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lunedì 2 febbraio 2026

La mia recensione: Drogo - Smart Horror Show


 

Drogo - Smart Horror Show


Avere tra le mani un cd, ascoltarlo e ritrovarsi in un non spazio, il migliore di tutti per intenderci, privati di superficialità e altre abominevoli situazioni.

Un disco con l’intenzione antica di dedicare ogni singolo brano a qualcuno o a qualcosa già significa mostrare premure, attenzioni, lanciare messaggi laddove di parole non c'è traccia apparente e circondare le note con il compito di fare della chiarezza il primo obiettivo. Giunto al secondo album, il quartetto che prevede membri da Imola e Carpino (Foggia), ha messo a fuoco il talento e la tecnica disegnando escursioni, specificazioni sonore e strategie per dare all'insieme un respiro temporale davvero lungo: dal funk ipnotico degli anni Settanta, all’ethno jazz di matrice africana (con poliritmie), comprendente anche la scena indiana, sino ad arrivare all’acid londinese, senza dimenticare Brooklyn e le fresche escursioni giapponesi.

Le loro intenzioni sono chiare sin dalla copertina: quattro entità, complesse, indiscutibili, che hanno reso l’intelligenza umana e artistica un basamento essenziale. Ci troviamo, quindi, Frank Zappa, Julian Assange, Rosa Parks e Tiziano Terzani. Già da questa premessa riusciamo a intendere un mappamondo preciso, che si muove nella storia, nella geografia, nell’etica, nell'impegno e nella intenzione di spendere con abilità e saggezza la propria vita. Abbiamo a che fare con musicisti che, come succedeva con il progressive rock di cinquant’anni fa, si isolano, trasformano, trascinano le note a creare complicità e immaginazioni in una coesistenza fluida e in grado di generare stupore e beneficio. La gioia dell’ascolto nasce da una disciplina evidente, che passa attraverso variazioni improvvisate, con il groove che si flette armoniosamente, con tempi spesso binari, una brillantezza del suono che rende calda l’atmosfera. Quando giungono ventagli acid jazz, ecco che la band rende evidente il percorso post-jazz, con gli odori urbani, le luci e un caos ragionato, ma sfuggente: una delle qualità più eccelse dei Drogo, senza discussioni.

Progressioni di accordi come un vocabolario, in una scrittura che privilegia movenze spirituali, adiacenze cinematografiche, in cui non è difficile immaginare tutto ciò come una perfetta colonna sonora mentre si entra in uno dei tanti club dove i generi proposti dai quattro sono poltrone per la mente, una ginnastica attitudinale per un ristoro che si rivela piacevolissimo e una serie di incantevoli congiunzioni. Nove peregrinazioni, incursioni, immersioni per poter rendere edotta un'apertura mentale più che mai necessaria. Smart Horror Show diventa una caccia al tesoro in abiti eleganti, in ambienti nei quali l’agio è quello di sentire un abbraccio avvolgersi continuamente. Il sax e il piano di Antonio Pizzarelli e Fabio Landi sono i fari che illuminano la bellezza nascosta della verità, mentre il basso di Luca Pasotti è un’aquila reale che regna sul cielo di queste fulgide composizioni, con, infine, il drumming di Stefano Passaretti che mostra un’immensa conoscenza e abilità nel muoversi tra generi, modalità, come una straordinaria ragnatela a raccogliere i frutti ma anche a svilupparli. Ecco, questo è un combo che non odora di italiano, libero di avere un passaporto artistico in volo perenne, dando, come risultato, la piacevole sensazione di una band che suona in groppa al vento e allo scorrere dei giorni.

Registrato in presa diretta, queste onde cerebrali ed emotive sanno come costruire contaminazioni multiple, dall’impegno del riconoscimento sociale di personaggi emblematici ai confini musicali in cui l’unica vera obbedienza è data dai fluidi che abbisognano di una fissa dimora, permettendo una fusione che ci sgancia dal noioso tentativo di classificazione. Sono anarchici in tutto ciò, scevri dell'obbedienza imposta, facendo di loro stessi dei cavalieri medievali nel tempo attuale, molto più buio di quello di seicento o settecento anni fa. 

