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sabato 7 febbraio 2026

La mia recensione: Ist Ist - Dagger


 


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

8-2-2026


Ist Ist - Dagger


Siamo immersi, quotidianamente, in indagini, con consapevolezza o meno, e di conseguenza, ci troviamo spesso senza un risultato concreto. Abbiamo in parte nella musica un supporto alla tensione, alla malinconia che il non sapere provoca. Ma dobbiamo fare i conti con quella che ci interroga, ci regala i dubbi e anche la più pericolosa di tutte: quella che ci pugnala, direttamente o meno, che si nutre del nostro dolore consacrando la sua immunità, che non è niente altro che il miglior risultato raggiungibile.


L'apoteosi la raggiungono i quattro corsari mancuniani che, arrivati al quinto album, sbancano, polverizzano il loro stesso glorioso passato e ci buttano addosso canzoni come diamanti appena estratti, senza alcun lavaggio, naturali, perfidi, maestosi, cattivissimi. Però non potevano fare a meno di questo incredibile incastro, tra capacità, esperienza, invulnerabilità, nella progressione che il loro dna conserva.  Dagger è un aulente mistero, che espone i nostri petali controversi alla fluorescente brillantezza di dieci coralli i quali, uscendo dalle onde, planano sul nostro cervello.


Fisico, mentale, contemplativo, perlustrativo, appiccicato a incroci continui di ombre e luci, questo lavoro magnetizza le abilità, le rende moventi, sussurra cammini letali, in cui non esiste lo spreco del tempo bensì uno spazio da coltivare. Ed ecco i semi, l’attesa consacrata alla contemplazione e alla comprensione, attraverso canzoni come aghi, punture, sino a cambiare forma, per divenire un’esplorazione notturna senza pause. Vanno di corsa gli Ist Ist, con l’atletica frenesia di chi è consapevole che questi ultimi dodici anni passati insieme sono trampolini continui, dove la ricerca è già essenza, tuttavia, da uomini onesti, non rinunciano allo studio e i brani non sono giochi o passatempi quanto piuttosto identità da costruire, modificare, indirizzare verso il senso più maestoso: piacere ed essere utili a chi ha tatuato la loro essenza nella propria anima.


Sconvolge la sequenza, lo spessore di una concreta capacità di non disattivare il percorso artistico dei tempi precedenti, però più di tutto il coraggio di prestare attenzione alle dinamiche, alla produzione, agli inserti musicali non come tecnicismi ma come arrangiamenti ormai desueti nell’ambito delle composizioni. La forma canzone ne esce quindi rafforzata, riprende colore e senso. Non temono la melodia che si attacca alla mente, tenendola quasi sempre appaiata al ritmo, alla danza che ci sposta verso il loro caveau, che da impenetrabile riesce a garantirci l’accesso e l’abitabilità nei loro respiri. 


Dagger proietta, porge, sottrae sospiri e induce a profonde riflessioni: i loro passi sono più profondi, hanno sconfitto i paragoni che solo gli imbecilli facevano, e si ritrovano leggeri, con i loro tratti originali, senza debiti con nessuno, palesando senza dubbi che, se ascoltati con profonda capacità, si riesce a scorgere l’ampiezza, la profondità di abilità che fanno del passato solo una stupida barriera di difesa. I quattro vanno oltre, sono altro, sono lo sguardo del presente, l’istinto di killer musicali con pezzi scioccanti per fattura e resistenza, proseguono nei vicoli di Manchester sapendo in anticipo che questi brani non hanno un luogo da cui partire, ma onde magnetiche su cui salire e spostare i confini.


Cemento, vento, sale, polvere, bosco, cantiere, miniera, grotta, palude, deserto, cavi elettrici: questo è solo parte del loro creato, di un mondo che hanno costruito con fatica e soprattutto orgoglio, determinando finalmente una lama multiuso, da appoggiare o da rendere un’arma letale. È l’ascolto che lo deciderà, relegando una responsabilità enorme e costruttiva. Senza alcuna difficoltà il Vecchio Scriba afferma che Dagger è il passaporto, il viaggio, il lume, il punto più alto e concreto di tutta la loro carriera, una incisione che non deforma o ferisce bensì insegna, educa, creando attraverso l’amore un senso di beatitudine, che porta alla gioia solitaria così come a quella di massa. 


