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mercoledì 21 ottobre 2026

La mia Recensione: Moon Cowboy and Krissy Vanderwoude / surfboards and desert storms - the Mojave 3 covers

 


Moon Cowboy and Krissy Vanderwoude /  surfboards and desert storms - the Mojave 3 covers 


Recensione di

Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

21 Ottobre


Quando incanti diversi si danno appuntamento su un pentagramma, può accadere che l’emozione e il beneficio siano un perenne sospiro, con le persiane dell’anima che lasciano entrare la luce nel cuore…


I Mojave 3, i Moon Cowboy e Krissy Vanderwoude sono i protagonisti di tutto ciò: un ep in arrivo venerdi che collega entità, personaggi della magia e fuoriclasse credibili per aprire cerchi, cavalcare l’idillio di incontri reali e ipotetici, con tre brani che furono scritti negli anni Novanta, diversissimi tra loro, capaci di farci immaginare l’ampiezza del cielo da parte della band di Neil Halstead, Rachel Goswell, Ian McCutcheon, Simon Rowe e Alan Forrester.

Tre gioielli che non sono stati scalfiti dall’interpretazione, dalla necessità di metterci altre dita e corde vocali, riuscendo a prolungare l’estasi e la fedeltà, il tutto condito da un sentito processo di autentico rispetto. Le canzoni scelte disegnano anche il perimetro del talento di Ricardo Fiel, completamente a suo agio in quanto volenteroso di proseguire il proprio preciso percorso artistico che ha stile, identità e riconoscibilità. Troviamo che la sacralità delle versioni originali rimane intatta, ma con una pennellata di colori più sottili, quasi schermati, per non marcare alcuna spavalderia, presunzione e altre sciocchezze.

No, qui assistiamo a un’apnea, a un quasi silenzio, a morbide espressioni shoegaze che raccontano sentimenti, dilatazioni, come se quelle “antiche” canzoni potessero sostenere una nuova giovinezza. Queste nuove versioni hanno soprattutto la capacità di trovarsi di fronte alle originali senza temere giudizi negativi.

Ricardo e Krissy aprono le loro ali, lasciano le loro impronte e le loro caratteristiche individuali in un dipinto che mostra come ciò che è perfetto può avere una sua derivazione, senza sminuire nulla. Accade raramente e quando si presenta in questo modo si può gridare al miracolo, prendere la gioia e farla sedere dentro questi solchi, senza vergogna. 

Le voci sono più nascoste, abbassate, ma la dinamica è  ineccepibilmente qualificata a mostrare non timidezza bensì una fermezza fluida, un circolo di impulsi governati dal suono, che si rivela essere più ampio.

Il linguaggio di questa produzione favorisce la calma, la ricchezza della base musicale che accoglie il cantato sorridendo, abbracciandolo, mentre un’onda emotiva fissa la delicatezza e la rende sovrana. Il folk, l’alternative country e il dream pop rallentato dei Mojave 3 viene trasformato in una passeggiata celeste, un viaggio a ritroso nel tempo, come se queste composizioni provenissero dall’Ottocento, con un restyling educato ma deciso. Krissy buca le nuvole da lontano, sorseggia timidezza per poi liberare il suo motore interiore, nel quale sono deposte devozione e riconoscenza per quel progetto e per i precedenti sotto il nome Slowdive. Mette un foulard alla voce e l’ascolto diventa lacrima, vibrazione, un inchino per questa sua sempre evidente volontà di non voler primeggiare o dimostrare chissà cosa: quando apre la bocca, quello che esce sono battiti, carezze, sogni trasformati in suono che ci educano a un’ascolto doverosamente attento, in quanto sentiamo tutta la sua gioia, maturità e una lunga fila di doti. Ritorna dopo un lungo periodo di assenza e ha trovato in Ricardo un lungomare dove poter lasciar andare le paure dentro il mare, ritrovando fiducia in se stessa. Un duo che è partito (direi molto umilmente) non da se stesso bensì dall’ambizione, dal mettersi alla prova, dallo sperimentare un processo lavorativo che avrebbe potuto facilmente farlo arenare.

Invece eccoli qui, lievi, densi, branchie ossigenate che donano la loro classe, facendoci tra l’altro riassaporare il gioco pericoloso dei paragoni. Spiace per gli inetti: alla fine ci ritroviamo con sei canzoni, sei storie, vicende, immensità con identità diverse attorno a un bicchiere di vino a ridere e ad abbracciarci per primi…

Il talento dei due artisti, lontani fisicamente ma abili nell’azzerare questa distanza, ci riporta nella condizione di considerare cosa sia davvero un preciso percorso artistico: regole, impegno, individuazione dei necessari distinguo, scelta dei mezzi e della modalità, per convogliare insieme in un luogo che diventa prezioso, utile e inattaccabile.

I brani selezionati offrono, da un parte (ascoltando gli originali), la certezza di come il tempo non sconfigga la bellezza e la validità, e, dall’altra (con le versioni proposte sotto la dicitura Moon Cowboy), la sicurezza che esista un’epoca e un luogo dove possa accadere che sogni, istinti, necessità di mettersi alla prova conducano al rischio, al pericolo del fallimento, finendo però per trionfare…

Chi, tra i seguaci del genere shoegaze, aveva storto il naso davanti a un’evidente diversificazione del percorso da parte di quei membri degli Slowdive qui avrà la sfrontatezza di pensare che avrebbero dovuto suonare in questo modo. Ma (sono certo che sia la maggioranza) chi ha applaudito allora quel passaggio stilistico oggi farà lo stesso per questa pubblicazione: un gemellaggio particolare, con la fisiognomica diversa, ma volutamente in grado di parlare la stessa lingua, quella del nutrimento dell’anima…

Non vi resta che mettere ogni comparazione in cantina e osservare, piuttosto, come da un quadro perfetto possa nascerne un’altro…


L’ep uscirà venerdì 23 Ottobre su Bandcamp

domenica 18 ottobre 2026

La mia Recensione: Federale - Love & Other Lies




 Federale - Love & Other Lies

Recensione di:

Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

18 Ottobre 2026

Data di uscita dell’album 30 ottobre 2026


Federale - Love & Other Lies


«I film sono una fucina di maghi: ti permettono di costruire una storia con le mani.»  

Mario Bava


Presenza e immaginazione comportano da sempre una condizione di instabilità, una piccola infelicità garantita, un’esplorazione che scavalca il senso e l’utilità. Ma sono necessarie, in quanto si tratta di un’instancabile condizione umana. L’arte ne fa il suo covo, mantra e direzione. Il cinema, la fotografia e la musica in questo stabiliscono un contatto serrato, fertile, la certezza che il reale e il concreto siano suscettibili di pause, rivalutazioni e immersioni in altre zone non del tutto toccabili. Quando a tutto ciò si aggiungono trame, sentimenti, la vita reale in cerca di una fuga, ecco che si realizzano opere di immensa bellezza, tensione, i non luoghi e le figure proiettate nella mente assumono il controllo e diverse dimensioni coabitano dentro di noi.


