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martedì 21 aprile 2026

La mia Recensione: Grant Swarbrooke - Kaleidoscope Bad Wisdom


 Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

21 Aprile 2026

Album of the year 2026!


Grant Swarbrooke - Kaleidoscope Bad Wisdom


Un inverno ovattato è la panacea di ogni illusione, un transito fisico in cerca di un luogo senza disturbi, un pigiama che ricopre fatiche e languori. Nella musica questa stagione non viene compresa del tutto, è spesso scartata, di certo poco amata in quanto le si conferisce una negatività del tutto ingiustificata e scorretta. Scorrono più verità nascoste in quei mesi che nel resto dell’anno, l’apparenza perde il suo fascino e vince il bisogno di uno spazio interiore con l’intenzione di privarsi dei giochi brevi, si scopre l’esigenza della verità.

E la lente d’ingrandimento diventa l’unico utensile per sistemare quello che deve pilotare l’anima verso ciò che verrà dopo.

Nel debutto a lunga distanza di questo artista tutto è vitamina, proteina, riflessione, accenni, con la scia perenne di una malinconia vigorosa, un letargo solo apparente perché in realtà Grant Swarbrooke utilizza le energie per disegnare confini, per inglobare le sensazioni, gli umori, creando mulinelli e scie di pensieri sempre adiacenti a un minimalismo essenziale e verace.

I profumi non si esibiscono nel cielo ma sotto la neve, le coperte, le intuizioni di una magia che l’artista residente a Bath configura come una riserva personale, un mazzo di segreti che trovano l’intelligenza del pudore, l’assenza del megafono preferendo processi creativi come un foulard privo di ego. Queste composizioni sono un racconto, non un riflesso o una serie di fotografie, bensì una storia che mostra solo l’ombra di una serie di volti, il crepuscolo dei sogni, il calore di contatti nascosti dalle miscele di uno spirito acustico in grado di appoggiarsi a una elettricità che non necessita di migliaia di watt per generare l’impressione che queste note musicali siano le vibrazioni di un terremoto nel centro dell’oceano…


Doveva essere un Ep, è divenuto un album, ma non è questa la notizia o il motivo di una gioia voluminosa: la realtà consta di una qualità immensa nella ponderazione, nella struttura degli undici episodi, di un linguaggio continuativo che ha le sue peculiarità e i suoi nascondigli, tentacoli e reti in costante parata, una timidezza che conforta e insegna. Grant ha una stanza piena di semi, intuizioni, ma mai la necessità di trasferire il contenuto all’esterno. Nasce qui la magia di un mistero che non può essere svelato, malgrado centinaia di ascolti. Le parole cantate sono compagne di viaggio, mai presuntuose, mai sotto i fari, scegliendo di essere suoni di accompagnamento invece che diventare forme di coscienza in cerca di approdo.

E l’inverno di cui prima è simboleggiato dall’eco incessante di sollecitazioni che affrontano il cielo aperto e quello della mente, in una relazione che non è mai conflittuale: esiste la tensione data dalla solitudine, dal vuoto, dal tempo che passa e da relazioni che lasciano cicatrici e tatuaggi, da una propensione alla lentezza che qui sublima la riflessione, facendo così ingrassare il fienile di una persona che mostra fertilità, verginità, e una forte propensione nello scaldare le paure e dar loro da bere un vino in ogni suo frammento di vita…

Un disco di composizioni classiche travestito solo in parte da una modernità che esalta un antico ardore, la predisposizione a essere attento al tempo, all’evoluzione, al rispetto, contemplando il suono attuale solo come un’esigenza che passa in secondo piano: l’insieme delle composizioni è una lunga operazione, uno scandagliare antiche forme nelle quali le esplosioni, i tecnicismi attuali sono banditi per favorire un ritorno a un ascolto che deve conoscere pazienza, perché l’obiettivo qui non è piacere all’ascoltatore, bensì divulgare messaggi sempre criptati, che siano i suoni o le parole. Il buon gusto permette di vedere la musica e non di sentirla: un racconto che diventa cortometraggio, una bottiglia che incredibilmente con il passare dei minuti si riempie di nettare per inebriare, per essere il motore di percezioni che si appiccicano alla curiosità per nutrirla. Il rock qui viene circondato, limitato, reso visibile per pochi istanti, preferendo mostrare una radice folk che si fa accompagnare da lunghe gittate ambient, con l’abilità di nascondere i riferimenti, al fine di procurare stordimento e stupore per via di una predisposizione continua verso ciò che può produrre un innamoramento veloce. Lui sceglie la poesia dell’attesa, dello spiare i segreti del pentagramma, per far emergere le oblique nature di petali sonori che cercano il terreno della fragilità per preservare purezza e identità…