Sono cresciuti attraverso i concerti, il tempo trascorso a visitare un mondo che lentamente si è fatto maggiormente ampio e in grado di allargare i loro portali cognitivi, traducendo il tutto in musica come laboratorio, dalla selezione all’assorbimento, alla traduzione e alla mutazione perché, per davvero, i quattro sono capaci di far stagionare le molecole artistiche e al contempo velocizzare gli atti creativi.


Saper manifestare l’aderenza dei propri istinti a una visione più alta, concettuale, dimostra come sia un album acuto, un blocco di cemento su cui (cosa molto probabile) in futuro verranno messi fiori e seta. Ora, proprio ora, con queste lame, queste crepe adatte alla commozione, gli Ist Ist tratteggiano il futuro con una nebbia adatta alla premura, a rallentare la spavalderia e a diventare più saggi. Si sente l’esperienza delle ore negli studi di registrazione, come quello sui palchi,  o ancora quello in cammino tra le strade del loro percorso, la maturazione del cantato di Adam (abile nel compattare i suoi clichè antichi e a creare nuove chances per il suo timbro sempre perfido e celestiale), il basso di Andy come coperta e non solo come scossa, il drumming di Joel come strategica forza che inocula sicurezza nelle vene e una melodia aggiunta, e il lavoro di Mat alle chitarre e ai synth come un alchimista che scorge il futuro e lo disegna con abilità in ampia agilità. 


I testi meritano il nostro microscopio, il tempo per interagire con la profonda versatilità di Adam, qui in grado per tutto l’album di creare ponti, visioni, ritornelli assassini, versi perlustrativi nelle strofe, di insistere perfettamente con parole come pietre, di nascondere il diritto alla propria intimità con ragionamenti spesso apparentemente semplici, ma scomodi, per verità assolute che rendono complessa la lettura e il riuscire a contenerle dentro noi stessi. Pur aggiungendo arcobaleni, sono segnali che sfumano nel grigio, nell’inconscio che non conosce luce adatta, dimostrando ancora una volta la sua estraneità alla banalità.


La musica diventa multiforme, al di là del ritmo veloce/lento, vi sono innesti evidenti di suoni che solidificano la forma, la modalità espressiva, qui più evidente e compatta. I generi musicali sono connessi con sapienza, senza forzature, con un’inclinazione all’agglomerazione che rende il tutto fluido. Non mancano frustate post-punk e un quasi synth-pop a rendere il tutto diversamente accessibile rispetto al passato, ma sono diverse le novità che si presentano. Il gioco tra le tastiere e le chitarre ritmiche sono epiche, i cambi ritmo e i ritornelli che si riempiono di cristalli luminosi. Evidenziano, direi finalmente, il bisogno del brivido catchy, del non nascondere una propensione moderna e l’essenzialità antica, per incastonare l’insieme verso il mistero di canzoni che vivono di un caos non bollente ma denso, per perlustrare ipotesi di affiatamento con il sole mai vissuto di Manchester. Se Architecture ce li aveva presentati come dei fenomeni di condensa del conosciuto, con picchi enormi, qui abbiamo una formazione quasi nuova, sicuramente maturata e diversa, con un’inclinazione assoluta verso la leggerezza, senza privarla di densità…


Ma non è un disco felice, non può esserlo: Adam stesso riconosce la violenza e la pesantezza del mondo, l’unica gioia sembra essere la possibilità di scrivere canzoni, di creare uno schermo che diventa uno specchio, dove rifugiarsi per cogliere illusioni, il che al giorno d’oggi rimane un atto di coraggio….

