My Beloved - November Sun
Sentirsi penetrati da descrizioni che annullano ogni segreto.
Trovarsi in luoghi che sono già stati vissuti dalla nostra esperienza passata.
Ritrovare, nello scorrere del tempo, secondi senza paure o tensioni.
A seconda della nostra personalità, le tre situazioni citate poco sopra possono definire la gioia o il suo opposto, in un carico emotivo e razionale che può spaccare in due.
Arriva un lavoro che altro non è che un concerto, una maturazione in diretta, una sperimentazione controllata, potente, che lascia aperte le porte del brivido, consentendo il tentativo di scovare pertugi per mezzo di una fertile fantasia, sconfiggendo chi pensa che la musica strumentale e, precisamente il post-rock, sia il lato debole di chi sa maneggiare gli strumenti.
La band mette in chiaro tutte le complessità della città di provenienza, entrando nei viali alberati di Frederiksberg (tramite l’ampiezza e la lentezza dello sguardo visionario che percorre le strade), portandoci l’umidità di Christianshavn (quando la chitarra e il basso si incontrano scende la pioggia e l’anima si inumidisce), il traffico delle anime della nota Indre By (il drumming cupo, tribale, seppur lento, e i sospiri di un synth caldo e passionale), facilitando lo sguardo in diretta di un agglomerato urbano che vive e sperimenta l’esistenza. Non c’è bisogno di voci, di parole, di foto panoramiche scattate dall’alto…
La formazione della capitale danese fa di uno studio musicale una prosecuzione dei suoi laghi, una lunga gittata per arrivare al Mar Baltico e a quello del Nord, facendoci nuotare mentre ascoltiamo queste note che insegnano i confini delle stagioni dell’esistenza, dell’anima, di voci mute che non silenziano per nulla il senso dinamico del voler vivere con pienezza ed emozioni la vita che viene loro affidata.
November Sun accorcia e dilata ogni frenesia vuota, insegna la calma e la pazienza con una peculiare descrizione delle connessioni tra i luoghi e le persone, in un racconto che commuove per precisione e qualità descrittiva. Sembra, per davvero, che loro, questi quattro cavalieri del suono, siano in realtà degli scrittori di trattati sociologici, filosofici, poeti stretti dentro cappotti col bavero alzato e in cammino verso la definizione di ciò che avviene senza dimenticare nulla.
Già: questo è il merito, più grande e saggiamente spaventoso, che ritroviamo in questo pentagramma nordico, attraverso lo studio, l’esplorazione e la traduzione dei fatti da loro vissuti, immaginati, voluti e che sono accaduti senza che essi ne siano stati i fotografi o i registi, in quanto non mettono in scena una storia e non la fermano con dei fotogrammi, bensì continuano a vivere la loro esperienza e quella di altri con argomenti non adatti all’esposizione ma alla introspezione, che è poi quello che il cinema e la fotografia sfuggono per indole e per paura…
Se si pensa, durante e dopo l’ascolto, che questo sia un progetto artistico nel quale la chitarra domina, costruisce e definisce il tutto, si prende un sonoro schiaffo dal Vecchio Scriba: non esiste, in questo 2026, un album che maggiormente definisca l’interazione non solo degli strumenti ma soprattutto delle trame, delle ispirazioni, in un dialogo fitto, continuo, istintivo e razionale al contempo, rappresentando, mediante una dinamica perfetta, l’interezza delle personalità in gioco in questo insieme di pellicole sonore davvero maestoso.
Vedere appaiate situazioni oniriche, arcane, soavi, penombrali, sino a giungere a quelle caduche, con gli echi che celebrano l’azione e il ricordo, diventa un accadimento di grandi dimensioni, di difficile gestione e quindi interessante, che fa crescere. Potente, abile nell’aprirsi nel cuore dei suoi battiti, questa opera artistica lascia respirare i segreti e li confina dentro sapienti abbracci. Le note musicali portano in custodia malinconia e perlustrazioni emotive come una preghiera che sorpassa il cielo, lasciando ai sensi la possibilità di non addormentarsi mai, di sentirsi riuniti in un rimpallo funzionale alla scrittura di verità, sogni, traumi e frenesie che hanno in comune la gentilezza e un caos controllato.
Giochi di colori in contrasto (basti pensare all’incontro tra il bianco e nero e il rosso della copertina dell’album), che ampliano la capacità della vista, e quelli dei suoni (l’alternanza tra ritmi evocativi e pieni di echi e riverbero e quelli più sinuosi, quasi muti e lenti), costruiscono un insieme compatto, una discesa perenne nell’intimo, nei suoi canali percettivi ed espressivi, coniugando rumore e silenzio in una danza amletica.