Lavoro dalle sembianze moderne, proiettato nel futuro, ha in realtà nel suo dna il rispetto della memoria, del praticare attenzioni, di rivelare studi ed entusiasmi più che mai necessari. L’invito è quello di un ascolto solitario, intimo, nel proprio salotto, con gli occhi pieni di luce e raggi nella mente, in quanto queste nove canzoni ci parlano direttamente, una a una, senza per forza immetterci in un contesto pubblico. Musica per interni, quelli del nostro pensiero e della sua essenza, in una girandola di emozioni davvero lucide e ipnotiche. Si percepisce che questi musicisti cercano di affiancare la cultura pop a quella classica. L’aspetto ideologico lo rende un concept album ad ampio spettro, per portarci nella provincia, fisica e mentale, con una passeggiata che segna il distacco dalla frenesia e l'esagerazione urbana.

La critica alla modernità, alla confusione di una informazione sempre più imbavagliata dai poteri oscuri e da una tecnologia che inaridisce la natura umana cammina dentro queste tracce in modo autentico, come studenti e manovali uniti, come sogno e realtà che stipulano un patto: Smart Horror Show è una magia lenta che arriva improvvisamente per cambiare le regole e non le carte in tavola, utilizzando la musica come un gancio vero e non un artifizio, un disco concreto nella melma musicale che viene qui ossigenata. Potete anche svagarvi, alleggerirvi con questi brani, ma avrete sempre a portata di vista un panorama nel quale loro hanno creato, benissimo, un luogo in cui impegno e leggerezza si incontrano per saldare il futuro.

I Drogo sono una stella con un orologio al centro, che simboleggia la direzione dell’anima dentro la consapevolezza del proprio tempo. Un disco semplicemente imperdibile… 


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

3 Febbraio 2026


https://open.spotify.com/album/1iU8Lcb1nNDrSQ3sgurfMx?si=QjFYv2_aRwyoSjYN2WvOGg







giovedì 29 gennaio 2026

La mia Recensione: Dear Company - Scratches Ep


 Dear Company  Scratches Ep


La verità assoluta è inesistente, una drammatica bugia alla quale viene a mancare, ad esempio, l'adeguata colonna sonora, in cui si evidenzi l'inconfutabile sigillo degli estremi.

Ecco allora la necessità della discrezione, del sussurro, della tenerezza, del dettaglio che abbatte l'impulso, del metodo che completa lo spessore di un intento narrativo che passa soprattutto dal rendere evidente la bontà degli errori, dei lutti, dei sogni pieni di piombo e dei graffi, qui i veri protagonisti di una storia magnetica, materializzata in un range espressivo davvero notevole. 


Non è un vero debutto quello del duo romano composto da Elisa Pambianchi e Martino Cappelli: palesa, invece, che le pubblicazioni dei lavori artistici poco hanno a che fare con la vera tempistica del tutto, in quanto questo è un lavoro che mostra le loro vite, i loro percorsi, i riferimenti, un insieme esposto al sole, ma nulla è nato nel giorno in cui queste sei farfalle sonore ci hanno trovati pronti pronti ad accoglierle. 


Un racconto come raccolta, come fiori sbocciati su un terreno razionale ed emotivo che ha condensato, sapientemente, queste composizioni in una inevitabile fuoriuscita, in cui emerge, in modo determinante, l'introspezione, il silenzio dipinto con leggerezza per non comprometterlo, la dialettica di mezzi distanti tra di loro (come ad esempio un sentire folk immerso in una leggera elettronica e impeti dream pop con venature eteree), e una continua sensazione che il rispetto nei confronti di chi non vuole essere turbato troppo sia sempre evidenziato. Canzoni profonde con l'animo leggero, farfalle appunto.


La vita la rappresentano tramite l'effetto dei passi, con tracce pettinate attraverso droni, atmosfere, inquietudini, forme di rilassamento, l’uso del dna della musica ambient in grado di avere lo stesso spessore di generi più abituati a trovare consensi, un interiorizzare che si manifesta veracemente, in cui la profondità passa con la modalità di ritmiche lente e suoni curati, dove la preghiera e la speranza sono vicende laiche, domestiche, private. La disillusione, come per incanto, diviene una forza da accogliere, la tristezza una figlia da coccolare, la nevrosi un punto di partenza per plasmare eventuali ferite. 


