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sabato 28 marzo 2026

La mia recensione: ELLE - Silent Search Of Spring


 Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

28 Marzo 2026


ELLE Band - Silent Search Of Spring


Quanto è inutile descrivere la bellezza (non ciò che piace…), la profondità (da non confondersi con la pesantezza…) di un disco immenso che non troverà nido, che non sarà germoglio, che non sarà mai approcciato da un famelico senso di nutrimento?

Rimane l’amore per questo lavoro della band romana, da descrivere, da proteggere, da gettare nel vuoto con la speranza (sentimento e azione che considero un crimine) che esistano ancora estimatori di un’opera d’arte in cerca di spazio. I progressi del terzetto (ora quartetto) sono evidenti e rapidi, rafforzando l’idea di un laboratorio analisi che sa come vanno le cose là fuori: canzoni come rapporti tra pazienti e medici, in un tratteggio in cui la verità arriva attraverso curiosità e bisogni veri, come immersioni continue per stabilire l’esistenza come una pergamena da lasciare nell’aria…

Il profumo dell’avant-folk è il primo tassello di un quadro artistico in espansione, in un costante contatto stilistico e di forma con generi musicali che si stimano, cercano, desiderano entrare in dimensioni multiple. Ecco, allora, una psichedelia dolce, breve, illuminante, trovare un sentiero per stimolare nuclei di aggregazione con il post-rock primordiale, come se gli anni Novanta fossero un battito di ciglia del tempo. Un disco che permette alla morbidezza del cantato di Miriam Fornari e di Danilo Ramon Giannini di immergersi nei tessuti obliqui di Marco Calderano e di Giovanni Lafavia (nuovo membro). Briciole tenerissime di Tindersticks e Animals That Swim ci portano in dono l’Inghilterra di Nottingham e di Londra, per poi volare verso una campagna laziale che profuma le note di una rarefazione dello spirito davvero notevole, passando dagli arpeggi, con le espressioni dell’ambient e la conservazione costante di una intimità qui più che mai doverosa. Il tutto pare una favola di espressioni mentali alla ricerca di una evoluzione riuscita, planata sull’emisfero mattutino di una stagione segreta, piena di vento, brina, raggi solari alla ricerca di quelli lunari, di spazi vuoti da coccolare. Vivono le emozioni, si sparpagliano, passano dentro le macerie umane, tentano di tingere di poesia le urla, le guerre, la depressione, dando una mano, cercando un contatto e ingannando la paura. Quando si presentano sterzate ritmiche (come per la deliziosa Meeting of Skins), ci si accorge di come la C-86 e il primordiale dream pop possano albergare rapidamente nei solchi, come saluti sognanti, come favole dalle note azzurre, come uno stratagemma efficace per donare sorrisi e un velo in lino. La chimica tra i musicisti si palesa come una quercia, donando stabilità e sicurezza, in un dialogo fitto, che parte da una sensibilità acustica parente di Paul Simon, per giungere sino al New Acoustic Movement di band come Turin Brakes, I am Kloot e la brillantezza cupa di David Gray.

Il synth di Miriam è il vigile attento, un amico che si dona per dare alla chitarra di Marco e alla batteria di Giovanni una spalla, una stella, una fiaba di note armoniose, per poi andare oltre la forma canzone, con la vitalità data da successioni di accordi davvero intriganti. Emoziona avere l’impressione di schizzi sonori che diventano case, si allargano, prendono residenza in espressioni collettive, che, se da una parte evidenziano residenze cantautorali, dall’altra ci offrono l’unicità dell’essere una band, con le varianti che echeggiano, rimbombano e saltano sul pentagramma per essere influenze, stimoli e grappoli di uva come stelle cadenti saporite. Atomi di slow core fanno da cerniera agli altri generi musicali, conferendo alla voce di Danilo la possibilità di un crocevia stilistico che partendo da Matt Berninger si spinge verso i territori nordici  di Søren Huss (della band norvegese Saybia, nei momenti di espressioni crepuscolari) e a quella di Miriam di divenire una bacchetta magica attraverso i suoi respiri, le sue piantagioni delicate, i vocalizzi pieni di stile e immersi in un proto-silenzio che avvolge il tutto.


