sabato 14 marzo 2026

La recensione di Marco Sabatini: The Durutti Column - The Return of Durutti Column


 Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

14 Marzo 2026


Wythenshawe, distretto di Manchester: nel luglio del 1977 si sprigiona una scintilla che farà divampare, musicalmente parlando, focolai rilevanti.

Nascono i  The Nosebleeds: per iniziativa di uno scapestrato di nome Ed Garrity, poi conosciuto come Edweena Banger, scomparso soltanto un anno fa.

Può sembrare incredibile ma alla chitarra c'è Vini Reilly; incidono un singolo in puro stile punk "Aint been to no music school", che verrà celebrato come seminale, addirittura un classico del genere.

La stessa band avrà in seeguito come componenti, non stabili, di passaggio, Steven Patrick Morrissey e Billy Duffy, ma questa è un'altra storia.


Quello che seguiamo è il percorso di Vini che intercetta quello della nascente etichetta Factory Records quando Tony Wilson lo mette sotto contratto, siamo nel 1978, e i Durutti Column appaiono nel famoso doppio 45 giri (E.P.), "A Factory Sample" che ospitava anche Joy Division e Cabaret Voltaire (Fac-2).

Dopo un anno, si rivela fondamentale l'apporto di Martin Hannett come produttore e creatore di suoni, con Vini Reilly pronto per debuttare col primo album; della band, che Tony Wilson, suo grande estimatore, aveva messo insieme, resta in pratica solo lui con la sua chitarra.

"The Return of Durutti Column" è un titolo che fa riferimento al situazionismo e la copertina, la più nota delle quattro versioni, in carta vetrata, era un omaggio a un'idea di Guy Debord. Letteratura e filosofia fanno da cornice a questo esordio musicale.

Pochi mesi prima era uscito "Unknown Pleasure": Ian Curtis e Vini erano amici, e pensate al filo che univa il nero primo disco dei Joy Division con il sabbioso esordio dei DC. Entrambi  esprimevano una promessa: piaceri sconosciuti (i primi) e il ritorno di un'entità misteriosa (i secondi).


Questa era la Factory, l'avanguardia di Manchester alla conquista del mondo, un'idea luminosa che si è corrotta in pochi anni diventando poco più di una fabbrica di remix da ballare all'Hacienda.

Ma la città non era solo Factory in quel periodo; a marzo era uscito il secondo album dei Magazine, tra post-punk, art rock e reminescenze progressive.

Io non vedrei male qualche fraseggio della Fender di Vini in un disco, nello specifico in “Second Hand Day light", che, rispetto al primo "Real Life", andava a prediligere l'atmosfera rispetto all'energia. 

Ma torniamo sulla terra e prendiamo in mano il vinile in questione.

Esso si compone di nove canzoni, poco più di 28 minuti in tutto, un tempo sufficiente per prendersi carico delle anime spaesate, di chi cerca qualcosa di poetico e profondo, qualcosa che faccia pensare e non solo emozionare.

Gorgheggiano gli uccellini, parte la batteria elettronica, arrivano le prime note di "Sketch for Summer".

E tu capisci subito che lui la voce non ce la mette, non serve, perché le sue tessiture di chitarra reclamano il massimo dell'attenzione.


Al basso c'è Pete Crooks, apprezzabile quasi unicamente nella sesta traccia "Jazz" dove è presente anche la batteria di Toby Toman.

Grande lavoro di engineering per un album che procede con misurata lentezza per immagini, schizzi, acquarelli, tonalità smorzate, echi e riflessi in specchi d'acqua.

 Sembra di stare coi bambini al parco…

"Beginning" gioca a rimpiattino col brano d'apertura, poi arrivano "Sketch for Winter" e ancora "Collette", tutti a colorarsi la faccia con le spugne e la vernice. La produzione è così e così, l'accuratezza dei suoni non è da dieci ma il dado è tratto, a Manchester l'anagrafe registra un nuovo nome: Durutti Column. 