Un lavoro geniale, non congeniale a chi cerca canzoni come anestetici: un’opera immensa per gli aspetti culturali esposti, con la sapiente tessitura testuale e onirica di Elisa e l’elaborazione peculiare di Martino. La tensione è mistica, misteriosa, nutriente, un bacino di utenze al servizio di un percorso interiore. Un ep che fonde l’aspetto umano con quello artistico, l’indipendenza che non è strafottenza, capriccio, boria o miseria,  bensì una modalità più matura di fare dell’arte musicale una introspezione che dia ai graffi, appunto, un ruolo positivo.


Le immagini, così presenti nelle strutture musicali di Martino, sono le nuvole algebriche sulle quali Elisa mette la sua voce, più che i suoi versi. Ed ecco la misura in cui la sua modalità del canto si rivela impetuosa, devastante, ricca, vera e concreta: lei stessa pare aver dato al suo ruolo un senso diverso da quello con i 3+Dead, definendosi attraverso la cura della respirazione, dei vocalizzi minimalisti, della scelta delle parole che sono sia abrasive che vellutate, rimanendo intatta la sua sensibilità. 


In un fascio di canzoni in cui lei non è sempre presente, tutto ha più valore, offre energia e una incredibile e inguaribile propensione romantica. Martino trova in lei la cantante perfetta, con le intuizioni e le capacità tecnico espressive. Pambianchi non è solo colei che perfeziona il racconto, è quella che lo accompagna, lo precede, ne diviene la musa, la figura che alita sensualità e delicata amarezza.

Le composizioni stratificano il tempo, gettano tappeti sulle decadi, in un crescendo romanzesco, in cui le abilità di coniugazione sono delicate, in cui nessuna forzatura alza la voce. 


Pare di essere in un film muto, di un tempo sconosciuto, con messaggi e messaggeri impegnati sott'acqua, senza aver bisogno di salire in superficie. I brani, infatti, portano alla mente artisti e lavori poco conosciuti, sviluppando il tutto con personalità e metodi importanti. Si sente la fragilità delle relazioni, dell’esistenza, del non riuscire a congelare il tempo. Un manifesto umano impressionante, nel quale la bellezza è data dalla rivelazione di ciò che siamo. 


Tutto si sviluppa con raziocinio e l’emozione avvinghiati, passionali, desiderosi, in cui le incursioni sonore primeggiano, sconfiggendo sapientemente la forma canzone. A loro due interessa lavorare sulle manifeste fragilità, impegnandosi a fare delle proprie ricchezze individuali un porto sicuro.

Lo spazio emotivo evidenzia il rispetto della interiorizzazione, la volontà di consentire agli istinti di incanalarsi nelle costrizioni, come modalità educativa. 


Qui il talento di Martino diviene una serie di miracoli impossibili da ignorare: quello che artisti famosi e celebri hanno fatto e per cui sono stati riconosciuti lui lo fa con la medesima capacità, in un fascio di luci che paiono un arcobaleno dentro la mente umana, il tutto come un transfer che plana sulle dita.  I territori perlustrati inglobano un perfetto mix di pulsazioni, di elaborazioni, impennate cerebrali con il senso sinuoso dell'estetica, dove ermetismo, complicità, cammini paralleli, suggerimenti, suggestioni, dialettiche umorali confluiscono in un vascello che ondeggia nel petto.


Martino mostra i suoi studi, i suoi ascolti diventano un’estensione digitale e analogica del suo pensiero, la sua modalità di scrittura parte da lontano, e in queste composizioni inserisce l'inevitabile necessità di evolversi, di costruire, nelle sue abilità, un palazzo mentale che possa diventare anche fisico. La dinamica è l’elemento principale di tutto il lavoro, emblema della complessità resa masticabile e digeribile, in cui il folk, l’ambient, il dream pop, la darkwave, il post rock, lo shoegaze minimale sono solo l’esposizione delle luci, ma, in realtà, i cavi elettrici passano per il sottosuolo, l’impianto segreto in cui non si ha accesso…


Scratches ha l’intensità del dilucolo, l’atto preparatorio all’intensità della rivelazione, il palco sul quale le canzoni diventano la tovaglia su cui appoggiare le fatiche, gli sforzi, le interazioni tra i respiri celesti e quelli umani, in uno spazio temporale che pare provenire dalle grandi civiltà, fasciate da una sensibilità moderna. Ma il linguaggio, il senso, il posizionamento di quest’opera odora di lino, polvere, grandi pietre, di monumenti di marmo sotto lo sguardo delle nuvole. 