Con il nuovo progetto della band Federale troviamo, tra le altre cose, i seguenti elementi: un fascio di brividi, slanci, freni, drammi, l’incantevole sensazione di un film che si trasforma nella pellicola di una vecchia macchina fotografica, dalla quale escono all’improvviso musiche e una voce a disegnare questa illuminante situazione. 

La mente si impossessa dell’impossibile, dell’infinito e l’album manifesta la forza di un tendone da circo che, privo di animali ma pieno di anime che provano a connettersi con l’emisfero celeste, ospita il loro divagare, benedetto da storie in cui ferite e sogni hanno lo stesso peso. Il tempo diventa un’incosciente massa di meteoroidi, destinati a non raggiungere mai il pianeta Terra, a non trasformarsi in meteoriti.

 Questo accade con l’ascolto di questa immensa nuova opera del bardo di Portland, Mr. Collin Hegna, mai dimentica della storia iniziata nel 2007 con La Rayar: A Tale of Revenge e proseguita senza soste, per illuminare la coscienza e il suo opposto, per trasformare l’ascolto in una proiezione di immagini piene di polvere, sangue, torture mentali, scenari di ambasce e sottili malinconie in cerca di abbracci. Tanti anni sono passati, il tappeto musicale colmo di gothic-western ha accolto altre modalità espressive e in questo nuovo appuntamento tutto è perfettamente coniugato, come se nell’esplorazione il punto fisso fosse proprio non dimenticare nulla.

 Canzoni che sembrano avvicinarsi maggiormente alle molteplicità della psichedelia, quella che traduce i raggi solari in sensazioni multiformi, con annessa la volontà di trasferire il proprio bagaglio temporale degli anni Ottanta nei giorni nostri, senza plagi bensì con un grazie e una riconoscenza liberi di avere un proprio spazio di creatività. Si scopre, infatti, durante l’incantevole ascolto, quanti chilometri la scrittura abbia percorso, attraverso un’evoluzione che non disdegna un pudico approccio a canzoni con l’abilità di essere catchy, volendo però conservare quella magnetica oscurità che da sempre contraddistingue la band americana. 

Aperture melodiche più ampie, una collettiva abilità di fare delle singole parti di appartenenza il bisogno di incrociarsi con le altre. Si spiega così questa illuminazione dei paesaggi, delle storie scritte come sempre con grande maestria da Collin, in perenne contatto con l’attraversamento mentale e fisico che parte dalla sua città e come sempre arriva in Europa. Ma, ed ecco la sorpresa e lo stupore, non vi sono solo le antiche sue fascinazioni per il genere giallo, l’horror, il cinema di grandi registi italiani, piuttosto la capacità di entrare in luoghi poco perlustrati, con le avventure che si riempiono di nuove figure, nuove perlustrazioni e l’intenzione (quella sì, come sempre) di rendere fisiche le vicende raccontate. L’Indie Rock consente una maggiore leggerezza dell’ascolto, mentre il rock psichedelico mette nella mente nuove valigie, con il risultato di una gioia che illumina il cielo pieno di nuvole grigie: una condizione che permette di conservare la tensione di questo combo, allenato a contenere benissimo le diverse condizioni tematiche, le contraddizioni, avendo l’intuito di trasformare possibili contraddizioni in un percorso lineare, donando magia, in modo totalitario…


Incontrare la fusione tra le radici acustiche della musica folk e country americana e la riservatezza della vecchia Europa, tra cambi di ritmo, scenari e attracco alle storie raccontate, palesa nuove e indubbie qualità, un mix concreto che permette alle composizioni di abbracciare la fiumana di elementi a disposizione, rifiutando solo in parte le zone colme di positività del country in modo particolare, per esibire la sicurezza di una vulnerabilità che non conosce paure. Nuova magia, nuovo colpo di scena… Non ci troviamo innanzi a delle murder ballads vere e proprie ma ne sentiamo l’odore, con il marcio che non vuole conoscere l’abbandono, regalando rispetto e comprensione. Le chitarre, più taglienti rispetto al passato, sono il bisturi che trova la verità, il ritmo dato dalla sezione ritmica basso e batteria è il vestito di piombo pieno di impreviste agilità, le tastiere sono sibili melodici piacevolmente ingannevoli e capaci di trasferire il tutto verso l’interno della nostra incoscienza.

Rimane intatta la ribellione mascherata, la lunga fila di segreti che la musica di questa formazione ha sempre avuto la priorità di conservare,  un diadema illuminante per gli ascoltatori pieni di una vista profonda.

 Questo album gioca con i ruoli, responsabilizza, come se fosse un lavoro che non permette sbavature nelle attenzioni: ogni secondo richiede impegno e la volontà di memoria. I riferimenti, a cui accennavo prima, sono sì evidenti, ma occorre stare attenti in quanto Collin è il maestro che trasforma lo studio in una nuova via di percorrenza, un trascinatore equilibrato che mentre scrive indaga, immagazzina, certifica ciò che deve rimanere puro distinguendolo da quello che deve essere toccato, e conduce l’arte della musica in un complesso abitacolo che sfreccia, con consapevolezza, tra i tre cardini del tempo: passato, presente e futuro. Il lavoro sullo stile è maestoso, riconoscibile, e in questo aspetto i vecchi amanti della band possono essere felici. La narrazione, da sempre il punto forte e riconoscibile, qui accoglie smussature, cambi di direzione quasi minimali, un piccolo foulard posizionato sopra il bavero della giacca, che non appesantisce, piuttosto fa l’esatto contrario. Entrano, dunque, l’inanità e la vaghezza, in un assemblaggio mai violento ma deciso, che esprime perfettamente l’ampiezza di capacità e vedute di questo sestetto.

 Quando il torpore ipnotico indotto dalla sezione ritmica mostra il suo volto, ecco che la musica spalanca maggiormente i suoi riflessi, diventando una slavina coinvolgente, priva di ogni disastro ipotizzato: ed è nuova magia… Paradisiaca è la sensazione di toccare l’aspetto brumoso di queste canzoni, facendoci sfiorare le parti musicali che specificano il senso di abbandono, facendo convivere la mestizia in modalità pervicace, trascinando il tutto nei confini lisergici di cui questo diadema di note è colmo.

Non lo si può collocare, questo progetto, nell’individuazione totale delle parti di cui è pregno: canzoni come una corsa che deve distanziarci, le doverose pause che però non ci consentono di raggiungerle fanno di questa ineluttabile verità una bellezza che nemmeno si sfiora ma si percepisce, donandoci perfettamente la gioia dolorosa della consapevolezza che esista sempre una distanza tra l’arte e la vita umana. 