Sin dall’iniziale Ravine abbiamo in dotazione un testo che attraversa il genere umano con sapienza, con entrambi i sessi rappresentati dalle due voci, ed è un entrare e un uscire tra la dolcezza apparente e l’amarezza, qui tenuta a bada sapientemente.

La successiva Pillows continua con l’umore e lo spleen della precedente con una veste jazz mascherata e una propensione a un’espressività tipicamente americana.

Truth è la Scandinavia che dialoga con maggiori muscoli, una propensione agli stop and go tipici dei Cousteau, la saggezza di interventi strumentali e la batteria che scuote dolcemente una ricca elaborazione sonora.

Con Babylon ritroviamo il loro dna, spoglio e immenso, affidarsi alla chitarra e alle due  voci, per una passeggiata temporale immensa…

Another Water è la spugna visiva della band, la loro raffigurazione precisa, con splendidi incroci, con minuscoli interventi a suggellare questa chicca radiosa…

Quando tocca a Freedom Symphony ci si rende conto di quanta profondità vi sia nella scrittura del testo, nei sospiri del cantato, con il synth che accarezza la chitarra e questo feeling così marcato di un autunno che bussa alle porte della mente…

Meeting of Skins è una frustata dream pop, un guizzo che mostra la poliedricità della band, i giochi vocali e la capacità di velocizzare la sensibilità, facendo diventare il tutto un arcobaleno allegro. E la voce di Miriam che usa lo stile francese in modo divino…

La chiusura di Silent Search Of Spring viene affidata al brano che dà il titolo al lavoro, ed è un sospiro, un ripostiglio in cui il silenzio si accoppia a questa ninnananna che esplora i sentimenti, i rapporti, il senso del toccare la fisicità e renderla una nuvola attenta…


Silent Search Of Spring è un calendario razionale, emotivo, un elenco di passi vellutati, un dipinto su una tela perennemente in movimento, dando alle note di una lumaca curiosa il tempo per circumnavigare l’estasi, deliziando, creando una lampada a olio nelle nostre menti… Dimostra che quando Roma si dimentica si se stessa (almeno degli ultimi vent’anni) e si mette una borsa sulle spalle, può diventare una nomade capace di raccogliere la bellezza di un mondo che nella capitale è morta da tempo. E allora si dia credito a questi musicisti, alle voci sognanti e regnanti, al garbo di un sottovoce ormai sparito, alle dimensioni di una garbata presenza che sussurra, mai urla, che fa dello sguardo uno strumento, della verità una spada circondata da fiori e petali e della scrittura delle canzoni un atto di intelligenza davvero raro…


https://music.apple.com/gb/album/silent-search-of-spring/1867566795

domenica 1 marzo 2026

La mia Recensione: Nibiru - HYPÓSTATIS

 Alex Dematteis


Musicshockworld

Salford

1 Marzo 2026


Nibiru - HYPÓSTATIS

“Mors ultima linea rerum est.” – Orazio

Un cipresso, antico e credibile simbolo di morte e lutto, scivola nei solchi di un rumore gravido di impulsi, come una patologia che, biblicamente e ostinatamente, vive di inerzia, per sublimare chi non fa assentare il proprio pensiero di verità estreme. Separazioni, ostacoli, bagliori e pulsioni addominali rendono feroce il passato, e la sopravvivenza, umana e artistica, può essere depositata tramite una sepoltura definitiva. La melodia diventa ipnosi, riluttante a ogni compiacimento, e si incunea nel brillio di multiple esplosioni, con schegge di pietra a ridurre in cenere i sogni.

Ardat, anima lacerante protetta dagli dèi dell’esplorazione cognitiva, conosce il deserto e lo abita attraverso una gittata morale, radioattiva, incurante di ogni morbidezza, e semina l’amore più antico, quello che crea ponti, riflessi, riflussi, ermetiche genuflessioni nei confronti del piacere, abbandonandolo per generare una nuova liturgia, coadiuvato da ricordi da trasformare per dare alle garze un compito gravoso ma inevitabile.  