Ci ritroviamo del tutto avvolti da armonie intense, piene, profonde, frutto di una amalgama perfetta, la quale proviene dall’insieme di una cerebralità che non può dominare senza un istinto che continua a girovagare tra i solchi, generando estasi e lacrime che più che visibili sono visionarie, anticipando la direzione della nostra comprensione. Rimane costante la tensione psicofisica: il preludio di un crepuscolo che ingloba spiritualità e un piacevole portento omicida…


Song by Song


1 - I Am The Fear

Il tempio della rivelazione ci mostra una insurrezione, una novità musicale che si struttura in un brano ballabile, potente, con gittate elettroniche che permettono momenti di sospensione per poi risplendere lo slancio, con chitarre più pesanti e un una scala di synth a irrorare le vene di una paura che qui diventa una persona, nel brano che maggiormente mostra il lato della scena di Sheffield nell’intera carriera dei quattro. Un martello ipnotico seducente e robusto per aprire il proprio corpo…



2 - Makes No Difference

Dopo gli iniziali secondi figli dell’atmosfera plumbea di Rust, dei Man Of Moon, gli Ist Ist riprendono le abitudini di incroci armonici e visivi del penultimo lavoro Light A Bigger Fire, con la capacità, attraverso un flusso energetico del synth e il combo basso-batteria, di innalzare l’armonia e la potenza verso il territorio di un cielo che può così assorbire gli immensi tocchi magici di un ritornello che profuma di droghe leggere, donando un’euforia controllabile…




3 - Warning Signs

C’è tutta la carriera dei quattro mancuniani in questo brano: la capacità di tradurre, trasportare il proprio dna nella trascinante adesione temporale di generi che si palesano ma con rispetto, risparmiando il lato povero per generare una lava veloce, feroce, in un ritmo che incalza come le parole, un monito continuo che evidenzia come la presenza e l’assenza siano spesso lo stesso nemico… Ed è post-punk che viene disinfettato da un synth pop quasi mascherato, il gioco di Andy e di Mat di sbalzi emotivi consente a Joel di scacciare via tutto con ritmica precisione, mentre Adam governa il fiato e il tono con un registro di voce noto ma qui quasi romantico… 




4 - Burning

Ed è stupore: i secondi iniziali del brano ci riportano agli anni Settanta, con forza e rabbia melodica perfetta, per poi donarci trame ossessive, un testo che è una bambola di fuoco, un’altra ferita che squarcia la nostra sicurezza, rendendo la nostra mente soggetta a una obbedienza di ascolto perfetta. Canzone per spazi aperti, maestosa, fatta della stessa pasta di Bullet The Blue Sky degli U2: sapientemente in grado di riempire il cielo della nostra emotività…




5 - The Echo

La scintilla melodica, la celebrazione di un loop che spariglia le paure regalando emozioni e gioia, magistralmente incastrate nella tensione. Diventerà il momento ideale per rendere gli amanti della band un coro ridondante che finirà per salire sul palco. La chitarra ritmica è catrame, il basso il tuono che conforta, la tastiera un giocattolo elettronico che permea l'insieme perfettamente e il drumming un concerto di muscoli in agitazione sublime…



6 - Encouragement

Il cinema, i Tangerine Dream, l'attesa, lo sviluppo lento, il dominio della creatività, l’ombelico di tutto questo album trovano in questa canzone la guida alla comprensione del miracolo che stiamo ascoltando. Sbalzi, umori, un lato pop che cerca spazio, un lato nero che rimane come cicatrice, il basso di Andy che spazza via la paura e Joel che rende il suo strumento una chiave di violino con gli artigli, e si arriva al ritornello, lungo, ossessivamente dirompente e fascinoso…



7 - I Remember Everything

Il momento più solenne, tra luce e nuvole che si danno l’addio, in un’atmosfera che rilassa i muscoli ma non le emozioni, con una coralità che conduce alle lacrime, con un gioco di venti melodici davvero avvincenti sino a un solo di chitarra che innalza i nostri sguardi…



8 - Obligations

Mistero nei testi, continuità musicale, senza sbavature, per una canzone manifesto della loro movenza mentale, la grande voracità di creare potenza e luci, con un sapore melanconico che rende l’umore il giusto abbraccio per questo palcoscenico che pare essere la compressione dei loro ultimi due lavori. 