I Federale scrivono un romanzo con le parole in grigio su sfondo nero: occorre allenare la vista a resistere, i sensi a essere martoriati dolcemente, e abbandonare per sempre l’idea che si possa decidere con il proprio gusto se “merita” o meno di rimanere in noi, perché Love & Other Lies sotto questo aspetto è tremendo, cattura e immobilizza ogni rifiuto, divenendo un atto artistico di cui cibarsi in continuazione… Musicalmente assistiamo a un abbraccio, sistematico e prolungato, nei confronti di una clamorosa forma di accoglienza dei generi, un crossover ordinato, pulito, in grado di conservare stile e concetti, con la volontà di sottolineare la propria identità e non solo di essere di supporto a questi testi ammalianti e coinvolgenti.

 La personalità delle note e la loro struttura spostano di molto il baricentro rispetto ai lavori precedenti, confermando ciò che l’ormai penultimo album aveva sussurrato: la band sta camminando verso nuove prospettive, è cresciuta nella padronanza della visione d’insieme, generando un tutt’uno che rapisce e conquista. Notevoli e dominanti si rivelano essere il suono e la produzione: non solo la cura dei dettagli ma la disciplina con la quale tutto si palesa ci resoconta di scelte, pulsioni e determinazioni che offrono un’agglomerazione incline alla perfezione.

Ci si ritrova su un palcoscenico calpestato da un tenebrore perfetto, la vera pellicola che avvolge queste composizioni, come una manifestazione solenne in cerca di una spiritualità evocativa, in coerenza con le tematiche e le maniere in cui esse sono sviluppate. Il mistero e l’introspezione regnano sovrani, in modo viscerale, in vortici nei quali finiscono le nostre attenzioni.

 La potenza, struggente, di questo fascio musicale, ci conduce alla  magnetica sensazione di vivere nei pressi di uno spazio abissale, del quale la band ha un controllo assoluto. Tale vaticinante esperienza fa sì che si possa immaginare un futuro nel quale questa formazione continuerà su questa via: dare alla musica una forma intellettuale, una preveggenza, significa aver catturato il destino, e la qualità dell’insieme non può che sbalordire.

Meritano, ovviamente, un capitolo a parte la voce e il cantato di Collin Hegna: il suo baritono noir con scintille gotiche rimane, conforta e ci fa godere per le sue brillanti dosi di potenza e abilità. Però in questo album aggiunge la maestria nell’alleggerire le tragedie, con una narrativa che seduce le corde vocali e le trasforma, ogni sillaba pesa, la sensualità diventa una forma di libertà, aggiungendo tensioni ma con rilassatezza, sapendo allungare le vocali alla fine dei versi, quando è necessario.

Abile con gli accenti, con i toni, ha lavorato molto sull’inspirazione e sulla ritmica. Come un attore noir sul palcoscenico della teatralità, recita i versi più che cantarli, donando in tal modo scioltezza, convinzione e la sensazione che non ci sia un corpo fisico dietro tutto questo, bensì una serie di spiriti che si schierano davanti al microfono.

La quota di eleganza oscura crea dipendenza, come se fosse un impasto di cantanti a cui si offre la nostra devozione: lui li riassume, li potenzia, poi li abbandona e ci ritroviamo al cospetto della sua originalità. Spesso, in questi episodi, ci si accorge di come lo studio di registrazione sia solamente l’avamposto di uno spettacolo che le sue abilità svilupperanno sul palco in futuro. I Federale sono assolutamente una delle poche realtà musicali che ti fanno già immaginare come le canzoni registrate potranno essere modificate durante i live per scelta e non per difficoltà logistiche…

Si diceva di una maggiore propensione pop: non un’offesa, non una negazione delle radici, quanto piuttosto un’intrigante e probabilmente voluta capacità di dare alla scrittura un nuovo respiro, e lo si capisce soprattutto nei brani con un ritmo più veloce, nei quali le frasi ripetute, il rimanere su un periodo breve ma precisato, fanno affluire una maggiore intenzione all’aspetto mnemonico, rendendo l’insieme ficcante ed entusiasmante.

Echo & The Bunnymen, Electrafixion, The Mission, The Psychedelic Furs, Daran et les chaises, Jay Munly, Lilium, Amigo the Devil, The Dead South: per motivi diversi tutti questi artisti hanno aspetti in comune con questo album (soprattutto nella modalità di scrittura dei testi e nei parametri cinematografici), facendoci intuire come tanta apertura e volontà di presenziare in periodi e luoghi diversi siano una qualità innegabile di questa band.

 Le melodie, le percussioni e gli arrangiamenti finalizzano molto bene ciò che sembra apparire: un viale alberato che insegue gli eventi, tra ostilità, aggressioni, storie cupe e battaglie (mentali e fisiche) che l’ensemble risolve con la descrizione e le ali che offre ai protagonisti. La magia ritorna, come ben vedrete, per l’ennesima volta.

Si rimane di stucco quando, dopo diversi ascolti, ci si accorge di come le melodie dipinte siano costantemente in grado di creare voragini, in quanto imbevute di storia, di lavoro, di un’encomiabile resistenza, rendendo possibile l’innamoramento più profondo: è il tempo, il circolo vitalizzante, che affianca l’intelligenza, il miglior amico di queste gemme.

Ora andiamo nel nucleo, soffermiamoci e inchiniamoci al loro nuovo progetto, che tante soddisfazioni darà a chi vive la musica come un atto conoscitivo e contemplativo…



Song by Song


1 - A Strange Vice


L’oscurità, i vizi, i conflitti, la dualità e la consapevolezza inaugurano l’album, facendoci sentire la bellezza di un assolo di chitarra che prende la strofa e la rende perfetta, tra rock del nord e del sud americano, sino ad atterrare in Europa con la tastiera, abile nel guidare le pause, per arrivare al ritornello, qui, saggiamente, centrato sulla frase che apre il brano e rimane in circolo, come una dolcissima ossessione. Emblematico esempio di come gli esordi della band  in questo nuovo esercizio artistico trovino solo un accenno, mostrando l’acqua passata sotto i ponti ma con una giovinezza data dal suono, dai cori, dalla luce che attraversa i versi e i grappoli di note. La si balla, la si canta, in una corrosione dei sensi sublime, un loop che ci fa accapponare la pelle e ci fa sorridere. Suona come una country song infettata dal dolore, arricchita da strumenti che spingono verso una corsa inarrestabile…



2 - Thick As Thieves


Prima vera sorpresa: da Portland a Liverpool non è una passeggiata semplice… Ma il gruppo statunitense si immerge nel vapore psichedelico dei Bunnymen (anni 90) e compone un dado colorato che stravolge l’idea che ci si poteva fare del loro songwriting. Eccoci innanzi a un ritmo sincopato, il drumming potente ma melodico, la chitarra, sia ritmica che solista, a fare da vigile, a spostare le abitudini e a crearne delle nuove. Ne giova molto il cantato, libero di interpretare le diverse condizioni stilistiche per dare spazio alla fantasia evocativa. Testo illuminante sulla sincerità, sugli schieramenti, sui nemici, con un candore che è tutto fuorché debolezza e arrendevolezza: Collin scrive un trattato bellico corposo e condivisibile, attraverso immagini che chiariscono quale sia la distanza reale tra le persone.