Un gioco, questo  "The Return of Durutti Column", pubblicato a Gennaio del 1980, per l'entrata in scena di chi sul palcoscenico è destinato a restarci molto a lungo, recitando la sua parte di splendido outsider, prestando il fianco a malintesi di ogni tipo (la musica ambient, il guru non si sa di cosa), senza smarrire mai l'umanitade.

Quella storpiatura di un eroe della guerra di Spagna e la sua brigata adempiranno in pieno al loro compito.


"There was a boy

Made me feel good

Leaving some signs

Now a Legend" 


Vincent "Vini" Reilly, per Ian Curtis.


Review by Marco Sabatini: The Durutti Column - The Return of Durutti Column


 Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

14 March 2026


Wythenshawe, a district of Manchester: in July 1977, a spark was ignited that would, musically speaking, set off a series of significant fires.

The Nosebleeds were formed: the brainchild of a maverick named Ed Garrity, later known as Edweena Banger, who passed away just a year ago.

It may seem incredible, but Vini Reilly was on guitar; they recorded a single in pure punk style, ‘Ain’t Been to No Music School’, which would be hailed as seminal, indeed a classic of the genre.

The same band would later include, as temporary, passing members, Steven Patrick Morrissey and Billy Duffy, but that is another story.


We follow Vini’s journey, which intersects with that of the fledgling Factory Records label when Tony Wilson signed him in 1978, and the Durutti Column appeared on the famous double 7-inch EP, “A Factory Sample”, which also featured Joy Division and Cabaret Voltaire (Fac-2).

A year later, Martin Hannett’s contribution as producer and sound designer proved crucial, with Vini Reilly ready to make his debut with the band’s first album; of the band that Tony Wilson, his great admirer, had put together, practically only he remained, with his guitar.


"The Return of Durutti Column" is a title that references Situationism, and the cover – the best-known of the four versions, made of sandpaper – was a tribute to an idea by Guy Debord. Literature and philosophy provide the backdrop to this musical debut. 


A few months earlier, *Unknown Pleasures* had been released: Ian Curtis and Vini were friends, and just think of the thread linking Joy Division’s dark debut album with DC’s gritty debut. Both held out a promise: unknown pleasures (the former) and the return of a mysterious entity (the latter).


This was the Factory, Manchester’s avant-garde setting out to conquer the world – a brilliant idea that went sour within a few years, becoming little more than a factory churning out dance remixes for the Hacienda.

But the city wasn’t just about the Factory back then; in March, Magazine’s second album had been released, blending post-punk, art rock and progressive influences.

I wouldn’t mind hearing a few of Vini’s Fender riffs on an album, specifically on “Second Hand Daylight”, which, compared to the first “Real Life”, prioritised atmosphere over energy. 

But let’s come back down to earth and pick up the vinyl in question.

It consists of nine tracks, just over 28 minutes in total, enough time to take in the lost souls, those seeking something poetic and profound, something that makes you think and not just feel.

The birds chirp, the electronic drums kick in, and the first notes of “Sketch for Summer” arrive.

And you realise straight away that he doesn’t use his voice; there’s no need, because his guitar textures demand the full attention.


On bass is Pete Crooks, who really comes into his own almost exclusively on the sixth track, “Jazz”, which also features Toby Toman on drums.

The sound engineering is superb on an album that unfolds at a measured, unhurried pace, evoking images, sketches, watercolours, muted tones, echoes and reflections on the water’s surface.

It feels like being with children in the park…

"Beginning" plays hide-and-seek with the opening track, then come "Sketch for Winter" and "Collette", everyone painting their faces with sponges and paint. The production is so-so; the sound quality isn’t top-notch, but the die is cast: in Manchester, the register records a new name: Durutti Column. 


This album, *The Return of Durutti Column*, released in January 1980, marked the arrival on the scene of someone destined to remain there for a very long time, playing the part of the splendid outsider, lending himself to misunderstandings of every kind (ambient music, a guru of who-knows-what), without ever losing his humanity.