E poi emerge, in modo vistoso, il racconto dello scorrere del tempo utilizzando il sistema del film muto che obbligava a immaginare i colori dove sembravano mancanti: ecco, è innegabile che questo sia un album che comporta impegno nell’usare tale tipo di approccio sapientemente educato per riuscire a dialogare con queste full immersion continue nei vicoli dei pensieri e dei fatti, così incatenati e complici…
Non è, alla fine, un genere musicale che si manifesta o che si autocelebra, piuttosto è un percorso che si interroga, si mette in condizione di accettare e superare i suoi limiti, per avanzare laddove vi sia la volontà di farlo arrivare, in uno spazio diverso, alto, mai raggiunto: nel caso specifico dei My Beloved quello della fiducia, dei bisogni personali realizzati attraverso incastri che liberano gli orgasmi dati dal suonare per trasformarsi in poesia sonora…
Definirle singole canzoni o un concept album credo sia errato e non idoneo: direi, invece, che ci troviamo davanti a episodi con forti personalità, con ampie possibilità di manovra per distinguersi, come quelli di una chiacchierata che evidenzia differenze e punti di contatto, riuscendo, in questo modo, a diventare un trattato in cui psicologia e fisicità si trovano nello stesso confine. Ma mai fermi, obesi, invadenti, preferendo la creatività di movenze animali lente, in continua avanscoperta e tutela delle proprie singole individualità.
Generoso, fertile, devastante, questo insieme candido e nebuloso sconquassa per la sua veemenza, sottigliezza, raffinatezza, eleganza e ardore. Un circuito espressivo che lacera chi nella musica cerca la comfort zone. Loro, per primi, non la abitano di certo: ogni singolo momento di questo lavoro è una camminata sull’acqua, nelle onde dei boschi, nelle gradinate del cielo…
Il quartetto rilascia tossine sotto forma di incanti da baciare, mette i freni nel luogo in cui noi vorremmo avere il fiato corto a causa di una folle corsa: sono maestri di magie, druidi moderni con le giuste pozioni per donarci qualità sconosciute, trasformando l’esperienza dell’ascolto nella scoperta di nuovi strati di pelle, tutti, per inciso, governati da brividi intensi…
Ci ritroviamo, così, volenti o nolenti, a essere testimoni di un racconto che nulla ha di moderno, bensì una marcia, trionfante, di antiche modalità di forma, di contenuto, facendo assentare l’ebbrezza della novità per poterci ridare indietro quello a cui abbiamo voltato le spalle: un ascolto cerebrale, attento, privo di ambiguità e colmo di quella cultura ormai sepolta. Loro preferiscono rimanere connessi alla ragione, allo studio, celebrando il matrimonio tra fanciullezza e vita adulta, prendendosi l’onere di fare dell’arte uno spazio che metta in contatto il vero e il non vero, ma mai il falso…
Prendiamo per esempio il momento più intenso di questo percorso (tale perché ciò che lo ha preceduto ha gettato le giuste basi…): The Morning, brano considerato dal Vecchio Scriba come il migliore in assoluto di questo 2026. Qui abbiamo la storia della ricchezza delle sfumature, le forze centripete che lanciano punti cardinali in cui le nostre emozioni possano godere del beneficio della perdita di controllo, per arrivare a un tripudio che supera la catarsi, come un atto celebrativo che non muore, conoscendo la sua vita eterna, come un temporale che smette di far paura ma permette all’acqua di continuare a dissetarci…
Un momento deliziosamente paradisiaco e di quasi non umana bellezza: quando la musica arriva ad avere questo abito, guardarlo ci rende finalmente capaci della vista più perfetta…
Non è un caso che questo lavoro giunga dal nord, dalla testa, da dove tutto parte e dove tutto arriva: la band danese riesce a trasformare i passi di danza, ai confini dell’allegria di Awake, ai vicoli cupi e tremanti di Hercules, per poi spalancare le finestre nella soave November, nella quale l’alba e il tramonto si guardano quasi muti, con un leggero sibilo a rendere il dialogo un pozzo in cui tuffare l’arpeggio della chitarra, per poi trasformarsi in una marcia dettata dal drumming. Quando si arriva all’episodio finale di Last Sun, First Tears, che lo apriva, sembra un libro nel quale tutto è stato scritto, ma, sapientemente, manca la parola Fine, perché questo gioiello lascia aperta la porta del riascolto come una bombola di ossigeno alla quale non si può rinunciare…
In uscita il 13 di Novembre 2026
Album link:
https://mybeloved.bandcamp.com/album/november-sun
My Beloved sito ufficiale:
Instagram:
https://www.instagram.com/mybeloved_band?xtok=OGIydGc3ZjZ4YXc3


