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martedì 21 aprile 2026

La mia Recensione: Grant Swarbrooke - Kaleidoscope Bad Wisdom


 Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

21 Aprile 2026

Album of the year 2026!


Grant Swarbrooke - Kaleidoscope Bad Wisdom


Un inverno ovattato è la panacea di ogni illusione, un transito fisico in cerca di un luogo senza disturbi, un pigiama che ricopre fatiche e languori. Nella musica questa stagione non viene compresa del tutto, è spesso scartata, di certo poco amata in quanto le si conferisce una negatività del tutto ingiustificata e scorretta. Scorrono più verità nascoste in quei mesi che nel resto dell’anno, l’apparenza perde il suo fascino e vince il bisogno di uno spazio interiore con l’intenzione di privarsi dei giochi brevi, si scopre l’esigenza della verità.

E la lente d’ingrandimento diventa l’unico utensile per sistemare quello che deve pilotare l’anima verso ciò che verrà dopo.

Nel debutto a lunga distanza di questo artista tutto è vitamina, proteina, riflessione, accenni, con la scia perenne di una malinconia vigorosa, un letargo solo apparente perché in realtà Grant Swarbrooke utilizza le energie per disegnare confini, per inglobare le sensazioni, gli umori, creando mulinelli e scie di pensieri sempre adiacenti a un minimalismo essenziale e verace.

I profumi non si esibiscono nel cielo ma sotto la neve, le coperte, le intuizioni di una magia che l’artista residente a Bath configura come una riserva personale, un mazzo di segreti che trovano l’intelligenza del pudore, l’assenza del megafono preferendo processi creativi come un foulard privo di ego. Queste composizioni sono un racconto, non un riflesso o una serie di fotografie, bensì una storia che mostra solo l’ombra di una serie di volti, il crepuscolo dei sogni, il calore di contatti nascosti dalle miscele di uno spirito acustico in grado di appoggiarsi a una elettricità che non necessita di migliaia di watt per generare l’impressione che queste note musicali siano le vibrazioni di un terremoto nel centro dell’oceano…


Doveva essere un Ep, è divenuto un album, ma non è questa la notizia o il motivo di una gioia voluminosa: la realtà consta di una qualità immensa nella ponderazione, nella struttura degli undici episodi, di un linguaggio continuativo che ha le sue peculiarità e i suoi nascondigli, tentacoli e reti in costante parata, una timidezza che conforta e insegna. Grant ha una stanza piena di semi, intuizioni, ma mai la necessità di trasferire il contenuto all’esterno. Nasce qui la magia di un mistero che non può essere svelato, malgrado centinaia di ascolti. Le parole cantate sono compagne di viaggio, mai presuntuose, mai sotto i fari, scegliendo di essere suoni di accompagnamento invece che diventare forme di coscienza in cerca di approdo.

E l’inverno di cui prima è simboleggiato dall’eco incessante di sollecitazioni che affrontano il cielo aperto e quello della mente, in una relazione che non è mai conflittuale: esiste la tensione data dalla solitudine, dal vuoto, dal tempo che passa e da relazioni che lasciano cicatrici e tatuaggi, da una propensione alla lentezza che qui sublima la riflessione, facendo così ingrassare il fienile di una persona che mostra fertilità, verginità, e una forte propensione nello scaldare le paure e dar loro da bere un vino in ogni suo frammento di vita…

Un disco di composizioni classiche travestito solo in parte da una modernità che esalta un antico ardore, la predisposizione a essere attento al tempo, all’evoluzione, al rispetto, contemplando il suono attuale solo come un’esigenza che passa in secondo piano: l’insieme delle composizioni è una lunga operazione, uno scandagliare antiche forme nelle quali le esplosioni, i tecnicismi attuali sono banditi per favorire un ritorno a un ascolto che deve conoscere pazienza, perché l’obiettivo qui non è piacere all’ascoltatore, bensì divulgare messaggi sempre criptati, che siano i suoni o le parole. Il buon gusto permette di vedere la musica e non di sentirla: un racconto che diventa cortometraggio, una bottiglia che incredibilmente con il passare dei minuti si riempie di nettare per inebriare, per essere il motore di percezioni che si appiccicano alla curiosità per nutrirla. Il rock qui viene circondato, limitato, reso visibile per pochi istanti, preferendo mostrare una radice folk che si fa accompagnare da lunghe gittate ambient, con l’abilità di nascondere i riferimenti, al fine di procurare stordimento e stupore per via di una predisposizione continua verso ciò che può produrre un innamoramento veloce. Lui sceglie la poesia dell’attesa, dello spiare i segreti del pentagramma, per far emergere le oblique nature di petali sonori che cercano il terreno della fragilità per preservare purezza e identità…


Gli strumenti non rivelano solamente le proprie caratteristiche e qualità ma diventano raggi solari nascosti sotto quelli lunari, per attrezzare polivalenze e il progetto di una crescita espressiva che tenga conto della dinamicità e integrazione, per sviluppare un perimetro intoccabile: nessun ascolto potrà ledere loro, non vedrete mai troppo la luce e questa diventa una verità assoluta, che magnetizza ogni presunto potere dell’ascolto. In apparenza diviso equamente in due parti, l’album invece ha nella sua continuità esplorativa la capacità di immergerci nel pianeta disabitato della profonda attenzione. I brani sono modalità che utilizzano i generi musicali e i suoni come avamposto e non come espressione definitiva, come se fossero l’inizio di canzoni che verranno in futuro. Proprio per questo motivo suonano come un alveare reso lento e quasi muto, un miele che stagionerà in una dimensione futura, consentendo l'audacia dell’accenno e non del fragore. L’artista sceglie la forma di un imbuto, di una caduta con i freni, pezzi che suonano come se fossero concepiti nel cuore di una lumaca, proteggendo l’indirizzo della nascita e il percorso fatto. Canzoni scritte con la china e una penna dell’Ottocento, sulla carta di una serie di umori perfettamente oliati e condensati.