That misrepresentation of a hero of the Spanish Civil War and his brigade would fulfil their task to the full.


"There was a boy

Made me feel good

Leaving some signs

Now a Legend" 


Vincent "Vini" Reilly, for Ian Curtis.







mercoledì 4 marzo 2026

La mia recensione: Morrissey / Make-up is a Lie



Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
5 Marzo 2026


 Morrissey - Make-Up Is a Lie

“La libertà d’espressione è necessaria… i cittadini silenziosi sono dei perfetti sudditi di un governo autoritario.”

(Robert Dahl)


Ci sono silenzi che si muovono, sortiscono effetti, coniugano, amalgamano, tengono le persone attive, distinguendo la codardia dalla necessità di una effettiva residenza nell’esplorazione.  

Nell’arte musicale, che ha perso indipendenza, forza, senso, valore, lo smembramento delle parti originali che l’avevano resa unica e perfetta è inevitabile.  

Ci sono eccezioni, paladini romantici e intellettualmente svegli che si prodigano (come muli inferociti contro un’obbedienza che li umilia), artisti votati al martirio, all’ostinazione, allo svincolamento dalle catene, con creazioni che fanno del sangue versato un’installazione magnifica…

Morrissey è il re assoluto: la sua tenacia, la difesa, l’attacco, il bisogno di essere scintilla, luce, seme, coscienza collettiva non conoscono retrovie, cambiamenti, in quanto l’autore di testi unici vede la falsità della realtà come nessun altro e si impegna a continuare la sua guerra affilando le unghie, imbevendo il tutto con il suo aggiornato repertorio, più incline a un linguaggio semplice ma non banale.  


Anzi, oggi, con il suo ultimo lavoro, lo vediamo andare a casa di chi non lo conosce, anche di chi non gli riconosce importanza: una sfida che, per essere credibile, deve saper mostrare mutazioni estetiche, del linguaggio, della musica, che qui, in questo Make-Up Is a Lie, offre grandi novità e alcune continuazioni davvero ben amalgamate.

Moz consegna una mappa sonora rappresentativa del suo buon gusto, avvicinando le sue lacerazioni personali a una modalità che gli consente di cantare come un cantastorie del Novecento, tra fascinazioni latine, orientali, nord-europee, con un ventaglio di composizioni in grado di porre il suono moderno nella condizione di supportare una modalità di canto raffinata, colta, tecnicamente capace di non far morire le tradizioni del secolo scorso.  

Maestro gladiolo ha a cuore l’esistenza, si occupa degli accadimenti e si rifiuta di compiacere la massa: il suo palco mentale è un deserto, un’oasi infelice da cui brindare, solleticando la stupidità con un album che arriva, come sempre, al momento sbagliato: non per demerito suo, ma per una serie di aberranti situazioni di cui il Vecchio Scriba preferisce non parlare.


La Sire Records regala il miracolo, Morrissey la sua fedeltà, le sue amarezze, facendo dell’invecchiamento l’opportunità di non cessare il suo percorso, tra unghie nere, rantoli, svasature vocali e quel timbro che da solo fa la storia di ogni felicità.

Un insieme di composizioni che delineano la figura di un rinoceronte isolato, lento,  capace di apparire feroce, un terremoto in divenire di cui solo gli idioti, gli assassini e gli stupidi possono avere paura.

Lui si fa avvicinare, chiede rispetto, sciorina versi che hanno radici lontane e nuove, con il pretesto di svuotare i cattivi comportamenti e di pettinare i sogni dentro un perimetro piccolo ma libero.  

Il bardo di Stretford è libero da ogni cittadinanza che non sia quella volta a interferire, a disturbare in modo ottimale le convinzioni di chi fa della propria esistenza una lunga e banale lista di futilità.  