Gli strumenti non rivelano solamente le proprie caratteristiche e qualità ma diventano raggi solari nascosti sotto quelli lunari, per attrezzare polivalenze e il progetto di una crescita espressiva che tenga conto della dinamicità e integrazione, per sviluppare un perimetro intoccabile: nessun ascolto potrà ledere loro, non vedrete mai troppo la luce e questa diventa una verità assoluta, che magnetizza ogni presunto potere dell’ascolto. In apparenza diviso equamente in due parti, l’album invece ha nella sua continuità esplorativa la capacità di immergerci nel pianeta disabitato della profonda attenzione. I brani sono modalità che utilizzano i generi musicali e i suoni come avamposto e non come espressione definitiva, come se fossero l’inizio di canzoni che verranno in futuro. Proprio per questo motivo suonano come un alveare reso lento e quasi muto, un miele che stagionerà in una dimensione futura, consentendo l'audacia dell’accenno e non del fragore. L’artista sceglie la forma di un imbuto, di una caduta con i freni, pezzi che suonano come se fossero concepiti nel cuore di una lumaca, proteggendo l’indirizzo della nascita e il percorso fatto. Canzoni scritte con la china e una penna dell’Ottocento, sulla carta di una serie di umori perfettamente oliati e condensati.


La sua voce non cerca parole e tantomeno immagini forti: i miracoli non hanno bisogno di pretese e abbondanza, bastano di per sé per essere votati all’unicità. Che dona con un contagocce, come un petrolio azzurro che bacia la tristezza, una tosse senza sussulti e tuttavia in grado di essere energica, contemplativa, riservata e ribelle, senza strategie tecniche. La utilizza come uno strumento da mettere in fondo all’orchestra, ma la diamantina costituzione vola, scappa da ogni difesa e illumina gli ampi spazi connettivi di una volta celeste che la cerca e la ottiene… 

Il suo accento, vistoso e clamoroso, unito alla scelta di parole brevi però mai veloci ci fanno intendere il tremore, la paura, l’imbarazzo, un ruolo che forse non vorrebbe avere. Il suo cantato è una candela dentro una stanza attrezzata per l’intimità, e lui segue questo progetto e ne diviene un compagno fedele. Sono brividi continui, lacerazioni, spaventi, e il disagio di una bellezza senza descrizioni possibili rende tutto maledettamente perfetto. E questa è un eco anche quando è diretta, priva di effetti, capace di ridondanze equilibrate, perché non frequenta l'indecenza di una presenza costante: quando si palesa è un assolo emotivo senza redini alcune…


Un album che coglie il significato della natura, l'accoglie e la distribuisce attraverso il cantato delle onde, i frammenti sonori dei raggi, la corsa lenta della nebbia, il bisogno di caduta della pioggia, contemplando il cielo, generando la necessità di isolamento, di una piacevolezza che possa contrastare, educatamente, la caducità della condizione umana. Si spiega così la sensazione di immersione, di un tepore mentale dato dalla sicura protezione di quella parte che l’uomo ha distrutto. Grant si affida invece a quei segreti, miracoli, come un esploratore convinto, con canzoni che traducono ed espletano il suo bisogno di interagire con ciò che sta lontano dallo sguardo. Composizioni come apparati nutritivi, di cui il beneficio primario è il rispetto dei ruoli. E allora assistiamo alla stagionatura degli eventi, utilizzando l’arte come una palestra piena di attrezzi per allenare la mente, per fare del corpo un’antenna e non un portavoce…

