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venerdì 21 marzo 2025

La mia recensione: The Bolshoi Brothers - The Bolshoi Brothers


 

The Bolshoi Brothers - The Bolshoi Brothers


C’era una volta e c’è ancora un luogo nel Wiltshire, nel sud dell’Inghilterra, non lontana da Bath, una località resa famosa da una formazione post-punk e darkwave (Bolshoi), che di nome fa Trowbridge e che ha portato per un pò, nel suo ventre, le prelibate peripezie del quartetto.

Nel 1990 la band si sciolse e ora il Vecchio Scriba si accinge a portarvi in un oceano in fuga, lenta, verso il cielo, con una miscela armonica che ha richiami antichi, delicati, profumati, dove il folk, la psichedelia, la pelle inumidita di Alternative e Indie Rock fa da base per un circolo razionale inevitabile. Le undici canzoni sono state scritte durante il lockdown, a distanza: Florida chiama, Seattle risponde, in un percorso solo fintamente separato. Le idee, gravide di umori e maturate esposizioni all’addensamento di pensieri a braccetto con la filosofia, vengono rese libere dal talento, dal lavoro sul senso, sulla schiena di storie dall’involucro protetto dai suoni che spargono tenerezza e curiosità. Molti i luoghi su cui le canzoni planano, molti i riferimenti in  cui si potrebbe trovare un sorriso, un sollievo, ma, soprattutto, grande è il perimetro dei versi, degli arrangiamenti, del cantato, del flusso energetico, dei raggi di sole che fanno dei Bolshoi di un tempo un piacevole ma non essenziale ricordo. 

Trevor Tanner, come sempre chitarrista e voce, disegna, attira l’ascoltatore nelle sue praterie mentali, mentre Paul Clark (tastiere) è il grande artefice di questo caleidoscopio, di questa foresta che cerca di catturare la luce per nutrirsi di speranze. E le loro nuove residenze, americane, hanno favorito un parto artistico nel quale, tra i due poli, vengono compresse sensazioni, dolori, impeti e una folta vegetazione sensoriale: un album come uno slancio che non conosce direzione, per dar senso alla vera libertà.

È rock che sembra nato dalle bave di Lou Reed, dalla psichedelia australiana della seconda parte della carriera dei Church, sino a chiamare a sé il periodo degli anni Novanta di band inglesi che riprovavano il brivido della sponda americana che si ispirava specificatamente a quella di Boston. E quella della band inglese Eat. Inoltre vi è presente l’ebbrezza data dai lavori di gruppi vicini allo slowcore, specialmente poi quando nei ritornelli a prevalere è un senso malinconico.

Non sono assenti gli antichi petali cupi, le bordate di tossine ma il tutto è più levigato, con la capacità di entrare anche nelle zone del country, quasi come una sfida, facilmente vinta, in quanto i due non hanno mai mancato all’appuntamento con l’ironia (come nel brano Cowboy Chords). Però in tutto questo esercizio artistico, le chitarre sono sempre lontane dal voler inghiottire il tutto: sono generose, attente e scrupolose, volenterose nel tradurre il passaggio delle loro esistenze. 

Ci vuole coraggio per scrivere un battito di ali, quando prima si descrivevano passi insicuri nella notte buia delle strade di Londra.

La testimonianza dell’età adulta, di un percorso che cerca lo sviluppo non può legarsi alla nostalgia.

Ci sono elementi di contatto con un’idea gloriosa e pericolosa: orchestrare l’esistenza con canzoni come una matrioska con l’intenzione di un contatto, come se i brani fossero pagine all’interno di una biblioteca vogliose di entrare nei palmi delle nostre mani.