Elisa e Martino hanno giocato con il tempo, lavorando tra botteghe nascoste e il brillio dell’eccentricità moderna, favorendo l’attraversamento delle escursioni umane adoperando la meno semplice delle facoltà, la lentezza, favorendo, invece, la comprensione della provenienza di queste farfalle, che, integre ed eleganti, scavalcano la sabbia di ogni clessidra. Brani che traducono la memoria, che attaccano il tempo alla realtà, indossando l’abito sonoro più credibile.


Va anche sottolineata la bellezza, la profondità, il valore aggiunto di una copertina che attrae, invita, spiega già molto del contenuto ed è una poesia visiva, una pagina di letteratura che mostra densità e sfumature, allegando significati diversi con i colori come vele spiegate: mentre la si guarda ci si sposta, si naviga immediatamente in un suono che verrà ribadito e specificato con le sei composizioni. I graffi sono verticali, bianchi, come se simboleggiassero la fragilità dell’infanzia, con il contorno come il futuro che l’attende…


E ora andiamo a conoscere le vie percorse da queste bianche farfalle, una ad una.



Song by song


1 Introduzione

Metti una notte autunnale con i tetri accordi di Pieter Nooten (Clan of Xymox) e la poetica visionaria dei fratelli gemelli Humberstone (In The Nursery) e ti rendi conto di quanta memoria viva in questa glaciale composizione: Martino entra nelle ferite trovando loro l'ingresso razionale, senza voci, senza la forma canzone, ma una testa che guarda alla coda, con l’illusione ritmica nel finale, breve, spiazzante e perfetta. La spiritualità disegna l’intera proiezione di questo lavoro, qui favorita da uno scheletro fisico che ne determina potere e stabilità. 



2 An Ode To

Ed è malinconia minimalista, con arpeggi a recuperare il trip hop, l’elettronica misurata in un flusso discontinuo diventa il basamento su cui l’amletico canto di Elisa, con la perfetta strategia del raddoppiamento vocale, conferisce al tutto una sensazione luttuosa ma senza disperazione, in un silenzio che passeggia tra gli accordi, splendidamente. Il testo misura la decadenza generazionale e l’impossibilità di vivere se non con la solitudine, con la caduta della luce. Echi dei Japan di Quiet Life ci fanno intendere come il duo romano non dimentichi l’avanguardia, la marcia delle note disciplinate e accordi cupi. Una culla piena di seta data dall'unione dei colori pastello della musica e il palcoscenico della scrittura di Elisa.



3 Beyond

Tra impeti post rock dei primissimi Explosions in the Sky, e la penetrante forma popolare anatolica e rock turca, Beyond è un lampadario che oscilla tra l’oriente e il chaos pulito, con una stratificazione che conduce a una danza sensuale, piena di respiri, e un vocalizzo che esalta il tutto, come un’apnea che comunica una ferita…




4 Wonderboy

Le Xmal Deutschland della prima parte del brano aprono in modo sontuoso agli scricchiolii di un synth che riporta a Catastrophe Ballet dei Christian Death, ma poi Elisa, con il suo velo sulle corde, diventa la pioggia di un temporale antico, proveniente dagli anni Ottanta, in un testo incline al desiderio del cambiamento, mentre Martino allarga gli orizzonti, partendo dal cielo per finire nei fondali marini con un assolo che non invidia nulla a Peter Frampton, con una sensibilità elevatissima, come una voce che si alterna a quella della sua compagna, con l’abilità di controllare il sustain e favorire la visione delle note…



5 Elevazione

Un palazzo che da mentale si fa fisico, con il brillio della chitarra e il tremore del basso distorto, sino a una distorsione che stabilisce il confine tra elevazione spirituale e dramma. Lo stop and go consente alla sei corde di grattugiare il tutto. Il drumming abbraccia l’atmosfera che riesce anche ad essere sensuale. Una grande abilità nel connettere la passione di Bunuel per i cieli pieni di sorprese e l'ardore esponenziale degli scritti di Virginia Woolf, qui non bisognosi di essere decantati. Misteriosa, decadente, sognante, la canzone sbalordisce anche per una progressione misurata, inaspettabile…. 