3 - Kill The Rabbit


Nella tossicità di questa scrittura criptica ma dall’odore di grande amarezza assistiamo al magico incontro tra Wayne Hussey, Ian McCulloch e lo stesso Collin. Poi, quando la tastiera si mostra, tutto diventa trascendenza, assenza, incubo ipnotico melodico, esperienza radioattiva… Il drumming accenna, rimane con la sua modalità a farci muovere, mentre l’involucro sonoro ci paralizza, ci seda, ci rapisce. Si spara, ci si ferisce, si corre, mare e cielo dialogano su come accogliere i protagonisti di questo episodio, mentre alla fine ci si accorge di come poche note possano creare trambusto e fedeltà. Scuote, e pure molto, il terzo episodio dell’album, mentre già capiamo che stiamo assistendo a una dimostrazione di forza che non abbisogna di trucchi, watt e distorsioni. E alla fine le ferite sono ancora più profonde…



4 - No Cure


Quando Collin parla di distanze, qualunque esse siano, è davvero strepitoso e unico… Tra pillole Post-Punk e Psychedelic Pop, questo quarto momento ci mostra la perfetta dinamica del suono, l’ampiezza dei riferimenti, l’asciuttezza della melodia, con questa melanconia che si francobolla al petto. Un senso di coralità riempie gli spazi: anche durante la strofa (quando la voce viene messa in risalto), si sente come il treno che sfreccia sotto le corde sia quello di strumenti compatti, che lavorano convintamente per creare una struttura che possa sostenere il percorso della storia qui rappresentata. Echi dei Fields of the Nephilim (più magri…) spostano di molto il confine e il condimento di questo pezzo, così eclettico, spavaldo, energetico e soprattutto straordinariamente capace di bilanciare tutti gli elementi che lo compongono.



5 - Sad Machine


 Traccia che pare richiamare la Sacra Bibbia, per il suo immaginario e la sua movenza, con uno scritto che si associa al cantato mentre la musica crea vulcani nel deserto, a passo lento, attraverso stratificazioni, inserti che donano la sensazione, come uno spettro reale, di essere guidati nel tempo lontano, e che dimostra ancora una volta come ciò che più è congeniale a questa band è portare la clessidra in periodi e luoghi distanti dalla contemporaneità. Geniale la lentezza del brano che si ingrassa strada facendo con inserti minimalistici ma concreti. Un graffio continuo mediante una chitarra grattugiata marca sin dall’inizio questo gioiello musicale così vicino ai Wovenhand come stile, per poi trovare una propria epicità che si conferma essere quella di certe scene dei film di Sergio Leone…



6 - Fear Naught


L’uomo maturo forse è quello che vince la paura. La composizione documenta questo importante traguardo, con i nemici che cadono davanti a questo essere umano saggio, fermo, spavaldo e libero. Così è la musica, missile ragionevole, fatto di chitarre che incrociano le epoche e i generi (tra Darkwave, Post-Punk e una parte di Kraut rock), per rovistare nel lato oscuro del pop. Sensuale e trasparente, convincente nella sua brevità, anche se vorremmo che durasse dieci minuti…



7 - I Want A New Drug


La prima delle due cover è la più strabiliante: cambia i connotati, il senso, la modalità, e ci porta maggiormente nel garage rock sospeso di band inglesi della seconda parte degli anni Sessanta. L’abbinamento vocale tra voce maschile e femminile si rivela perfetto, mentre la chitarra graffia le pareti e ci fa intendere come Huey Lewis potrebbe essere davvero felice di questa operazione di restyling del suo pezzo. Rivela, tra le altre cose, come il basso abbia uno spazio che contrappone la sua cupezza alla radiosità degli altri strumenti, finendo per essere un ottimo espediente per generare maggiore fluidità e interesse…



8 - The Score


L’uomo da sempre cerca la ricchezza, e la corsa all’oro non è da relegare solo all’Ottocento… Qui vediamo connessi il passato e il presente con Collin che alza il registro della voce, pulendola, e la band scartavetra il blues del delta con dei piccoli accenni, mentre il ritmo pare essere quello di un’auto che procede senza perdere la rotta: tra neo-psichedelia e lo spaghetti western, assistiamo a un brano che odora di pellegrinaggio. Stupendo sentire l’unione tra la chitarra acustica (ritmica) e quella elettrica, con la seconda che arpeggia e produce piccoli assoli. La voce è vellutata, calda, e l’impianto indie-rock mostra la sua piacevolezza nel connettersi con la band…



9 - It Ain’t Easy


Il brano di Ron Davies (reso noto da David Bowie) viene trasformato in un circo dove una base western piena di collant gotici cerca l’abbinamento con uno spirito soul che si sposa perfettamente con il testo e la voce di Collin. L’inizio riporta i Sixties nel cuore, e poi via, un perfetto incrocio di propensioni e tensioni degli anni Novanta trova nel ritornello il modo di rivelarsi. Tutto ciò dimostra che non è una vera cover, bensì l’apertura della loro ricerca stilistica, ambientata e sviluppata in questo paradiso infernale che è Love & Other Lies. Da questa versione si comprendono certi momenti di Ocean Rain degli Echo & The Bunnymen: i Federale ampliano, approfondiscono, abbracciano il Duca Bianco per pochi istanti e poi  piantano un’altra bandiera sul terreno di questo lavoro…



10 - Hey


La conclusione è strabiliante, effervescente dimostrazione di come la psichedelia utilizzata a un certo punto della carriera dagli Animals e dai Beatles, ripresa poi dagli Echo & the Bunnymen e dai Cast, abbia in questo brano il degno erede. È commovente la quantità di particelle malinconiche che fuoriescono da questo laboratorio nel quale i componenti vengono strutturati per contemplare l’ampiezza del cielo. Il cantato pare l’approccio amoroso di un gatto che cerca di svegliare le altrui attenzioni, riuscendoci, per via di tecniche che sottolineano accenti e modalità secche, senza sbavature, con la chitarra che scava nei meandri del blues e si esibisce in un solo davvero efficace…



Perché comprare questo album


Di sicuro perché ricerca, qualità, costanza, tensione, stile, memoria e proiezioni abitano corposamente il tutto, generando riflessioni ed emozioni che, in un salone affollato di protagonisti, riescono a regalare efficacia e mistero…


P.S.

Su Bandcamp avrete l’opportunità di ascoltare altri due brani, strumentali, che per suggestione, bellezza e intensità considero personalmente facenti parte del disco…


Album of the year n. 3


https://federalemusic.bandcamp.com/album/love-other-lies






domenica 27 settembre 2026

La mia recensione: Kristeen Young - Full Scrotal Scorpio



Kristeen Young - Full Scrotal Scorpio


Recensione di

Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

28 Settembre 2026





1 - Citazioni


“Come se tu fossi in fiamme dall’interno. La luna vive nel rivestimento della tua pelle” - Pablo Neruda


“Say beauty, lives somewhere” - Beelzebop, Kristeen Young


2 - Introduzione


Nella percezione dei concetti della bellezza e della magia si sono costruiti uragani editoriali, film, canzoni, cercando di fare della ricerca un ulteriore modo per viverli, spesso con buoni risultati, altre volte meno, ma rimane innegabile che l’auto-interpretazione rischia di dividere e confondere le reali verità. 