9 - Song For Someone

Tornano le lente atmosfere di Architecture, vicoli notturni come una birra bevuta in mezzo alle strade, il synth che riproduce l'angelica sonorità delle stelle e la voce di Adam come un sussurro pesante e incantevole…



10 - Ambition

La disperazione può divenire una ninnananna, un incantevole rifugio che rivela come la mente sia un buco infinito, non misurabile, e le parole di Adam sono la molla per una impalcatura musicale che diventa un mantello mentre tutto sembra un abbandono con un abbraccio che parte da The Art Of Lying per concludersi in questa ultima scintilla, rendendo emblematica l’evidente capacità di scrittura della band, che sistema la chiosa con un brano che riporta le cose lì dove erano iniziate: l’adorazione totale e devota per le loro immense qualità… 


 









venerdì 30 gennaio 2026

Recensione di Marco Sabatini: The Kinks - Muswell Hillbillies


 

The Kinks - Muswell Hillbillies


L'atmosfera doveva essere da Vaudeville, riflettere le radici cockney dei fratelli Davies, i microfoni usati in studio erano dei modelli di dieci anni prima. Per questo la genesi di "Muswell Hillbillies", nono album in studio dei Kinks è davvero particolare. 

John Goslings si è unito alla band appena prima dell'uscita del precedente "Lola versus Powerman", disco che rappresenta il ritorno nelle charts mondiali: i Kinks di "You really got me" non esistono più, hanno cambiato pelle e l'arrivo di John The Baptist alle tastiere darà una spinta decisiva alla fase2.

Parliamo di un disco che segna l'approdo alla RCA che li mise sotto contratto pensando di fare il botto di vendite, magari imponendoli come gli eredi naturali dei quattro baronetti di Liverpool.

In realtà nasce un qualcosa che pur ammiccando in maniera quasi parodistica al pubblico d'oltreoceano "My Heart lies in Old West Virginia" verso del brano omonimo che chiude l'album, non è pensato per la massa, tutt'altro.

In effetti non raggiunse il livello di vendite dell'album contenente Lola e Apemen, piuttosto è ricordato come l'ultima grande incisione dei Kinks.

Cosa troviamo dentro questo lavoro che prende il titolo dal quartiere, Muswell Hill, dove sono cresciuti Ray e Dave Davies?

Certamente sonorità più americane, country, persino lemongrass soprattutto nella facciata B del vinile.

I testi hanno spesso per protagonista la working class descritta e attinta dai ricordi di infanzia nel quartiere, senza prosopopea o inutile innalzamento dei toni.

Il disco si apre con trentacinque secondi di chitarra acustica molto country, per poi diventare totalmente altro, un inno contro la tecnologia, anche contro gli scrittori e i pittori del suo tempo, ridatemi Shakespeare, Tiziano e Gainsborough(!) e ci chiediamo se questa sia rivoluzione o piuttosto reazione: la mia risposta è che c'è molta ironia, prendere in giro tutto e tutti era la filosofia di vita di Ray.

Le tastiere di Gosling si presentano in maniera sontuosa, a livello sonoro siamo ancora molto British way.

Poi con la seconda traccia arrivano tromba, tuba, clarinetto e trombone, la nuova sezione di fiati, The Mike Cotton Sound; il testo riprende il filo del precedente, un Blues che conquista al primo ascolto.

"Holiday" mette subito in chiaro l'intento di percorrere una via poco agitata, fisarmonica e voce ricca di charme, fatevele bastare.

"Skin and bone" è un intermezzo più ritmato ma privo di personalità, e si arriva ad "Alcohol": qui il talento compositivo di Ray rifulge di luce propria, siamo ai confini del cabaret con tocchi Dixieland e un testo che racconta di una precipitosa caduta da una vita di successo alle squallide bettole di una preda del "demon alcohol".

La prima facciata del vinile si chiude con "Complicated Life" un rithm' n Blues sulla falsa riga di "Skin and bone".

Sferzata elettrica e tentazioni hard-rock con "Here come the people in grey" con sonorità che si fanno più americane; ma immediato arriva il bilanciamento british con "Have a cuppa tea", basterebbe il titolo a spiegare.