La sua voce non cerca parole e tantomeno immagini forti: i miracoli non hanno bisogno di pretese e abbondanza, bastano di per sé per essere votati all’unicità. Che dona con un contagocce, come un petrolio azzurro che bacia la tristezza, una tosse senza sussulti e tuttavia in grado di essere energica, contemplativa, riservata e ribelle, senza strategie tecniche. La utilizza come uno strumento da mettere in fondo all’orchestra, ma la diamantina costituzione vola, scappa da ogni difesa e illumina gli ampi spazi connettivi di una volta celeste che la cerca e la ottiene… 

Il suo accento, vistoso e clamoroso, unito alla scelta di parole brevi però mai veloci ci fanno intendere il tremore, la paura, l’imbarazzo, un ruolo che forse non vorrebbe avere. Il suo cantato è una candela dentro una stanza attrezzata per l’intimità, e lui segue questo progetto e ne diviene un compagno fedele. Sono brividi continui, lacerazioni, spaventi, e il disagio di una bellezza senza descrizioni possibili rende tutto maledettamente perfetto. E questa è un eco anche quando è diretta, priva di effetti, capace di ridondanze equilibrate, perché non frequenta l'indecenza di una presenza costante: quando si palesa è un assolo emotivo senza redini alcune…


Un album che coglie il significato della natura, l'accoglie e la distribuisce attraverso il cantato delle onde, i frammenti sonori dei raggi, la corsa lenta della nebbia, il bisogno di caduta della pioggia, contemplando il cielo, generando la necessità di isolamento, di una piacevolezza che possa contrastare, educatamente, la caducità della condizione umana. Si spiega così la sensazione di immersione, di un tepore mentale dato dalla sicura protezione di quella parte che l’uomo ha distrutto. Grant si affida invece a quei segreti, miracoli, come un esploratore convinto, con canzoni che traducono ed espletano il suo bisogno di interagire con ciò che sta lontano dallo sguardo. Composizioni come apparati nutritivi, di cui il beneficio primario è il rispetto dei ruoli. E allora assistiamo alla stagionatura degli eventi, utilizzando l’arte come una palestra piena di attrezzi per allenare la mente, per fare del corpo un’antenna e non un portavoce…

Una scrittura intensa, mai associabile alla banalità, con bagliori di speranza che si avvicinano alla metodologia del country senza esserlo pienamente, dando al folk camuffato da brillanti elettronici il compito di inserimenti sonori continui, una sperimentazione che produce frutti concreti, con campionamenti e riverberi a rendere il suono una fonte di riflessioni, che sa utilizzare diverse culture, sia nella storia che nella geografia, per vivere una sbornia nella quale il caos è un artifizio sublime, pulito e ordinato, generando un ossimoro che conquista e sconcerta. Il fatto che le tracce diano la profonda certezza di un musicista che non ha a disposizione tutti i mezzi necessari per una profondità tecnica rendono il tutto incredibile, compiuto, ossigenando la povertà di un senso e di una validità inconfutabile, creando con alcune incertezze sonore il perfetto palcoscenico dove mostrare che la qualità non ha a che fare con gli strumenti a disposizione. La cantilena è la celebrazione della melodia, il suo faro, e Grant la usa come stato di necessità, come faro nella notte, cosi come faceva il buon Leonard Cohen. L’artista inglese preferisce però una creazione che sembra un addio continuo, un non voler stare nei dogmi, nelle sterili affermazioni di cliché convenzionali: le sue vene fertili debbono continuamente illuminare solo una sezione di ogni possibilità per trovare pace.

Il blues e il soul sono piramidi senza un lato, volutamente, tenute sotto la sabbia di pennellate schizofreniche al rallentatore, per tutelare la loro esistenza, in una tribale danza che utilizza l’elettronica per una sensazione di modernità che camuffa ciò che invece risiede nella molteplicità delle arti conosciute, in ascolti musicali che non sono qui un background bensì una compagnia da tenere sotto braccio. Non offre punti di riferimento l’autore, non cerca consensi ad ampio spettro: preferisce evocare senza dare coordinate e, così facendo, giunge un concept sonoro che scansa gli equivoci. Deserti maliani, canyon e venti sono i principi di attivazione di una fantasia che vuole renderli fisici, toccabili, con gli uccelli a pilotare questo nomadismo che Grant vive per primo, dando alla fantasia l’inchiostro e il brivido di una esperienza extrasensoriale. Il lutto qui si fa risorsa, i piaceri (come calici di vino) diventano una divagazione non percorsa, confermando quello che con i suoi singoli avevamo già intuito: dare al grigiore e al nero la possibilità di osservare gli arcobaleni… 

Con le sue creazioni Grant riesce a sviluppare il valore della detumescenza, come atto consolatorio, come un infermiere dell’anima pronto a ridurre i confini della sofferenza, per distribuire nuovi sogni e positività. Certo, per farlo non agisce come un burlone bensì come un attento operatore sociale che fa della discrezione il primo compito. Ci ritroviamo, in questo modo, a nutrirci della sua intenzione. Non si cantano le sue canzoni, le si assorbono come un unguento per ripartire carichi di energia. Tutto è occiduo, come un lascito di sé che possa creare un futuro.