Una scrittura intensa, mai associabile alla banalità, con bagliori di speranza che si avvicinano alla metodologia del country senza esserlo pienamente, dando al folk camuffato da brillanti elettronici il compito di inserimenti sonori continui, una sperimentazione che produce frutti concreti, con campionamenti e riverberi a rendere il suono una fonte di riflessioni, che sa utilizzare diverse culture, sia nella storia che nella geografia, per vivere una sbornia nella quale il caos è un artifizio sublime, pulito e ordinato, generando un ossimoro che conquista e sconcerta. Il fatto che le tracce diano la profonda certezza di un musicista che non ha a disposizione tutti i mezzi necessari per una profondità tecnica rendono il tutto incredibile, compiuto, ossigenando la povertà di un senso e di una validità inconfutabile, creando con alcune incertezze sonore il perfetto palcoscenico dove mostrare che la qualità non ha a che fare con gli strumenti a disposizione. La cantilena è la celebrazione della melodia, il suo faro, e Grant la usa come stato di necessità, come faro nella notte, cosi come faceva il buon Leonard Cohen. L’artista inglese preferisce però una creazione che sembra un addio continuo, un non voler stare nei dogmi, nelle sterili affermazioni di cliché convenzionali: le sue vene fertili debbono continuamente illuminare solo una sezione di ogni possibilità per trovare pace.

Il blues e il soul sono piramidi senza un lato, volutamente, tenute sotto la sabbia di pennellate schizofreniche al rallentatore, per tutelare la loro esistenza, in una tribale danza che utilizza l’elettronica per una sensazione di modernità che camuffa ciò che invece risiede nella molteplicità delle arti conosciute, in ascolti musicali che non sono qui un background bensì una compagnia da tenere sotto braccio. Non offre punti di riferimento l’autore, non cerca consensi ad ampio spettro: preferisce evocare senza dare coordinate e, così facendo, giunge un concept sonoro che scansa gli equivoci. Deserti maliani, canyon e venti sono i principi di attivazione di una fantasia che vuole renderli fisici, toccabili, con gli uccelli a pilotare questo nomadismo che Grant vive per primo, dando alla fantasia l’inchiostro e il brivido di una esperienza extrasensoriale. Il lutto qui si fa risorsa, i piaceri (come calici di vino) diventano una divagazione non percorsa, confermando quello che con i suoi singoli avevamo già intuito: dare al grigiore e al nero la possibilità di osservare gli arcobaleni… 

Con le sue creazioni Grant riesce a sviluppare il valore della detumescenza, come atto consolatorio, come un infermiere dell’anima pronto a ridurre i confini della sofferenza, per distribuire nuovi sogni e positività. Certo, per farlo non agisce come un burlone bensì come un attento operatore sociale che fa della discrezione il primo compito. Ci ritroviamo, in questo modo, a nutrirci della sua intenzione. Non si cantano le sue canzoni, le si assorbono come un unguento per ripartire carichi di energia. Tutto è occiduo, come un lascito di sé che possa creare un futuro.


Kaleidoscope Bad Wisdom non ha avuto incubazioni: qualche canzone più datata, altre recenti, per un archivio mentale che ha elaborato tutte loro per avere una massa di gocce plumbee, levigando il tutto per dare ai generi musicali compattati il ruolo di un giaciglio. Un ottimo esempio della capacità di Swarbrooke di fondere la strumentazione acustica (generosa e sottile) con una gamma di visioni e strumentazioni elettroniche per combinarli all’approccio con il suo dono lirico, che fanno degli argomenti un pretesto di connessione davvero originale. Il risultato è una fine rete di baci eterei, di zone sempre diradate, di una fantasia degna della Nouvelle Vague, di un impegno dialettico a rendere le sillabe note aggiuntive. L’introspezione induce a un valido accordo: proteggere le sue creature in modo da generare un innamoramento definitivo. 