Poi arrivano come lampi oggettivi segni che educano al silenzio, a riconoscere ciò che mette il concreto sul palco saggio della indiscutibilità. 

Sono fenomeni, quindi rarità, alla fine un’unicità che spiazza, sgomenta, turba, può annerire le convinzioni, le abitudini, modificare sogni e capacità.

Full Scrotal Scorpio è uno di questi, atterrato sul pianeta Terra, con un’irruenza e una personalità enormi, una pioggia di petali strappati alla gravità per mescolare le carte, cambiare le regole, insinuarsi come un veleno da applaudire, con annessa la prodezza di una serie di frantumazioni inaspettate a consacrare un verdetto definitivo. 


L’ascolto (una condanna per chi cerca l’accesso facile) è un parco naturale protetto di Kristeen Young, la quale scrive il suo capolavoro, una via crucis in anticipo sulle nostre confuse abilità di comprensione e, non solo ci precede, ma conosce la necessità e l’intenzione di scomparire, in quanto questo album è un nascondiglio della sua anima, un bunker a cui non si può avere accesso…



3 - Analisi


Ci ritroviamo davanti al giardino di una artista che entra nel suo terreno, si congeda per il tempo di rimanere pulita, vergine, intensamente fedele a un’identità in costante espansione: il suo DNA non mente, in quanto fatto di opposizioni in convivenza agile, mentre per gli altri sarebbe un luogo (anche solo ipocrita pensarlo) nel quale poter avere la stessa fluidità di movimento con questi estremi creativi.

 Poi ritorna. Ed è, al quadrato questa volta, l’ennesima constatazione che il suo talento non ha gabbia, confini, ubbidienze da dover dimostrare. Sono canzoni che stritolano, funzionano benissimo per chi ha la pazienza di ricevere dodici proiettili, uno più scosceso, articolato e agitato dell’altro. Una grande elettricità permea questo lavoro, nulla a che vedere con i generi musicali utilizzati (si potrebbe scrivere un romanzo anche solo su questo argomento), in grado di lasciare, nel suo calibrato nonsense, una rete in cui pescare i nostri preconcetti: lei si diverte a spettinarli, a lasciarli cadere e Full Scrotal Scorpio diviene così un nubifragio, una scalata prenotata per un tuffo nel vuoto, perché ascoltando questa opera lo si abbraccia, come l’infinito, dove c’è tutto, ma proprio tutto. 


Il rock rientra a gran voce, supportato dal suo piano grintoso, da un’elettronica che aiuta, da una produzione che centra il discorso, il percorso, i sottili fili di pensieri che continuamente voltano le spalle alla logica, garantendosi originalità e spazi di movimenti maestosi. Kristeen non vacilla, non ascolta i riferimenti ai quali spesso viene accostata e crea un meraviglioso album di musica classica (da dove proviene tutta quella contemporanea!), ma lo fa meglio di altri, capendo il succo di un’epoca che viene dimenticata ed espulsa. Lei invece no. Capisce il valore ed ecco che arriva a diverse fasi, quelle  della composizione, dell’orchestrazione, della strumentazione, dell’armonizzazione, del contrappunto e dello sviluppo tematico. Utilizza l’omofonia, la polifonia, la fuga (in modo perfetto), con una continuità impressionante, da elogiare senza timori. E poi aggiunge a questo anche la rarefazione e l’insistenza: attraverso la dinamica che, per quanto robusta, non rinuncia mai a essere soffice, trova il meccanismo per dare al sistema canzone la possibilità di sfumature cospicue, precise, con diversi cambi ritmo, una pioggia insistente di contraccolpi e mutamenti di direzione. Ogni strumento è un cesello equilibrato per costruire oceani diamantati, luccicanti, corposi, roboanti, all’interno di trame che, oltre alle folgori e ai momenti meno pieni di volume e attitudini sonore corpose, cercano il contatto con il silenzio dell’anima. 


L’artista di St. Louis dirige con estrema precisione questo parto pieno di sangue, melma, discariche emotive, intuizioni, palpitazioni, gonfiando l’adrenalina con punture di follia immense, qualificando e offrendo solo un miliardesimo del suo tesoro interiore. Un album che non dà confidenza, non abbraccia, non invita a cena, non ci sono amicizie ipotetiche da costruire: FSS è arte, è un principio, è un lavoro personale, un’esigenza in cerca di mutazione e un modo per fare della sua esistenza professionale una casa senza cedimenti. Rimane intatta l’impressione di una volontà piacevolmente e inevitabilmente terrorista del rumore, dei sobbalzi del volume e delle tensioni che non sono mai del tutto fragorose al primo impatto, ma ogni volta che lo sono incutono una certa tensione emotiva: quando le cose sono così si può solo ringraziare. Spesso ci ritroviamo con una conturbante orecchiabilità contorta, cacofonica, incontrollabile. A portata di mano rimane una potente controparte visiva, facendoci arrivare nei pressi di un’anima sonora incline a sfumature e sistemi vicini alla musica industriale. 


La struttura, evidente e benedetta nel momento in cui si supera lo shock dell’ascolto, permette a queste dodici composizioni di allontanarsi dall’ipocrisia, dai veleni comportamentali, dalle finzioni di chi ingrassa l’ego senza capire che Kristeen non usa la magia nera, i tarocchi, tantomeno spera nella fortuna. No, lei si siede, si alza, si agita, scuote le anime, arriva nel contesto sociale e politico con veemenza rischiando l’incomprensione, offre una nuova sessualità alla creazione e si discosta da tutto e da tutti. La Young è una Apis mellifera, una Lucilia sericata e una Danaus plexippus: un insieme di insetti che partono per far perdere ogni punto di riferimento, per cibarsi di metalli fosforescenti, per collegarsi all’avanguardia, ai sistemi fuorvianti del post-punk senza praticarne la modalità. Entra nella sperimentazione sonora come una sirena e una fata nel ballo di fine anno. 

La splendida copertina già suggerisce gli argomenti, tutto è centrale, periferico, periodico e con i protagonisti visibili che detengono il potere di opprimere di mutilare in parte il corpo, ma anche di essere destabilizzati da uno sguardo che non cerca aiuto, preferendo offrre la propria fermezza.

Poi arriva l’ascolto e si freme, si osservano moti umani millenari trovare un baricentro nella musica, un’adozione tra le adozioni…


Lei danza, fa ballare, smorza il tono dei lampi, poi li incendia, in un Getsemani trasportato sul pentagramma, regala fiori freschi e poi uccide, chiude ogni sogno e trasforma la realtà in un disegno di fango e lacrime. Deve esagerare e lo fa benissimo. Si commuove e trasferisce a noi questo stato d’animo, poi agita i nervi e cerca appoggi temporali antichi, non si fida della modernità (se non di certi suoni vibranti) e scrive, appunto, un’opera di musica classica, travestita da un’apparente modernità. Spesso con toni lievi tocca argomenti grevi, per poi allontanarsi dal suo passato e riprenderlo infine, come un’ostrica ostile sfugge alla cattura, non si omologa e la sua libertà non è sinonimo di felicità bensì del suo equilibrio, che non ha intenzione di regalare a nessuno.