Sicuramente l'episodio più beatlesiano dell'album.

La breve e delicata "Oklahoma Usa" ci accompagna verso l'uscita con un buon sapore in bocca.

I due brani di chiusura sono quelli che più ricordano l'altra band a cui i Kinks degli anni sessanta furono accostati, gli Stones ovviamente; le influenze furono reciproche ma voglio essere chiaro: 

non penso si possa ritenere inferiore la band di Raymond Douglas Davis a quella di Mick Jagger e Keith Richards.


Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

30 Gennaio 2026

martedì 7 ottobre 2025

La mia Recensione + Intervista: Nightbus - Passenger


Debut Album of the year 2025
Mancunian Album of the year 2025

Nightbus - Passenger


Un agglomerato famoso che vive apparentemente di rendita, visto il suo clamoroso apporto nel passato e la gloria conseguita, continua a essere una fabbrica umana di talento e qualità, che fatica purtroppo a emergere per mille fattori, uno dei quali è sicuramente una stampa musicale poco avvezza a considerare quanta nuova qualità alberghi sotto il cielo mancuniano.

Assistiamo quindi a uno spreco costante di studi, sguardi, approfondimenti che potrebbero darci la misura della verità.

Giunge una band a raccogliere il tutto, facendoci viaggiare di notte, scacciando i sogni, decidendo, piuttosto, di farci urlare con cupezza, di trascinarci nella realtà e di farci maturare, avvolgendoci in atmosfere amniotiche gravide di elettronica, ventagli dub, sottili avamposti trip hop, impulsi dream pop, arpeggi elettrici che fanno l’occhiolino al post-Punk senza farsi notare troppo, agganciando i generi musicali tra di loro per consegnarci un album di debutto che ci fa porre delle domande e ci impedisce di cercare la fuga nei diversivi, di non donarci completamente a ogni forma di dipendenza.

Registrato a Leeds con Alex Greeves alla produzione, questo lavoro è una strategica propensione a separare la routine di canzoni a rapido assorbimento ma prive di contenuto da queste dodici composizioni, che sono una liquida via crucis, tra passi felpati, quelli danzanti e torce per illuminare l’anima ma non la strada…

Olive Rees (voce e chitarra), Jake Cottier (chitarra ed elettronica) e Ben McFall (basso) sono incastri e rabdomanti sonori, indagatori e scienziati, illustratori di tavole antiche nel fragore odierno, angeli dalla voce sottile e tuttavia in grado di creare ragnatele veraci per catturare l’ascoltatore tramite flash ipnotici.

Diversi i punti di contatto con gli anni Novanta, le successive strategie di una forma canzone evoluta, ma la band di Manchester gioca sulle atmosfere, sulle rarefazioni, su lenti cambi ritmo, conferendo alla strumentazione e alla voce il compito di essere amalgama, alga, vento, ossigeno in caduta sull’asfalto, di convertire le dance floor in un luogo mistico dove la riflessione è desiderata e necessaria.

Un album maturo, sorprendente, scioccante, fresco, capace di catturare l’energia giovanile e depositarla innanzi a una popolazione adulta che si troverà a dover fare i conti con una scioccante sequenza di gioielli nutrienti.

I testi sono un vocabolario che cerca di comparire nella logica, nell’ardita ricerca, usando immagini e racconti come una movimentata lezione di narrativa inglese, colpendo, attrezzando l’attenzione di antenne nuove, accordate a una forza davvero notevole. I sentimenti diventano racconti, fermate del bus, un abbraccio, una coperta umida di nudità mentali che inducono all’abbraccio…

Si tocca la sensazione del calore dell’equatore, così come il gelo dell’Antartide, come se il bus, impazzito, volenteroso, capace, non prevedesse soste e nemmeno l’intenzione della resa. È la vita intera che sale, con le sue storie, spostandosi, e i tre ragazzi pilotano l’esperienza di un volo senza ali, dentro l’epicentro della notte nella quale al giorno non è permesso presentarsi…

Certificando la fine di un passato, il trio accende fuochi pieni di brina, brillantina, con geiser umorali che tendono al grigio e al blu, in una combinazione seducente e armoniosa…

Le canzoni sono piene di mistero, di fragori mutilati e di scie attitudinali verso un pop che preservi il tutto, per fare del tempo dell’ascolto un bisogno assoluto di immersione e ripetizione, divenendo una tossicità benevola e necessaria, non imputabile di colpa.