Cerca l’atmosfera, come fosse un angelo che adoperando il low-fi decidesse di abbandonarlo velocemente, come uno stato d’animo e non una narrazione lineare, che esiste ma va trovata… L'uso sapiente delle chitarre, ad esempio, dimostra che non ha alcun bisogno di farne uno strumento dominante rispetto agli altri. Il suo modo di suonare non richiede artifici eccessivi; le note giungono come echi di montagna che si tuffano nel mare. Il riverbero e il delay sono essenze piuttosto che semplici effetti, creando un mantra ipnotico, e il suo modo di comporre ricorda davvero un dipinto paesaggistico, mettendo in risalto ogni singolo atomo. La chitarra a sei corde è il primo pezzo su una scacchiera medievale fusa nella musica classica, a salvaguardia del bisogno di modernità che è particolarmente evidente nel ritmo e nella conferma delle note come infaticabili cornici.


Grant cattura il registro emotivo di quest’epoca in cui tutto è messo in un gelido archivio e che scivola via: i brani riescono a mostrarlo e a trattenerlo. Sembra inoltre lavorare molto in modo intuitivo, con una motivazione derivata dalla purezza del suo potenziale espressivo, con l'arma buona dell’espansione dei generi, in cui tutto è libero di essere volo, ferita, incanto e il suo opposto. Un album che vive di tensioni, che non vuole risolvere nulla, ma sapientemente capace di mettere in discussione l’esistenza e di dirigerla verso loop mentali che siano in grado di interrogarsi sul da farsi.

Non ci resta che camminare sulla spiaggia, guardare queste note come angeli dal volto nascosto e nutrirsi di questa unica bellezza continua…



Song by Song


1 - Like a Comet

Questo paradiso nebuloso comincia da un mio messaggio vocale, l’inizio di un’amicizia in cui mostrare occupazioni e preoccupazioni e che aiuta a far sentire la vicinanza. Il compositore crea una tensione miracolosa, come se il film Uccelli di Hitchcock fosse il testimone di tutto questo, con la chitarra che flirta con una dimensione ambient e proto noise. Coglie l’interezza del mio pensiero scorticando il tutto per diradarlo in un cielo pieno di gocce in attesa…




2 - Kaleidoscope Bad Wisdom

Il disincanto del lascito di una relazione è il nucleo narrativo, potente e minimalista, su cui l’autore crea danze interrotte, artifizi continui in cui la chitarra inventa una serie di loop sapientemente frammezzati, con un suono che conosce la lacerazione mentre il suo cantato è un sorriso dolente, capace di far vedere il dolore e di nutrire il suo valore. In questa nebulosa si mostrano i volti di un rock alternative teso ma mai esplosivo, come se da una stella di natura dream pop fosse nato un armistizio…



3 - Liminal Fall

Ecco giungere il mare, imbarcazioni in lontananza, tutto pare piatto in attesa, come l’introduzione sorniona ma già drammatica, per poi constatare che il giro melodico del canto è una sberla, un livido che arriva senza compromessi.

Il ritmo sale ma timido, sino a quando la batteria scuote, esattamente come la voce e le parole, per farci inoltrare in un’ennesima caduta.

Infatti la batteria si ferma e rimane un lamento.

Il basso di Martin Murphy guida l’insieme verso la perfezione.

E poi via di nuovo, per sentire una chitarra salutare il dream pop e il caos, perfettamente equilibrato nei suoni e nella produzione, si impossessa delle lacrime che diventano un cerchio infinito…

Sembra davvero che questo pezzo sia il battesimo di un’età artistica che conosce il passaporto e possa andare, liberamente, nel futuro…




4 - Beneath a Wave

L’elogio della solitudine passa attraverso accenni di mulini a vento che conducono le note verso il vuoto, con un ritmo crescente, la chitarra semiacustica che ci fa scuotere e quella elettrica che crea tensione con il suo tintinnio, facendo divenire il tutto un’insolita ninnananna per la mente e non per il corpo. Piccoli fragori shoegaze fanno capolino ma sono nervi in cerca di pace, con Martin Murphy (qui al basso e alla batteria), che riesce a far collimare la distanza tra l’intenzione di Grant di rinchiudersi e una necessità comunicativa evidente. Struggente…


