rispetto, curiosità, eleganza, meticolosità e una profonda attitudine a fare del tempo uno scrigno colmo di freschezza, sogni, missive, racconti, dialoghi, contemplando sempre la presenza del buon gusto e di gittate poderose di delta, reverberi, fuzz, ritmi sincopati e la sensazione di una decisa attenzione verso i dettagli, la volontà di un concept album sonoro, di testi che respirano di leggerezza e profondità, in una forma che consente di sentirsi al sicuro con queste composizioni. 


Un miglioramento, una maturità nella scrittura di queste pillole dorate da parte di Andy impressionante, che lo colloca, finalmente, sul podio di chi non scherza con la musica, con i suoi metodi lavorativi che esplorano la duttilità, il senso, l’alchimia, la perlustrazione, la gioia, la malinconia che non sfocia mai nella tristezza, finendo per distribuire raggi di sole nelle notti in attesa di luce…

La sua abilità multistrumentale era nota ma ci troviamo, totalmente, nel pieno del suo baricentro, con tantissime idee, arrangiamenti, e con una mano esperta nel pitturare i suoni con il suo stile, mai negligente nei confronti dei suoi ascolti, trascorsi e gusto personale. Ha saputo, però, definire e contornare le sue aspirazioni e propensioni verso la definizione, approfondendo soprattutto la possibilità di vestire ogni canzone con continue variazioni, conferendo la sensazione, strepitosa, che ognuna di loro sia in realtà la somma di tante altre…


In tutto questo Gretchen è una conferma meravigliosa: nel suo stile di scrittura c’è l’anticipo delle sue corde vocali, la sua predisposizione a essere una serie di gocce d’acqua che nuotano tra le stelle. Magnetica, deliziosa, rassicurante, la sua voce permette a quest’opera di essere una credibile ondata di pulsioni che stabiliscono contatti e confini, una educata lezione di stile, che, tramite una perfetta produzione, mette le sue doti bene in vista, un fatto importante per questi generi musicali che tendono spesso a nascondere il timbro, le parole, diventando solo una sensazione. Qui no: il cantato si trasforma in uno strumento che si fa rispettare, che si accomoda negli incredibili esercizi espressivi di Jossy, con il risultato di compattare i ruoli e di poter essere accolto come un blocco artistico che ci prende la mano e ci insegna che la beltà rende possibile l’antica coniugazione tra la forma e l’estetica. 


La cantante proveniente dal Michigan pare dare all’interpretazione lo start di infiniti brividi, allineare le sue intenzioni con capacità in continuo sviluppo, un foulard che cavalca le dinamiche Jangle pop e Dream pop del talentuoso musicista svizzero, arrivando a planare nel girone dell’incantesimo, celebrando la serietà di questi generi spesso presi poco in considerazione.

Demon Slayer è un diario cinematografico che sorvola le montagne del pensiero, passa tra le pianure della quotidianità e sale verso un cielo che con queste undici stelle finalmente rende lo sguardo completo. 


Ritrovare l’entusiasmo dei bei tempi della Sarah Records, della Bella Union, della Rough Trade, della Luxury Records, conduce a stabilire la scelta di non dimenticare, di descrivere quei meravigliosi coriandoli per stabilirli nell’eternità. Un album che distribuisce i giusti utensili per manovrare perfettamente i raggi di vita, l’incoscienza onirica, la coscienza, formando la mente a divenire un corpo a sé, un pilota in partenza verso nuovi panorami. Vi sono tutte le strutture che ne fanno un atto poetico, coraggioso, snello, consentendo allo studio freschezza e stimoli continui, un gioiello che rende i nostri sguardi soggetti a un delizioso rapimento. La freschezza armonica attrae, l’orecchiabilità diviene un concetto pragmatico, le chitarre (numerose e spettacolari) sono parte di un mosaico e non l’ingrediente principale, la psichedelia si affaccia (come un romanzo segreto ma necessario), l’avant noise e lo shoegaze sono spalle che amalgamano il tutto, con il post-punk che, inevitabilmente e piacevolmente, solidifica l’insieme per rendere l’ascolto un caleidoscopico viaggio sensuale. 


