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mercoledì 24 giugno 2026

La mia Recensione: Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins

 


Alex Dematteis

Musichockworld

Salford

25th June 2026


Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins


Esistono condizioni particolari, nella ricerca dell’esposizione della verità, che conducono a scorgere panorami interiori in grado di smuovere ansie e tensioni, in un circuito celebrale che evidenzia l’appartenenza a nuove verità: la musica in questo aspetto è davvero capace di compiere miracoli. Il duo di Edimburgo, composto da Brian Jordan e da Colan Miles, con il secondo lavoro a lunga distanza compie una serie di indagini, conferma la rotta dell’esordio allungando la gittata della sensibilità, con un occhio preciso volto all’attualità, e immagina tutta una serie di indicatori per aumentare la profondità del loro studio. Strumenti come enciclopedie, ritmi lenti per consentire dilatazioni sonore, un immaginario che traduce vicende personali e un senso di appartenenza al nutrimento della tecnica e  alla pianificazione verso il luogo armonico del piacere, comprendendo anche semi grigi e tensioni tenute perfettamente nel girone dell’ubbidienza.

Light Fades Into Ruins è un giardino celeste che attraverso i temporali dell’esistenza cerca il modo di creare arcobaleni, nei passi, nei sogni, innaffiando l’aria e le energie con una dolcezza imprevedibile, prestando accortezza nei confronti della potenza del suono perfettamente garantita dalla produzione di Simon Scott, che, dopo aver masterizzato il precedente Echoes Of A Former Life, qui si siede e indica, testimonia la grande maturità raggiunta dal combo scozzese e benedice il tutto con la sua sapiente regia.

Un disco in cui vivono tutte le stagioni, in cui prevalgono note allungate, una sapiente ricerca armonica, l’intenzione di donare alle introduzioni la capacità di inquadrare perfettamente il contesto e ciò che sta per arrivare. I riferimenti come sempre non mancano, ma stavolta Brian e Colan sono riusciti a manifestare totalmente il loro stile, ad avvalorare i propri bisogni, facendo sì che una buonissima quota di originalità abiti il vestito di queste tredici composizioni, per un album che sembra durare una giornata intera, dato tutto questo dalla volontà di una maggiore consapevolezza. Non è una fotografia, un suono di un momento, bensì un articolare studi, indagini, propensioni, con il coraggio sapiente di chi, malgrado la preoccupazione di aver pubblicato troppi minuti, ci offre in realtà appigli, rifugi, compensazioni, supporti e la chiara capacità di aver espresso oltre al talento anche una documentazione precisa su cosa è  necessario per la loro esistenza. Ci si ritrova così nell’urgenza dell’ascolto europeo, come atto diligente di sedazione, come uno scrupolo doveroso per non lasciare nulla al caso.

Sono composizioni che scavalcano la noiosa tendenza a decifrare i generi musicali, regalando, piuttosto, la corposa necessità di investire il tempo scevri di questo impedimento, per generare matasse di nervi, cavi elettrici che contemplano saggezza e un’indole davvero spiccata verso il nutrimento dell’anima, una preghiera musicale sotto forma di suoni in ebollizione lenta, anche quando il ritmo parrebbe essere più veloce e maggiormente impiantato nella fisicità.

La parte cantata di Brian è attenta a essere un accompagnamento e non un trono borioso: tutto fila liscio, le sue corde vocali paiono essere un’ulteriore chitarra e la sua grazia alla fine conquista e distribuisce piaceri davvero immensi, nei quali la sensazione è quella di una vertigine che educa alla piacevolezza di flussi sensoriali ed emotivi alla ricerca di un tempio pieno di diamanti sonori.

Dal canto suo, Colan ha aumentato la scrittura melodica delle tastiere e il suo basso ha preso distanza dal post-punk senza però rinunciare a insinuare il piacevole sospetto che le origini e il background siano ancora lì a testimoniare la propria l’importanza e il proprio valore. Ci sono, ancora e come sempre, scie di shoegaze a insaporire le trame, per donare ad ampio spettro il suo buongusto, perfettamente allineato alle chitarre di Brian, al fine di conseguire, come risultato, un nucleo compatto in cui non si attraversano i generi musicali, ma li si vive come un respiro dalla bellezza fatale…


I testi sorprendono, una crescita esponenziale nella decifrazione, nel trasformare il pensiero in vocali e consonanti che sappiano creare mood molteplici, un disegno che rivela la saggezza dello sguardo, la scelta degli argomenti, un vocabolario semplice ma in grado di impegnare la comprensione per custodire la realtà di queste parole, che sono un ulteriore strumento, dove ciò che è esplicito sembra attendere la ragnatela delle difficoltà per abbracciarla. Un cambiamento vistoso, un tassello che dimostra quanto questo secondo lavoro sia un concentrato di saggezze in volo, una lampada a olio che illumina il tempo. 