Parrebbe un folletto inacidito e sciamannato l’artista torinese, lontano da ogni attrazione chimica per il piacere, la bellezza e la comodità, ma lo conosciamo da molto e lo difendiamo, divenendo acqua perfida mentre lo accogliamo, come in questo nuovo tripudio agli inferi umani dal titolo HYPÓSTATIS, punto di incontro tra l’inferno e l’assenza di gioia, qui coniugi dolenti ma appagati, per un esercizio alla pazienza che erudisce e fortifica.

Composizioni che fanno vacillare, offrono consapevolezza e ostacolano ogni bisogno di musica sciocca, veloce e ininfluente.  

La scrittura dei testi rivela facondia, contornata da sacrali perversioni amplificate, come un prodromo ineludibile in grado di trasformare l’ossigeno in un lontano ricordo. I Nibiru, in passato, hanno scavato nel ventre di ogni indisposizione, così come nelle profondità marine, con una precisa volontà di annientare ogni attimo stolido: quando l’intelligenza è acuta si libera immediatamente dei nemici. Un album vetusto, imponente, che rende il termine “ambient” un sacrificio doveroso da contemplare, con schizzi di lamiera a generare caos e perlustrazioni continue. Però, durante e alla fine dell’ascolto, si ha la certezza di un insieme, di un rituale che raccoglie oggetti, frammenti, teorie, analisi e li getta in un’unica melma gassosa, in ascesa verso nebulose contrazioni mentali. La tensione è metafisica, senza indugi, un pericolo costante, un fastidio nell’assimilazione che eleva e non distrugge, una messa orgiastica di dissapori e stelle confuse, sparse, ridotte a testimoniare il sudore della disperazione di Ardat.

Un concept che sancisce ancora una volta il bisogno di scorticare le radici dell’amore totale per Aleister Crowley, poeta, occultista, creatore ed esponente sublime della filosofia Thelema, qui adoperata per creare anelli di congiunzione multipli. Viene inoltre chiamata in causa la padronanza delle forze naturali così fondamentali per Giuliano Kremmerz, con la trasmutazione interiore che mette in contatto l’uomo con le divinità. L’azione, così tanto voluta e resa reale dall’ermetista di Portici, trova in queste creazioni musicali una concreta possibilità di essere slavina e acciaio, premendo sul concetto di assimilazione e contiguità.

Ardat prende l’albero della vita e lo trasforma in flusso cosciente, palcoscenico di una connessione tra la terra e il cielo per giungere alla conoscenza che, partendo dalle radici della nascita, arriva alla morte con la congiunzione tra la prosperità e il lascito finale. Un archivio scrivente, un messaggio che non depista le fragilità, un coro continuo e sanguinante che, rispetto al passato, mostra un respiro visivo più incline all’assimilazione dei concetti che non all’abbondante esposizione. Questo aspetto rivela un’attenzione mai avvertita prima volta a mettere in contatto gli estremi della vita, un giudizio postumo che precede l’abbandono totale.

Il teatro dell’afflizione qui ricerca collaboratori sensoriali, saliva e sabbia, con un’altissima performatività tellurica, addestrata per sembrare un mantello di croci spezzate e rose rinsecchite in contatto. Lo strazio e lo spasimo si affidano a mantra affilati, alle lacerazioni di macchine, synth, piano, chitarra e basso, con un drumming presente in un unico episodio ma che rende pienamente l’urgenza di concentrare, filtrare, esplorare i confini della verità.  

La luce, la materia, lo spirito, le tenebre (elementi primari della gnosi) trovano qui un basamento fertile e sublime per essere corpo e scintilla del pensiero più profondo, forma iniziatica ed esplorativa che non si concede soste, poiché HYPÓSTATIS è respiro affannato senza pause, una processione con tomi, una vestigia preziosa che smuove il tremore delle gambe e conduce alla stella cometa interiore.