5 - Cannonball

Siamo nel mondo delicato di una violenza esplosiva, da parte di un interlocutore muto, che non ha nessuna possibilità di dialogo con il protagonista, qui testimone di una tensione evidente e di una impossibilità di dialogo. Vicino alla maestosa abilità di Joseph Arthur di essere un’onda che raccoglie frammenti esistenziali, Grant adopera stratificazioni sonore, multiple, in una cantilena radiosa con parecchi scenari, un viaggio musicale tra epoche diverse, per ossigenare il ritmo e la melodia in modo costante…



6 - Ancient Rain

La staticità del tempo è descritta in poche precise parole, con il suo peso, l’ancora, l’assenza del cambiamento dell’unico elemento importante nella nostra esistenza. Musicalmente, si apre la parte apparentemente acustica, quella che mostra maggiormente un filo adorante e continuo con la musica classica, certificata anche da un pianoforte che disegna trame antiche, sostenute da una chitarra semiacustica efficace e il suono elettrico che compare e scompare, donando, nella brevità della composizione, la certificazione dello spreco delle nostre vite. Come se fosse un intermezzo, mentre in realtà è un pugno ben assestato…


7 - Name on a Wall

L’amore vero è presenza costante, aiuto, e questo testo lo dimostra chiaramente. Un piano su un’altalena ci fa sprofondare in uno stato drammatico ma sensuale, con dolcezza e impegno coniugati perfettamente, in uno scenario che parte dalla musica classica per arrivare ad approdare nelle zone predilette di Antony Hegarty (Anohni), in cui la voce può essere accennata e tenuta sospesa, lontana, come nel primo verso, in cui si fatica a sentire le parole, generando curiosità e un dolore utile…

Ed è ancora il mare a raccogliere questa semi-ballad, con il fruscio e l’eco lontano degli uccelli. Un brano sognante che ha l’abilita di far tremare… 



8 - Circles

Una ballata acustica in cui il matrimonio con i cubetti roventi della voce di Grant vestita di amarezza viene perlustrata da moti sonori in ascesa, quasi impercettibili, con la chitarra che prende in affitto la dolcezza di Vini Reilly e la tensione di Tom McRae, in un crocevia in cui i violini sintetici ci portano nello stesso cielo dell’artista di Bath, pieno di raggi nervosi. Il finale presenta un arpeggio toccante come degna definizione di un attimo divenuto atomo perenne…


9 - Here I am

In un uno dei testi più ermetici, approfondiamo maggiormente gli scambi tra gli strumenti, le zone esplorative della semplicità, qui con le sembianze di una favola composta da note in grado di elevare la poeticità di ogni frammento. Alla fine si rivela un brano punk, senza distorsioni, insulti o rumori grezzi. Quella che lo rende tale è l’impossibilità di abbracciarlo, di fargli compagnia, perché nella sua dolcezza evidente (data dalla promessa di una vicinanza) si ha la sensazione di una sfida, lenta, dolorosa e quindi splendida… La parte elettrica e acustica qui si annusano, non entrano davvero in contatto ma mostrano le loro fattezze, con parsimonia ed eleganza…



10 - Days Undone

Morte e sogni, in una convivenza difficile e tesa, sono i termini iniziali di una melodia che culla e ci attrezza all’attesa, allo sviluppo, nel brano più drammatico dell’album. Un crescendo emotivo, ritmico, in cui non sono i watt a vincere bensì le trame neo romantiche, con segnali di musica classica incorporati in un viale dove i suoni sono istinti catturati ed educati al buon gusto, un miracolo che fa sanguinare il cuore…



11 - My Chlorine La

Chiude il lotto di queste magnifiche espressioni artistiche una canzone recente di Grant, con il suo inizio accennato, circondato da una chitarra semiacustica accompagnata da echi vocali, in un inno alla giovinezza che stordisce e fa riflettere. Sono raggi timidi, che tengono sospeso il fiato, come una chiusura che ci rende fertili, nel suo gioco  volto a liberare il tempo da ogni tensione…



In uscita il Primo maggio 2026

martedì 14 aprile 2026

Recensione di Marco Sabatini: The Chameleons - Why Call It Anything


 Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

14 Aprile 2026


The Chameleons - Why Call It Anything


Non sono pochi i fans che i Chameleons hanno in Italia, nutro però seri dubbi che conoscano a fondo un disco uscito nel 2001, intitolato "Why Call It Anything".

