domenica 11 febbraio 2024

La mia Recensione: Thalatta & The Babasons - Uanema

 





Thalatta & The Babasons - Uanema


“ ’A troppa derettèzza fa trasì ’ncurrìvo” - Chi vuole fare troppo il furbo finisce col dare fastidio a tutti.


Detto Napoletano


La polvere della precipitazione, dell’arroganza, della violenza ossida il cielo e la terra, nel tempo di un degrado in salita e in discesa.

La musica potrebbe raccontare tutto questo, ci prova, sbagliando spesso a puntare il mirino, disperdendo un compito che l’arte non può negarsi. In arrivo sulla nostra disordinata propensione alla dispersione un album che è un lavoro pregno di anarchia, imprigionato nei limiti dell’uomo che la nega, fisicamente, mentalmente sino a farlo anche con i sogni. Sono storie che attraversano il tempo, come furti autorizzati per spiegare la dannazione umana, utilizzando sistemi multipli che arricchiscono la comprensione. 

Pare di veder passare tra le strade di Pomezia LA VECCHIA ‘O CARNEVALE, la maschera doppia che comprende una vecchia signora e Pulcinella sulle sue spalle, mentre con le sue nacchere (le Castagnelle) porta a spasso racconti, scherni, frustrazioni e scherzi per svelare l’inettitudine locale e non solo, come uno sguardo che svela e abbatte le maldicenze. Il titolo del lavoro è una esclamazione di stupore, di sorpresa (Wow, Dio mio…eccetera) ed è quello che sa generare nel cuore del Vecchio Scriba: gli alimenti con cui il tutto viene presentato spaziano, spezzano il fiato, come spezie miracolose che sanno cambiare perfettamente il gusto per ordinarlo, assemblarlo e tributare l’applauso del palato. Un disco che parrebbe essere una sessione serale di prove tecniche per un concerto: via la tecnologia, i software, la produzione che gonfia un prodotto e nasconde le reali capacità rappresentate. Semplice, diretto sporco, senza artifizi, decolora gli inganni e mostra i pugni, con testi che eseguono autopsie continue, e musiche capaci di camuffare combat folk con un rock esagitato e violento a tratti, dolce in altri. Ma c’è un sudore che cade sugli amplificatori e che ossida le bugie, le finte strutture e offre alla musica la verità. 

Uanema è un virus benigno, malefico, un cantautorato fine che si tuffa nella forma propulsiva dello scontro, del disturbo, sequestra l’inutile e presenta il conto, tra solitudini, voli angelici, traffici loschi, disperazione e soprattutto una abbondante dose di rabbia educata alla costruzione di un cambiamento, prima individuale e poi collettivo. Chitarre che partono dagli Smiths per arrivare alla Darkwave, al proto-punk, sino ad afferrare per i capelli l’alternative, sviluppando tra le sue trame fiumi usciti dai vaporosi anni Settanta. Il basso è un animale libero di ferire, con dita prensili, soffocanti. I due strumenti coesistono perfettamente in quanto privi della morbosa attenzione verso gli effetti: scevri della finzione, seguono una linea diretta che impatta e finalmente ci sgombera dall’ingombrante moda attuale. Il drumming è un vomito integro, spavaldo, concentrato, con la tecnica del cuore che spazza via la storia. 

La voce è una forma epilettica, che veste la passione e si appiccica ai colori, divenendo sempre di più un termometro che rivela calore e meditazione, tra slanci e frenate proficue, moderata e potente, fissa l’ascolto nel pianto a dirotto, mai sazio, nell’applauso delle emozioni che sa procurare.

La lingua napoletana e quella italiana si schierano dalla parte del sostegno ai concetti espressi, alle storie, alle favole sbilenche che debbono essere raffigurate attraverso una scrittura molteplice, mai avversarie, ma portatrici sane di ricchezza. La musica pare essere la prima risorsa ubbidiente a queste avventure, la radiografia pulsante che ipnotizza, non divaga, sempre certifica la verità che trova nei versi e nei percorsi ritmici e melodici un sostanziale bacino espressivo, dove si pescano elementi che ci rendono più maturi. I brani sanno spesso presentare, al loro interno, cambiamenti di atmosfera, di ritmo, con splendidi controcanti e cori che danno all’insieme una forma di completezza che non abbisogna di sovrastrutture. Canzone dopo canzone ci accorgiamo della loro attenzione per la storia di personaggi che provengono anche dal passato (Villanella sballata), in una processione di morali e accadimenti che si scambiano il palcoscenico, tra l’ironia e il polso fermo. Nulla vacilla, non esistono momenti di decadimento artistico: come se le nostre mani, in questi trentasette minuti, continuassero ad arrossire e i nostri timpani a raccogliere le scintille di fuoco che queste parole e questi movimenti musicali vogliono generare. Ci si sente come tramortiti, accarezzati, tra feste e giornate in cui la solitudine ha il significato di emarginazione: i quattro di Pomezia lottano, urlano, si arrabbiano e cercano di creare una nuova sensibilità utilizzando la realtà, le leggende, le storie, le tradizioni di luoghi che paiono sempre più allo sbando. Si oppongono: ascoltate con attenzione come i loro flussi coscienti creino dipendenza, attraverso gli arpeggi della chitarra e i pugni di Thalatta, Dea che sta tra il nero e il bianco, creando vortici di grigio per sveltire una presa di posizione. L’emozione di questi brani è solo la fine di un abito nuziale, la sua coda, in quanto, se si presta accurata attenzione, ci accorgiamo di come il tutto venga messo sul fuoco, per scaldare una sensibilità che la musica moderna non offre più. Il disco italiano più necessario di questo 2024, e non solo, è qui, attivo, votato allo struggimento e al consolidamento di necessità che abbiamo disconosciuto. Otto attestati intellettivi spalancano il centro del sistema nervoso centrale e lo mettono innanzi a una scelta: o avviene uno scatto interiore o si muore…

Quello che arriva è un terremoto proveniente dalla coscienza, alleata in modo magico alla storia dello sperpero, e il risultato è una collezione di brani come perle vere, senza prezzo: sta a noi nutrire il risveglio, e questo album ci presenta il conto, cercando di dare alla resa, alla pigrizia una serie di sberle più che meritate. Grinta, passione, metodo, nel progetto finale di un lavoro che disintegra il superfluo. Non vi capiterà più di ritrovarvi tra fiumane espressive che sono volte a destabilizzare l’inutilità quotidiana…


In conclusione: quando l’arte sveglia i battiti cerebrali, quelli del cuore si aggrappano a essi come un circo gioioso dove la maturazione è l’unico obiettivo raggiungibile. Un’opera fuori dall’ordinario, un vascello temporale che ci mette sulla rotta di una crescita umana inespugnabile….


Album Italiano del 2024!


Alex Dematteis 

Musicshockworld

Salford

11 Febbraio 2024


https://thalattaandthebabasons.bandcamp.com/album/uanema-2




La mia Recensione: Thalatta & The Babasons - Uanema

  Thalatta & The Babasons - Uanema “ ’A troppa derettèzza fa trasì ’ncurrìvo” - Chi vuole fare troppo il furbo finisce col dare fastidio...