Kaleidoscope Bad Wisdom non ha avuto incubazioni: qualche canzone più datata, altre recenti, per un archivio mentale che ha elaborato tutte loro per avere una massa di gocce plumbee, levigando il tutto per dare ai generi musicali compattati il ruolo di un giaciglio. Un ottimo esempio della capacità di Swarbrooke di fondere la strumentazione acustica (generosa e sottile) con una gamma di visioni e strumentazioni elettroniche per combinarli all’approccio con il suo dono lirico, che fanno degli argomenti un pretesto di connessione davvero originale. Il risultato è una fine rete di baci eterei, di zone sempre diradate, di una fantasia degna della Nouvelle Vague, di un impegno dialettico a rendere le sillabe note aggiuntive. L’introspezione induce a un valido accordo: proteggere le sue creature in modo da generare un innamoramento definitivo. 

Cerca l’atmosfera, come fosse un angelo che adoperando il low-fi decidesse di abbandonarlo velocemente, come uno stato d’animo e non una narrazione lineare, che esiste ma va trovata… L'uso sapiente delle chitarre, ad esempio, dimostra che non ha alcun bisogno di farne uno strumento dominante rispetto agli altri. Il suo modo di suonare non richiede artifici eccessivi; le note giungono come echi di montagna che si tuffano nel mare. Il riverbero e il delay sono essenze piuttosto che semplici effetti, creando un mantra ipnotico, e il suo modo di comporre ricorda davvero un dipinto paesaggistico, mettendo in risalto ogni singolo atomo. La chitarra a sei corde è il primo pezzo su una scacchiera medievale fusa nella musica classica, a salvaguardia del bisogno di modernità che è particolarmente evidente nel ritmo e nella conferma delle note come infaticabili cornici.


Grant cattura il registro emotivo di quest’epoca in cui tutto è messo in un gelido archivio e che scivola via: i brani riescono a mostrarlo e a trattenerlo. Sembra inoltre lavorare molto in modo intuitivo, con una motivazione derivata dalla purezza del suo potenziale espressivo, con l'arma buona dell’espansione dei generi, in cui tutto è libero di essere volo, ferita, incanto e il suo opposto. Un album che vive di tensioni, che non vuole risolvere nulla, ma sapientemente capace di mettere in discussione l’esistenza e di dirigerla verso loop mentali che siano in grado di interrogarsi sul da farsi.

Non ci resta che camminare sulla spiaggia, guardare queste note come angeli dal volto nascosto e nutrirsi di questa unica bellezza continua…



Song by Song


1 - Like a Comet

Questo paradiso nebuloso comincia da un mio messaggio vocale, l’inizio di un’amicizia in cui mostrare occupazioni e preoccupazioni e che aiuta a far sentire la vicinanza. Il compositore crea una tensione miracolosa, come se il film Uccelli di Hitchcock fosse il testimone di tutto questo, con la chitarra che flirta con una dimensione ambient e proto noise. Coglie l’interezza del mio pensiero scorticando il tutto per diradarlo in un cielo pieno di gocce in attesa…




2 - Kaleidoscope Bad Wisdom

Il disincanto del lascito di una relazione è il nucleo narrativo, potente e minimalista, su cui l’autore crea danze interrotte, artifizi continui in cui la chitarra inventa una serie di loop sapientemente frammezzati, con un suono che conosce la lacerazione mentre il suo cantato è un sorriso dolente, capace di far vedere il dolore e di nutrire il suo valore. In questa nebulosa si mostrano i volti di un rock alternative teso ma mai esplosivo, come se da una stella di natura dream pop fosse nato un armistizio…



3 - Liminal Fall

Ecco giungere il mare, imbarcazioni in lontananza, tutto pare piatto in attesa, come l’introduzione sorniona ma già drammatica, per poi constatare che il giro melodico del canto è una sberla, un livido che arriva senza compromessi.

Il ritmo sale ma timido, sino a quando la batteria scuote, esattamente come la voce e le parole, per farci inoltrare in un’ennesima caduta.

Infatti la batteria si ferma e rimane un lamento.

Il basso di Martin Murphy guida l’insieme verso la perfezione.

E poi via di nuovo, per sentire una chitarra salutare il dream pop e il caos, perfettamente equilibrato nei suoni e nella produzione, si impossessa delle lacrime che diventano un cerchio infinito…

Sembra davvero che questo pezzo sia il battesimo di un’età artistica che conosce il passaporto e possa andare, liberamente, nel futuro…




4 - Beneath a Wave

L’elogio della solitudine passa attraverso accenni di mulini a vento che conducono le note verso il vuoto, con un ritmo crescente, la chitarra semiacustica che ci fa scuotere e quella elettrica che crea tensione con il suo tintinnio, facendo divenire il tutto un’insolita ninnananna per la mente e non per il corpo. Piccoli fragori shoegaze fanno capolino ma sono nervi in cerca di pace, con Martin Murphy (qui al basso e alla batteria), che riesce a far collimare la distanza tra l’intenzione di Grant di rinchiudersi e una necessità comunicativa evidente. Struggente…


5 - Cannonball

Siamo nel mondo delicato di una violenza esplosiva, da parte di un interlocutore muto, che non ha nessuna possibilità di dialogo con il protagonista, qui testimone di una tensione evidente e di una impossibilità di dialogo. Vicino alla maestosa abilità di Joseph Arthur di essere un’onda che raccoglie frammenti esistenziali, Grant adopera stratificazioni sonore, multiple, in una cantilena radiosa con parecchi scenari, un viaggio musicale tra epoche diverse, per ossigenare il ritmo e la melodia in modo costante…



6 - Ancient Rain

La staticità del tempo è descritta in poche precise parole, con il suo peso, l’ancora, l’assenza del cambiamento dell’unico elemento importante nella nostra esistenza. Musicalmente, si apre la parte apparentemente acustica, quella che mostra maggiormente un filo adorante e continuo con la musica classica, certificata anche da un pianoforte che disegna trame antiche, sostenute da una chitarra semiacustica efficace e il suono elettrico che compare e scompare, donando, nella brevità della composizione, la certificazione dello spreco delle nostre vite. Come se fosse un intermezzo, mentre in realtà è un pugno ben assestato…


