lunedì 2 febbraio 2026

La mia recensione: Drogo - Smart Horror Show


 

Drogo - Smart Horror Show


Avere tra le mani un cd, ascoltarlo e ritrovarsi in un non spazio, il migliore di tutti per intenderci, privati di superficialità e altre abominevoli situazioni.

Un disco con l’intenzione antica di dedicare ogni singolo brano a qualcuno o a qualcosa già significa mostrare premure, attenzioni, lanciare messaggi laddove di parole non c'è traccia apparente e circondare le note con il compito di fare della chiarezza il primo obiettivo. Giunto al secondo album, il quartetto che prevede membri da Imola e Carpino (Foggia), ha messo a fuoco il talento e la tecnica disegnando escursioni, specificazioni sonore e strategie per dare all'insieme un respiro temporale davvero lungo: dal funk ipnotico degli anni Settanta, all’ethno jazz di matrice africana (con poliritmie), comprendente anche la scena indiana, sino ad arrivare all’acid londinese, senza dimenticare Brooklyn e le fresche escursioni giapponesi.

Le loro intenzioni sono chiare sin dalla copertina: quattro entità, complesse, indiscutibili, che hanno reso l’intelligenza umana e artistica un basamento essenziale. Ci troviamo, quindi, Frank Zappa, Julian Assange, Rosa Parks e Tiziano Terzani. Già da questa premessa riusciamo a intendere un mappamondo preciso, che si muove nella storia, nella geografia, nell’etica, nell'impegno e nella intenzione di spendere con abilità e saggezza la propria vita. Abbiamo a che fare con musicisti che, come succedeva con il progressive rock di cinquant’anni fa, si isolano, trasformano, trascinano le note a creare complicità e immaginazioni in una coesistenza fluida e in grado di generare stupore e beneficio. La gioia dell’ascolto nasce da una disciplina evidente, che passa attraverso variazioni improvvisate, con il groove che si flette armoniosamente, con tempi spesso binari, una brillantezza del suono che rende calda l’atmosfera. Quando giungono ventagli acid jazz, ecco che la band rende evidente il percorso post-jazz, con gli odori urbani, le luci e un caos ragionato, ma sfuggente: una delle qualità più eccelse dei Drogo, senza discussioni.

Progressioni di accordi come un vocabolario, in una scrittura che privilegia movenze spirituali, adiacenze cinematografiche, in cui non è difficile immaginare tutto ciò come una perfetta colonna sonora mentre si entra in uno dei tanti club dove i generi proposti dai quattro sono poltrone per la mente, una ginnastica attitudinale per un ristoro che si rivela piacevolissimo e una serie di incantevoli congiunzioni. Nove peregrinazioni, incursioni, immersioni per poter rendere edotta un'apertura mentale più che mai necessaria. Smart Horror Show diventa una caccia al tesoro in abiti eleganti, in ambienti nei quali l’agio è quello di sentire un abbraccio avvolgersi continuamente. Il sax e il piano di Antonio Pizzarelli e Fabio Landi sono i fari che illuminano la bellezza nascosta della verità, mentre il basso di Luca Pasotti è un’aquila reale che regna sul cielo di queste fulgide composizioni, con, infine, il drumming di Stefano Passaretti che mostra un’immensa conoscenza e abilità nel muoversi tra generi, modalità, come una straordinaria ragnatela a raccogliere i frutti ma anche a svilupparli. Ecco, questo è un combo che non odora di italiano, libero di avere un passaporto artistico in volo perenne, dando, come risultato, la piacevole sensazione di una band che suona in groppa al vento e allo scorrere dei giorni.

Registrato in presa diretta, queste onde cerebrali ed emotive sanno come costruire contaminazioni multiple, dall’impegno del riconoscimento sociale di personaggi emblematici ai confini musicali in cui l’unica vera obbedienza è data dai fluidi che abbisognano di una fissa dimora, permettendo una fusione che ci sgancia dal noioso tentativo di classificazione. Sono anarchici in tutto ciò, scevri dell'obbedienza imposta, facendo di loro stessi dei cavalieri medievali nel tempo attuale, molto più buio di quello di seicento o settecento anni fa. 