Eppure è un tassello importante nella disordinata carriera della band di Middleton, Greater Manchester. 

L'album con cui hanno tentato il rilancio dopo lo splendido esordio di "Script of the Bridge" e gli altri lavori di metà anni ottanta.

 Con loro si parla sempre di sottovalutazione, in realtà dalle prime apparizioni al Cargo Studio di Rochdale, passando per le corpose sessioni da John Peel alla BBC, fino ai tre album ufficiali prima della separazione le attenzioni non sono mancate; semmai la frenetica attività dal vivo, tour dal numero spesso esagerato di date, hanno tolto  lucidità al progetto. 

Vediamo cosa l'intrepido Mark Burgess è riuscito a mettere insieme in questo lavoro di inizio secolo.

Innanzitutto ci sono tutti i protagonisti del disco d'esordio del 1983, e non è poco.

In aggiunta troviamo il percussionista e vocalist Kwasi Asante, presenza spiazzante ma in fondo positiva nella traccia "Miracles and Wonders" che chiude praticamente l'album seguita soltanto da un brano strumentale  a mio avviso trascurabile come "Are you still there". 

L'incipit è affidato a "Shades" pezzo che vorrebbe richiamare i fasti post punk di "Don't Fall", in avvio di "Script of the Bridge", mancando totalmente il bersaglio; penso si possa convenire nel definirlo il singolo più brutto della band in assoluto. 

Ma arriva subito "Anyone Alive" a sistemare le cose. Un Dream Pop che trova nei fraseggi di chitarra di Reg Smithies e Dave Fielding la giusta forma e scaccia i brutti pensieri, non è solo un'operazione commerciale, c'è della sostanza. 

"Indiana" certo non mantiene lo stesso livello ma il successivo "Lufthansa" se gli  perdoniamo il tono a bit too much melancholic è apprezzabile con un John Lever in grado di proporre soluzioni ritmiche che mettono in buona predisposizione l'ascoltatore. 

Il quartetto di canzoni a seguire presenta nell'ordine un tocco di psichedelia che non guasta in "Truth isn't Truth Anymore", l'accattivante ritornello di "All Around" dove con i riferimenti si scava ancora più nel passato  (ricordate The Kinks?).

Di "Dangerous Land" è rimarchevole l'atmosfera iniziale che ci porta un po' in un Messico sabbioso e desertico per poi diventare uno degli episodi più elettrici (grande sapienza di John Lever alla batteria), buon preludio a quello che

non esito a definire il punto più alto di questo album "Music in the Womb": pezzo decisamente ben fatto, l'inizio potrebbe far pensare ai Death in June di "All Pigs Must Die", uscito negli stessi giorni, quindi siamo prossimi al neo-folk, ci troviamo al culmine di questa svolta acustica della band che avrà seguito l'anno successivo con luscita di "This Never Ending Now" dove trovano spazio versioni unplugged dei loro vecchi successi.

Poi la band proseguirà l'attività live con vorticosi cambi di nome e line up, unica costante la voce e il basso di Mark Burgess. 

Nel 2025 il celebrato ritorno con "Arctic Moon".

Per sintetizzare, "Why Call it Anything" è il tentativo, fallito, di riaffermare il marchio The Chameleons riveduto e corretto con strizzate d'occhio a vari generi musicali in voga al tempo, un disco comunque piacevole da ascoltare a venticinque anni di distanza, nove canzoni che almeno per i due terzi, non sfigurano al fianco dei gioielli della prima ora.

sabato 14 marzo 2026

La recensione di Marco Sabatini: The Durutti Column - The Return of Durutti Column


 Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

14 Marzo 2026


Wythenshawe, distretto di Manchester: nel luglio del 1977 si sprigiona una scintilla che farà divampare, musicalmente parlando, focolai rilevanti.

Nascono i  The Nosebleeds: per iniziativa di uno scapestrato di nome Ed Garrity, poi conosciuto come Edweena Banger, scomparso soltanto un anno fa.