7 - Name on a Wall

L’amore vero è presenza costante, aiuto, e questo testo lo dimostra chiaramente. Un piano su un’altalena ci fa sprofondare in uno stato drammatico ma sensuale, con dolcezza e impegno coniugati perfettamente, in uno scenario che parte dalla musica classica per arrivare ad approdare nelle zone predilette di Antony Hegarty (Anohni), in cui la voce può essere accennata e tenuta sospesa, lontana, come nel primo verso, in cui si fatica a sentire le parole, generando curiosità e un dolore utile…

Ed è ancora il mare a raccogliere questa semi-ballad, con il fruscio e l’eco lontano degli uccelli. Un brano sognante che ha l’abilita di far tremare… 



8 - Circles

Una ballata acustica in cui il matrimonio con i cubetti roventi della voce di Grant vestita di amarezza viene perlustrata da moti sonori in ascesa, quasi impercettibili, con la chitarra che prende in affitto la dolcezza di Vini Reilly e la tensione di Tom McRae, in un crocevia in cui i violini sintetici ci portano nello stesso cielo dell’artista di Bath, pieno di raggi nervosi. Il finale presenta un arpeggio toccante come degna definizione di un attimo divenuto atomo perenne…


9 - Here I am

In un uno dei testi più ermetici, approfondiamo maggiormente gli scambi tra gli strumenti, le zone esplorative della semplicità, qui con le sembianze di una favola composta da note in grado di elevare la poeticità di ogni frammento. Alla fine si rivela un brano punk, senza distorsioni, insulti o rumori grezzi. Quella che lo rende tale è l’impossibilità di abbracciarlo, di fargli compagnia, perché nella sua dolcezza evidente (data dalla promessa di una vicinanza) si ha la sensazione di una sfida, lenta, dolorosa e quindi splendida… La parte elettrica e acustica qui si annusano, non entrano davvero in contatto ma mostrano le loro fattezze, con parsimonia ed eleganza…



10 - Days Undone

Morte e sogni, in una convivenza difficile e tesa, sono i termini iniziali di una melodia che culla e ci attrezza all’attesa, allo sviluppo, nel brano più drammatico dell’album. Un crescendo emotivo, ritmico, in cui non sono i watt a vincere bensì le trame neo romantiche, con segnali di musica classica incorporati in un viale dove i suoni sono istinti catturati ed educati al buon gusto, un miracolo che fa sanguinare il cuore…



11 - My Chlorine La

Chiude il lotto di queste magnifiche espressioni artistiche una canzone recente di Grant, con il suo inizio accennato, circondato da una chitarra semiacustica accompagnata da echi vocali, in un inno alla giovinezza che stordisce e fa riflettere. Sono raggi timidi, che tengono sospeso il fiato, come una chiusura che ci rende fertili, nel suo gioco  volto a liberare il tempo da ogni tensione…



In uscita il Primo maggio 2026

martedì 14 aprile 2026

Recensione di Marco Sabatini: The Chameleons - Why Call It Anything


 Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

14 Aprile 2026


The Chameleons - Why Call It Anything


Non sono pochi i fans che i Chameleons hanno in Italia, nutro però seri dubbi che conoscano a fondo un disco uscito nel 2001, intitolato "Why Call It Anything".

Eppure è un tassello importante nella disordinata carriera della band di Middleton, Greater Manchester. 

L'album con cui hanno tentato il rilancio dopo lo splendido esordio di "Script of the Bridge" e gli altri lavori di metà anni ottanta.

 Con loro si parla sempre di sottovalutazione, in realtà dalle prime apparizioni al Cargo Studio di Rochdale, passando per le corpose sessioni da John Peel alla BBC, fino ai tre album ufficiali prima della separazione le attenzioni non sono mancate; semmai la frenetica attività dal vivo, tour dal numero spesso esagerato di date, hanno tolto  lucidità al progetto. 

Vediamo cosa l'intrepido Mark Burgess è riuscito a mettere insieme in questo lavoro di inizio secolo.

Innanzitutto ci sono tutti i protagonisti del disco d'esordio del 1983, e non è poco.

In aggiunta troviamo il percussionista e vocalist Kwasi Asante, presenza spiazzante ma in fondo positiva nella traccia "Miracles and Wonders" che chiude praticamente l'album seguita soltanto da un brano strumentale  a mio avviso trascurabile come "Are you still there". 

L'incipit è affidato a "Shades" pezzo che vorrebbe richiamare i fasti post punk di "Don't Fall", in avvio di "Script of the Bridge", mancando totalmente il bersaglio; penso si possa convenire nel definirlo il singolo più brutto della band in assoluto. 

Ma arriva subito "Anyone Alive" a sistemare le cose. Un Dream Pop che trova nei fraseggi di chitarra di Reg Smithies e Dave Fielding la giusta forma e scaccia i brutti pensieri, non è solo un'operazione commerciale, c'è della sostanza. 

"Indiana" certo non mantiene lo stesso livello ma il successivo "Lufthansa" se gli  perdoniamo il tono a bit too much melancholic è apprezzabile con un John Lever in grado di proporre soluzioni ritmiche che mettono in buona predisposizione l'ascoltatore. 

Il quartetto di canzoni a seguire presenta nell'ordine un tocco di psichedelia che non guasta in "Truth isn't Truth Anymore", l'accattivante ritornello di "All Around" dove con i riferimenti si scava ancora più nel passato  (ricordate The Kinks?).