In questo suo dodicesimo album in studio tutto appare chiaro: in quasi trent’anni di pubblicazioni, di concerti, di eventi, lei aveva creato un seme, forse inconsciamente, per approdare a questa isola che può e deve essere deserta, perché il suo passato qui mostra il naso ma poi si ritrae per la veemenza, la sicurezza, la sacralità di canzoni spesso anacronistiche, sempre futuriste, ma definitivamente in grado di essere collaboratrici preziose dell’evoluzione del tempo. Lei non racconta, non spiega, non suggerisce, non dà dettagli. Va oltre. Partendo anche da un’evidente indifferenza e insofferenza nei confronti della modalità espressiva comune, fa incetta di profumi, odori, pulsioni e genera parole e schizzi di canto come un’isteria necessaria. Tuttavia credo non sia solo questo. Sfida solo se stessa, si mette alla prova, per esigenza e curiosità, per diventare Natura più che un essere umano.


 Si brucia, si eleva, scompare per poter affiliarsi all’eternità, e questo album pare un suo concerto, dove la pellicola dello sfinimento trova come sposo l’ardore della rinascita…

Canzoni che offrono demoni, dai quali sembra non essere posseduta ma è in grado di trasferirli altrove (summa dell’arte per eccellenza), trasformandoli come spiragli di luce, una cavalcata tra la follia e la saggezza, qui fratelli siamesi intenti a reggere il confronto, riuscendoci. L’umorismo sarcastico, lo spray mentale spruzzato in ogni traccia, la frenetica collezione di idee multiple, il piacere del dolore perché sfida la neutralità del finto benessere diventano solo alcune colonne portanti di questo capolavoro.

 Deragliante, anticrittogamico, purpureo, utilizza l’eccentrico trasporto del suono del pianoforte per contagiare tutti gli elementi circostanti: dalla chitarra rovente e peccaminosa (Don DeVore), al basso avvolgente (Mr. Tony Visconti!), alla batteria e alle percussioni del magico talento di Jefferson Wayne Baby Jef White, con l’insieme generato da una donna che scrive nove brani da sola. La magia è che anche gli altri tre sembrano solamente  suoi…


L’incastro tra i musicisti però è evidente: non solo esecutori ma anime pensanti, in grado di tradurre precise direttive artistiche, per una omogeneità di cui beneficia l’album, trasferendosi al nostro ascolto. Un ronzio continuo che rovista tra i rifiuti cognitivi e illumina un muro che accoglie bordate di suono, un apparato di fluidi che porta la normalità a nascondersi: la musica di Young non è che una meravigliosa serie di atti estranei a una massa in cui lei non si riconosce e, come ella stessa dice nel verso della prima canzone, “Pensavo di essere nata umana ma è chiaro che non lo sono”. 

Non lo è lei, non lo è la sua musica e a noi non rimane che abbandonare una passività millenaria e appropriarci della sua monumentale arte, non ortodossa, non regolarizzata e quindi libera. I crateri di note non fanno che confermare un’antica tendenza a percuotere come faceva l’uomo primitivo: lo fa con il suo piano, con i suoi testi, con l’impianto scenico spettacolare della sua presenza sul palco ed ecco che in questo progetto artistico abbiamo la sua essenza, l’assenza di parvenze, una tenuità che non si ritrova a questi livelli in nessun altro suo collega.


 Dato che in lei vivono processi mnemonici che al giorno d’oggi non si conoscono più o non vengono considerati, ecco che Kristeen svetta ed eccelle. FSS è un libro unico, nel quale le canzoni non sono capitoli, quanto piuttosto uno sbuffo che diventa urlo, poi ombra, nuvola da cui escono frammenti metallici, per poi trasformarsi in una solida piuma che si scontra con la stupidità senza farsi contagiare, un commiato comportamentale dove non è la follia a governare l’insieme. Abbiamo a che vedere con una coscienza dal Q.I. elevatissimo e quindi non accessibile alla comprensione. Un disco che è colmo di arrangiamenti, di tentacoli, di istanti che circondano la base iniziale di scrittura per divenire una ouverture sontuosa e priva di condizionamenti. Più ascolti e maggiormente capisci che gli input, la base culturale, l’intenzione e la capacità di sviluppo abitano le foreste, le zone impervie fisiche e del pensiero, sono una telecamera di ciò che è distante dallo sguardo comune. Kristeen no, lei non si abbassa a essere una giornalista della realtà, va oltre, ci restituisce la nostra incoscienza, si dà da fare per offrirci capacità critiche, essendo lei per prima intenta a non subire la vita. Le sue composizioni sono parti continui, sono calvari, spine e multi-orgasmi, con una disciplina militare impressionante: libertà non è fare quello che si vuole, ma lavorare bene per ottenere attraverso lo studio e l’applicazione una zona in cui creare l’indipendenza che non conosca tsunami. 


Ecco, questo disco ci offre la maturità della fatica, lo smarcarsi dal cliché, un cielo personale. E i suoi testi sono l’emblema di una coniugazione con i movimenti delle note e anche di una stratificazione intima che si incolla a un insieme che rimane, e qui bisogna ribadirlo, un universo che assorbe per essere nebulosa in costante transito, in quanto le canzoni, mai come prima, sanno trasformarsi, per un miracolo non divino, non umano, ma solamente, magnificamente, incomprensibile. Il coraggio di usare le sillabe, di usare i fonemi come assoli, come un capobranco, come un bastoncino di legno che segue la corrente, rimane stabile nel suo campionario di qualità, ma ora tutto è diventato tornado, si rimane impotenti, si viene trascinati via ed è una sensazione bellissima e utilissima. Se ci si fida della sua arte/rete, allora si hanno chance per essere qualcos'altro…

Parole che sanno entrare nella natura, nel microscopio del corpo così come del pensiero, una frusta colorata simile a un arcobaleno, ma che sa anche rendere giustamente essenziale la presenza del nero in modo eccezionale, per precisarne l’effetto. Scartavetrano la banalità, per le scelte tematiche, nel momento in cui arrivano ma soprattutto per l’intenzione: in questo lavoro quando canta i lemmi sono flussi, riflussi, sementi, vomiti, artriti, vagiti e sussurri che circondano la mente, per l’effetto di una sedia elettrica che non conduce alla morte, quanto piuttosto alla trasformazione. Testi che vanno oltre la genetica, sono numeri, geometria e proiezioni ortogonali, un compasso che conosce la magia dell’irruenza e che sa spodestare la comfort zone, imponendosi e non proponendosi, ed è qui che lei fa la differenza…


Appare la sua adolescenza, il suo circostante nei suoi versi, ma non sono accessi bensì scosse elettriche, stimolazioni per poter fare del proprio guscio un sacrato senza preghiere, direi, piuttosto, una questione privata continua. Adoro l’impossibilità di cantare: non possono appartenerci questi versi, abbiamo invece l’opportunità di rimanere muti, di ascoltare con il cervello rovente nei suoi tentativi di rendere evitabile la comprensione. Ed è estasi totale, il distacco dal ripetitivo principio di poterlo fare ci rende prigionieri di questa sua ulteriore unicità. 