Lavoro dalle sembianze moderne, proiettato nel futuro, ha in realtà nel suo dna il rispetto della memoria, del praticare attenzioni, di rivelare studi ed entusiasmi più che mai necessari. L’invito è quello di un ascolto solitario, intimo, nel proprio salotto, con gli occhi pieni di luce e raggi nella mente, in quanto queste nove canzoni ci parlano direttamente, una a una, senza per forza immetterci in un contesto pubblico. Musica per interni, quelli del nostro pensiero e della sua essenza, in una girandola di emozioni davvero lucide e ipnotiche. Si percepisce che questi musicisti cercano di affiancare la cultura pop a quella classica. L’aspetto ideologico lo rende un concept album ad ampio spettro, per portarci nella provincia, fisica e mentale, con una passeggiata che segna il distacco dalla frenesia e l'esagerazione urbana.

La critica alla modernità, alla confusione di una informazione sempre più imbavagliata dai poteri oscuri e da una tecnologia che inaridisce la natura umana cammina dentro queste tracce in modo autentico, come studenti e manovali uniti, come sogno e realtà che stipulano un patto: Smart Horror Show è una magia lenta che arriva improvvisamente per cambiare le regole e non le carte in tavola, utilizzando la musica come un gancio vero e non un artifizio, un disco concreto nella melma musicale che viene qui ossigenata. Potete anche svagarvi, alleggerirvi con questi brani, ma avrete sempre a portata di vista un panorama nel quale loro hanno creato, benissimo, un luogo in cui impegno e leggerezza si incontrano per saldare il futuro.

I Drogo sono una stella con un orologio al centro, che simboleggia la direzione dell’anima dentro la consapevolezza del proprio tempo. Un disco semplicemente imperdibile… 


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

3 Febbraio 2026


https://open.spotify.com/album/1iU8Lcb1nNDrSQ3sgurfMx?si=QjFYv2_aRwyoSjYN2WvOGg







sabato 31 gennaio 2026

My review: Loom - Unicorn


 

Loom - Unicorn


Ice petals turn the Swedish sky into a temple of depth: in a world where beauty becomes a distraction, a quick act, allowing oneself not to devote to the study of every form, the band from Kalmar, with their new song, gives us all the chance to reverse course. And with Fredrik Axelsson's lyrics, the whole thing comes across as compact, decisive, sensible and enlightening. The quintet flexes its muscles, but it's not just about strength: everything is encompassed by a melodic line that is only partially hidden by this sidereal flood of sounds and beams of light immersed in a sky that comes from the early nineties. A return to their origins, to the birth of the band, an impetus that shifts the temptation of decisive writing to render the listener harmless and instead leads them, together with the band, to visit the planets of an artistic mode capable of measuring the experience of loneliness despite the richness of the subject described in the lyrics. 


The band captures noise in pop form and conveys the melancholy of the fact that an unexpected marriage can flow through the grooves of these instruments, full of freshness and abstaining from any temptation to turn a song into an elegant but meaningless garment. So we find ourselves enveloped by British impulses from the indie rock of the band The Family Cat, from the shoegaze blazes of Ferment by Catherine Wheel, in a riot of splinters in which to hide Fredrik's singing, here skilful in delivering his words with almost modesty and respect at the same time, in an immense and perfectly structured glaciation. Roland's bass is the real drumming, the guide that allows everything to fall like a leaden weight on dreams. The guitars live through three distinct moments, modes and inclinations, bringing the succession of chords to become an epoch-making embrace. A song that moves, reveals and anaesthetises the imbecility of those who write songs only to enhance the contact between musicians and listeners. Instead, in these very minutes, we see the impossibility of touching the band, this composition, becoming spectators of the wounds of the female protagonist, as well as her interlocutor. 