Con la conferma, dopo i due straordinari singoli Angles Mortz e Ascension, che quella a cui assistiamo è una danza tribale elettrificata e resa ampia per allargare il bacino dei riferimenti, per permettere ai brani di trasformarsi in luoghi, templi nei quali la preghiera viene sostituita da un brindisi e da perplessità: seppur giovani, i Nightbus già sono consapevoli della complicanza dell’esistenza e, così facendo, in questo lavoro disegnano la saggezza, gli impeti che cercano un caos più utile, e ci guidano attraverso un’odissea moderna in cui essere dei passeggeri è uno splendido privilegio…


Song by Song


1 - Somewhere, Nowhere

Un’accogliente penombra strumentale fa salire i passeggeri: danza ipnotica, accenni di chitarra, un groove assassino ma morbido apre il cielo notturno e l’influenza elettronica degli anni Novanta ci lascia la sensazione di una partenza pregna di dolcezza e malinconia. Ammaliante…



2 - Angles Mortz 

Uno dei due singoli che hanno anticipato questo debutto a lunga gittata è già un manifesto, un passaporto emotivo e razionale, con la voce di Olive che è un ventaglio che ingloba raucedine e piume dense di lacrime. L’approccio dream pop fa da apripista a una danza che vive del loop di una chitarra molto Sarah Records e il basso di Ben che circonda il tutto come un incedere rispettoso ma che accelera il viaggio del bus. Ed è delirio segreto…



3 - False Prophet

Tra accenni neofolk, il boato sottile dell’hip hop e le eleganti contorsioni dei Black Box Recorder e dei Saint Etienne, il pezzo raccoglie ondate elettriche ed elettroniche con il registro vocale di Olive che va a posizionarsi sotto le nuvole, mentre i fasci sonori sono i frammenti di una giungla in cerca di consacrazione. Ipnotica…



4 - Fluoride Stare

Rarefazione, climax cinematografico, asfissia e libertà: un boato può essere limato da tessiture segrete e muoversi in scioltezza come fa questo brano, nuovo binario conturbante, nuova tossina colma di stop and go, di fluorescenza e di nebbia in mezzo alla pioggia. E il viaggio prosegue scivoloso e sinuoso…



5 - The Void

La voce di Olive diventa un tempio accogliente, con cantanti  antiche e diverse tra di loro che hanno segnato gli ultimi quattro decenni. Misurata, potente, suggestiva, la chitarra una sferzata controllata, mentre il canto oscilla tra guitti gutturali e tenere espressioni, con l’involucro sonoro che pare in attesa di un cambio di scenario. Riflessiva, astuta, elegante sino all’ultima goccia…



6 - Ascension

L’altro singolo conferma la loro intenzione primordiale: un effluvio elettrico che si fa energetico, quasi sognante, con le parole che sono  invece un riflesso della realtà, in una mescolanza sensuale e beat elettronici perfettamente incastonati tra la chitarra e il basso…



7 - Just a Kid

 I Massive Attack salgono a Manchester, aspettano che i tre ragazzi inseriscano i loro innesti, e lo fanno con una chitarra quasi gotica, mentre un crooning maschile attende l’incantevole forma espressiva della modalità di canto di Olive che, sapientemente, non arriva… 



8 - Host

Il momento di gloria che benedice l’intero lavoro: Host è un laboratorio cosciente, una sperimentazione, una montagna russa dentro il fragore e l’attesa, con un ghigno diabolico e sofferente, una scia di petali, un arpeggio di chitarra antico che si trova circondato da un'incantevole muraglia di suoni lentamente epilettici, sino a quando Olive si dimostra una interprete vocale eccelsa, giocando con l’umore dell’ugola, i registri vocali, e la canzone diventa una zona pericolosa in cui il Bus rischia di smarrirsi data la tensione. Clamorosa e magistrale…