6 Storm, Black

Elisa prende le sembianze una strega melodica, con parole che giocano sotto la pioggia, con voli di piume, cori angelici, mentre il tessuto musicale spazia, come frammenti in cerca di adesioni (trovate), per diventare il congedo perfetto, dando respiri speranzosi, senza che però nulla possa far dimenticare i graffi… Equilibrata, incantevole e magica, trova nel suo finale una forma di sospensione che sfocia in un temporale simile a quello dei Dead Can Dance dell’album Within of a Dying Sun, in cui consapevolezza e ricchezza visitano la paura. Una conclusione poetica, vibrante, nervosa che odora di perfezione…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

29 Gennaio 2026


Dear Company:

Elisa Pambianchi

Martino Cappelli


Giuseppe Marino - Basso 

Giulio Maschio (Aguirre) - Batteria


Featuring:

Simona Ferrucci (Winter Severity Index) - Synth nel brano Wonderboy

Adriano Vincenti (Macelleria Mobile di Mezzanotte) - (effetti noise) nel brano Storm, Black




martedì 6 gennaio 2026

La mia Recensione - Umberto Maria Giardini / Olimpo diverso




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Umberto Maria Giardini - Olimpo diverso


Una barca pregna di acqua mentre affonda, per un mistero complesso e denso di cattiveria, può diventare un fenomeno che affascina, ipnotizza e rende felice chi la vede. Si possono raccontare eventi tragici tra gli entusiasmi di chi non coglie il vero, la provocazione, l'intenzione di ispessire la tragicità umana. Il tempo attuale viene sorpassato da urgenze spicciole, dallo svuotamento dell’impegno e del valore, da ogni cortesia rispettosa nei confronti di un’ingenua permanenza terrena.

Se si veste la miseria degli esseri viventi e la si rende racconto, suono, storia, trama di accordi immersi nel grigio, allora si incontra Umberto, l’ultimo difensore della tragedia nei versi, nei perimetri di corsie sempre piene di una tristezza accettabile, consona ai messaggi che porta e alla sua luna storta, beata, che ignora le ipocrisie e affronta temi che la massa vuole evitare. Coraggioso, scoraggiato, perplesso, lucido, insistente, menefreghista e dannatamente prezioso, questo immenso menestrello continua a offrirci una serie di congedi, tracce di un tesoro che si trova nel silenzioso ascolto di una tragedia annunciata e che la maggior parte delle coscienze rifiuta. Epica continuazione di una carta di identità morale che non ha capelli grigi, ma tanta legittima stanchezza. Eppure l’uomo e l’artista continuano a essere solidali all’autenticità, a una cattiveria che pare una poesia di giorni ironici e spettinati, ingrossati da domande che non possono ricevere risposta, con una frenetica calma nel descrivere ciò che ha dure oscenità da mostrare. Un nuovo album che amplifica, non sintetizza, vomitando una sfiducia reale che non è mascherata da parole piene di miele, proponendo piuttosto immagini che provengono dall’antichità, dalle tragedie, dalle corsie storte del cammino umano. Rende il tempo un magnete febbricitante, arrugginito, una mappa ingiallita, in fase di sbriciolamento. Si chiude nel suo combo di musici adatti al suo piano artistico, agli umori certificati da una sfiducia salda, da un portafoglio mnemonico svuotato, dove la condivisione non può essere eccitante, generando una lunga scritta nei crateri dei sogni. Pubblica canzoni, ma si ha la netta sensazione che lui non sia più lì, consegnandoci in ritardo passi che ora hanno una geografia e un senso diverso. Adopera la musica che non ha mai dimenticato, la rinfresca per quel che può, scrivendo così brani che sono una matrioska temporale magnifica, coi segreti degli anni Novanta mostrati solo in parte, con i decenni successivi che si ascoltano in certe strategie, in una evoluzione degli innesti sonori, in una produzione che collega la sua carriera, senza dimenticare antiche radici, con un carillon dell'anima che si avverte maggiormente nei luoghi semi-acustici. Composizioni che sembrano consegne: se per riceverle si mette la propria firma, ci si ritrova con lunghe gittate grigiastre, pacchi che pesano, in grado però di farci sentire preziosamente considerati da unicità che tendono ad aprirci gli occhi e le orecchie, a mostrarci la guerra delle incapacità, di relazioni che stridono, bucano i sogni e ci rendono apatici e inconcludenti.