Yet another example of a growing band, searching for itself, for a style, not a format, in order to be free to navigate life without false preconceptions. A true creation, true music, a melancholic painting that allows us to isolate ourselves with ourselves, a wave of sound like frost kissing the ice that descends from enchanting places...


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

1-2-2026


https://loom2.bandcamp.com/track/unicorn






La mia recensione: Loom - Unicorn


 

Loom - Unicorn


Petali di ghiaccio fanno della volta celeste svedese il tempio della profondità: in un mondo nel quale la bellezza diventa un disimpegno, un atto veloce, un consentire a se stessi di non dedicarsi allo studio di ogni forma, ecco che la band di Kalmar, con la sua nuova canzone, regala a tutti noi la possibilità di invertire la rotta. E con il connubio del testo di Fredrik Axelsson l’insieme si mostra compatto, deciso, sensato e illuminante. Il quintetto esibisce muscoli, ma non è solo forza: tutto ingloba una linea melodica che solo parzialmente viene nascosta da questa fiumana siderea di suoni e fasci di luci immersi in un cielo che arriva dai primi anni Novanta. Un ritorno alle origini, alla nascita della formazione, un impeto che sposta la tentazione di una scrittura decisa a rendere innocuo l'ascoltatore per condurlo, invece, proprio insieme a loro, a visitare i pianeti di una modalità artistica atta a misurare l’esperienza della solitudine malgrado la ricchezza del soggetto descritto nel testo. 


La band cattura il noise nella forma pop e informa la malinconia del fatto che un matrimonio inaspettato possa scorrere nei solchi di questi strumenti pieni di freschezza e astensione da ogni tentazione di fare di un brano un abito elegante, ma privo di significato. Allora ci troviamo avvolti da impeti inglesi provenienti dall’indie rock della band The Family Cat, dalle fiammate shoegaze di Ferment dei Catherine Wheel, in un tripudio di schegge nel quale nascondere il cantato di Fredrik, qui abile nel far arrivare le sue parole quasi con pudore e rispetto al contempo, in una glaciazione immensa e perfettamente strutturata. Il basso di Roland è il vero drumming, la guida che consente al tutto di cadere come una gittata di piombo sui sogni. Le chitarre vivono di tre distinti momenti, modalità, inclinazioni, portando la successione degli accordi a divenire un abbraccio epocale. Un brano che commuove, rivela, anestetizza l'imbecillità di chi scrive canzoni solo per esaltare il contatto tra musicisti e ascoltatori. Invece, proprio in questi minuti, vediamo l'impossibilità di toccare la band, questa composizione, diventando spettatori delle ferite della ragazza protagonista, così come del suo interlocutore. 


Ennesimo esempio di una formazione in crescita, alla ricerca di se stessa, di uno stile, e non di un format, per poter essere liberi di circumnavigare la vita senza false predisposizioni. Una creazione vera, una musica vera, un dipinto melanconico che ci permette di isolarci con noi stessi, ondata sonora come brina che bacia quel ghiaccio che scende da incantevoli luoghi…


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

1-2-2026


https://loom2.bandcamp.com/track/unicorn

venerdì 30 gennaio 2026

Recensione di Marco Sabatini: The Kinks - Muswell Hillbillies


 

The Kinks - Muswell Hillbillies


L'atmosfera doveva essere da Vaudeville, riflettere le radici cockney dei fratelli Davies, i microfoni usati in studio erano dei modelli di dieci anni prima. Per questo la genesi di "Muswell Hillbillies", nono album in studio dei Kinks è davvero particolare. 

John Goslings si è unito alla band appena prima dell'uscita del precedente "Lola versus Powerman", disco che rappresenta il ritorno nelle charts mondiali: i Kinks di "You really got me" non esistono più, hanno cambiato pelle e l'arrivo di John The Baptist alle tastiere darà una spinta decisiva alla fase2.