Può sembrare incredibile ma alla chitarra c'è Vini Reilly; incidono un singolo in puro stile punk "Aint been to no music school", che verrà celebrato come seminale, addirittura un classico del genere.

La stessa band avrà in seeguito come componenti, non stabili, di passaggio, Steven Patrick Morrissey e Billy Duffy, ma questa è un'altra storia.


Quello che seguiamo è il percorso di Vini che intercetta quello della nascente etichetta Factory Records quando Tony Wilson lo mette sotto contratto, siamo nel 1978, e i Durutti Column appaiono nel famoso doppio 45 giri (E.P.), "A Factory Sample" che ospitava anche Joy Division e Cabaret Voltaire (Fac-2).

Dopo un anno, si rivela fondamentale l'apporto di Martin Hannett come produttore e creatore di suoni, con Vini Reilly pronto per debuttare col primo album; della band, che Tony Wilson, suo grande estimatore, aveva messo insieme, resta in pratica solo lui con la sua chitarra.

"The Return of Durutti Column" è un titolo che fa riferimento al situazionismo e la copertina, la più nota delle quattro versioni, in carta vetrata, era un omaggio a un'idea di Guy Debord. Letteratura e filosofia fanno da cornice a questo esordio musicale.

Pochi mesi prima era uscito "Unknown Pleasure": Ian Curtis e Vini erano amici, e pensate al filo che univa il nero primo disco dei Joy Division con il sabbioso esordio dei DC. Entrambi  esprimevano una promessa: piaceri sconosciuti (i primi) e il ritorno di un'entità misteriosa (i secondi).


Questa era la Factory, l'avanguardia di Manchester alla conquista del mondo, un'idea luminosa che si è corrotta in pochi anni diventando poco più di una fabbrica di remix da ballare all'Hacienda.

Ma la città non era solo Factory in quel periodo; a marzo era uscito il secondo album dei Magazine, tra post-punk, art rock e reminescenze progressive.

Io non vedrei male qualche fraseggio della Fender di Vini in un disco, nello specifico in “Second Hand Day light", che, rispetto al primo "Real Life", andava a prediligere l'atmosfera rispetto all'energia. 

Ma torniamo sulla terra e prendiamo in mano il vinile in questione.

Esso si compone di nove canzoni, poco più di 28 minuti in tutto, un tempo sufficiente per prendersi carico delle anime spaesate, di chi cerca qualcosa di poetico e profondo, qualcosa che faccia pensare e non solo emozionare.

Gorgheggiano gli uccellini, parte la batteria elettronica, arrivano le prime note di "Sketch for Summer".

E tu capisci subito che lui la voce non ce la mette, non serve, perché le sue tessiture di chitarra reclamano il massimo dell'attenzione.


Al basso c'è Pete Crooks, apprezzabile quasi unicamente nella sesta traccia "Jazz" dove è presente anche la batteria di Toby Toman.

Grande lavoro di engineering per un album che procede con misurata lentezza per immagini, schizzi, acquarelli, tonalità smorzate, echi e riflessi in specchi d'acqua.

 Sembra di stare coi bambini al parco…

"Beginning" gioca a rimpiattino col brano d'apertura, poi arrivano "Sketch for Winter" e ancora "Collette", tutti a colorarsi la faccia con le spugne e la vernice. La produzione è così e così, l'accuratezza dei suoni non è da dieci ma il dado è tratto, a Manchester l'anagrafe registra un nuovo nome: Durutti Column. 


Un gioco, questo  "The Return of Durutti Column", pubblicato a Gennaio del 1980, per l'entrata in scena di chi sul palcoscenico è destinato a restarci molto a lungo, recitando la sua parte di splendido outsider, prestando il fianco a malintesi di ogni tipo (la musica ambient, il guru non si sa di cosa), senza smarrire mai l'umanitade.

Quella storpiatura di un eroe della guerra di Spagna e la sua brigata adempiranno in pieno al loro compito.


"There was a boy

Made me feel good

Leaving some signs

Now a Legend" 


Vincent "Vini" Reilly, per Ian Curtis.


La mia Recensione: Grant Swarbrooke - Kaleidoscope Bad Wisdom

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