Capace di creare una dipendenza amniotica, celebrale e fisica, l’esperienza di questo gioiello trasforma la sabbia della clessidra nell’avamposto inaspettato di regali in sequenza, di una serie di illustrazioni che sanno come fermare l’indole della fretta. Alla fine sembra di aver letto un libro in un circuito di fiamme e nuvole, con l’anima che, assorta, ha trovato il giusto ristoro. Non è una scrittura atta a cercare il perfetto song writing, ma una vera distruzione di petali e respiri, con le canzoni che crescono, ascolto dopo ascolto, come un generoso scintillio di capriole e giochi acrobatici alla ricerca di un gesto semplice: donare piacevolezza.


Provoca gioia veder confermata la presenza dei coriandoli grigi di Disintegration, le scorribande celesti di Souvlaki, come se rimanessero  la loro stella polare, ma, nel frattempo, queste composizioni ci mostrano un nuovo universo parallelo e, come dicevo prima, la loro reale maturazione si precisa con l’intenzione, il piacevole incidente fortuito, di scoprire tra le proprie mani un talento che non deve nulla a nessuno.

I sentimenti, le riflessioni, gli istinti, gli stravolgimenti (in questo disco sublime) sono il raccordo inconscio di cui un attento ascoltatore necessita: pendii, balbettamenti ritmici, escursioni nell’epicentro onirico, la fragilità che da maschera diventa, impetuosamente, un irriducibile ribelle in grado di viverla come una risorsa. Quando le voci e le musiche alzano il loro registro ci si accorge di come ci siano vette che possono essere vissute anche con poco ossigeno…


Non si può non adorare il senso di attesa, la sua lenta movenza, che si tuffa dentro il radiatore caldo di scie sonore che odorano di nostalgia priva di tristezza, come spinta verso un presente che sappia distinguersi. Qualcosa di celtico, di folk, naviga tra queste tracce, come una muffa camuffata da antenna: un ascolto attento rivela tutto ciò, come se la provenienza non possa conoscere il rifiuto. Ed è anche tale aspetto che rende intrigante questo approccio nei confronti di Light Fades Into Ruins: un lungo e continuativo abbraccio tra il dna e l’esigenza di discostarsene, in un giardino immaginario nel quali gli abitanti hanno linguaggi e costumi diversi, ma riescono a convivere in armonia.

Un fuoco, tra i venti e i brividi, può solamente penetrare, per indurci a divenire esseri migliori…

E quello dei Sun Shines Cold è davvero intenso ed essenziale… 


Song by Song


1 - Light Fades


Un risveglio, un torpore gradevole, accenni di vita, movimenti che sembrano respiri non ancora coscienti, una tensione accennata, vapori sui capelli, un drumming accompagnato da un basso corrosivo, le tastiere che sussurrano rotoli di dolcezza, con la sensazione di una malinconia che cerca conforto, per il risultato di un brano strumentale ad alto tasso immaginifico…



2 - Winters End


Spesso si chiude gli occhi non per sognare ma per vedere meglio la cruda realtà e poterla congedare. Il testo è un calvario di ortiche e chiodi arrugginiti, mentre la musica è capace di trovare longitudini davvero oniriche, come contrappeso necessario. Lo shoegaze degli anni Novanta qui diventa un parametro, un perimetro, una camminata che rende i polmoni coscienti di questo testo così denso, con il tutto che scivola in una culla senza età…


3 - Wait My Time


L’amore vive ambizioni diverse e nel racconto di due esseri in relazione vediamo le discordanze, gli equilibri infranti, l’incoscienza e il dolore depositati solo in uno dei due protagonisti. Il circolo sonoro è una spada che corre veloce, con oscillazioni e visitazioni dei generi musicali come un timido inchino, perché, per davvero, questo brano mostra le varie e spettacolari qualità di fare degli incroci strumentali un passaporto per lo stupore e la libertà…