Quando poi arriva Beautiful Creature si capisce come la radice rock americana sia capace di rivelare il lato post-punk di un tempo ma rivestito di una pellicola luminosa vicina all’incanto di un miracolo, perfettamente riuscito. Forte è la presenza degli anni Novanta in almeno la metà dei brani, tuttavia non come limite, bensì come palestra muscolare di assoli in grado di riportare il suono nel luogo che gli compete. E poi i Blue Aeroplanes che spesso fanno capolino, come lo fa la sensazione di un cabaret pop in cerca di un applauso timido, e il recitato di Trevor sale sul palcoscenico della pazzia, con citazioni, riferimenti davvero notevoli. Si danza con consapevolezza, si sorride e si trovano lacrime generose nella splendida e conclusiva This Town, vero gioiello intuitivo, capace di sorprendere e trascinare nell’intima località del ragionamento ogni  paura…

Fulcro, baricentro e freccia libera di separarsi dalle prigioni è la mastodontica Platitudes of Scorn, un trattato biologico, un vocabolario di bellezza che, partendo dalla psichedelia inglese, atterra nella ballad claustrofobica americana, per divenire il pezzo su cui collegare il lato solare e quello cupo dei due artigiani musicali, qui in totale armonia, per dare non solo al brano ma all’intero album un senso di epicità inevitabile.

Hanno colto il senso dello spargimento del tempo e lo hanno lasciato libero di voltare loro le spalle, senza acredine, senza eruzioni inutili di rabbia. Una clamorosa disciplina, resa possibile dalla loro stessa produzione, fa sentire il tutto come un lungo soffio dalle undici piume, dove ognuna rincuora le altre.

Piccole scintille del loro passato  si possono trovare nella penultima composizione, Built in Obsolescence, un crocevia, una pillola che dalla mente di un passato prova ad arrivare alla realtà. Amniotica, nevrotica, elettrica, è sicuramente epidermica in quanto sa come tenere un lasso di tempo enorme comprimendolo in un minutaggio che, seppur breve, è molto rappresentativo per quanto concerne il periodo che fu per loro glorioso.

Non si può rinunciare a Suburbs, quel secondo incanto sonoro che mette i brividi, per la scrittura che brucia le ostilità e ridà senso al vivere della provincia, a storie che rischiano di rimanere inascoltate.

Si può fare a meno del passaporto ma non dell’identità: ecco che la già citata This Town rivela antichi amori rimescolati (The Velvet Underground), che in un momento di freschezza riescono a ingannare il movimento delle lancette dell’orologio, per poi trasferirsi verso i Beatles e l’Inghilterra, per un ritorno a casa.

Che è perfettamente il fattore dominante di questo disco: partire dal limite (il lockdown), per trovare una nuova residenza: quella dentro di sé, per un risultato clamorosamente armonioso e intenso…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

21st March 2025


https://thebolshoibrothers.bandcamp.com/album/the-bolshoi-brothers






My Review: The Bolshoi Brothers - The Bolshoi Brothers


 

The Bolshoi Brothers - The Bolshoi Brothers


Once upon a time, and still is, there was a place in Wiltshire, in the south of England, not far from Bath, a place made famous by a post-punk, darkwave band (Bolshoi), whose name is Trowbridge and which for a while carried the quartet's delicious vicissitudes in its belly.

In 1990 the band disbanded and now the Old Scribe is about to take you on an ocean voyage, slow, to the heavens, with a harmonic blend that has ancient, delicate, fragrant overtones, where folk, psychedelia, the dampened skin of Alternative and Indie Rock form the basis for an inevitable rational circle. The eleven songs were written during  lockdown, at a distance: Florida calls, Seattle answers, in an only pretendedly separate path. The ideas, pregnant with moods and matured exposures to the thickening of thoughts at arm's length with philosophy, are set free by talent, by working on meaning, on the back of stories from the protected envelope of sounds that shed tenderness and curiosity. Many are the places over which the songs glide, many the references in which one might find a smile, a relief, but, above all, great is the perimeter of the verses, the arrangements, the singing, the energetic flow, the rays of sunshine that make the Bolshoi of yesteryear a pleasant but not essential memory. 