Parliamo di un disco che segna l'approdo alla RCA che li mise sotto contratto pensando di fare il botto di vendite, magari imponendoli come gli eredi naturali dei quattro baronetti di Liverpool.

In realtà nasce un qualcosa che pur ammiccando in maniera quasi parodistica al pubblico d'oltreoceano "My Heart lies in Old West Virginia" verso del brano omonimo che chiude l'album, non è pensato per la massa, tutt'altro.

In effetti non raggiunse il livello di vendite dell'album contenente Lola e Apemen, piuttosto è ricordato come l'ultima grande incisione dei Kinks.

Cosa troviamo dentro questo lavoro che prende il titolo dal quartiere, Muswell Hill, dove sono cresciuti Ray e Dave Davies?

Certamente sonorità più americane, country, persino lemongrass soprattutto nella facciata B del vinile.

I testi hanno spesso per protagonista la working class descritta e attinta dai ricordi di infanzia nel quartiere, senza prosopopea o inutile innalzamento dei toni.

Il disco si apre con trentacinque secondi di chitarra acustica molto country, per poi diventare totalmente altro, un inno contro la tecnologia, anche contro gli scrittori e i pittori del suo tempo, ridatemi Shakespeare, Tiziano e Gainsborough(!) e ci chiediamo se questa sia rivoluzione o piuttosto reazione: la mia risposta è che c'è molta ironia, prendere in giro tutto e tutti era la filosofia di vita di Ray.

Le tastiere di Gosling si presentano in maniera sontuosa, a livello sonoro siamo ancora molto British way.

Poi con la seconda traccia arrivano tromba, tuba, clarinetto e trombone, la nuova sezione di fiati, The Mike Cotton Sound; il testo riprende il filo del precedente, un Blues che conquista al primo ascolto.

"Holiday" mette subito in chiaro l'intento di percorrere una via poco agitata, fisarmonica e voce ricca di charme, fatevele bastare.

"Skin and bone" è un intermezzo più ritmato ma privo di personalità, e si arriva ad "Alcohol": qui il talento compositivo di Ray rifulge di luce propria, siamo ai confini del cabaret con tocchi Dixieland e un testo che racconta di una precipitosa caduta da una vita di successo alle squallide bettole di una preda del "demon alcohol".

La prima facciata del vinile si chiude con "Complicated Life" un rithm' n Blues sulla falsa riga di "Skin and bone".

Sferzata elettrica e tentazioni hard-rock con "Here come the people in grey" con sonorità che si fanno più americane; ma immediato arriva il bilanciamento british con "Have a cuppa tea", basterebbe il titolo a spiegare.

Sicuramente l'episodio più beatlesiano dell'album.

La breve e delicata "Oklahoma Usa" ci accompagna verso l'uscita con un buon sapore in bocca.

I due brani di chiusura sono quelli che più ricordano l'altra band a cui i Kinks degli anni sessanta furono accostati, gli Stones ovviamente; le influenze furono reciproche ma voglio essere chiaro: 

non penso si possa ritenere inferiore la band di Raymond Douglas Davis a quella di Mick Jagger e Keith Richards.


Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

30 Gennaio 2026

giovedì 29 gennaio 2026

La mia Recensione: Dear Company - Scratches Ep


 Dear Company  Scratches Ep


La verità assoluta è inesistente, una drammatica bugia alla quale viene a mancare, ad esempio, l'adeguata colonna sonora, in cui si evidenzi l'inconfutabile sigillo degli estremi.

Ecco allora la necessità della discrezione, del sussurro, della tenerezza, del dettaglio che abbatte l'impulso, del metodo che completa lo spessore di un intento narrativo che passa soprattutto dal rendere evidente la bontà degli errori, dei lutti, dei sogni pieni di piombo e dei graffi, qui i veri protagonisti di una storia magnetica, materializzata in un range espressivo davvero notevole. 