Si indigna, prende la frusta come ha sempre saputo fare e, servendosi di musicisti che gli hanno scritto note musicali in attesa del suo respiro armonioso, incide canzoni che rompono il silenzio (solo apparente) di sei lunghi anni dal suo ultimo album e rende in questo modo il tempo un elastico fertile, in cui fare della selezione accurata del suo materiale l’unica garanzia per assicurarsi la sua soddisfazione.

Siamo davanti a una pletora di generi, di tendenze, levigate da una tecnologia che consente all’elettronica e al vecchio pop di trovare una quadra, di tornare quella dolcezza nella tristezza come da tempo non si avvertiva.  


La parte musicale qui ha ampi spazi, quasi delle suite, e anche sotto questo aspetto si denota la cura di Morrissey nel dare equità agli spazi, nelle connessioni che possano rendere tutti orgogliosi del proprio apporto.  

La fiducia, la curiosità, l’estensione di questi comportamenti conducono l’ascoltatore all’interno di un grammofono, di antiche capacità, per avviare un ascolto verso il centro di questo nuovo episodio che, è bene dirlo, consente al guerriero dalla piuma argentata di concentrarsi sulla sua voce, già essa stessa un romanzo e un dettato psicologico inappuntabile.

La sensibilità governa le tracce, constatando come il suo atramento sia ancora fertile, voluminoso, perfetto nel catramare la bruttezza e trasformarla in un’ipotesi in cerca di concretezza.  

Come sempre riesce ad accismare i versi con ironia, disprezzo, tenendo il suo pensiero al di sopra dell’altrui giudizio.  

Sono storie, fotocamere in azione e non fotografie, un video che mostra una notevole acribìa, per poi trasferirsi nell’intelletto, per generare compensazioni e lacrime copiose.  

L’artista mancuniano utilizza il metodo estruso, avvolgendo i vocaboli in una pellicola in cui semplicità e immediatezza non manchino, ingannandoci però per costringerci allo sforzo di capire, ed è un esercizio che si rivela vincente.


Spesso viene ritenuto increscioso, ma a lui questo serve: utilizza le opposizioni al suo cammino per generare cellule vergini, pensieri fosforescenti, altri nebulosi, per potersi conservare una segretezza e una libertà espressiva logica e dovuta, grazie a uno status che, se per molti si è offuscato, per lui e per il sottoscritto sicuramente non lo è.  

Tra le mani pone un cannocchiale, un ventaglio, un bastone, una sfera e tutto diventa una palla contro i birilli, esecuzioni letterarie, dispensando pillole di saggezza brutali, che creeranno ferite da leccare con gioia.

Registrato a St-Rémy, in Francia, con la ritrovata produzione di Joe Chiccarelli e la collaborazione in tre brani del meraviglioso Alain Whyte, vede anche la presenza di Ambroise Sage agli arrangiamenti per archi, per cerchi che si aprono e si chiudono, conferendo al lavoro un’anima voluminosa nel bisogno di un volo che sia diretto verso l’assenza e la presenza, in un binomio insostenibile per molti ma non per lui.

In quest’opera assume ruoli molteplici: da quello antico di un Cyrano de Bergerac mai domo, a quello di un Joker straripante nelle vesti di un Jack Nicholson perfettamente addestrato da Tim Burton, fino a quello di un Edward Morgan Forster in cerca di un orizzonte libero da ogni crudele afflizione.


Il suo cantato è una forcipe: fa male, ma il fine è quello di far nascere la natura che vive da sempre (e non da nove mesi…) nei suoi bisogni, che si sono allargati, lasciando che il suo timbro (quello sì, mai cambiato, e meno male) sia un collutorio che ci permette di vedere la sua scrittura come un dizionario aggiornato di argomentazioni, pur conservando il suo antico stile.  

Più vicino agli anni Cinquanta che non ai Sessanta, la modalità espressiva pare un enorme ombrello sulle onde tipicizzanti di quella decade, una retromarcia temporale che conferisce, una volta abbinata alla musica, uno stordimento incantevole.