E la mente torna al compito, mai riconosciuto ma essenziale, che fu degli Absolute Grey, con l’atto artistico musicale come anello di congiunzione, un bacio tra la realtà e i mondi circostanti. Quella che ascoltiamo è una vacanza che lascia la sabbia nelle valigie, il profumo di una esperienza che creerà nuovi approdi, un’esperienza vissuta prima velocemente e poi in grado di rallentare. Un insieme di racconti che i due pittori hanno messo sul pentagramma, attraversando epoche e mode, stili e momenti essenziali, per trasferire il tutto in una capanna di alta montagna, nella quale ogni suono è una preghiera laica, autorevole, aristocratica, capace di consegnare silenzi e vibrazioni. 

Tutto è polivalenza pura, un destreggiarsi tra corridoi sonori in cui il buon Andy ha saputo rispettare il suo passato ma dilatando la forma canzone, creando spazi di sospensione, di arricchimento, diversificando di molto il suo stile per raggiungere il proprio paradiso interiore, consentendo a Gretchen di fare altrettanto, per un combo che qui stabilisce il significato dell’unione tra il talento e il duro lavoro. Il risultato è un pomeriggio che arriva fortificato alle porte della notte, per trasferire i concetti nei sogni, dando al risveglio nuove energie, come una calamita che spiana ogni difficoltà, con capacità e immenso coraggio. 


Questo gioiello meriterebbe il palco delle vostre attenzioni, di rimanere negli ascolti per generare un nuovo concetto di legame, un rapporto su cui fare affidamento. 

Veniamo inoltre catapultati tra quattro mura, quelle di Lost in a Chateau, vero perno dell’album, il momento nel quale Gretchen ci mostra i suoi scrigni segreti e consente al nostro viaggio di sentire il rumore della sofferenza, avendo il principio di far sembrare tutto un riflesso rispettoso e luminoso…

L’effervescenza pop si coniuga con filastrocche dal sapore antico, generando quella confidenza indie pop in cui poter danzare con i pensieri, sognando a occhi aperti, ma anche leggere la realtà dell’esistenza. E in questo i testi di Gretchen sanno essere igloo, arcobaleni, coperte, diari, una esibizione teatrale che lascia sempre aperta la possibilità di interiorizzazione. Si sente la sperimentazione nei confronti delle varianti ritmiche, di atti di confessioni mai melodrammatici. Tutto ciò non risulta come una compilation bensì un flusso energetico che conquista, con il supporto di transizioni che aprono il feeling della saggezza con il coraggio di vivere il momento. 


Quello che suscita davvero gittate di grandi emozioni nel Vecchio Scriba è vedere che la coniugazione tra la Svizzera e gli Stati Uniti ci trasporta nella patria del Jangle pop, la Nuova Zelanda, iniettando il bisogno di trasferimento immediato in quel continente: tutto pare un oceano che assorbe ogni negatività, finendo per fare dell’ascolto un viaggio senza clessidra.


In più vive l’eccitante consapevolezza di richiami brevi, sicuramente potenti, ma mai limitativi, con le ultime quattro decadi: i due sanno come allontanare ogni idea del già sentito pienamente, ideando presenze e vie di fuga per generare un profondo flusso di originalità e indipendenza. Ed è proprio in questo punto che brilla questo lavoro, che lo rende sacro e inattaccabile, e al quale dobbiamo conferire meriti e devozione totale…

Rispetto al passato, Andy equilibra perfettamente gli spazi e le responsabilità tra la parte musicale e il cantato, in modo onesto e sapiente, riuscendo a non conferire a Gretchen il ruolo di comparsa o di elemento principale e a ottenere il risultato di una economia significativa che fa dell’ascolto un applauso distribuito perfettamente per i due. 