Di "Dangerous Land" è rimarchevole l'atmosfera iniziale che ci porta un po' in un Messico sabbioso e desertico per poi diventare uno degli episodi più elettrici (grande sapienza di John Lever alla batteria), buon preludio a quello che

non esito a definire il punto più alto di questo album "Music in the Womb": pezzo decisamente ben fatto, l'inizio potrebbe far pensare ai Death in June di "All Pigs Must Die", uscito negli stessi giorni, quindi siamo prossimi al neo-folk, ci troviamo al culmine di questa svolta acustica della band che avrà seguito l'anno successivo con luscita di "This Never Ending Now" dove trovano spazio versioni unplugged dei loro vecchi successi.

Poi la band proseguirà l'attività live con vorticosi cambi di nome e line up, unica costante la voce e il basso di Mark Burgess. 

Nel 2025 il celebrato ritorno con "Arctic Moon".

Per sintetizzare, "Why Call it Anything" è il tentativo, fallito, di riaffermare il marchio The Chameleons riveduto e corretto con strizzate d'occhio a vari generi musicali in voga al tempo, un disco comunque piacevole da ascoltare a venticinque anni di distanza, nove canzoni che almeno per i due terzi, non sfigurano al fianco dei gioielli della prima ora.

sabato 28 marzo 2026

La mia recensione: ELLE - Silent Search Of Spring


 Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

28 Marzo 2026


ELLE Band - Silent Search Of Spring


Quanto è inutile descrivere la bellezza (non ciò che piace…), la profondità (da non confondersi con la pesantezza…) di un disco immenso che non troverà nido, che non sarà germoglio, che non sarà mai approcciato da un famelico senso di nutrimento?

Rimane l’amore per questo lavoro della band romana, da descrivere, da proteggere, da gettare nel vuoto con la speranza (sentimento e azione che considero un crimine) che esistano ancora estimatori di un’opera d’arte in cerca di spazio. I progressi del terzetto (ora quartetto) sono evidenti e rapidi, rafforzando l’idea di un laboratorio analisi che sa come vanno le cose là fuori: canzoni come rapporti tra pazienti e medici, in un tratteggio in cui la verità arriva attraverso curiosità e bisogni veri, come immersioni continue per stabilire l’esistenza come una pergamena da lasciare nell’aria…

Il profumo dell’avant-folk è il primo tassello di un quadro artistico in espansione, in un costante contatto stilistico e di forma con generi musicali che si stimano, cercano, desiderano entrare in dimensioni multiple. Ecco, allora, una psichedelia dolce, breve, illuminante, trovare un sentiero per stimolare nuclei di aggregazione con il post-rock primordiale, come se gli anni Novanta fossero un battito di ciglia del tempo. Un disco che permette alla morbidezza del cantato di Miriam Fornari e di Danilo Ramon Giannini di immergersi nei tessuti obliqui di Marco Calderano e di Giovanni Lafavia (nuovo membro). Briciole tenerissime di Tindersticks e Animals That Swim ci portano in dono l’Inghilterra di Nottingham e di Londra, per poi volare verso una campagna laziale che profuma le note di una rarefazione dello spirito davvero notevole, passando dagli arpeggi, con le espressioni dell’ambient e la conservazione costante di una intimità qui più che mai doverosa. Il tutto pare una favola di espressioni mentali alla ricerca di una evoluzione riuscita, planata sull’emisfero mattutino di una stagione segreta, piena di vento, brina, raggi solari alla ricerca di quelli lunari, di spazi vuoti da coccolare. Vivono le emozioni, si sparpagliano, passano dentro le macerie umane, tentano di tingere di poesia le urla, le guerre, la depressione, dando una mano, cercando un contatto e ingannando la paura. Quando si presentano sterzate ritmiche (come per la deliziosa Meeting of Skins), ci si accorge di come la C-86 e il primordiale dream pop possano albergare rapidamente nei solchi, come saluti sognanti, come favole dalle note azzurre, come uno stratagemma efficace per donare sorrisi e un velo in lino. La chimica tra i musicisti si palesa come una quercia, donando stabilità e sicurezza, in un dialogo fitto, che parte da una sensibilità acustica parente di Paul Simon, per giungere sino al New Acoustic Movement di band come Turin Brakes, I am Kloot e la brillantezza cupa di David Gray.

Il synth di Miriam è il vigile attento, un amico che si dona per dare alla chitarra di Marco e alla batteria di Giovanni una spalla, una stella, una fiaba di note armoniose, per poi andare oltre la forma canzone, con la vitalità data da successioni di accordi davvero intriganti. Emoziona avere l’impressione di schizzi sonori che diventano case, si allargano, prendono residenza in espressioni collettive, che, se da una parte evidenziano residenze cantautorali, dall’altra ci offrono l’unicità dell’essere una band, con le varianti che echeggiano, rimbombano e saltano sul pentagramma per essere influenze, stimoli e grappoli di uva come stelle cadenti saporite. Atomi di slow core fanno da cerniera agli altri generi musicali, conferendo alla voce di Danilo la possibilità di un crocevia stilistico che partendo da Matt Berninger si spinge verso i territori nordici  di Søren Huss (della band norvegese Saybia, nei momenti di espressioni crepuscolari) e a quella di Miriam di divenire una bacchetta magica attraverso i suoi respiri, le sue piantagioni delicate, i vocalizzi pieni di stile e immersi in un proto-silenzio che avvolge il tutto.


Sin dall’iniziale Ravine abbiamo in dotazione un testo che attraversa il genere umano con sapienza, con entrambi i sessi rappresentati dalle due voci, ed è un entrare e un uscire tra la dolcezza apparente e l’amarezza, qui tenuta a bada sapientemente.

La successiva Pillows continua con l’umore e lo spleen della precedente con una veste jazz mascherata e una propensione a un’espressività tipicamente americana.