L’ascolto di quest’opera è una fabbrica che produce risorse, tossine, trucioli, candelabri, polvere, frenate, una violenta ritorsione del piacere, per conquistare la purezza attraverso il sacrificio generato dall’abbondante e stridula contorsione dei piani sonori, dei watt, della quasi assoluta mancanza di armonie e melodie, per un conflitto sanguinolento ma necessario.

La vita e la morte non possono essere gestite se non con l’abbandono del proprio io, in una generosa propensione all’altro che, in questo disco, non è contatto umano bensì attraversamento dei canali spirituali, empirici, dottrinali, con nuovi simboli da adottare. La voce di Ardat (in passato un altare colante in cerca di viscere) qui si ritrova a essere un graffio rauco, inferocito, gravitazionale, una ruspa e una saldatrice che usa l’elettrodo come pedina sacrificabile, un alveare peccaminoso dal mantello cruento, per congiungersi con il piano letterale, davvero proveniente da una sacralità antica disinteressata al presente. Il connubio tra voce e parole è soltanto il pretesto per rendere l’associazione artistica la stanza in cui scaldare i significati, in attesa dell’impianto sonoro, come complemento e matrimonio ossidante.

La musica, nei suoi primi respiri, era un’onda girovaga, una sonda, una piroga, una strega, un vagito, un perlustrare le ipoteticità, un luogo inesistente in cerca di presenze, un’opposizione alla quotidianità, un vocabolario nascente per attirarsi i favori degli spiriti magnetici. Nulla a che vedere con l’apoteosi di perversioni semplicistiche, semplificate e svuotate di ogni legame con le radici. I Nibiru non si rivolgono a nessuno, si avvolgono nel proprio nucleo e ripristinano gli antichi dettami di quest’arte ormai svilita e svuotata.

In un mondo sempre più piatto, che si illude con la tecnologia e con l’assoluta mancanza di pensiero, l’artista Ardat prende la macchina del tempo e scompare alla vista degli sciocchi, usa la sofferenza come modalità espressiva unica, senza la volontà di affiliarsi adepti alle pareti nere dell’esistenza. No, qui non c’è nessuna catarsi, ma un continuo riempire i labirinti mentali e fisici di informazioni, aneddotica, privilegiate incombenze espressive, senza la presunzione del benessere e del benevolo sorriso di circostanza di chi si ritrova a essere imprigionato da questa ragionevole follia in levitazione.

La fugace stagione dell’esistenza qui conosce l’impegno di guardare nei vicoli, nei laghi, nei marasmi, nei tribunali del giudizio, negli specchi che conservano mediocrità e istinti irriverenti: i Nibiru mordono con menefreghismo geriatrico, disinteressato al consenso, mentre si infliggono la punizione della coscienza mantrica. Non canzoni, non esibizioni di capacità, bensì mercurio e assenzio, lapidi e candelabri, storia e chimica, aria compressa e pallottola, tsunami e quiete spossata, sacrificio e magneti, collutorio e ipoclorito di sodio, vespri e canti epilettici, non per eseguire un repertorio, ma per una contaminazione in diretta di ogni propulsione.

Viene rappresentato il Regno Teleste, nella prigionia forzata di un’anima che non riconosce padroni se non l’ubbidienza alla quotidianità cognitiva. L’utero di Sekhmet è il pericardio di questo lavoro, il rabdomante che pone il sigillo della ricerca e comprende la densità dei liquidi, i grumi sanguigni, l’esasperazione della paura del futuro, dello sviluppo fetale di tutti i circuiti conseguenti. Un tritolo acuto, uno stridulo concatenante, un’ebollizione del plasma per ripulire il senso di innocenza e gettarlo nelle mani dei predatori.

Non esiste definizione alcuna per la musica qui esposta: non ci sono generi, parole adeguate per anticipare i corridoi di definizioni stupide, tantomeno parametri di confronto, perché i Nibiru fuggono anche da se stessi, non si soffermano a precisare l’inutile inganno interpretativo, in quanto esperienza in diretta, senza vincoli, senza regole, in un vomito maleducato e dolcemente insostenibile ai più. La perfezione non comprende adesione se non alla propria natura e, in questi solchi, se ne percepiscono ampiezza e determinazione e, con molto sforzo (da parte di chi intende la musica come un regalo semplice e agevole), anche il senso.