Allegria, spensieratezza, ponderazione e verità trovano in questo percorso un senso compatto, finendo per dare concretezza a un insieme che crea beneficio, consolazione, per fare in modo che l’appuntamento tra chi scrive e chi legge diventi la meraviglia di questa espressione umana…


Song by Song


1 - Take A Break

L’amore apre l’album, con la presenza e la fedeltà, lo stesso abito su due pelli diverse: con la stessa unione dei muscoli e della melodia dei canadesi Alvvays e la facilità di essere conquistati dal saliscendi sonoro, Andy e Gretchen aprono le danze con un brano veloce a incunearsi nella testa e nel cuore, con cambi atmosferici, la presenza di una chitarra semiacustica, e il delirio immenso di note che cascano nell’ugola di una cantante nata per deliziarci con la sua dolcezza, con il suo soaring che ammalia…



2 - Demon Slayer

Saper anestetizzare gli incubi è un’impresa immensa, qui rafforzata da un treno che accompagna i giorni in questa necessità. Il ritornello è uno scialle che fa danzare sorridendo, con le sferzate jangle pop di Andy, unita a una sensualità Dream Pop efficace. Il basso si impone quando la batteria viene arrestata e l’organo crea uno stato di trance davvero lodevole. La cantante ci invita a darci una mossa, a lasciare il letto delle nostre pigrizie e il finale Shoegaze un regalo immenso…




3 - Silent

I Mazzy Star rivelano l’antica propensione slowcore del musicista svizzero e l’intenzione di regalare acumi tecnici sonori impressionanti. Il ritmo rallenta ma si scorgono impeti tenuti a bada dai movimenti vocali, qui morbidi seppure in presenza di un registro vocale alto. Un quadro che parte dalla stanchezza per giungere al bisogno di finire questa corsa rivelatesi pesante: Gretchen ci conduce nel suo buio con attenzione, delicatezza, come un sospiro in cerca di un veliero per andarsene via… L’arpeggio di Andy ci riporta ai giochi atmosferici dei  Laughing Chimes, e anche, attraverso un organo quasi immobile ma denso, ai mulinelli pieni di vento degli Sneetches, band della Bay Area che torna più volte in questo album. 




4 - Fight Or Flight

L’orizzonte, in questa meravigliosa pillola neopsichedelica, è un cammino da fare insieme, per lasciare le difficoltà e piantare una nuova bandiera. Ci si ritrova cosi in un denso incrocio di onde e di dune, con i brillii sonori che illuminano le grandi potenzialità della musica di essere un lungo abbraccio. I due musicisti qui conoscono la possanza di uno Shoegaze in cui il fuzz si nutre di particolari escursioni melodiche per essere un diamante in volo…




5 - Promises

L’infinito è nel cielo, nello spazio, che diventa una profonda necessità della cantante, abile nel fare delle promesse un impegno doveroso. In questo contesto, trova il supporto di una tavolozza che ci ricorda i Patio Solar e gli Another Sunny Day, per un caleidoscopico momento davvero nutriente. Flussi di chitarre ben educate fanno da sponda al cantato, in questo caso una carezza robusta…



6 - Decay

Può una canzone farci tornare alle serene notti dell’estate? Certamente: Decay ci riesce grazie alla malinconica ma leggera scrittura del testo e la chitarra che pare uscita da una session acustica segreta di Johnny Marr. Ed è festa dei sogni, delle esigenze che scorrono con questo drumming perfetto, la texture musicale che accompagna il tutto come un affluente nel mare delle più limpide emozioni…



7 - Willow

In attesa dell’alba, della vita che si manifesta in pienezza, questa  chicca descrive perfettamente l’attesa, la indirizza donandole coraggio, mistero, divenendo una guida irrinunciabile. Con echi dei Cast, dei Whimsical di Neil Burkdoll e di Krissy Vanderwoude, il brano è una giostra, una gittata di luci in cui il Dream pop viene accompagnato da uno shoegaze attento e discreto. Ci si ritrova in un altro tempo, in altri luoghi come si auspica Gretchen..