Truth è la Scandinavia che dialoga con maggiori muscoli, una propensione agli stop and go tipici dei Cousteau, la saggezza di interventi strumentali e la batteria che scuote dolcemente una ricca elaborazione sonora.

Con Babylon ritroviamo il loro dna, spoglio e immenso, affidarsi alla chitarra e alle due  voci, per una passeggiata temporale immensa…

Another Water è la spugna visiva della band, la loro raffigurazione precisa, con splendidi incroci, con minuscoli interventi a suggellare questa chicca radiosa…

Quando tocca a Freedom Symphony ci si rende conto di quanta profondità vi sia nella scrittura del testo, nei sospiri del cantato, con il synth che accarezza la chitarra e questo feeling così marcato di un autunno che bussa alle porte della mente…

Meeting of Skins è una frustata dream pop, un guizzo che mostra la poliedricità della band, i giochi vocali e la capacità di velocizzare la sensibilità, facendo diventare il tutto un arcobaleno allegro. E la voce di Miriam che usa lo stile francese in modo divino…

La chiusura di Silent Search Of Spring viene affidata al brano che dà il titolo al lavoro, ed è un sospiro, un ripostiglio in cui il silenzio si accoppia a questa ninnananna che esplora i sentimenti, i rapporti, il senso del toccare la fisicità e renderla una nuvola attenta…


Silent Search Of Spring è un calendario razionale, emotivo, un elenco di passi vellutati, un dipinto su una tela perennemente in movimento, dando alle note di una lumaca curiosa il tempo per circumnavigare l’estasi, deliziando, creando una lampada a olio nelle nostre menti… Dimostra che quando Roma si dimentica si se stessa (almeno degli ultimi vent’anni) e si mette una borsa sulle spalle, può diventare una nomade capace di raccogliere la bellezza di un mondo che nella capitale è morta da tempo. E allora si dia credito a questi musicisti, alle voci sognanti e regnanti, al garbo di un sottovoce ormai sparito, alle dimensioni di una garbata presenza che sussurra, mai urla, che fa dello sguardo uno strumento, della verità una spada circondata da fiori e petali e della scrittura delle canzoni un atto di intelligenza davvero raro…


https://music.apple.com/gb/album/silent-search-of-spring/1867566795

martedì 17 marzo 2026

La mia Recensione: The Blue Herons - Demon Slayer




 Alex Dematteis

Musicshockworld
Salford
17 Marzo 2026



The Blue Herons - Demon Slayer


Quando l’affetto, la socievolezza, la curiosità, il bisogno di un contatto fisico diventano le caratteristiche principali e definitive di un felino, e nella fattispecie dello Sphynx, sappiamo che, se siamo alla presenza di una relazione con gli esseri umani, ci troviamo, conseguentemente, dentro il circuito della bellezza, del valore di un legame dolce e sensato.

Tornano Andy Jossy e Gretchen DeVault ed è una cascata di goduriosa e vivace propensione a fare della vita la necessità di stabilire, proprio come con il gatto nudo di cui sopra, una relazione con quella parte della musica che desidera vicinanza, conoscenza, memoria storica, in un abbraccio circolare e concreto: canzoni che profumano di rispetto, curiosità, eleganza, meticolosità e una profonda attitudine a fare del tempo uno scrigno colmo di freschezza, sogni, missive, racconti, dialoghi, contemplando sempre la presenza del buon gusto e di gittate poderose di delta, reverberi, fuzz, ritmi sincopati e la sensazione di una decisa attenzione verso i dettagli, la volontà di un concept album sonoro, di testi che respirano di leggerezza e profondità, in una forma che consente di sentirsi al sicuro con queste composizioni. 


Un miglioramento, una maturità nella scrittura di queste pillole dorate da parte di Andy impressionante, che lo colloca, finalmente, sul podio di chi non scherza con la musica, con i suoi metodi lavorativi che esplorano la duttilità, il senso, l’alchimia, la perlustrazione, la gioia, la malinconia che non sfocia mai nella tristezza, finendo per distribuire raggi di sole nelle notti in attesa di luce…

La sua abilità multistrumentale era nota ma ci troviamo, totalmente, nel pieno del suo baricentro, con tantissime idee, arrangiamenti, e con una mano esperta nel pitturare i suoni con il suo stile, mai negligente nei confronti dei suoi ascolti, trascorsi e gusto personale. Ha saputo, però, definire e contornare le sue aspirazioni e propensioni verso la definizione, approfondendo soprattutto la possibilità di vestire ogni canzone con continue variazioni, conferendo la sensazione, strepitosa, che ognuna di loro sia in realtà la somma di tante altre…


In tutto questo Gretchen è una conferma meravigliosa: nel suo stile di scrittura c’è l’anticipo delle sue corde vocali, la sua predisposizione a essere una serie di gocce d’acqua che nuotano tra le stelle. Magnetica, deliziosa, rassicurante, la sua voce permette a quest’opera di essere una credibile ondata di pulsioni che stabiliscono contatti e confini, una educata lezione di stile, che, tramite una perfetta produzione, mette le sue doti bene in vista, un fatto importante per questi generi musicali che tendono spesso a nascondere il timbro, le parole, diventando solo una sensazione. Qui no: il cantato si trasforma in uno strumento che si fa rispettare, che si accomoda negli incredibili esercizi espressivi di Jossy, con il risultato di compattare i ruoli e di poter essere accolto come un blocco artistico che ci prende la mano e ci insegna che la beltà rende possibile l’antica coniugazione tra la forma e l’estetica. 


La cantante proveniente dal Michigan pare dare all’interpretazione lo start di infiniti brividi, allineare le sue intenzioni con capacità in continuo sviluppo, un foulard che cavalca le dinamiche Jangle pop e Dream pop del talentuoso musicista svizzero, arrivando a planare nel girone dell’incantesimo, celebrando la serietà di questi generi spesso presi poco in considerazione.