Il noise, lo sludge, il ritual sono solo briciole in anticipo, un gioco meraviglioso, un sacrificio per la band sacrificabile. Non sono generi musicali da esibire, ma l’avamposto di una dialettica multiculturale in cerca di contatti, forme diverse, deformi, rigide e convesse: HYPÓSTATIS è Friedrich Nietzsche in vacanza dalla luce, Kenneth Grant e Karl Germer nel giardino dell’esoterismo mentre pubblicano l’organizzazione di un pensiero che bacia la teologia, Jung e il bisogno antropologico di un cervello da scartavetrare e tanto altro ancora, quanto basta per farne un disagio cui togliere la nostra negligenza, una camicia di forza per ridare alla libertà il giusto senso…

Macigno dopo macigno

Azoth

L’abisso accende le anime attraverso un crepitio, voci liriche a ingannare l’armonia e la leggerezza, un preludio che nasconde il flagello incombente, fino al pianto grave di un fanciullo. Tempo di godersi questa anta in apertura, perché poi tutto si atrofizza e la glaciale azione di avanzamento del nichilismo musicale trova il proprio spazio, coniugandosi con la vacua prosperità della luce, tra universi in discesa e onnipresenza del dolore, in una furia trattenuta a stento, mentre l’idea dell’inseminazione da parte del sangue si fa incombente. Una saldatura continua tra distorsioni e mantra psicotici, in un feedback che si ingrassa e diventa uno sciame in cattura. Una Genesi apocalittica, aristocratica nel non-colore, non legata alla religiosità effimera, bensì all’ubbidienza di un divino contemplativo, con il tempo che scorteccia e ingloba le carni, in cui tutto è cibo. Logorante, pressante, fastidioso e piacevolmente disagevole ai più, il brano di apertura palesa invece la bellezza del concreto, della contemplazione acida, dell’apoteosi del male, qui rappresentato da una foschia assassina.

Binah

Palude, lentezza degli arti, invocazione, pillole di suono con metastasi, navicella del tempo senza fari nell’universo: ci ritroviamo nel buio dell’inconscio, in un gioco di mostri e incubi al rallentatore, una fluorescenza drammatica e contagiosa, una messa nell’anfiteatro degli orgasmi puniti, con la teatrale enunciazione diabolica di Ardat, qui baritonale e dissacrante, robotico senza ansimare, mentre tamburi come croci si assestano nei gironi di un synth sacro e abbondante. È resa, è plenilunio, è contorsione, vita d’amore nella morte gentile…

Idolum

Ardat recita le ombre, in decadente prospettiva, con le note di un piano che sembra abbandonato ai piedi di un precipizio. Note sbavanti, vibranti, che giocano a far arrivare il recitativo dopo aver perlustrato le cicatrici, trovando rifugio in una caverna che svuota la musica e accende i simboli sanguigni, come catene che tatuano i respiri. Il punto apparentemente più accessibile dell’album diventa in realtà il fulcro di una creatività che qui misura l’imbarazzo di dover reagire a ciò che ha lacerato i battiti.

Sekhmet

Una fionda accoglie vibrazioni e brusii, le ombre puniscono creando orrore, terrore, spargimenti di suoni, in un setaccio che è una serie di ossimori in perlustrazione. Il nulla trova il proprio peso specifico tramite turbolenze di macchine che producono cavi elettrici e la lentezza ride beffarda. Di una bellezza oscena e maestosa, questa espressione artistica eleva il concept, stabilisce il contatto tra lo sguardo altrui e la propria fallacia, e il bisogno di divenire un dio che, smarrito, guida il proprio gregge verso il baratro…