Non è un vero debutto quello del duo romano composto da Elisa Pambianchi e Martino Cappelli: palesa, invece, che le pubblicazioni dei lavori artistici poco hanno a che fare con la vera tempistica del tutto, in quanto questo è un lavoro che mostra le loro vite, i loro percorsi, i riferimenti, un insieme esposto al sole, ma nulla è nato nel giorno in cui queste sei farfalle sonore ci hanno trovati pronti pronti ad accoglierle. 


Un racconto come raccolta, come fiori sbocciati su un terreno razionale ed emotivo che ha condensato, sapientemente, queste composizioni in una inevitabile fuoriuscita, in cui emerge, in modo determinante, l'introspezione, il silenzio dipinto con leggerezza per non comprometterlo, la dialettica di mezzi distanti tra di loro (come ad esempio un sentire folk immerso in una leggera elettronica e impeti dream pop con venature eteree), e una continua sensazione che il rispetto nei confronti di chi non vuole essere turbato troppo sia sempre evidenziato. Canzoni profonde con l'animo leggero, farfalle appunto.


La vita la rappresentano tramite l'effetto dei passi, con tracce pettinate attraverso droni, atmosfere, inquietudini, forme di rilassamento, l’uso del dna della musica ambient in grado di avere lo stesso spessore di generi più abituati a trovare consensi, un interiorizzare che si manifesta veracemente, in cui la profondità passa con la modalità di ritmiche lente e suoni curati, dove la preghiera e la speranza sono vicende laiche, domestiche, private. La disillusione, come per incanto, diviene una forza da accogliere, la tristezza una figlia da coccolare, la nevrosi un punto di partenza per plasmare eventuali ferite. 


Un lavoro geniale, non congeniale a chi cerca canzoni come anestetici: un’opera immensa per gli aspetti culturali esposti, con la sapiente tessitura testuale e onirica di Elisa e l’elaborazione peculiare di Martino. La tensione è mistica, misteriosa, nutriente, un bacino di utenze al servizio di un percorso interiore. Un ep che fonde l’aspetto umano con quello artistico, l’indipendenza che non è strafottenza, capriccio, boria o miseria,  bensì una modalità più matura di fare dell’arte musicale una introspezione che dia ai graffi, appunto, un ruolo positivo.


Le immagini, così presenti nelle strutture musicali di Martino, sono le nuvole algebriche sulle quali Elisa mette la sua voce, più che i suoi versi. Ed ecco la misura in cui la sua modalità del canto si rivela impetuosa, devastante, ricca, vera e concreta: lei stessa pare aver dato al suo ruolo un senso diverso da quello con i 3+Dead, definendosi attraverso la cura della respirazione, dei vocalizzi minimalisti, della scelta delle parole che sono sia abrasive che vellutate, rimanendo intatta la sua sensibilità. 


In un fascio di canzoni in cui lei non è sempre presente, tutto ha più valore, offre energia e una incredibile e inguaribile propensione romantica. Martino trova in lei la cantante perfetta, con le intuizioni e le capacità tecnico espressive. Pambianchi non è solo colei che perfeziona il racconto, è quella che lo accompagna, lo precede, ne diviene la musa, la figura che alita sensualità e delicata amarezza.

Le composizioni stratificano il tempo, gettano tappeti sulle decadi, in un crescendo romanzesco, in cui le abilità di coniugazione sono delicate, in cui nessuna forzatura alza la voce. 


Pare di essere in un film muto, di un tempo sconosciuto, con messaggi e messaggeri impegnati sott'acqua, senza aver bisogno di salire in superficie. I brani, infatti, portano alla mente artisti e lavori poco conosciuti, sviluppando il tutto con personalità e metodi importanti. Si sente la fragilità delle relazioni, dell’esistenza, del non riuscire a congelare il tempo. Un manifesto umano impressionante, nel quale la bellezza è data dalla rivelazione di ciò che siamo. 