Demon Slayer è un diario cinematografico che sorvola le montagne del pensiero, passa tra le pianure della quotidianità e sale verso un cielo che con queste undici stelle finalmente rende lo sguardo completo. 


Ritrovare l’entusiasmo dei bei tempi della Sarah Records, della Bella Union, della Rough Trade, della Luxury Records, conduce a stabilire la scelta di non dimenticare, di descrivere quei meravigliosi coriandoli per stabilirli nell’eternità. Un album che distribuisce i giusti utensili per manovrare perfettamente i raggi di vita, l’incoscienza onirica, la coscienza, formando la mente a divenire un corpo a sé, un pilota in partenza verso nuovi panorami. Vi sono tutte le strutture che ne fanno un atto poetico, coraggioso, snello, consentendo allo studio freschezza e stimoli continui, un gioiello che rende i nostri sguardi soggetti a un delizioso rapimento. La freschezza armonica attrae, l’orecchiabilità diviene un concetto pragmatico, le chitarre (numerose e spettacolari) sono parte di un mosaico e non l’ingrediente principale, la psichedelia si affaccia (come un romanzo segreto ma necessario), l’avant noise e lo shoegaze sono spalle che amalgamano il tutto, con il post-punk che, inevitabilmente e piacevolmente, solidifica l’insieme per rendere l’ascolto un caleidoscopico viaggio sensuale. 


E la mente torna al compito, mai riconosciuto ma essenziale, che fu degli Absolute Grey, con l’atto artistico musicale come anello di congiunzione, un bacio tra la realtà e i mondi circostanti. Quella che ascoltiamo è una vacanza che lascia la sabbia nelle valigie, il profumo di una esperienza che creerà nuovi approdi, un’esperienza vissuta prima velocemente e poi in grado di rallentare. Un insieme di racconti che i due pittori hanno messo sul pentagramma, attraversando epoche e mode, stili e momenti essenziali, per trasferire il tutto in una capanna di alta montagna, nella quale ogni suono è una preghiera laica, autorevole, aristocratica, capace di consegnare silenzi e vibrazioni. 

Tutto è polivalenza pura, un destreggiarsi tra corridoi sonori in cui il buon Andy ha saputo rispettare il suo passato ma dilatando la forma canzone, creando spazi di sospensione, di arricchimento, diversificando di molto il suo stile per raggiungere il proprio paradiso interiore, consentendo a Gretchen di fare altrettanto, per un combo che qui stabilisce il significato dell’unione tra il talento e il duro lavoro. Il risultato è un pomeriggio che arriva fortificato alle porte della notte, per trasferire i concetti nei sogni, dando al risveglio nuove energie, come una calamita che spiana ogni difficoltà, con capacità e immenso coraggio. 


Questo gioiello meriterebbe il palco delle vostre attenzioni, di rimanere negli ascolti per generare un nuovo concetto di legame, un rapporto su cui fare affidamento. 

Veniamo inoltre catapultati tra quattro mura, quelle di Lost in a Chateau, vero perno dell’album, il momento nel quale Gretchen ci mostra i suoi scrigni segreti e consente al nostro viaggio di sentire il rumore della sofferenza, avendo il principio di far sembrare tutto un riflesso rispettoso e luminoso…

L’effervescenza pop si coniuga con filastrocche dal sapore antico, generando quella confidenza indie pop in cui poter danzare con i pensieri, sognando a occhi aperti, ma anche leggere la realtà dell’esistenza. E in questo i testi di Gretchen sanno essere igloo, arcobaleni, coperte, diari, una esibizione teatrale che lascia sempre aperta la possibilità di interiorizzazione. Si sente la sperimentazione nei confronti delle varianti ritmiche, di atti di confessioni mai melodrammatici. Tutto ciò non risulta come una compilation bensì un flusso energetico che conquista, con il supporto di transizioni che aprono il feeling della saggezza con il coraggio di vivere il momento. 


Quello che suscita davvero gittate di grandi emozioni nel Vecchio Scriba è vedere che la coniugazione tra la Svizzera e gli Stati Uniti ci trasporta nella patria del Jangle pop, la Nuova Zelanda, iniettando il bisogno di trasferimento immediato in quel continente: tutto pare un oceano che assorbe ogni negatività, finendo per fare dell’ascolto un viaggio senza clessidra.


In più vive l’eccitante consapevolezza di richiami brevi, sicuramente potenti, ma mai limitativi, con le ultime quattro decadi: i due sanno come allontanare ogni idea del già sentito pienamente, ideando presenze e vie di fuga per generare un profondo flusso di originalità e indipendenza. Ed è proprio in questo punto che brilla questo lavoro, che lo rende sacro e inattaccabile, e al quale dobbiamo conferire meriti e devozione totale…

Rispetto al passato, Andy equilibra perfettamente gli spazi e le responsabilità tra la parte musicale e il cantato, in modo onesto e sapiente, riuscendo a non conferire a Gretchen il ruolo di comparsa o di elemento principale e a ottenere il risultato di una economia significativa che fa dell’ascolto un applauso distribuito perfettamente per i due. 