La sua voce, che per molti è uno shock, termine di paragone e altre cose simili, in realtà è parte di un unicum, di un percorso che utilizza doti naturali, altre costruite, ma non dimentichiamoci di come canta: un insieme collettivo di pruriti, di tribolazioni, di doverose necessità per trasformare un codice in una serie di domande, in cui l’elasticità delle sue ottave sono geroglifici antici, un fenomeno che è paragonabile a una lastra, con  il bianco e il nero che paiono immobili, definendo salute e malattia. E invece il modo di utilizzare la sua ugola è una penetrazione di quella immagine bloccata… 

Quando usa il cromatismo e la fioritura (due tecniche davvero impegnative), lo fa con capacità eccellenti e sbalorditive.

Lo stesso accade nei momenti in cui utilizza la tecnica del melisma e ne rimani piacevolmente impressionato: Kristeen adopera sistemi continuamente in sovrapposizione tra loro, generando effetti che circondano l’insieme delle note.


L’unione delle tecniche adoperate per queste canzoni utilizza la tecnologia non solo per essere ridondante e capace di essere ficcante, ma anche per una moltiplicazione dei sensi, dei significati, una tavolozza completa, un dipinto che, attraverso la molteplicità dei supporti, ci fa incontrare il disegno mentale che c’è dietro a tutto questo peculiare lavoro di assemblaggio.

È quello che faceva la musica classica ed è il medesimo che Kristeen fa: una passeggiata nel tempo prendendo sotto braccio le possibilità per realizzare un’opera spavalda, incurante del suo circondario. 

I generi musicali (molti, ma sempre un accenno e con un accostamento continuo tra di loro) sono dettagli, mezzi di trasporto e non di riconoscibilità, un calcio nel sedere per i tag, per i miei colleghi assetati di definizioni che lasciano il tempo che trovano: Young è seria, usa la musica e si fa usare da lei, senza dover essere ricondotta a cataloghi definitivi. 

Il rock, il post-punk, l’elettronica e via dicendo sono solo piccoli innesti, ma non definiscono l’involucro e l’estetica di questo lavoro. Che si precisa, piuttosto, in una molecola gassosa che desidera compagnia e solitudine, creando iati, ossimori, in una rissa che dal rumore cerca un alleato che non desidera educazione, bensì il luogo giusto per poter esistere. 


4 - Song by Song



1 - Beelxepop


“Thought I’s born a human being.

But, it’s clear I’m not one.”


Una venatura blues, immersa in una bolla elettronica, dà fuoco alle polveri: ed è magma nevrotico, con un drumming che apre a una tensione che viene distribuita attraverso un cantato che sfiora le pareti alte del cielo, per poi avere un’accelerazione ritmica che comprende un potente falsetto. Il basso distorto e flash emotivi tradotti in schegge di suono fanno dell’opener track un urlo trattenuto, immenso, sino al piano drammatico del finale, avvolto da un vocalizzo e da un crooning velato… 


2 - Not Like You


“All the things you say we did I

never lived at all.

You renovate the cage with age.”


Una piccola introduzione precede una corsa che permette al rock alternativo degli anni Novanta di tornare, ma è il cantato, nel ritornello, che rende improbabile ogni riferimento preciso e tantomeno valido: la voce e la modalità si separano da ogni previsione per essere una metastasi assassina meravigliosa, in cui a eccellere è l’intensità che raschia la sua ugola per poter essere una strega nei pressi di un rogo. Incendiaria, con il suo famoso “key smashing” (qui più nudo, meno protetto dagli effetti della pedaliera per diventare un micidiale uppercut allo stomaco), l’autrice permette al suo adorato piano di ben incastrarsi con questa chitarra rovente, il lavorio ficcante della batteria, con il risultato di un vagito di un animale che cerca nuovi luoghi da assalire. Strepitosa…



3 - Phone


“Take all this thought.

Make it smooth and fevered.”


Si entra nel teatro greco, un piano e un fruscio elettrico aprono quello che è un episodio che mostra l’eclettica voce di Kristeen, per generare pensieri a pioggia sulla comunicazione, l’errore e l’orrore palesi, con un sottile arrangiamento che, alla fine, fa sembrare l’insieme una nuvola punk, seppure le sembianze sembrino quelle di una semi-ballad elettrica. Il brano è una recita, squarcia con la lentezza che si indurisce a tratti per poi evidenziare, attraverso un registro alto, la spiritualità evidente, una lettura che si tiene delle schegge nella tasca. Punkettone lento…



4 - Numbers


“Waxed and fat,

shoot off the graph.

Bursting out.”


Arriva il nonsense lirico, una cabaret song che riporta alla mente la drammaticità di Uccellacci e uccellini di Pasolini, con quel grigiore che toglie il fiato, un loop decadente delizioso che rende il tutto un piacevole quasi incubo…

La dinamica, compatta e rigorosa, ci consegna anche le deliziose deviazioni nebulose di Prokofiev,  del suo inarrivabile Concerto n. 2, con un’epicità che dimostra l’inevitabile crescita artistica di Kristeen…

La canzone vive di un controcanto rapido, di discese pianistiche, di  sensi all’erta, di un pollo assassino che spaventa, della drammaticità di uno scontro tra il vero e il reale, in un caleidoscopico tour emotivo… Disturbante e ammaliante…



5 - A Coup at the Zoo


“You better build stronger walls or

stay under the ground.”


Tornano le velenose, doverose, essenziali e indiscutibilmente necessarie invettive della Young, forse più camuffate rispetto al passato, ma in grado di scuotere e di obbligare il pensiero a trovare nuovo ossigeno. Quest’ultimo viene compresso dal lavoro strepitoso degli strumenti, ognuno con le proprie parti perfettamente assemblate, per portare le urla di guerra di Kristeen nel teatro d’avanguardia tedesco, sul cui palco potremmo immaginare Klaus Nomi danzare in modo sghembo e pericolosamente vicino alla caduta. Episodio tritatutto, il piano che sgozza le note basse, la marcia del cantato che diventa un usignolo in un volo rapace. Devastante!




6 - Falling


“God could save us all.

But, there is no God at all.”