Tutto si sviluppa con raziocinio e l’emozione avvinghiati, passionali, desiderosi, in cui le incursioni sonore primeggiano, sconfiggendo sapientemente la forma canzone. A loro due interessa lavorare sulle manifeste fragilità, impegnandosi a fare delle proprie ricchezze individuali un porto sicuro.

Lo spazio emotivo evidenzia il rispetto della interiorizzazione, la volontà di consentire agli istinti di incanalarsi nelle costrizioni, come modalità educativa. 


Qui il talento di Martino diviene una serie di miracoli impossibili da ignorare: quello che artisti famosi e celebri hanno fatto e per cui sono stati riconosciuti lui lo fa con la medesima capacità, in un fascio di luci che paiono un arcobaleno dentro la mente umana, il tutto come un transfer che plana sulle dita.  I territori perlustrati inglobano un perfetto mix di pulsazioni, di elaborazioni, impennate cerebrali con il senso sinuoso dell'estetica, dove ermetismo, complicità, cammini paralleli, suggerimenti, suggestioni, dialettiche umorali confluiscono in un vascello che ondeggia nel petto.


Martino mostra i suoi studi, i suoi ascolti diventano un’estensione digitale e analogica del suo pensiero, la sua modalità di scrittura parte da lontano, e in queste composizioni inserisce l'inevitabile necessità di evolversi, di costruire, nelle sue abilità, un palazzo mentale che possa diventare anche fisico. La dinamica è l’elemento principale di tutto il lavoro, emblema della complessità resa masticabile e digeribile, in cui il folk, l’ambient, il dream pop, la darkwave, il post rock, lo shoegaze minimale sono solo l’esposizione delle luci, ma, in realtà, i cavi elettrici passano per il sottosuolo, l’impianto segreto in cui non si ha accesso…


Scratches ha l’intensità del dilucolo, l’atto preparatorio all’intensità della rivelazione, il palco sul quale le canzoni diventano la tovaglia su cui appoggiare le fatiche, gli sforzi, le interazioni tra i respiri celesti e quelli umani, in uno spazio temporale che pare provenire dalle grandi civiltà, fasciate da una sensibilità moderna. Ma il linguaggio, il senso, il posizionamento di quest’opera odora di lino, polvere, grandi pietre, di monumenti di marmo sotto lo sguardo delle nuvole. 


Elisa e Martino hanno giocato con il tempo, lavorando tra botteghe nascoste e il brillio dell’eccentricità moderna, favorendo l’attraversamento delle escursioni umane adoperando la meno semplice delle facoltà, la lentezza, favorendo, invece, la comprensione della provenienza di queste farfalle, che, integre ed eleganti, scavalcano la sabbia di ogni clessidra. Brani che traducono la memoria, che attaccano il tempo alla realtà, indossando l’abito sonoro più credibile.


Va anche sottolineata la bellezza, la profondità, il valore aggiunto di una copertina che attrae, invita, spiega già molto del contenuto ed è una poesia visiva, una pagina di letteratura che mostra densità e sfumature, allegando significati diversi con i colori come vele spiegate: mentre la si guarda ci si sposta, si naviga immediatamente in un suono che verrà ribadito e specificato con le sei composizioni. I graffi sono verticali, bianchi, come se simboleggiassero la fragilità dell’infanzia, con il contorno come il futuro che l’attende…


E ora andiamo a conoscere le vie percorse da queste bianche farfalle, una ad una.



Song by song


1 Introduzione

Metti una notte autunnale con i tetri accordi di Pieter Nooten (Clan of Xymox) e la poetica visionaria dei fratelli gemelli Humberstone (In The Nursery) e ti rendi conto di quanta memoria viva in questa glaciale composizione: Martino entra nelle ferite trovando loro l'ingresso razionale, senza voci, senza la forma canzone, ma una testa che guarda alla coda, con l’illusione ritmica nel finale, breve, spiazzante e perfetta. La spiritualità disegna l’intera proiezione di questo lavoro, qui favorita da uno scheletro fisico che ne determina potere e stabilità. 