9 - Landslide

Tra alternative, indie rock e dream pop, il brano è una cupola celeste, che fa scendere scintille e impulsi, un bagliore che corre con il basso e il synth che si sorridono e la voce a incantare le finestre del bus…



10 - Renaissance

Un senso armonico di completezza induce il laboratorio dei tre a scrivere una favola in attesa, dentro scivolate di suoni e vocalizzi minimalisti, come un grembo che partorisce una vita nuova nel buio, e la presenza dei Morcheeba e di Tricky a benedire il tutto…



11 - 7am

Ecco affacciarsi l’anima torbida dei Nightbus, nei primi secondi del brano,  come una danza sensuale perfida, tra gittate di chitarre e un riverbero abbottonato, mentre il crooning di Olive crea un monologo avvincente, in attesa del rombo concavo di una chitarra grattuggiata…



12 - Blue In Grey

Il viaggio non finisce con l’ultima tappa: vince la sensazione che viaggeremo ancora con tutto ciò che abbiamo vissuto sino a questa dodicesima traccia.

Tutto si conclude con il clima che pare un “ci vediamo domani”: la band finisce, sfinisce il nostro boato muto dato dall’ennesimo stupore. L’insieme è un gioco di riferimenti, di costruzioni in cui la forma canzone viene accerchiata e si gode dei minuscoli cambiamenti, di cambi ritmo e della assoluta convinzione che certe canzoni sembrano cappotti validi per tutte le stagioni…



Intervista con la band:




1. Ciao Andy e Olive, vi ringrazio per la vostra disponibilità e ti porgo i miei più sentiti complimenti per il vostro straordinario album di debutto. Vorrei chiedervi quali siano, se presenti, gli elementi di cui siete particolarmente soddisfatti e quali, al contrario, necessitino di ulteriori sviluppi.


Jake -

Il risultato principale è stato riuscire a far sì che tante canzoni così diverse tra loro sembrassero

parte di un unico insieme. Direi che gran parte del merito va ad Alex Greaves, il nostro

produttore. È in sintonia con il progetto proprio come noi e credo che il suo stile piuttosto particolare

abbia contribuito a dare coerenza all'album. Non credo che ci siano stati sviluppi significativi per questo

album, è unico nel suo genere perché contiene brani scritti il primo giorno e altri scritti

tre anni dopo. L'album stesso è la colonna sonora dello sviluppo dei Nightbus, di noi come

individui e della nostra pratica creativa. Abbiamo cercato di stare al passo con l'industria

negli ultimi tre anni e credo che ora ci siamo finalmente riusciti.



2. In un’analisi approfondita di quest’opera, le canzoni appaiono connesse tra loro al di là dei generi musicali proposti, suggerendo un’atmosfera corale avvincente. Si tratta di una scelta deliberata? In caso affermativo, quali sono state le eventuali difficoltà incontrate nella sua realizzazione?

Sì, certo, voglio dire, già nelle fasi di pre-produzione abbiamo discusso della possibilità che fosse

un lavoro senza soluzione di continuità, quindi ci aspettavamo che tutte le canzoni fossero dello stesso genere. Abbiamo

parlato dei colori e dei luoghi rappresentati dalle canzoni, se fosse stata una scena di un film

e come sarebbe stata quella scena. Visivamente abbiamo creato un intero universo alternativo, poi abbiamo

iniziato a registrare, ed è per questo che penso che il risultato sia così ben riuscito.



3. Le canzoni presentano una miscela di gioia, perplessità, un dolore maturo che non si manifesta con eccessiva enfasi, e un’attitudine a cogliere la vita negli spazi spesso trascurati dalla mente umana.  Quanto, nella stesura dei testi da parte di Olive, è stato determinante un approccio spontaneo e intuitivo, e quanto, invece, una ricerca mirata e specifica?


Penso che il termine “concept album” sia una descrizione approssimativa per questo lavoro. Abbiamo fatto un po' il contrario.