Un lavoro fatto di estremi, di distanze, di disturbi continui nei confronti del senso dell’esistenza, di un cielo abitato da muti egoisti e da umani gonfi di sordità e disordine. Il marchigiano serra le labbra con immagini continue e apparentemente delicate, nel cui nucleo vi è la rabbia di un uomo che non viene sprecata con urla, bensì con una ipnosi quasi silenziosa, con quei rimasugli di fiducia che non consentono spazi di immaginazione. Diventa un testimone, con le sue dieci tracce, per lasciarci dubbi ragionati, con il vocabolario che rende inutili le forme di possedimento e di spreco, essendo consapevole del fatto che non attecchirà, in quanto l’ascolto oggi è riservato a quegli esseri umani che si sono autoemarginati: a loro sì che Umberto servirà, divenendo, come sempre, prezioso. Non rinuncia al suo pensiero, a fitte trame e a cercare di fare in modo che lo spirito dell’accettazione e quello dell’espressività del singolo individuo si tocchino. Ha la penna dorata in un mondo incatramato, con i sensi in disuso e, mentre lui sussurra, gorgheggia, dimostra qualità rare, le sue preziosità vengono accantonate. Invecchia per come può, con canzoni che sono respiri essiccati e potenti, non in cerca di ascolto ma di una donazione continua, lasciando al libero arbitrio la possibilità di raccoglierli. Dipinge un lirismo che oscilla tra il pensoso e l’istinto, cercando soluzioni che prevedono barlumi di elettronica al servizio di un metodo compositivo analogico, partendo da linee apparentemente semplici per poi ingrossare la struttura, per una canzone che ha la forma di una lettera scritta mentre la pioggia le cade sopra…

Gli arrangiamenti hanno calma, mai urgenza, contribuendo a creare sfaccettature che a ogni ascolto si colgono sempre di più, lasciandoci la sensazione di una mano che coltiva piante in una grotta piena di sole e vento.

Un miracolo.

Un’eccezione.

Una strategia che funziona, data la qualità di modalità che partono da un getto folk in cerca di adozioni multiple. I generi musicali vivono di promiscuità e assestamenti che parrebbero crearne uno solo.

Molto è suggestione, algebrica esistenza di episodi a colorare l’assenza di maschere, e tanta è la capacità di una rotta che raccoglie i petali di dischi nei quali osava la timidezza e l’imbarazzo. No, questo autore di campi mentali da arare è veloce con le sue ballads, insieme a pillole low-fi con un dna psichedelico, mentre l’alternative rock sceglie un approccio calibrato, versatile, per governare gli accenni e non le esplosioni. Ci ritroviamo con espulsioni di bile passata al setaccio, con torsioni chirurgiche eseguite a mente aperta. Umberto ci invita nel suo circo, nella sua bolla con luci decadenti.

Come un dettato in classe sullo scacchiere della verità, l'album si mostra come un potente assemblaggio tra gli aspetti politici/sociali e la sopravvivenza di un linguaggio che contempla poesia e nudità. I simboli fanno parte della narrazione, nella quale la pressione del potere viene messa in evidenza e accerchiata da una profonda coscienza. Ribalta il cielo, l'ordine delle cose e mostra la preziosità esistenziale degli sconfitti, degli umili e di chi non è parte di un gregge ubbidiente. La musica non assorbe le parole ma le proietta, mentre la voce diventa la coda di amarezze e perplessità, capaci di allinearsi e compattarsi. Il potere viene mostrato come un difetto, in caduta libera, in crisi come e forse di più rispetto a chi è governato. Le esclusioni e le emarginazioni trovano il luogo di un recinto diversificato. La forma estetica, così intensa e lontana da ogni impegno, trova nel disco una colonna sonora dissonante, dando alla bellezza una nuova interpretazione. E, quando l'amore si fa costrizione, Umberto scova le giuste carezze consolatorie. La lente viene posta sui meccanismi della violenza, dell'aggressione, del temporeggiamento. Questo insieme viene descritto anche attraverso musiche che non abbisognano della robustezza, in quanto nel loro pentagramma tutto è già chiaro così come è esposto. 