8 - Lost In A Chateau

Dai maggior ritmo ai Durutti Column, ricordati dei Blueboy e avrai la base di un poderoso delirio, il brano in cui il genio di Andy si prende lo spazio e Gretchen lo rende perfetto: quando le emozioni si compattano a un duro lavoro di incroci, di suggerimenti, di suggestioni, tutto si presenta come un forziere da custodire nel cuore…



9 - My Way

Nascondersi, non regalare se stessi in modo ingenuo: una grande lezione di vita fa di questa nona traccia un arcobaleno morale in cui trovare lo stretto necessario che definisce la saggezza. Qui occorre la leggerezza del Jangle pop e l’intimità del Dream pop, con le chitarre in sottofondo, il basso pulsante, il drumming secco e potente, la voce che guida e stabilisce la magia di un racconto in cerca di protezioni… Andy ama gli stop and go raffinati, senza strappi, finendo per trasformarsi in un’instancabile raffineria di liquidi ancestrali…



10 - Turned To Stone

Tra U2, The Field Mice, gli Heavenly e l’irruenza educata degli Hearthrobs, il penultimo episodio sa miscelare le immense doti vocali, con le sue oscillazioni e i voli vicino alle stelle e un prezioso controcanto, e le manovre continue di Andy, che varia, crea arrangiamenti, inserisce fini tessuti armonici, per fare di questa creazione una lezione di classe  eccelsa… 



11 - Empty Spaces

Per la chiusura di questo gioiello miracoloso, abbiamo il brano più lungo, quello più bisognoso di stratificazioni, come summa di multiple direzioni e intenzioni, con una epicità resa evidente dalle mille attenzioni in ogni suo momento, con un pathos che strega, conduce alle lacrime e rivela la pienezza di due talenti qui sopra tutto e tutti. Un tentativo, riuscito, di provare tutte le vie messe a disposizione di questo confronto tra anime pulite ed eccelse, in grado di essere intime e fosforescenti, in uno studio molecolare di ogni nota, per una equazione di imponenti intrecci umani e artistici. Una lunga parte strumentale diventa l’addio che chiede il ritorno del contatto, un congedo non definitivo materializzato da un arpeggio denso e il cantato di Gretchen, che qui ripete il controcanto per poi aggiungere un’altra parte vocale che sublima il tutto…


https://theblueherons1.bandcamp.com/album/demon-slayer



sabato 10 agosto 2024

La mia Recensione: Leech - Sapperlot


 

Leech - Sapperlot


Il cielo, dalle parti di Strengelbach, nel canton Argovia, è un testimone cosciente di flussi energetici pregni di astensione e gentili esercizi melodici che provengono dal quintetto svizzero che con l’ultimo lavoro si è concesso una navigazione tra le nuvole, in un binomio continuo tra l’essenza della musica che pilota i sogni e i fantasmi indecenti della realtà.

L’emozione vince sulla fisicità immersa nell’astratto e il concetto che insegue le somme della bellezza, in cui la contaminazione è una freccia contemplativa che si attacca alla sperimentazione, nell’imbuto dello smarrimento il senso di perdita acquista sensualità e l’esistenza ultraterrena converge in uno stato di sospensione.

I cinque manipolano ventotto anni di carriera per sintetizzare il poderoso imprinting post-rock e dirigersi verso una mastodontica foresta colma di colorati fiori ambient e in un pop pieno di vette attrattive che cambiano lo sguardo del loro percorso. Ecco che la loro arte si trasforma in un abbraccio seducente fatto di segnali luminosi che modificano il passato in un presente non più ipnotico e cadenzato, bensì in un groviglio di magia che bacia il battito con riff meno adiacenti alla tristezza e un uso più evidente di tastiere, piano, vibrafoni, per rendere sottile il dolore di un caos che in queste sette tracce è evidente, come domanda e non come risposta al trambusto sonoro quotidiano.

Si sale in montagna, con una pragmatica propensione a trovare due situazioni per ogni singola canzone: un loop su cui l’insieme si fa adiacenza mutante, e un secondo momento nel quale il cambio ritmo, reale o apparente, muta gli accordi e le percezioni. Questo è un atipico stratagemma per fare un concept album, non per argomenti (no, non si commetta l’errore di pensare che un album strumentale non possa essere anche un concept sonoro…), ma grazie alla costruzione aritmetica che diventa un aquilone in grado di trascinare le pulsioni verso il senso di vuoto che viene obbligato  a compiere un percorso di riempimento, riesce a realizzare il desiderio.