4 - Everything Has Changed


Il disco conferma la centralità, da parte dei testi, dei rapporti interpersonali (da una parte) e l’ascesa verso piccole mutazioni stilistiche musicali (dall’altra), e in questo specifico pezzo vediamo coesistere la turbolenza, l’epicità del dramma attraverso ascese visive e suoni che impastano elementi preziosi da parte dei due musicisti, qui in una parata di novità che potrebbero sentenziare la loro direzione futura. Quasi Pop, mentre la serietà e la tensione sono espresse al massimo, per un connubio delizioso. Alternative, Shoegaze e Post-Punk qui banchettano insieme, felicemente…



5 - All I Need


E quando l’oscurità afferra la mente e lascia pochi giorni al futuro, ecco una lacrima capace di essere musica, una sciata tra le nuvole, un fumogeno shoegaze che prende i Cure di Disintegration per far dimagrire il dolore ma non l’intensità… La voce trova modo di avere la sua centralità, la musica intorno pare inchinarsi, e tutto spicca in un volo in cui le chitarre decidono di attraversare il cielo più lontano, per portarci con loro…



6 - Where I Lie


Ma quanto sono adorabili le coccole ambient dei Sun Shines Cold, quando si vestono da maghi e scendono nei crateri del rischio, con la loro effervescenza a cui viene dato l’ordine di tramutarsi in un boato soffocato? Sì, sono presenti piccoli wall of sound, a grattugiare la melodia, ma, poi, a vincere è un candore davvero notevole, la pazienza nel cercare i suoni più adatti, un circuito di nervi tradotti in un pellegrinaggio di noti pacifiche…



7 - Last Sunset


Clamorosa, morbida, muscolare, medievale nelle sue zone d’ombra, moderna nella sua cura del dettaglio, un brano minimalista in ascesa, un brivido che vive di loop quasi segregati, di chitarre che attendono la luce del sole, con le tastiere che invece discorrono con la notte e il drumming che ci porta verso gli Slowdive, oltre a una spiritualità che non abbisogna di parole…



8 - Into Ruins


Terzo brano strumentale e l’ennesima abilità di un alfabeto morse in grado di raggiungere il ricevente: Into Ruins è un diario segreto di escursioni lunari, una stagione che cerca l’approdo verso un’altra, con un corpo di chitarre a trascinare il ritmo sincopato e a raggiungere lidi lontani dallo shoegaze. Ed è così che ci si ritrova nella grandiosità dei film di Rohmer, dove tutto è organizzato per un tema preciso, viscerato e connesso al presente…



9 - A Feeling Unknown


Conoscere e dimenticare, volere la verità e il suo contrario, in questa articolata dinamica comportamentale e letteraria, fa di questo brano una serie di deserti coccolati da echi di deserti in ascesa, un perimetro di note che sono come amnti in cerca di acqua, un’espressione sottile e dorata, un'intensa dimostrazione che il duo scozzese ha sensibilità femminili in abbondanza…



10 - I Watched You Fall


Il tempo e la sua via crucis: in questa canzone ci ritroviamo nei quartieri terminali della gioia, dove a vincere è la consapevolezza che che tutto si conceda a un lascito cosciente. L’episodio più intenso di questo album, tra lacrime e ringraziamenti infiniti, dentro una processione che contempla tutte le qualità della band, qui nella necessità di contenere ed esplorare il passato, il presente, e di affacciarsi al futuro. Un loop enigmatico (quello della voce) che si assesta nella tintura sonora, dando spazio a un episodio celestiale…



11 - Betrayal


Una centrifuga di rimandi, molte canzoni e molte band qui trovano modo di essere ricordate. Ma loro, invece, porgono in evidenza il loro studio e architettano un riassunto dove ciò che è stato esplorato sembri una coda, una scia per fuggire via lontano… Un fare psichedelico dentro un’ossatura polivalente che strega e immagazzina piaceri davvero potenti…