Non è un album di chitarre o di tastiere, bensì una scrupolosa ricerca di elementi che tolgano lo scettro esibizionista e si curino del significato, dando al suono non l’aspetto primario ma un doveroso contorno.  

Così facendo i brani sembrano mutare, dare aria ai loro polmoni, offrendo alla forma canzone una serie di innovativi arrangiamenti.  

A volte mancano cambiamenti, ma più che un limite alla fine si rivela una forza: lui si sente libero nei limiti, nelle prigioni, nel poco spazio, così come lo sono i suoi musicisti, per arrivare all’aspetto esponenziale conservando il piacere di formule che garantiscono, specialmente su un palco, di trovare una diversa armonia.  


Perché, davvero, questo album suona come se fosse in attesa di un’esibizione pubblica, per diversificarsi, per trovare l’audacia di una sfida con il pubblico.

Make-Up Is a Lie non segna il ritorno di Morrissey: mostra solamente la limpidezza delle sue autodifese, delle critiche all’industria discografica, un pettine dentro i nervi ormai incoscienti di milioni di anime, che fanno della musica un cestino tra i cestini.

Lui no, riesce anche a poetare l’esistenza, a renderla esigente, si scaglia contro chi usa male questa opportunità di incidere nella vita.  

Questo artista non conosce il silenzio o l’assenza, perché chi ama ed è amato non è mai un’anima in declino…  

Gioca con il pop, l’ambient, il progressive, il funky, il glam, l’indie, il trip-hop, passeggiando sui generi e servendosene, in prolifica estensione, per raggiungere zone e decadi diverse (includendo una cover spiazzante dei Roxy Music, che necessita del tempo ma a cui, alla fine, cedere si rivelerà estasiante), perché per essere completi bisogna saper spaziare, essere una fionda e una macchina del tempo.

Se da una parte manca una continuità stilistica e dall’altra una generosa apertura, il punto di forza di tutte e dodici le tracce è la precisa volontà di arrivare al cervello più che al cuore, anche se non sono esenti gli episodi in cui questo accade.  

Il buon Moz sembra ringiovanito, rinvigorito, eccitato, ed è una notizia meravigliosa, da sostenere e intendere.


Per chi si ostina a volere indietro il giovane cantante degli Smiths consiglio di congedarsi subito: chi lo conosce sa bene che il presente è l’unico sistema di misura che lui adopera, non per incapacità, limite o quant’altro.  

Lui segue, sin dagli esordi, il modo e il motivo di una scrittura immediata, che coglie il presente e non il passato.  

I nostalgici possono andare altrove, suicidarsi, ma questa sua propensione difende l’intelligenza, la verità e non la nostalgia di antichi fasti…

Ci sono episodi in cui non manca il classico stile di Morrissey e saranno sicuramente i più graditi, però ciò che rende prezioso questo album è la sua spontaneità verso nuovi diritti, per una modalità che si accoppia con il serpente, per mascherarsi e attaccare senza essere prevedibile e conseguentemente divorato.  

Conosce ancora il modo di fare del bel canto un compagno di classe di una mente che continua a studiare, per decriptare e consegnarci sulla porta delle nostre convinzioni nuovi sospetti, come un’eterna arteria in cerca di vene nuove con cui accoppiarsi.  


Il primo album degli anni 2020 è un sussidiario della coerenza, un’impronta che ha peso, senso, una divulgazione corretta dei teatrini comportamentali che, attraverso l’abbattimento dell’isteria, conduce allo specchio una verità davvero necessaria.

Può sembrare buffo e strano che uno stesso artista, nella sua comunicazione artistica, sia in grado di dividere nettamente gli ascoltatori: nel suo DNA non vi è mai stata paura, calcolo, titubanza, e il fatto che chi si espone vada incontro a un feroce e agevole giudizio dovrebbe essere una cosa da bannare.  