Trevor Tanner, as always guitarist and vocalist, draws, attracts the listener into his mental prairies, while Paul Clark (keyboards) is the great creator of this kaleidoscope, of this forest that tries to capture the light to feed on hope. And their new residences, American, have favoured an artistic birth in which, between the two poles, sensations, pains, impetuses and a thick sensory vegetation are compressed: an album like a momentum that knows no direction, to give meaning to true freedom.

It is rock that seems to be born from the burrs of Lou Reed, from the Australian psychedelia of the second half of Church's career, and even calls to mind the 1990s period of British bands that reproduced the thrill of the American shore that was specifically inspired by that of Boston. And that of the British band Eat. Moreover, there is the thrill given by the works of bands close to slowcore, especially then when a melancholic sense prevails in the refrains.


The old sombre petals are not absent, the broadsides of toxins, but the whole is more polished, with the ability to enter even country areas, almost like a challenge, easily won, as the two have never missed the appointment with irony (as in the song Cowboy Chords). However, throughout this artistic exercise, the guitars are always far from swallowing the whole: they are generous, attentive and scrupulous, willing to translate the passage of their lives. 

It takes courage to write a flutter of wings, when previously they were describing insecure footsteps in the dark night on the streets of London.

The testimony of adulthood, of a path that seeks development, cannot be tied to nostalgia.

There are elements of contact with a glorious and dangerous idea: to orchestrate existence with songs like a Matryoshka doll with the intention of contact, as if the songs were pages inside a library eager to fit into the palms of our hands.


When Beautiful Creature arrives, it becomes clear how the American rock roots are capable of revealing the post-punk side of yesteryear, but clothed in a luminous film close to the enchantment of a miracle, which is perfectly successful. The presence of the nineties is strong in at least half of the tracks, however not as a limitation, but as a muscular gymnasium of solos capable of bringing the sound back to its rightful place. And then the Blue Aeroplanes often peep in, as does the feel of a pop cabaret in search of shy applause, and Trevor's acting takes the stage of madness, with quotations, references that are truly remarkable. One dances with awareness, smiles and finds generous tears in the splendid and conclusive This Town, a true intuitive jewel, capable of surprising and dragging into the intimate locality of reasoning every fear...   

Fulcrum, barycentre and arrow free to separate from the dungeon is the mammoth Platitudes of Scorn, a biological treatise, a vocabulary of beauty that, starting from English psychedelia, lands in the claustrophobic American ballad, to become the piece on which to connect the sunny and the sombre sides of the two musical craftsmen, here in total harmony, to give not only the song but the entire album an inescapable sense of epicness.

They have grasped the sense of the passing of time and let it turn its back on them, without bitterness, without unnecessary eruptions of anger. A resounding discipline, made possible by their own production, makes the whole thing feel like one long breath from eleven feathers, each one heartening the others.

Small sparks from their past can be found in the penultimate composition, Built in Obsolescence, a crossroads, a pill that from the mind of a past tries to reach reality. Amniotic, neurotic, electric, it is definitely epidermic in that it knows how to hold an enormous amount of time by compressing it into a minute-length that, although short, is very representative of the period that was glorious for them.  One cannot do without Suburbs, that second sonic enchantment that sends shivers down one's spine, for the writing that burns away hostilities and restores meaning to provincial living, to stories that risk remaining unheard.

One can do without a passport but not without identity: here, the aforementioned This Town reveals remixed old loves (The Velvet Underground), which in a moment of freshness manage to fool the movement of the hands of the clock, only to move on to the Beatles and England, for a homecoming.

Which is perfectly the dominant factor of this record: starting from the limit (the lockdown), to find a new residence: the one within oneself, for a resoundingly harmonious and intense result...


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

21st March 2025


https://thebolshoibrothers.bandcamp.com/album/the-bolshoi-brothers


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