12 - Lost Again


Nel penultimo episodio i due tracciano la bandiera dell’effervescenza, della gravidanza artistica, in un recinto solare, in cui tutto ciò che appare è un raggio shoegaze dentro la polvere, in un bagliore che stupisce e rende il respiro un affanno che libera tossine. Con il passare del tempo, delle canzoni, ci si rende conto di quanta materia alberghi nel loro raziocinio, nel loro bagaglio culturale. Qui, per esempio, vediamo come diversi e piccole mutazioni diano dimostrazione di superare la forma canzone per ottenere un lasciapassare che conduce alla bellezza più concreta…



13 - No Way Back


E si chiude in maniera strepitosa, tra eleganti passi melodici nell’oceano dei sogni e lo spazio di raggi imbevuti di tristezza, con la verità che ci racconta di come tutto sia concatenato per risultare in un arrivederci in cui gli arpeggi vivono l’impetuosità del Post-Rock, e i sigilli Shoegaze sono quasi silenti…


https://sunshinescold.bandcamp.com/album/light-fades-into-ruins




martedì 21 aprile 2026

La mia Recensione: Grant Swarbrooke - Kaleidoscope Bad Wisdom


 Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

21 Aprile 2026

Album of the year 2026!


Grant Swarbrooke - Kaleidoscope Bad Wisdom


Un inverno ovattato è la panacea di ogni illusione, un transito fisico in cerca di un luogo senza disturbi, un pigiama che ricopre fatiche e languori. Nella musica questa stagione non viene compresa del tutto, è spesso scartata, di certo poco amata in quanto le si conferisce una negatività del tutto ingiustificata e scorretta. Scorrono più verità nascoste in quei mesi che nel resto dell’anno, l’apparenza perde il suo fascino e vince il bisogno di uno spazio interiore con l’intenzione di privarsi dei giochi brevi, si scopre l’esigenza della verità.

E la lente d’ingrandimento diventa l’unico utensile per sistemare quello che deve pilotare l’anima verso ciò che verrà dopo.

Nel debutto a lunga distanza di questo artista tutto è vitamina, proteina, riflessione, accenni, con la scia perenne di una malinconia vigorosa, un letargo solo apparente perché in realtà Grant Swarbrooke utilizza le energie per disegnare confini, per inglobare le sensazioni, gli umori, creando mulinelli e scie di pensieri sempre adiacenti a un minimalismo essenziale e verace.

I profumi non si esibiscono nel cielo ma sotto la neve, le coperte, le intuizioni di una magia che l’artista residente a Bath configura come una riserva personale, un mazzo di segreti che trovano l’intelligenza del pudore, l’assenza del megafono preferendo processi creativi come un foulard privo di ego. Queste composizioni sono un racconto, non un riflesso o una serie di fotografie, bensì una storia che mostra solo l’ombra di una serie di volti, il crepuscolo dei sogni, il calore di contatti nascosti dalle miscele di uno spirito acustico in grado di appoggiarsi a una elettricità che non necessita di migliaia di watt per generare l’impressione che queste note musicali siano le vibrazioni di un terremoto nel centro dell’oceano…


Doveva essere un Ep, è divenuto un album, ma non è questa la notizia o il motivo di una gioia voluminosa: la realtà consta di una qualità immensa nella ponderazione, nella struttura degli undici episodi, di un linguaggio continuativo che ha le sue peculiarità e i suoi nascondigli, tentacoli e reti in costante parata, una timidezza che conforta e insegna. Grant ha una stanza piena di semi, intuizioni, ma mai la necessità di trasferire il contenuto all’esterno. Nasce qui la magia di un mistero che non può essere svelato, malgrado centinaia di ascolti. Le parole cantate sono compagne di viaggio, mai presuntuose, mai sotto i fari, scegliendo di essere suoni di accompagnamento invece che diventare forme di coscienza in cerca di approdo.