Quando la poesia non ha bisogno delle parole allora si rimane basiti, defraudati delle proprie abitudini (stupide), e si corre il rischio di imparare che da queste sette tracce esiste la scorciatoia nei confronti della flessibilità mentale.

Nel gioco delle visioni tutto si rimpicciolisce perché la band svizzera sfrutta l’ossessione del dettaglio, della ripetizione, in una corsa pirata nell’individuazione dello stretto necessario, per rendere l’ascolto un manichino di seta, in una giornata nella quale ciò che arriva è una valanga, sostanzialmente lenta, quindi ancora più greve e spavalda.

Il post-rock degli esordi rimane una intuizione, una necessità che riduce l’impatto verso la perdizione, ma, in questo gioiello balsamico, fa da spalla e non riveste il ruolo principale, per nutrire una vorticosa aspirazione di schemi stilistici ormai saturi, tra ripetizioni che ogni genere musicale tende a vivere.

Sorpresa, rinnovamento, percorsi nuovi che riempiono le strade degli ascolti verso una tempesta al rallentatore, in cui il proprio destino è quello di scrivere, nella propria mente, una storia che ci vede sconfitti con onore…

Sapperlot è una sfida segreta alla vita, nessuna foto, poco cinema, qualche proiezione, solo una lenta tazza di caffè che entra nel cuore, lasciando un gusto afono, un brivido di paura e sgomento, con carezze vitaminiche che ci riportano al tempo in cui la musica era una carneficina, data la somma di emozioni che si subivano, senza potersi opporre. Ed è ciò che accade in questo contesto: la clessidra scivola, tutto si fa sghembo, e una lucidità nucleare fa esplodere i nostri spasmi.

Il rock dei Leech è un'anestesia, un piacevole inganno, una viscerale protesta nei confronti dell’affanno e una cura razionale verso le esagerazioni di un'industria musicale che non coltiva più la bellezza vergine della magia.

Non è chiaro da dove nasca questa attitudine del gruppo a sorprendere gli ambitissimi spazi dello smarrimento, della perdita, in un quasi silenzio che opera in frequenze a stretto contatto con l’assimilazione di giochi prospettici diretti, diritti, mai abitati dalla ingenuità. Si piange sorridendo, si sogna camminando, si fa l’amore tremando, e ci si dirige nella periferia del tempo, con  il dono di perderlo del tutto.

In questa simbiosi di stili e generi musicali, niente è vacante, e la melodia, un tempo conferita dagli incroci di chitarre piene di sale e pepe, oggi preferisce dare alla tastiera la guida, per rendere più tiepidi i raggi solari di queste morbide frustrate, in un bacio tra rive piene di acqua e tormento. Un’orchestra che pare comprendere tutti i 540 strumenti musicali, nell’apoteosi che mette il cielo in ginocchio.

Urs Meyer come sempre prende la sua sei corde e cammina tra le ortiche, Marcel Meyer fa lo stesso, utilizzando però anche le tastiere. Serge Olan suona la batteria come se dovesse farci toccare la vibrazione del tempo, in un applauso all’Olimpo continuo. David Hofmann gioca da playmaker, distribuendo il suo talento tra il basso, le chitarre e la tastiera. Alessandro Giannelli siede su uno sgabello per illuminare l’armonia con la tastiera, il vibrafono e spostandosi per percuotere tenui tamburi.

Sono cavalieri silenziosi di una solennità che turba, entra nei nostri balbettanti contorsionismi, distribuendo pillole di saggezza, proferendo una sola parola in tutto l’album: Love…

Ed è proprio l’amore da cui arriva l’idea, il concetto di una espiazione minimalista che induce chi ascolta a riflettere sul significato di un rapporto impari: sono canzoni che ammutoliscono, non permettendo assolutamente di rivelare cosa la cassa toracica stia vivendo.

Ossessionante è la ricerca di una produzione capace di guarire l’anomalia moderna che non la vede più come parte integrante di un percorso di costruzione. Qui, invece, si assiste a un patto, compatto, di alleanze e proiezioni.