Ed ecco che l’Olimpo si trasforma in uno specchio, un raggio bloccato, un’approssimazione in cui gli Dèi cercano consolazione, dichiarando apertamente la loro sconfitta. Divenendo terreni perdono autorità, ritrovandosi concorrenti degli umani che in questa situazione si sentono disorientati e impotenti davanti a una fede che non ha più i suoi timonieri. Gli abitanti di due dimensioni diverse coesistono nello spazio di privazioni e muoiono lentamente, attraverso una penna e un suono che, dopo averli individuati, li porta nel girone del tormento.

Un lavoro colossale, una trama e un'idea che trova senso in questo particolare punto di partenza e nel suo arrivo che, alla fine dell'ascolto, ci regala il privilegio di una lettura enciclopedica che ci avrà fatto sudare, tremare e vibrare, con l'impegno di decifrare le tracce di un'anima assolutamente unica e svincolata.

E, ancora, come già affermato, si ha la sensazione che Olimpo diverso si presenti come un addio da accompagnare nel tempo…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

6 Gennaio 2025

lunedì 8 dicembre 2025

La mia Recensione - Iamnoone - melancholia


 Iamnoone - melancholia


Iamnoone -  Melancholia


Esiste un pianeta contemplativo, che raccoglie e accoglie e mai scarta, preferendo far stagionare le situazioni e trovare il giusto momento per vestirle e metterle sulle strade del mondo.

È il caso di queste sei canzoni degli Iamnoone, scritte nel periodo di “the joy of sorrow”, che, una volta stabilitosi nel nostro orecchio, sviluppano una possibilità visiva che si connette con altre modalità artistiche, rivelando una dolcezza, una ricchezza fatta di semplicità densa di lasciti, perché alla fine sono come “thousand letters” in giro, in grado di giungere a destinazione lasciando messaggi, anime in fermento, storie e una spiritualità evidente a portata di un ballo intimo ma spazioso.


La notte, luogo dal duo spesso vissuto, citato ed esplorato, all’interno di composizioni atte a scaldare i battiti, qui trova, piuttosto, una riservatezza che non si scioglie con gli ascolti ripetuti, conferendo alle sei composizioni un velo misterioso, intenso e incantevole.

Gli anni Ottanta, con l’Italy Disco Dance e pezzi vellutati di minimal wave, scorrono tra i solchi come abbracci temporali, come fasci d’erba in cerca di un abbraccio.


La produzione perfetta offre la possibilità di avere la sensazione di un lungo brano con sei diramazioni, per circondare l’ambiente della realtà e condurlo in una estetica e preponderante capacità di farle sposare con aspetti onirici..

In tutto questo il minimo comune denominatore è la memoria, con i suoi voli, tuffi, viaggi, e l’insindacabile volontà di essere una protezione del senso della vita, riproducendo sapori, gusti, effervescenze e, alla fine, una malinconia nutriente e non un inghippo…


Seth e Philip abitano il tempo della vita come un aggiornamento della bellezza, della ricchezza e lasciano tracce di stupore in ogni loro movimento.

Un E.P. che alla fine è un album mnemonico e fotografico, incline al bianco e nero dell’anima senza nessuna vergogna, regalandoci un respiro libero, da vivere nel calore notturno di anime attente…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

8-12-2025


https://iamnoone1.bandcamp.com/album/melancholia





Review by Marco Sabatini :The Stranglers - Feline

Marco Sabatini Musicshockworld  Offagna 13 February 2026 Imagine for a moment that you are The Stranglers at the end of 1982: music critics ...