E l’inverno di cui prima è simboleggiato dall’eco incessante di sollecitazioni che affrontano il cielo aperto e quello della mente, in una relazione che non è mai conflittuale: esiste la tensione data dalla solitudine, dal vuoto, dal tempo che passa e da relazioni che lasciano cicatrici e tatuaggi, da una propensione alla lentezza che qui sublima la riflessione, facendo così ingrassare il fienile di una persona che mostra fertilità, verginità, e una forte propensione nello scaldare le paure e dar loro da bere un vino in ogni suo frammento di vita…

Un disco di composizioni classiche travestito solo in parte da una modernità che esalta un antico ardore, la predisposizione a essere attento al tempo, all’evoluzione, al rispetto, contemplando il suono attuale solo come un’esigenza che passa in secondo piano: l’insieme delle composizioni è una lunga operazione, uno scandagliare antiche forme nelle quali le esplosioni, i tecnicismi attuali sono banditi per favorire un ritorno a un ascolto che deve conoscere pazienza, perché l’obiettivo qui non è piacere all’ascoltatore, bensì divulgare messaggi sempre criptati, che siano i suoni o le parole. Il buon gusto permette di vedere la musica e non di sentirla: un racconto che diventa cortometraggio, una bottiglia che incredibilmente con il passare dei minuti si riempie di nettare per inebriare, per essere il motore di percezioni che si appiccicano alla curiosità per nutrirla. Il rock qui viene circondato, limitato, reso visibile per pochi istanti, preferendo mostrare una radice folk che si fa accompagnare da lunghe gittate ambient, con l’abilità di nascondere i riferimenti, al fine di procurare stordimento e stupore per via di una predisposizione continua verso ciò che può produrre un innamoramento veloce. Lui sceglie la poesia dell’attesa, dello spiare i segreti del pentagramma, per far emergere le oblique nature di petali sonori che cercano il terreno della fragilità per preservare purezza e identità…


Gli strumenti non rivelano solamente le proprie caratteristiche e qualità ma diventano raggi solari nascosti sotto quelli lunari, per attrezzare polivalenze e il progetto di una crescita espressiva che tenga conto della dinamicità e integrazione, per sviluppare un perimetro intoccabile: nessun ascolto potrà ledere loro, non vedrete mai troppo la luce e questa diventa una verità assoluta, che magnetizza ogni presunto potere dell’ascolto. In apparenza diviso equamente in due parti, l’album invece ha nella sua continuità esplorativa la capacità di immergerci nel pianeta disabitato della profonda attenzione. I brani sono modalità che utilizzano i generi musicali e i suoni come avamposto e non come espressione definitiva, come se fossero l’inizio di canzoni che verranno in futuro. Proprio per questo motivo suonano come un alveare reso lento e quasi muto, un miele che stagionerà in una dimensione futura, consentendo l'audacia dell’accenno e non del fragore. L’artista sceglie la forma di un imbuto, di una caduta con i freni, pezzi che suonano come se fossero concepiti nel cuore di una lumaca, proteggendo l’indirizzo della nascita e il percorso fatto. Canzoni scritte con la china e una penna dell’Ottocento, sulla carta di una serie di umori perfettamente oliati e condensati.


La sua voce non cerca parole e tantomeno immagini forti: i miracoli non hanno bisogno di pretese e abbondanza, bastano di per sé per essere votati all’unicità. Che dona con un contagocce, come un petrolio azzurro che bacia la tristezza, una tosse senza sussulti e tuttavia in grado di essere energica, contemplativa, riservata e ribelle, senza strategie tecniche. La utilizza come uno strumento da mettere in fondo all’orchestra, ma la diamantina costituzione vola, scappa da ogni difesa e illumina gli ampi spazi connettivi di una volta celeste che la cerca e la ottiene… 

Il suo accento, vistoso e clamoroso, unito alla scelta di parole brevi però mai veloci ci fanno intendere il tremore, la paura, l’imbarazzo, un ruolo che forse non vorrebbe avere. Il suo cantato è una candela dentro una stanza attrezzata per l’intimità, e lui segue questo progetto e ne diviene un compagno fedele. Sono brividi continui, lacerazioni, spaventi, e il disagio di una bellezza senza descrizioni possibili rende tutto maledettamente perfetto. E questa è un eco anche quando è diretta, priva di effetti, capace di ridondanze equilibrate, perché non frequenta l'indecenza di una presenza costante: quando si palesa è un assolo emotivo senza redini alcune…