Ed è shock, che si attacca alla speranza che il disco non finisca, in quanto in ogni rapporto salute e malattia diventano complici di un progetto celeste: sono note che scendono per volare nell’acqua, nella rovente estate dell’esistenza, dove il calore rende secca la gioia. 

Vengono colpite, secondo dopo secondo, le zone del pressapochismo, del dilettantismo osceno, con un esame di maturità di cui il Vecchio Scriba è certo non verrà compresa l’importanza: con un lavoro come questo si diventa gnomi nel circo delle aquile volanti, senza becco, senza cibo ma con la pancia degli occhi sazia…

È tempo di perlustrare questi vicoli: allacciate le cinture e bevete un bicchiere di vino rosso, perché nella lentezza del sapore vive il segreto di ogni scintilla di intelligenza…


Song by Song


1 - Knock Knock 


Knock Knock è uno shock: scintille di Beautiful People dei Marilyn Manson sembrano confiscare una intera carriera ma è solo un attimo, basta avere pazienza e noterete come le note grasse e distorte si combinano con la strategia ipnotica delle tastiere e del piano, per legittimare il volo di un masso…



2 - Rotor Heart


Ancora un suono denso iniziale, e poi il ritmo si mette una corsa sulle spalle, con il basso che grattugia le scie del cielo e il verticale ingresso delle tastiere fa oscillare la sensazione che un ciliegio abbia abbandonato la stabilità per divenire una impronta di luce. Il drumming dipinge la traiettoria, la tastiera sembra un sax in una giornata priva di nuvole e il fiato diventa la prigione di un sogno senza più piume…



3 - Crown Me With Whisper


Una ipnotica danza del pensiero si traveste, nel circolo atmosferico di una tastiera che circonda l’asfalto, in un sottile approcciarsi a drammatiche visioni tipiche della western music, per collaudare l’approccio all’ambient e alla world music, consentendo alla lentezza di essere una spugna, dove i drammi delle nuvole arrivano ai nostri sensi. Il drumming è una marcia che pare portare le chitarre a dormire sul ciglio di una strada senza pareti…



4 - Pick A Cloud 


Nyman e Sakamoto, uniti anche se in due dimensioni diverse, prendono appunti nei primi secondi del brano, e poi è un vistoso e antico gioco mnemonico di cosa fosse il post-rock agli albori, un dilemma ritmico che non riesce a togliersi di dosso il fiato di una pulsante radioattività melodica: poche note possono bastare a rendere lucido il volto…



5 - Starmina


Si rallenta il ritmo, ma aumenta il senso di perdita, di struggimento che plana in una zona in cui le note paiono in attesa: non di una esplosione bensì di una fuga sommessa, pacifica e silente. Invece no: tutto si fa mistero e, come in un film di Bergman, il precipizio sembra un piacevole luogo dove rendere mute le stelle. Un carillon dei sensi che diviene più pesante, irrobustito da una chitarra che gratta via la pelle, lentamente…



6 - Alfonso’s Night


Di cosa è fatto il vento? Qual è la sua velocità ideale? Dove vorrebbe andare e cosa gli impedisce di raggiungere l’obiettivo? Chiedetelo a Alfonso’s Night: in questa gemma poliedrica sicuramente troviamo custodito il mistero, in una seduta psicologica dove l’ipnosi è data da un rovistare tra le vene di una emozione ridotta al minimo, ma urlante… Si piange con ossessione e gravità, in un cilindro che sembra aspettare la traiettoria ritmica che arriva quando Serge batte il suo piede sulla grancassa e i suoni si fanno più sibilanti. Momento strategico che ci riporta alla mente il brano di Peter Gabriel nel film Birdy - Le ali della libertà, quando lui riesce a volare ed è evidente che accada anche qui: siamo tutti uccelli in un volo pieno di tristezza celestiale…