Shalicu

Una gittata di raggi addomesticati conferisce a questa esplorazione il ruolo di esecutore materiale di una serie di omicidi, da quello del corpo a quello della mente, passando per i ricordi, in un’onda malefica che non abbisogna dell’abbondanza del ritmo. Un volo dell’identità, un messaggio che perlustra le convinzioni e si serve di lave sonore, schianti, fucilazioni, in una tensione a cui basta una nota roboante per generare paralisi. Implacabile processione, pressa il tempo e stimola spasmi illuminati da una concatenazione di nervi, con la voce come carta vetrata nuda, a spellare brandelli di carne, grattugiando i sogni, uccidendo anche loro. Cadaveriche, mefistofeliche, lussuriose, le corde vocali processano e diventano la lingua del serpente nel tempo della citazione…

Obeah

Eccola, la morte dell’abisso, la sua dolcezza, i suoi gesti francesi attraversare una teoria che si ritrova improvvisamente tra le mani una sequenza di accordi minimalisti, recitati da una voce femminile che crea uno iato tra la gravità e la leggerezza, ultimo bastardo inganno da perseguire, quasi un dono per chi ha viaggiato, resistito e vissuto questo incantevole Getsemani in cui ancora una volta si è vista la rappresentazione dell’inganno. In fondo, questo capolavoro è nato da una serie di morti e ha necessitato dell’arte fittizia per sublimare se stesso, garantendosi il trono eterno…


https://open.spotify.com/album/2szeebqDDzHM3YZQs4j1Kn?si=qOc1dGBeSwCvgCMl_xRcyw


venerdì 20 febbraio 2026

Recensione di Marco Sabatini: Shesgot - A House Into a Body


Marco Sabatini

Musicshockworld 

Offagna

20 Febbraio 2026
 

Shesgot, una caverna dentro un treno. 


Parte la batteria, tuona un basso, arpeggi di chitarra, siamo in una cantina, notte fonda e vorremmo essere a Varsavia con un boccale di birra, tanta schiuma e un kabanos affumicato.

Procedere a zig zag scandito da scoppi di sei corde e voci di baritono che giocano tra loro, colore scuro, frasi ripetute. 

Ma abbiamo davanti un mare nero in burrasca che sbatte contro scogli alti e appuntiti, studiati per mettere a disagio chi ascolta e trovare nell'intreccio delle frasi un percorso sotterraneo che porta un po' di luce,  la furia del mare in lontananza che continua a scudisciare la costa. 

Fortunale selvaggio che tutte le tavolate sconquassa e viene maledetto.

Dialoghi tra anime un po' brille che vedono davanti a sé e il buio della notte. Banchi di nebbia che fanno il loro ingresso togliendo ogni oggetto dalla vista per poi ritornare alla limpidezza di un buio illuminato dalla luce di un' area di servizio semi vuota. 

E le piante che contornano questo scenario sono percorse da filo spinato elettrificato che passa tra i loro rami, devi accollarti tutto, sia ben chiaro.

Uscire dall' incantesimo non è tra le opzioni: "A house into a body" è l'irreale che diventa rituale, non un fulmine passeggero.

https://shesgot.bandcamp.com/album/a-house-into-a-body-new-album


giovedì 19 febbraio 2026

La mia Recensione: Shesgot - A House Into a Body


 

Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

19 Febbraio 2026


Shesgot - A House Into a Body

Il vocabolario si sta svuotando, conseguentemente si riflette di meno, si parla peggio, ridicolizzando le lingue, rubando il bagaglio di tutti i popoli. Si trovano però momenti di esaltazione quando, ascoltando un album come questo, la ricchezza di diverse forme di comunicazione trovano il modo di emergere, adoperando parole, suoni, inclinazioni, prospettive e meravigliose ricerche, in questo insieme che ricorda il lungo percorso della formazione dei concetti e dei suoi metodi espressivi.

A House Into a Body adotta, comprime e fa dilatare ogni istinto per costruire, con un efficace lavoro di stratificate sinergie epocali, un corpo solido, dotato di una notevole autonomia. Per farlo circumnaviga generi espressivi diversi, a partire dalla metodologia di scrittura dei testi di Federico Palmieri (con un crooning contestualmente nervoso, disincantato, sublimemente tossico e suggestivo, sino ad arrivare a delle incantevoli performances melodiche), per poi rimarcare, attraverso l’ampio raggio delle musiche, il suono, i graffi,  le esplosioni di cumuli densi di nervature che definiscono le varie e significative espressioni di un combo in cui la chitarra diventa lo stregone e il basso e il drumming i nervi che definiscono spazi cognitivi di grande valore.