Un album che coglie il significato della natura, l'accoglie e la distribuisce attraverso il cantato delle onde, i frammenti sonori dei raggi, la corsa lenta della nebbia, il bisogno di caduta della pioggia, contemplando il cielo, generando la necessità di isolamento, di una piacevolezza che possa contrastare, educatamente, la caducità della condizione umana. Si spiega così la sensazione di immersione, di un tepore mentale dato dalla sicura protezione di quella parte che l’uomo ha distrutto. Grant si affida invece a quei segreti, miracoli, come un esploratore convinto, con canzoni che traducono ed espletano il suo bisogno di interagire con ciò che sta lontano dallo sguardo. Composizioni come apparati nutritivi, di cui il beneficio primario è il rispetto dei ruoli. E allora assistiamo alla stagionatura degli eventi, utilizzando l’arte come una palestra piena di attrezzi per allenare la mente, per fare del corpo un’antenna e non un portavoce…

Una scrittura intensa, mai associabile alla banalità, con bagliori di speranza che si avvicinano alla metodologia del country senza esserlo pienamente, dando al folk camuffato da brillanti elettronici il compito di inserimenti sonori continui, una sperimentazione che produce frutti concreti, con campionamenti e riverberi a rendere il suono una fonte di riflessioni, che sa utilizzare diverse culture, sia nella storia che nella geografia, per vivere una sbornia nella quale il caos è un artifizio sublime, pulito e ordinato, generando un ossimoro che conquista e sconcerta. Il fatto che le tracce diano la profonda certezza di un musicista che non ha a disposizione tutti i mezzi necessari per una profondità tecnica rendono il tutto incredibile, compiuto, ossigenando la povertà di un senso e di una validità inconfutabile, creando con alcune incertezze sonore il perfetto palcoscenico dove mostrare che la qualità non ha a che fare con gli strumenti a disposizione. La cantilena è la celebrazione della melodia, il suo faro, e Grant la usa come stato di necessità, come faro nella notte, cosi come faceva il buon Leonard Cohen. L’artista inglese preferisce però una creazione che sembra un addio continuo, un non voler stare nei dogmi, nelle sterili affermazioni di cliché convenzionali: le sue vene fertili debbono continuamente illuminare solo una sezione di ogni possibilità per trovare pace.

Il blues e il soul sono piramidi senza un lato, volutamente, tenute sotto la sabbia di pennellate schizofreniche al rallentatore, per tutelare la loro esistenza, in una tribale danza che utilizza l’elettronica per una sensazione di modernità che camuffa ciò che invece risiede nella molteplicità delle arti conosciute, in ascolti musicali che non sono qui un background bensì una compagnia da tenere sotto braccio. Non offre punti di riferimento l’autore, non cerca consensi ad ampio spettro: preferisce evocare senza dare coordinate e, così facendo, giunge un concept sonoro che scansa gli equivoci. Deserti maliani, canyon e venti sono i principi di attivazione di una fantasia che vuole renderli fisici, toccabili, con gli uccelli a pilotare questo nomadismo che Grant vive per primo, dando alla fantasia l’inchiostro e il brivido di una esperienza extrasensoriale. Il lutto qui si fa risorsa, i piaceri (come calici di vino) diventano una divagazione non percorsa, confermando quello che con i suoi singoli avevamo già intuito: dare al grigiore e al nero la possibilità di osservare gli arcobaleni… 

Con le sue creazioni Grant riesce a sviluppare il valore della detumescenza, come atto consolatorio, come un infermiere dell’anima pronto a ridurre i confini della sofferenza, per distribuire nuovi sogni e positività. Certo, per farlo non agisce come un burlone bensì come un attento operatore sociale che fa della discrezione il primo compito. Ci ritroviamo, in questo modo, a nutrirci della sua intenzione. Non si cantano le sue canzoni, le si assorbono come un unguento per ripartire carichi di energia. Tutto è occiduo, come un lascito di sé che possa creare un futuro.


Kaleidoscope Bad Wisdom non ha avuto incubazioni: qualche canzone più datata, altre recenti, per un archivio mentale che ha elaborato tutte loro per avere una massa di gocce plumbee, levigando il tutto per dare ai generi musicali compattati il ruolo di un giaciglio. Un ottimo esempio della capacità di Swarbrooke di fondere la strumentazione acustica (generosa e sottile) con una gamma di visioni e strumentazioni elettroniche per combinarli all’approccio con il suo dono lirico, che fanno degli argomenti un pretesto di connessione davvero originale. Il risultato è una fine rete di baci eterei, di zone sempre diradate, di una fantasia degna della Nouvelle Vague, di un impegno dialettico a rendere le sillabe note aggiuntive. L’introspezione induce a un valido accordo: proteggere le sue creature in modo da generare un innamoramento definitivo. 