Allegria, spensieratezza, ponderazione e verità trovano in questo percorso un senso compatto, finendo per dare concretezza a un insieme che crea beneficio, consolazione, per fare in modo che l’appuntamento tra chi scrive e chi legge diventi la meraviglia di questa espressione umana…


Song by Song


1 - Take A Break

L’amore apre l’album, con la presenza e la fedeltà, lo stesso abito su due pelli diverse: con la stessa unione dei muscoli e della melodia dei canadesi Alvvays e la facilità di essere conquistati dal saliscendi sonoro, Andy e Gretchen aprono le danze con un brano veloce a incunearsi nella testa e nel cuore, con cambi atmosferici, la presenza di una chitarra semiacustica, e il delirio immenso di note che cascano nell’ugola di una cantante nata per deliziarci con la sua dolcezza, con il suo soaring che ammalia…



2 - Demon Slayer

Saper anestetizzare gli incubi è un’impresa immensa, qui rafforzata da un treno che accompagna i giorni in questa necessità. Il ritornello è uno scialle che fa danzare sorridendo, con le sferzate jangle pop di Andy, unita a una sensualità Dream Pop efficace. Il basso si impone quando la batteria viene arrestata e l’organo crea uno stato di trance davvero lodevole. La cantante ci invita a darci una mossa, a lasciare il letto delle nostre pigrizie e il finale Shoegaze un regalo immenso…




3 - Silent

I Mazzy Star rivelano l’antica propensione slowcore del musicista svizzero e l’intenzione di regalare acumi tecnici sonori impressionanti. Il ritmo rallenta ma si scorgono impeti tenuti a bada dai movimenti vocali, qui morbidi seppure in presenza di un registro vocale alto. Un quadro che parte dalla stanchezza per giungere al bisogno di finire questa corsa rivelatesi pesante: Gretchen ci conduce nel suo buio con attenzione, delicatezza, come un sospiro in cerca di un veliero per andarsene via… L’arpeggio di Andy ci riporta ai giochi atmosferici dei  Laughing Chimes, e anche, attraverso un organo quasi immobile ma denso, ai mulinelli pieni di vento degli Sneetches, band della Bay Area che torna più volte in questo album. 




4 - Fight Or Flight

L’orizzonte, in questa meravigliosa pillola neopsichedelica, è un cammino da fare insieme, per lasciare le difficoltà e piantare una nuova bandiera. Ci si ritrova cosi in un denso incrocio di onde e di dune, con i brillii sonori che illuminano le grandi potenzialità della musica di essere un lungo abbraccio. I due musicisti qui conoscono la possanza di uno Shoegaze in cui il fuzz si nutre di particolari escursioni melodiche per essere un diamante in volo…




5 - Promises

L’infinito è nel cielo, nello spazio, che diventa una profonda necessità della cantante, abile nel fare delle promesse un impegno doveroso. In questo contesto, trova il supporto di una tavolozza che ci ricorda i Patio Solar e gli Another Sunny Day, per un caleidoscopico momento davvero nutriente. Flussi di chitarre ben educate fanno da sponda al cantato, in questo caso una carezza robusta…



6 - Decay

Può una canzone farci tornare alle serene notti dell’estate? Certamente: Decay ci riesce grazie alla malinconica ma leggera scrittura del testo e la chitarra che pare uscita da una session acustica segreta di Johnny Marr. Ed è festa dei sogni, delle esigenze che scorrono con questo drumming perfetto, la texture musicale che accompagna il tutto come un affluente nel mare delle più limpide emozioni…



7 - Willow

In attesa dell’alba, della vita che si manifesta in pienezza, questa  chicca descrive perfettamente l’attesa, la indirizza donandole coraggio, mistero, divenendo una guida irrinunciabile. Con echi dei Cast, dei Whimsical di Neil Burkdoll e di Krissy Vanderwoude, il brano è una giostra, una gittata di luci in cui il Dream pop viene accompagnato da uno shoegaze attento e discreto. Ci si ritrova in un altro tempo, in altri luoghi come si auspica Gretchen..


8 - Lost In A Chateau

Dai maggior ritmo ai Durutti Column, ricordati dei Blueboy e avrai la base di un poderoso delirio, il brano in cui il genio di Andy si prende lo spazio e Gretchen lo rende perfetto: quando le emozioni si compattano a un duro lavoro di incroci, di suggerimenti, di suggestioni, tutto si presenta come un forziere da custodire nel cuore…



9 - My Way

Nascondersi, non regalare se stessi in modo ingenuo: una grande lezione di vita fa di questa nona traccia un arcobaleno morale in cui trovare lo stretto necessario che definisce la saggezza. Qui occorre la leggerezza del Jangle pop e l’intimità del Dream pop, con le chitarre in sottofondo, il basso pulsante, il drumming secco e potente, la voce che guida e stabilisce la magia di un racconto in cerca di protezioni… Andy ama gli stop and go raffinati, senza strappi, finendo per trasformarsi in un’instancabile raffineria di liquidi ancestrali…



10 - Turned To Stone

Tra U2, The Field Mice, gli Heavenly e l’irruenza educata degli Hearthrobs, il penultimo episodio sa miscelare le immense doti vocali, con le sue oscillazioni e i voli vicino alle stelle e un prezioso controcanto, e le manovre continue di Andy, che varia, crea arrangiamenti, inserisce fini tessuti armonici, per fare di questa creazione una lezione di classe  eccelsa… 



11 - Empty Spaces

Per la chiusura di questo gioiello miracoloso, abbiamo il brano più lungo, quello più bisognoso di stratificazioni, come summa di multiple direzioni e intenzioni, con una epicità resa evidente dalle mille attenzioni in ogni suo momento, con un pathos che strega, conduce alle lacrime e rivela la pienezza di due talenti qui sopra tutto e tutti. Un tentativo, riuscito, di provare tutte le vie messe a disposizione di questo confronto tra anime pulite ed eccelse, in grado di essere intime e fosforescenti, in uno studio molecolare di ogni nota, per una equazione di imponenti intrecci umani e artistici. Una lunga parte strumentale diventa l’addio che chiede il ritorno del contatto, un congedo non definitivo materializzato da un arpeggio denso e il cantato di Gretchen, che qui ripete il controcanto per poi aggiungere un’altra parte vocale che sublima il tutto…


https://theblueherons1.bandcamp.com/album/demon-slayer



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