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martedì 8 settembre 2026

La mia Recensione: Charlie Risso - Rituals


 

Charlie Risso Rituals

3 April 2026

Sounzone


Charlie Risso: Voce, Chitarra, Composizione e testi

Brian Lopez: Rituals (canzone) chitarra, voce in Let’s Move Somewhere Else

Raffaele Rebaudengo: violini

Marco Ferretti: chitarra acustica in Under a Spell


Produzione: Charlie Risso e Mattia Cominotto


Formati: Cd, Vinile e Digitale


Recensione di:

Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

9 Settembre 2026



“Nella vita moderna i miti nascono quando i riti muoiono e perdono la loro forza creatrice”

Marc Augé


Esiste una percentuale davvero molto bassa nel fare della osservazione attenta e profonda di ciò che ci circonda, per svariati motivi, come se la dedizione fosse uno spreco di tempo. E l’arte e gli artisti lo sanno bene, purtroppo: spesso si trovano a dover fare i conti con la fretta, il pressappochismo, il giudizio rapido, per non parlare dell’indifferenza. Ma occorre gettare l’amo dentro la coscienza, la ragionevolezza, per poter incontrare l’incanto, che è sempre un atto improvviso, imprevisto, ma nutriente, che lascia semi, incide, trasporta e conduce nelle zone sconosciute. Da lì si deve maturare l’esperienza e crescere…

Certi lavori hanno questa miracolosa capacità: ti ritrovi addosso una identità diversa, un fascio luminoso, colori multipli, un impeto che ti porta a lasciare il tuo vecchio te stesso per appropriarti di quei frutti freschi.

Rituals coinvolge, travolge, seduce, scatena dolci ossessioni all’ascolto, rivelandosi erede ragionevole del percorso dell’artista genovese ma con maggiore attenzione alla distinzione sonora, alla produzione, all’interpretazione del canto, che in queste tracce consentono al binomio musica e voce una convivenza armoniosa, in zone maggiormente evocative, un portale visivo più denso, una colonna di seta sul mondo di pietra in cui lei riesce nel difficile compito di fertilizzarlo, di riportarlo in parti antiche della memoria. È un racconto che suggerisce ai romanzi di leggerlo, di portarlo nell’intima scena di appartenenza di un breve cammino pomeridiano, con i sensi pronti a fare della notte una culla serena. L’ascolto diviene così masticazione, nutrimento ed eredità conoscitiva di nuovi segreti. Una dolcezza che spesso sfiora l’amarezza, con l’atmosfera che nel corso delle tracce muta, si muove, approda a multiple intenzioni per tradurre il vocabolario di questa interprete dei gesti, degli approcci al calore e all’impianto della lentezza, qui vero segreto in cui la bellezza si inchina e vola. 

Una processione linguistica che porta le stagioni della vita nella soglia di un tempio con la meditazione e lo sviluppo di trame che la rendono lucente (usando il metodo della conservazione delle forze, ogni brano è una briciola con parti del dna di quella precedente), tramite un unicum con le ali e voli diversi, e questo oltre che essere incantevole è davvero notevole da sentire. Charlie adopera la saggezza popolare del folk oscuro per renderlo contemporaneo, cibandosi di elettronica sottile, texture, approcci al trip hop senza davvero assorbirlo, come se annusandolo potesse solo prenderne la parte più utile. Con la musica che scrive pulsioni dilatate, sorvolando i generi musicali senza infettarsi, uno sguardo e via e, così facendo, le canzoni diventano spie silenziose con il taccuino pieno di appunti. Lo sconvolgimento nasce dall’impressione che sia un album semiacustico, con degli intarsi a imprimere un gonfiore emotivo ma poi, scandagliando tra gli ascolti, si scorge il senso di appartenenza di queste gemme a una ragionevolezza davvero vistosa, un progetto curato, determinato, sfiancante solo per chi è precipitoso. Gli strumenti sono parole che determinano la connessione a trame armoniche in grado di sviluppare varie arti, tra le quali la fotografia, il cinema e la pittura, tutte insieme a bere del Barolo e a sfiorare la pentola di un druido, rimanendo sempre attenti a non esagerare. 