Cerca l’atmosfera, come fosse un angelo che adoperando il low-fi decidesse di abbandonarlo velocemente, come uno stato d’animo e non una narrazione lineare, che esiste ma va trovata… L'uso sapiente delle chitarre, ad esempio, dimostra che non ha alcun bisogno di farne uno strumento dominante rispetto agli altri. Il suo modo di suonare non richiede artifici eccessivi; le note giungono come echi di montagna che si tuffano nel mare. Il riverbero e il delay sono essenze piuttosto che semplici effetti, creando un mantra ipnotico, e il suo modo di comporre ricorda davvero un dipinto paesaggistico, mettendo in risalto ogni singolo atomo. La chitarra a sei corde è il primo pezzo su una scacchiera medievale fusa nella musica classica, a salvaguardia del bisogno di modernità che è particolarmente evidente nel ritmo e nella conferma delle note come infaticabili cornici.


Grant cattura il registro emotivo di quest’epoca in cui tutto è messo in un gelido archivio e che scivola via: i brani riescono a mostrarlo e a trattenerlo. Sembra inoltre lavorare molto in modo intuitivo, con una motivazione derivata dalla purezza del suo potenziale espressivo, con l'arma buona dell’espansione dei generi, in cui tutto è libero di essere volo, ferita, incanto e il suo opposto. Un album che vive di tensioni, che non vuole risolvere nulla, ma sapientemente capace di mettere in discussione l’esistenza e di dirigerla verso loop mentali che siano in grado di interrogarsi sul da farsi.

Non ci resta che camminare sulla spiaggia, guardare queste note come angeli dal volto nascosto e nutrirsi di questa unica bellezza continua…



Song by Song


1 - Like a Comet

Questo paradiso nebuloso comincia da un mio messaggio vocale, l’inizio di un’amicizia in cui mostrare occupazioni e preoccupazioni e che aiuta a far sentire la vicinanza. Il compositore crea una tensione miracolosa, come se il film Uccelli di Hitchcock fosse il testimone di tutto questo, con la chitarra che flirta con una dimensione ambient e proto noise. Coglie l’interezza del mio pensiero scorticando il tutto per diradarlo in un cielo pieno di gocce in attesa…




2 - Kaleidoscope Bad Wisdom

Il disincanto del lascito di una relazione è il nucleo narrativo, potente e minimalista, su cui l’autore crea danze interrotte, artifizi continui in cui la chitarra inventa una serie di loop sapientemente frammezzati, con un suono che conosce la lacerazione mentre il suo cantato è un sorriso dolente, capace di far vedere il dolore e di nutrire il suo valore. In questa nebulosa si mostrano i volti di un rock alternative teso ma mai esplosivo, come se da una stella di natura dream pop fosse nato un armistizio…



3 - Liminal Fall

Ecco giungere il mare, imbarcazioni in lontananza, tutto pare piatto in attesa, come l’introduzione sorniona ma già drammatica, per poi constatare che il giro melodico del canto è una sberla, un livido che arriva senza compromessi.

Il ritmo sale ma timido, sino a quando la batteria scuote, esattamente come la voce e le parole, per farci inoltrare in un’ennesima caduta.

Infatti la batteria si ferma e rimane un lamento.

Il basso di Martin Murphy guida l’insieme verso la perfezione.

E poi via di nuovo, per sentire una chitarra salutare il dream pop e il caos, perfettamente equilibrato nei suoni e nella produzione, si impossessa delle lacrime che diventano un cerchio infinito…

Sembra davvero che questo pezzo sia il battesimo di un’età artistica che conosce il passaporto e possa andare, liberamente, nel futuro…




4 - Beneath a Wave

L’elogio della solitudine passa attraverso accenni di mulini a vento che conducono le note verso il vuoto, con un ritmo crescente, la chitarra semiacustica che ci fa scuotere e quella elettrica che crea tensione con il suo tintinnio, facendo divenire il tutto un’insolita ninnananna per la mente e non per il corpo. Piccoli fragori shoegaze fanno capolino ma sono nervi in cerca di pace, con Martin Murphy (qui al basso e alla batteria), che riesce a far collimare la distanza tra l’intenzione di Grant di rinchiudersi e una necessità comunicativa evidente. Struggente…