 Sparisce quasi del tutto la tentazione della melma nera di The Seeker, l’album di esordio del 2021, nel quale bagliori shoegaze e turbinii post-punk erano timonieri assoluti. Qui, invece, viviamo la drammaticità che abbisogna di maggiori dilatazioni e modalità per costruire un basamento multicolore e multiforme. Il rock vibra con riff e arpeggi, in affascinanti deserti notturni in cui vivono lampi erotici e cabaret in un teatro dal palco mobile, in continuo avanzamento, con un plot che racconta nevrosi e cecità di una realtà mutante e colpevole. Tic e soffocamento si uniscono per essere poligoni, i brani immensi bagliori densi di ombre e multiple complessità che timbrano l’attualità con l’onesta volontà di non fare sconti. Tra la vulcanica espressività dei The Boys Next Door, i filmati horror dei primi Virgin Prunes, la dialettica caleidoscopica dei The Dresden Dolls, il terzetto di Macerata forma un nucleo di composizioni atte a lacerare la forma canzone per garantirsi spazi intellettuali, manovrandole nel contesto di una seria libertà che ha l'intenzione di limitare le divagazioni e le velleità per divenire, senza dubbio, un universo concreto di torsioni e sperimentazioni. I fantasmi di David Lynch creano immagini che scaldano i cuori e le menti, un diario che dilata e compatta decenni di ricerca, in immersioni che traducono i geroglifici storici di una cultura ormai segregata e spenta.

 Gli Shesgot se ne fregano di piacere, di creare stupide connessioni di contatti fuorvianti e badano al sodo: usano balestre lancinanti, contorsioni e intime nevrosi come scandagli e cornici, per inglobare sensi cognitivi con una longia corta, in cuoio, per dirigere queste canzoni che sono dei purosangue di indicibile forza e sensualità magnetica.


Affondi continui di robuste torsioni, con un vistoso eclettismo, un girovagare notturno che nasce dal tedio circolare che opprime, ottunde per togliere illusioni, declamando, piuttosto, il marmoreo sconfinamento verso la paranoia e la tristezza della modernità, usando, difatti, linguaggi e modalità antiche, con sussurri e grida degni di Bergman, per accerchiare la realtà e diversificarla. Ben vengano le devastanti distorsioni di Michele Caserta, con il suo basso rovente in due episodi e dita impregnate di sangue e la tecnica e il cuore preciso come il suo respiro nel suonare anche la batteria, riuscendo a prendere la storia dello strumento e fissarlo in operative ed eclettiche estensioni, facendo del drumming un velo per proteggere le magnetiche esplorazioni di Matteo Palmieri (al basso in sette brani) che con la chitarra crea disordini, crociate, arpeggi stregati e ritmiche sospese che fanno vacillare chi non comprende il suo eclettismo infinito. Insieme i tre sventolano la bandiera viola, fanno del cielo una fabbrica in preda al vento e lanciano mine lente, più pesanti, nel perfetto matrimonio tra la vita e la morte, arrivando a un cannibalismo estetico davvero liturgico. 


Il Vecchio Scriba rimane inglobato in queste performanti forme dialettiche, incastonate in effervescenze e stagnazioni continue, in un girone dantesco, con folate ritmiche e perlustrazioni armoniche davvero impressionanti….

È tempo di provare a guardare questo insieme, con timore e rispetto, perché solo l'arte con la A maiuscola sortisce questo effetto… 



 Song by Song

1 - The Hall

Si entra nell’atrio di una casa incendiata da questa atmosfera spettrale, un crooning perfettamente appoggiato a un drumming nebbioso, la chitarra prima arpeggiata e poi laminata, con oscillazioni dream pop ma cupe, sino a un boato vocale tenuto quasi segreto. Un rituale, per principiare questo nuovo lavoro, con una introduzione che annichilisce con veemenza ogni pretesa pop. Qui si cammina nel fianco acido e mellifluo di tremori gotici…



2 - The Return

I Bauhaus incontrano la Fura dels Baus, per poi creare un’altalena melodica che cerca di disarcionare ogni fatica. Ed è involucro sacro, sino al cambio ritmo e a un mantra della chitarra che consente al basso e alla batteria di elaborare una protezione massiccia….