7 - Everything Will Be The Same


Lottare contro il destino, l’ostinata volontà dell’uomo di ripetere ogni sciocchezza viene evidenziata da questa litania sepolcrale, summa dell’intero lavoro: si alzano le spalle, sgomenti, si trovano brillantini sonori che sembrano carezze davanti al cadavere della esistenza. Rimane l’amore. Pronunciato. Descritto con questo assione che rende i circuiti elettrici del cervello in trepidante attesa, un addio che  non si può fermare. Il brano mostra più varietà rispetto agli altri sei in quanto deve ospitare una serie di addii, di congedi, un abbraccio liquido che con coraggio ci riporta nella condizione di intendere che quello che abbiamo ascoltato è uno spettacolare volo di piume abbandonate per sempre alla loro bellezza… E in questa lacrima la loro musica si siede per baciarci, nel tempo di un sodalizio che avrà reso noi tutti esseri viventi fortunati…


Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
10 Agosto 2024


Su Bandcamp l'album uscirà il 13 Dicembre 2024

venerdì 8 dicembre 2023

La mia Recensione: The Churchhill Garden - Dreamless



The Churchhill Garden - Dreamless



Anche gli angeli chiedono aiuto, vuotano il sacco, tendono la mano, si afferrano al non so pur di ritrovare la luce. E se a farlo sono due artisti sempre in stato di grazia, che mai ci farebbero pensare a un momento di difficoltà, ecco consegnata una notizia sorprendente: accade tutto nelle note di questa canzone con il pigiama, una meteora lenta che cerca il rientro nell’atmosfera celeste, nella vita, nella condizione terrena. Sono pensieri che scivolano tra le mani di Andy Jossi, sempre più concentrato ad attraversare gli spazi con le sue atmosfere delicate ma piene di tensioni, rese ubbidienti dal suo inconfutabile talento. E nelle parole e nella voce di Krissy Vanderwoude, qui più che mai una fata dalla faccia triste, raccolta nella sua nuvola, alla ricerca del raggio giusto. Brano strepitoso, un concentrato del marchio di fabbrica del duo svizzero-americano, capace di rivelare come la vera amicizia diventi l’ambiente per una scrittura complice, aderente alla realtà, lasciando il tutto al destino destino di questi quasi sei minuti, nei quali ciò che accade è un grido addomesticato da chitarre in modalità alternative prima, dream pop poi, e infine shoegaze, per circolare nella palude di un testo che sembra privo di ossigeno e che viene interpretato dalla cantante di Chicago con un trasporto che non rinuncia alla delicatezza, ma che questa volta comprende gocce di amare lacrime. Senza sogni si potrebbe precipitare, musicalmente parlando, in un putiferio sonoro, nella rabbia, o smettere proprio di suonare. Invece…
Invece ascoltiamo sussurri che accolgono momenti specifici degli ultimi trent’anni, raccolti come ispirazione da Andy che poi, nella sua camera piena di artifizi splendenti, cuce sul manico della sua chitarra un disegno melodico che ancora una volta ha il suo stile, riconoscibilissimo. Dal canto suo Krissy lavora come sempre con il gioco delle doppie voci, con il suo angelico respiro che questa volta ha gli occhi bassi ma potenti, con la scorza doverosa che fuoriesce per portare a compimento il suo bisogno: ritrovare i sogni e farli camminare nel suo cuore. Sia la musica che il testo visitano, con classe e leggerezza, l’inferno: nel groviglio di note colme di liquidi in salita verso il cielo, le parole scendono in un'indagine che trova la verità.
La drum machine apre la danza lenta, poi sono le chitarre che si fanno accompagnare da una delicata tastiera e, sempre delicatamente, si arriva al ritornello che scuote con la sua leggerezza, come se fosse una goccia di brina di fronte all’ingresso del dolore. Appena finito, Andy entra dritto come un fuso in un arpeggio straziante e la voce ritorna, per compattare questa poesia invernale nel centro dei nostri ascolti.
Si piange abbracciando questa coppia di artisti e si esce sudati ma convinti che a volte l’arte compia dei miracoli: ci ritroviamo tutti insieme a brindare a questa sincera canzone, umile e che farà del nostro ascolto una benedizione celeste…


Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
8 Dicembre 2023






La mia Recensione: Moon Cowboy and Krissy Vanderwoude / surfboards and desert storms - the Mojave 3 covers

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