La qualità, mi dispiace tantissimo per costoro, rimane alta, e questo artista  è ancora un guerriero con la penna sagace, voluminosa, dotato del dono di far riflettere.  

La sua ossessione, i suoi fantasmi, le sue ostinazioni divengono un insieme di occasioni in cui ogni canzone può essere un trampolino di lancio, una doccia per l’anima, un’eco dei propri tormenti, mentre cercano residenza e non una fuga.  

E sicuramente non spetta a lui il compito di salvare la musica, come è vero che non è lui a distruggerla: Make-Up Is a Lie è una cavigliera per controllare i nostri spostamenti, le nostre amare esistenze, in un accavallamento di pensieri distribuiti, in cui non è concesso avere picchi bensì una qualità costante, mentre chi pensa di doversi affidare alla memoria, all'obiettività fasulla, perderà l’ennesima possibilità di vivere in una società diversa, pieno di acciacchi ma fedele, perché in fondo è stato così il mondo di Mr. Morrissey, costruito per sentire il proprio cuore pieno…


Song by Song


1 - You’re Right, It’s Time


Le danze iniziano con la modalità Moz dei primi anni Duemila: atmosfera tra il malinconico e la luce da ritrovare, una ballad veloce, uno scorrere efficace di una melodia come vestito perfetto per il cantato, un testo che rivela come una triste consapevolezza (il sapere di dover morire) possa trasformarsi in un inno alla resistenza, alla profondità da dover comunque trovare. Un inizio che consola, conferma l’efficacia di chitarre che accennano senza esplodere, con quella benedizione di un synth leggero. Già un classico del suo repertorio.


2 - Make-up is a Lie


Uno dei ritornelli più vicini al suo DNA si trova, invece, appaiato a una struttura completamente anomala nel verso: il drumming, l’elettronica, l’atmosfera sorniona che si rivolge a zone non troppo trafficate dall’artista  lo conducono alla sintesi del testo, che non necessita di grandi estensioni. Accattivante.


3 - Notre-Dame


Siamo nel periodo di Years of Refusal (It’s Not Your Birthday Anymore), con la capacità di trasferire le parole in una musica che necessita di spazi, di precisare un argomento che nella sua semplicità sa essere efficace. Manca un vero e proprio ritornello e questo lo rende davvero un elemento già di per sé distante dalla sua discografia. Atomi di epicità si inchinano a un brano che vuole trasferire un evento fisico in uno spazio mentale, riuscendoci benissimo. Ficcante e sensuale.


4 - Amazona


L’unico momento dell’album in cui si fatica a comprendere la scelta e la modalità di una cover che non aggiunge nulla all’originale. Ma dura pochi ascolti questa strana sensazione, in quanto il manto protettivo dell’esecuzione ci conduce in un mare sonoro tenuto segregato, rivelandosi geniale e in grado di conferire alla musica l’inaspettato ruolo di precedere il cantato. L’assolo di chitarra è una scarica di adrenalina sexy, con il cambio ritmo che favorisce una danza elettrica. La voce di Morrissey è un ghepardo in attesa di prepararsi il giaciglio, riportando gli anni Settanta esattamente dove meritano di essere: nel cuore del nostro cervello. Lento l’apprendimento, ma poi una chicca notevole.


5 - Headache


Nei brani lenti la band riesce a sostenere Moz in modo egregio e Headache è la sintesi della sua voce esploratrice, un faro nella notte, mentre il dolore avanza non trovando nessuna resa. Si torna ai primi anni Novanta, con la sensazione di come il tempo sia un’eterna difficoltà da affrontare e di come il fisico sia una farfalla tremante. Tra la psichedelia morbida e il trip hop più sensuale, il gioco armonico è davvero notevole. Dolce, di una bellezza assassina.