3 - Flames’ Night

La dolcezza nasconde il fremito, per poi diventare apoteosi e nevrosi, in una quasi ballad psichedelica dal profumo neofolk, in cui una forma pagana ci presenta una strega che vaga di notte, in questi solchi che evocano riti e lacrime perfettamente cullate da un vocio e suoni che circondano generi musicali in attesa….



4 - The Train

Il drumming è un binario e una locomotiva, il basso un fantasma nerastro, la chitarra un'antica croce post-punk e la voce un'eco di Rozz Williams e Peter Murphy con dosi di valium, per fare di questo brano una celebrazione ritmica del pensiero, attraverso riferimenti multipli in un archivio prodigioso…



5 - Home

Albori shoegaze si affacciano, ma è una feroce illusione: qui siamo al cospetto di una ricerca frenetica di cupe e meticolose perversioni mutanti, un diamante grezzo immerso nel petrolio, una marcia lenta, militare, duodeno e intestino che vengono lacerati, per costruire mura melodiche in espansione continua, tenendo la voce muta perché già è tutto dichiarato, facendo delle movenze della chitarra l’unico metodo per farci commuovere…



6 - Backseat

I Killing Joke entrano in una chiesa sconsacrata e sentono queste note: si celebra la sontuosa capacità di mostrare le ferite sulla pelle, in un apparato musicale legato a un inizio lento per poi sganciarsi e diventare un sacrario in cui la corsa trova i suoi nervi, rallentando nuovamente, mentre l’apparato ritmico crea nevrosi e si lancia in flussi corrosivi sublimi…



7 - The Fountain

Un terremoto del decimo grado della scala Richter coinvolge e sconvolge il teatro in cui si recita la vita, in smembramenti affascinanti e raccapriccianti, una detonazione che conosce armonia e melodia mentre tutto sbava e rapisce i sensi mediante lancinanti torsioni della chitarra e un drumming con ripetuti stop and go dentro la modalità che fu dei Death in June nel secolo scorso…



8 - Mark E. Smith

L’esaltazione del più grande genio di Salford avviene tramite perversioni apocalittiche, in frenetica esposizione, come se Manchester e i Fall diventassero un’odissea. Una telefonata tra una ragazza scozzese, Leyre Mann Vadillo (presente con la sua voce), e il nostro amico Marco Sabatini, per parlare dell’amore nei confronti della band mancuniana, genera la base di questo brano. Ed è un turbinio di cavi e spasmi, con il cantato che sostiene il duro lavoro ritmico con una litania incantevole e che appiccica le note al ventre…. 



9 - January’s Note

Questo incredibile lavoro si conclude con una slavina ritmica e armonica, con un cantato evocativo e i drammi di improvvise lacerazioni, qui tradotte e rese eterne da un calvario sonoro in cui la vocazione drammatica della liturgia pagana conquisterà molte anime…


Shesgot:


Federico Palmieri - Voci

Michele Caserta - Batteria e Basso in The Hall e Mark E. Smith

Matteo Palmieri - Basso e chitarre

La formazione di Macerata dal vivo comprende Giulia Tanoni al basso


Sarà pubblicato domani 20 febbraio su Bandcamp e SoundCloud 

Disponibile anche in vinile edizione limitata 100 copie


https://shesgot.bandcamp.com/album/a-house-into-a-body-new-album


https://music.apple.com/gb/album/a-house-into-a-body/1877676825


https://open.spotify.com/album/0Ghz6zwkkzgLO14UZzL7D3?si=N6txmee-SXiOSGToB4huxw








La mia recensione: ELLE - Silent Search Of Spring

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