5 - Cannonball

Siamo nel mondo delicato di una violenza esplosiva, da parte di un interlocutore muto, che non ha nessuna possibilità di dialogo con il protagonista, qui testimone di una tensione evidente e di una impossibilità di dialogo. Vicino alla maestosa abilità di Joseph Arthur di essere un’onda che raccoglie frammenti esistenziali, Grant adopera stratificazioni sonore, multiple, in una cantilena radiosa con parecchi scenari, un viaggio musicale tra epoche diverse, per ossigenare il ritmo e la melodia in modo costante…



6 - Ancient Rain

La staticità del tempo è descritta in poche precise parole, con il suo peso, l’ancora, l’assenza del cambiamento dell’unico elemento importante nella nostra esistenza. Musicalmente, si apre la parte apparentemente acustica, quella che mostra maggiormente un filo adorante e continuo con la musica classica, certificata anche da un pianoforte che disegna trame antiche, sostenute da una chitarra semiacustica efficace e il suono elettrico che compare e scompare, donando, nella brevità della composizione, la certificazione dello spreco delle nostre vite. Come se fosse un intermezzo, mentre in realtà è un pugno ben assestato…


7 - Name on a Wall

L’amore vero è presenza costante, aiuto, e questo testo lo dimostra chiaramente. Un piano su un’altalena ci fa sprofondare in uno stato drammatico ma sensuale, con dolcezza e impegno coniugati perfettamente, in uno scenario che parte dalla musica classica per arrivare ad approdare nelle zone predilette di Antony Hegarty (Anohni), in cui la voce può essere accennata e tenuta sospesa, lontana, come nel primo verso, in cui si fatica a sentire le parole, generando curiosità e un dolore utile…

Ed è ancora il mare a raccogliere questa semi-ballad, con il fruscio e l’eco lontano degli uccelli. Un brano sognante che ha l’abilita di far tremare… 



8 - Circles

Una ballata acustica in cui il matrimonio con i cubetti roventi della voce di Grant vestita di amarezza viene perlustrata da moti sonori in ascesa, quasi impercettibili, con la chitarra che prende in affitto la dolcezza di Vini Reilly e la tensione di Tom McRae, in un crocevia in cui i violini sintetici ci portano nello stesso cielo dell’artista di Bath, pieno di raggi nervosi. Il finale presenta un arpeggio toccante come degna definizione di un attimo divenuto atomo perenne…


9 - Here I am

In un uno dei testi più ermetici, approfondiamo maggiormente gli scambi tra gli strumenti, le zone esplorative della semplicità, qui con le sembianze di una favola composta da note in grado di elevare la poeticità di ogni frammento. Alla fine si rivela un brano punk, senza distorsioni, insulti o rumori grezzi. Quella che lo rende tale è l’impossibilità di abbracciarlo, di fargli compagnia, perché nella sua dolcezza evidente (data dalla promessa di una vicinanza) si ha la sensazione di una sfida, lenta, dolorosa e quindi splendida… La parte elettrica e acustica qui si annusano, non entrano davvero in contatto ma mostrano le loro fattezze, con parsimonia ed eleganza…



10 - Days Undone

Morte e sogni, in una convivenza difficile e tesa, sono i termini iniziali di una melodia che culla e ci attrezza all’attesa, allo sviluppo, nel brano più drammatico dell’album. Un crescendo emotivo, ritmico, in cui non sono i watt a vincere bensì le trame neo romantiche, con segnali di musica classica incorporati in un viale dove i suoni sono istinti catturati ed educati al buon gusto, un miracolo che fa sanguinare il cuore…



11 - My Chlorine La

Chiude il lotto di queste magnifiche espressioni artistiche una canzone recente di Grant, con il suo inizio accennato, circondato da una chitarra semiacustica accompagnata da echi vocali, in un inno alla giovinezza che stordisce e fa riflettere. Sono raggi timidi, che tengono sospeso il fiato, come una chiusura che ci rende fertili, nel suo gioco  volto a liberare il tempo da ogni tensione…



In uscita il Primo maggio 2026

La mia Recensione: Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins

  Alex Dematteis Musichockworld Salford 25th June 2026 Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins Esistono condizioni particolari, nella ricer...