6 - Boulevard


Un tenero feedback iniziale precede le note di una tastiera che ci coccola, poi Morrissey fa sfoggio della sua sensibilità, di una costruzione decisa malgrado le pareti grigie della sua voce. La drammaticità ci avvolge, si danza intrecciati a una melodia omicida intensa, con la semplicità di accordi in costante marcatura delle corde vocali, un drumming semplice che sopraggiunge, la chitarra acustica che benedice il tutto, e gli archi a rendere epocale la timida intromissione nei viali francesi, come se la notte e il giorno fossero sparsi in un abbraccio fragile.


7 - Zoom Zoom the Little Boy


Il sitar elettrico apre, poi una deviazione verso un’attitudine catchy trasforma il brano in un raggio di luce nel petto di quest'uomo che trova il modo di dare alla sua voce antichi petali, mentre efficaci arrangiamenti danno profondità a una struttura in odore d’Oriente.


8 - The Night Pop Dropped


Dopo averla sentita nel precedente tour, la canzone qui illumina le sue compagne, con una generosa effervescenza, regalando euforia e mistero allo stesso tempo. L’introduzione della chitarra ci riporta ai Charlatans, ma è un continuo oscillare tra i generi e le decadi, riuscendo a conseguire la sua centralità nel bridge e nel ritornello, il momento in cui vediamo il nostro mentore nei pressi delle zone praticate molti anni addietro. Il rintocco delle campane e il solo vicino ai Booker T. and the M.G.’s è davvero sorprendente. Ed è catarsi cognitiva, in progressione costante.


9 - Kerching Kerching


Ritroviamo un amico lontano, una rarefazione musicale che commuove, la sensazione di un’immortalità che si evidenzia nella sua devastante bellezza. Il crescendo vocale di Morrissey è il miglior tratto consolatorio che si possa avere, con il suo registro che diventa vicino di casa del suo antico passato.


10 - Lester Bangs


Torna l’attenzione di Moz verso le creature che hanno subito interferenze e disagi, come nel caso di questo straordinario giornalista musicale, che offre la possibilità al cantante di confermare la sua rabbia per l’establishment, contro il voler conformarsi alla narrativa sociale. La Beat Generation qui viene sintetizzata in modo spettacolare, dando il suo contributo alla memoria di chi è stato in grado di scrivere di musica in maniera diversa, con il suo Creem che ha saputo anticipare di molto la modalità dei suoi colleghi. Toccante.


11 - Many Icebergs Ago


In ogni suo album dobbiamo fare i conti con la maestosità, l’epicità, il delirio di emozioni che non lasciano scampo all’opposizione. Un sibilo, un basso timido e cupo, il volume che aumenta, il fragore tenuto a bada sapientemente e poi gli accenni di chitarra che lentamente creano una sequenza di accordi, tutto in attesa della voce che trova il sistema di generare paura, brividi e la gioia di aver ancora quello stile per cui è diventato essenziale. Un dialogo, un percorso nelle viscere della verità, passando per la privazione di una sezione ritmica che qui viene fatta assentare per la maggior parte della canzone. Un crooning melodico, un’ascesa atmosferica deliziosa seppur in grado di togliere il fiato.


12 - The Monsters of Pig Alley


Rispetto alla versione eseguita recentemente, il brano prevede una bella introduzione acustica per poi presentare appieno tutti i crismi dello stile di Morrissey. E sono lacrime ritmate, un’eco che parte da Viva Hate e arriva ai giorni nostri. Un’ascesa spirituale mentre le note del piano ci offrono quella dolcezza che affianca il lavoro melodico delle chitarre, in un ritmo che prende i nostri passi e ci trascina a danzare tra le stelle. Poetica, suggestiva, consolatoria, la canzone è una domanda continua, con la grazia di non dimenticare la semplicità nutriente di una carezza pop.


La recensione di Marco Sabatini: The Durutti Column - The Return of Durutti Column

 Marco Sabatini Musicshockworld Offagna 14 Marzo 2026 Wythenshawe, distretto di Manchester: nel luglio del 1977 si sprigiona una scintilla c...