2 An Ode To

Ed è malinconia minimalista, con arpeggi a recuperare il trip hop, l’elettronica misurata in un flusso discontinuo diventa il basamento su cui l’amletico canto di Elisa, con la perfetta strategia del raddoppiamento vocale, conferisce al tutto una sensazione luttuosa ma senza disperazione, in un silenzio che passeggia tra gli accordi, splendidamente. Il testo misura la decadenza generazionale e l’impossibilità di vivere se non con la solitudine, con la caduta della luce. Echi dei Japan di Quiet Life ci fanno intendere come il duo romano non dimentichi l’avanguardia, la marcia delle note disciplinate e accordi cupi. Una culla piena di seta data dall'unione dei colori pastello della musica e il palcoscenico della scrittura di Elisa.



3 Beyond

Tra impeti post rock dei primissimi Explosions in the Sky, e la penetrante forma popolare anatolica e rock turca, Beyond è un lampadario che oscilla tra l’oriente e il chaos pulito, con una stratificazione che conduce a una danza sensuale, piena di respiri, e un vocalizzo che esalta il tutto, come un’apnea che comunica una ferita…




4 Wonderboy

Le Xmal Deutschland della prima parte del brano aprono in modo sontuoso agli scricchiolii di un synth che riporta a Catastrophe Ballet dei Christian Death, ma poi Elisa, con il suo velo sulle corde, diventa la pioggia di un temporale antico, proveniente dagli anni Ottanta, in un testo incline al desiderio del cambiamento, mentre Martino allarga gli orizzonti, partendo dal cielo per finire nei fondali marini con un assolo che non invidia nulla a Peter Frampton, con una sensibilità elevatissima, come una voce che si alterna a quella della sua compagna, con l’abilità di controllare il sustain e favorire la visione delle note…



5 Elevazione

Un palazzo che da mentale si fa fisico, con il brillio della chitarra e il tremore del basso distorto, sino a una distorsione che stabilisce il confine tra elevazione spirituale e dramma. Lo stop and go consente alla sei corde di grattugiare il tutto. Il drumming abbraccia l’atmosfera che riesce anche ad essere sensuale. Una grande abilità nel connettere la passione di Bunuel per i cieli pieni di sorprese e l'ardore esponenziale degli scritti di Virginia Woolf, qui non bisognosi di essere decantati. Misteriosa, decadente, sognante, la canzone sbalordisce anche per una progressione misurata, inaspettabile…. 



6 Storm, Black

Elisa prende le sembianze una strega melodica, con parole che giocano sotto la pioggia, con voli di piume, cori angelici, mentre il tessuto musicale spazia, come frammenti in cerca di adesioni (trovate), per diventare il congedo perfetto, dando respiri speranzosi, senza che però nulla possa far dimenticare i graffi… Equilibrata, incantevole e magica, trova nel suo finale una forma di sospensione che sfocia in un temporale simile a quello dei Dead Can Dance dell’album Within of a Dying Sun, in cui consapevolezza e ricchezza visitano la paura. Una conclusione poetica, vibrante, nervosa che odora di perfezione…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

29 Gennaio 2026


Dear Company:

Elisa Pambianchi

Martino Cappelli


Giuseppe Marino - Basso 

Giulio Maschio (Aguirre) - Batteria


Featuring:

Simona Ferrucci (Winter Severity Index) - Synth nel brano Wonderboy

Adriano Vincenti (Macelleria Mobile di Mezzanotte) - (effetti noise) nel brano Storm, Black




La mia recensione: Drogo - Smart Horror Show

  Drogo - Smart Horror Show Avere tra le mani un cd, ascoltarlo e ritrovarsi in un non spazio, il migliore di tutti per intenderci, privati ...