In un mondo che cerca la libertà, la sincerità dà fastidio, e Kristeen tutto ciò lo sa bene. Ed eccola, senza paura, affrontare con una voce angelica una serie di situazioni che separano le bugie dal vero, con un piccolo vibrato commovente, mentre l’atmosfera da night americano anni Trenta lentamente la conduce alla caduta, come una capsula ripetutamente in discesa… Si toccano gli estremi: il pianto da commozione pura da una parte e la disperazione dall’altra con l’artista americana ci inchioda completamente… La traccia ci riporta alle aperture ritmiche e alle armonizzazioni della musica classica, in un crescendo nel quale cadere può essere l’unico piacere concesso… Straziante…



7 - Full Scrotal Scorpio


“ She don’t feel as lonely

like I’m all the time.”


Un film muto di Charlie Chaplin trova la perfetta colonna sonora, una fascia isterica balbuziente, con ritmiche altalenanti, evasioni, smottamenti, graffi nocivi, un veleno costante che conduce all’asfissia, per il brano che, non solo dà il titolo all’album, ma ne riassume l’odore, un perfetto teorema espressivo che circumnaviga la creatività e la necessità testuale. 

Notevole è l’ironia di un testo solo in parte criptico, che adopera folgori musicali per scivolare nell’infinito della nostra quasi certa incomprensione. È un calvario, una fatica deliziosa da dover far divenire preziosa esperienza. La “vecchia” Kristeen e quella “nuova” sono qui gemelle siamesi con i loro moti bipolari, in un connubio pazzesco nella sua spettacolarità…


8 - I, Claudia


“Not allowed to grow.

Bound to below:

Stunted child.”


Il piano iniziale sembra continuare il lavoro precedente, ma poi ci si ritrova in un batuffolo di cotone tipico della seconda parte della carriera degli Einsturzende Neubauten, in cui il lato più pop e il cabaret cercano un approdo logico senza perdere intensità. La voce è una lacrima sotto vuoto che spinge, apre il tappo e si libera, mentre nella strofa un profondo lavoro della produzione di Kristeen consente una dinamica che conserva ogni umore, colore, tensione sino al drumming tribale in cui il cantato, filtrato, diventa un acido in transito nel cervello. 



9 - Editedit


“My body, my face, then my thoughts, my whole state, so wait.”


Qui siamo a un livello straordinario: fasci luminosi impastati di follia paiono essere usciti dai corridori dell’Overlook Hotel di Shining, con la forma teatrale che abbisogna di immagini roventi, sconnesse, malate, in un circuito quasi di atomica perversione verso il nero umano che cerca di negarsi come tale, ma Kristeen lo smaschera, ed è una escandescenza ritmica che conduce a una delicata perdizione… Top!



10 - Muleskinner Blues (Blues Yodel #8)


“If you don’t like your job,

well, you can throw your bucket down.”


Immaginate un atomo di post-punk imbevuto di eclettici movimenti, una voce raddoppiata, un ritmo fagocitante, ombre cinesi, parole di un dialogo in cui contesto, senso, continuità espressiva conoscono il sistema per esplodere in modo contenuto… Ecco, avete un quadro di un ossimoro vivo, una perla che pare provenire dalle illusioni ottiche di M.C. Escher, in un capolavoro fertile di proiezioni e ammiccamenti. Si danza come spiriti imbevuti di coraggio, guidati dall’eco dei gorgheggi di Kristeen e da un piano che sembra splendidamente beffardo…




11 - Honey


“I wanted to stay, felt like where I belonged.

But, now with my true name could find my long lost home.”


Una chitarra iniziale in eco di U2 periodo Boy dura pochissimi istanti: arriva un totale distacco e la canzone (tra le più confidenziali dell’album) ci mostra come un loop possa trovare alleati  lungo la strada, a partire da chitarre oblique, un drumming saggiamente proteso nel separare la continuità dalle pause, il basso battente e la voce che recita come se fosse uscita disgustata da una chiesa e da incontri noiosi. Un delirio delinquente, saggio, parole di fuoco e nitriti e miagolii di una sei corde in stato di perlustrazione e sicuramente anche di grazia… Il rock antico qui trova il suo Everest e le acute note gli angeli nudi che cercano pace. Si parla anche di orfani e, per il sottoscritto, che lo è stato, non è semplice gestire l’insieme maligno, ma alla fine questa opera incantevole diventa una mano saggia per il futuro…



12 - Prime Ape


“See my hands.

Complex how my thumbs can move.

I gun embrace.

Go click click, pop pop.”


Una rasoiata che ricorda i Bad Seeds più aspri e le code velenose dei brani di inizio carriera della stessa Kristeen, ci mostra, nell’atto finale, la capacità di inasprire ancora di più i toni, in acini di vino scoppiettanti di sangue, in cui il ventre fatica ad accogliere tutta questa deliziosa pillola nevrotica… Un modo pazzesco di concludere questo lavoro, con una girata futurista non dimentica del passato, con un’isteria che benedice chi non si cura di queste forme espressive, ed è il brano vincente che conferma il suo trionfo, con le sue ultime parole, acclamate senza musica, che chiosano in modo perfetto: “All I want is what I have coming to me. All I want is my fair share”…


5 - Conclusioni


La si deve ascoltare, questa meraviglia assoluta, in quanto è l’arte che domina, sbeffeggiando, mai implorando, sempre offrendo brandelli di verità negate e mettendo in primo piano quelle strozzate brutture conclamate, forzando volutamente la mano per generare ruoli distanti.

Ecco: Full Scrotal Scorpio è uno stormo di uccelli piovanelli, capaci di vistosi cambi di rotta, ma aventi l’innegabile abilità di rimanere uniti per evitare i predatori. Un album a sé, non catalogabile, libero di offrire quello che è, di fregarsene del successo, ma frutto di un lavoro, di una pianificazione e di sistemi architettonici che lo fanno nettamente svettare rispetto agli altri.

Nota bene: causa dipendenza, lo paghi una volta sola ma ti rimane nel sangue per tutta la vita…




Potete prenotare l’album a questo link:


https://kristeenyoungmusic.bandcamp.com/album/full-scrotal-scorpio



Full Scrotal Scorpio:


Data di pubblicazione: 23 Ottobre 2026


All vocals, piano, keyboards - Kristeen Young

All drums and percussion - Jefferson Wayne Baby Jef White

Bass - Tony Visconti

Guitars - Don DeVore

Guitar on track 9 - Kristeen Young

Additional guitar on track 6 - Rob Durando

Additional guitar on track 2 - Tony Visconti

Acoustic guitar break on track 7 - David Haynes



Album in studio:


Meet Miss Young and Her All Boy Band 1997

Enemy 1999

Breasticles 2003

X 2004

The Orphans 2006

Music for Strippers, Hookers, and the Odd On-Looker 2009

V the Volcanic 2011

The Knife Shift 2014

Live at the Witch's Tit 2017

The Subset 2019

Beauty Shop 2022


lbum in studio

  • Meet Miss Young and Her All Boy Band 1997
  • Enemy 1999
  • Breasticles 2003
  • X 2004
  • The Orphans 2006
  • Music for Strippers, Hookers, and the Odd On-Looker 2009
  • V the Volcanic 2011
  • The Knife Shift 2014
  • Live at the Witch's Tit 2017
  • The Subset 2019
  • Beauty Shop 2022





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