Non abbiamo mai voluto che le canzoni fossero collegate a ciò che hanno fatto, ma scriviamo in modo molto sincero e parliamo sempre di esperienze vissute o di cose sepolte inconsciamente.

Olive:

"Mi piace creare personaggi e storie per esagerare i significati. In definitiva, non possono

essere così profondi se non ci identifichiamo con loro. Immagino che la ricerca specifica siamo noi stessi.

Siamo abbastanza emotivamente intelligenti, quindi basta guardarsi dentro per rendersi conto che ci sono

probabilmente migliaia di altre persone che provano le stesse cose".



4. L’aspetto musicale dell’album evidenzia un’impressionante varietà di generi e periodi storici, accompagnata da una produzione impeccabile. Esistono generi musicali che intendete esplorare nelle prossime composizioni?


Olive:

"Ho scritto alcune canzoni che sono un po' più vicine alla scena rave, ho qualcosa di solido

indie pop e persino western emo. Qualcuna di queste finirà nel prossimo album? Non ne sono sicuro, non sto

scrivendo per uno scopo specifico. Penso che per me funzioni meglio così, perché non ci penso troppo, dato che

la mia mentalità è che nessuno le ascolterà"

. Il prossimo album sarà senza dubbio un altro

accumulo di cose che ci sono piaciute. Sarà un mix di generi con un tocco Nightbus.

Non sappiamo ancora come suonerà, ma sta venendo fuori piuttosto bene.



5. La struttura a trio semplifica il processo creativo? L’apporto di ciascun membro del gruppo risulta più evidente? In che misura le idee subiscono una trasformazione nel momento in cui vengono condivise?

Olive:

"Assolutamente, tendo a concentrarmi principalmente sui testi e sulle melodie principali, che si tratti di una

melodia vocale evidente o di un riff di chitarra. Jake è più concentrato sulla produzione e ha una migliore

comprensione della teoria, motivo per cui non potrei mai scrivere le sue parti di chitarra.

È un musicista completo e costituisce una solida base. Penso che i miei limiti siano i punti di forza di Jake

e viceversa, ed è questo che rende il duo così speciale”.

Non competiamo per le parti, ci

limitiamo a colmare le lacune l'uno dell'altro e quando qualcosa è fantastico ci rispettiamo a vicenda

dal punto di vista creativo abbastanza da alzare le mani e dire: "Sai, non ho bisogno di aggiungere nulla,

hai fatto un ottimo lavoro".



6. Infine, vorrei chiederti quanto sia importante per voi l’esecuzione dal vivo di quest’opera. E chiederti inoltre se esistono ostacoli che potrebbero ostacolare tale realizzazione. Spero di no e intanto: ci vediamo qui a Manchester per la vostra data!

L'elemento live è estremamente importante. Abbiamo trascorso tre anni utilizzando deck e tracce perché volevamo che la musica fosse adatta agli ambienti dei club e dei locali notturni a cui era destinata.

È sempre stato un vantaggio e uno svantaggio, poiché è un mezzo facile da usare, ma il trattamento della traccia è diventato sempre più difficile nelle impostazioni audio dal vivo, dato che i locali variavano molto. Eravamo letteralmente in balia del locale e a volte i concerti non andavano come avrebbero dovuto. Abbiamo sentito che la naturale evoluzione di questa campagna discografica era quella di prendere un batterista, non è un suggerimento strano dato che in questo album usiamo comunque molto trip hop e breakbeat. Sentiamo che ha dato nuova vita e coerenza alle esibizioni dal vivo e siamo

entusiasti di andare in tour! Spero solo che dal punto di vista sonoro il risultato sia tale da continuare a piacere al pubblico.

L'idea di prendere un batterista è sempre stata oggetto di dibattito tra i fan, quindi spero che quelli che l'hanno voluta siano contenti, haha.


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

8-10-2025


https://nightbusuk.bandcamp.com/album/passenger


https://open.spotify.com/album/52f6pfRHOcB3Mo5g2VKPqb?si=0ezCQZ5zS7iTZ2qTFsCTLQ


https://music.apple.com/gb/album/passenger/1822759245






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