Ecco: un disco geniale, pieno di intuizioni, di sperimentazioni, in cui la trama è data da un immenso approccio intriso di curiosità, con storie che paiono arrivare dalla Nouvelle Vague, con l’atto forbito di una comunicativa che si sbarazza del consenso di massa preferendo una visuale ampia verso scenari lontani dal consumo. Rituals è una farfalla travestita da lumaca: lenta, con le canzoni che camminano per poter volare, facendo dell’ascolto una parete su cui riflettere il proprio sorriso…

Si ha la percezione che il ritmo, l’estensione della parte musicale e il cantato sussurrato celebrino una maturità della formazione che scrive canzoni come un respiro che sa non assentarsi, non morire, rimanendo eterno e questo evidenzia l’eccezionale bravura di comporre per il bene dell’arte, che non deve mai essere totalmente reale ma sincera, e tutto ciò qui è depositato con leggiadria, maestria e potenza.

Lo stolto cerca la definizione, sbarazzandosi dello studio, portando sul petto una medaglia di cartone. Se ci si approccia a questo diamante si impara che i tag dei generi musicali sono fuori luogo, un nonsenso evitabile: si tratta, piuttosto, di una scala di fiori avvolti da una gravità che dal cielo spazia nella mente, facendo levitare il corpo, con gli occhi chiusi che non sognano ma vedono per davvero la realtà. Non credo che sia un vero e proprio concept album, ma gli somiglia per qualche minuto, per poi scappare da questo ragionamento al fine di divenire una favola lontana da ogni celebrazione intellettuale: Free to Leave è l’episodio corretto per capire che siamo innanzi a una identità mutante, un progetto che ha continuità ed esigenze multiple e diverse. Si vive vive una bellissima sensazione, un'emozione simile a un’edera che vuole mutare pelle come il serpente utilizzando l’unico veleno che ha a disposizione: la sensibilità. Che oggi uccide le persone, così poco predisposte ad essa e che la ritengono un nemico.

Charlie Risso abita la luna, Giove, Saturno, abbraccia le comete, scende lenta verso il nostro abbraccio con ballate semiacustiche, utilizzando poco il quattro quarti, non usando la forma canzone come veicolo di convincimento bensì come la scrittura di un diario senza tempo, fornendo vitamine e proteine al nostro apparato uditivo. Si danza sognando, si canta piangendo, si ascoltano le canzoni come partner, come amici a cui dare tutta la nostra premura…

Usare il silenzio con ironia, con la maturità di chi non gridando corre il rischio dell’esclusione è un pregio notevole di questi tempi, e i suoi richiami alla teatralità la fanno divenire una fuoriclasse assoluta, adoperando testi come schizzi e geroglifici in cui raccontare non è spiegare bensì innaffiare la curiosità e l’impegno, portando noi a decifrare e non lei: ci fa lavorare, usare la mente, ed è per questo motivo che parlavo di una nostra trasformazione, non della sua…

Sembra spesso che lei prenda la fuga sotto le sue braccia, ma rimanendo, testimoniando il mondo con le sue ossessioni, presenziando, con saggezza, l’amore, portando il dolore nella culla di un bacio notturno. Già: luce e buio, pomeriggio e notte sono confini apparenti, ma la musica scavalca queste zone e crea e inventa determinati nuovi scenari, come fecero i Tindersticks e i Cousteau, anche se Charlie balla sulla dinamica del pentagramma con la sua voce, come una penna a china con l’arcobaleno nell’ugola, cercando sfumature nella brevità del suo stile riconoscibile, quasi geometrico e al contempo così fantasioso. Francia, Stati Uniti e Inghilterra sono i luoghi nei quali la sua anima cerca di donarsi, di mostrare la sua cifra stilistica e non invece luoghi di ispirazione. Non ha nulla da invidiare a quelle acclamate zone artistiche e queste undici composizioni sono un disegno che tocca latitudini e longitudini che permeano l’intero globo terrestre, con un mood Ambient evidente, con l’implicita esigenza di imparare anche come muoversi nel lavoro degli altri colleghi. Come dimostrato benissimo nel brano When You Finish Me dei Black Heart Procession: nulla assomiglia a una cover o una versione ma sono palazzi mentali diversi che si sfiorano e danno al brano una continua suggestione, perché l’arte non appartiene mai agli artisti ma a se stessa… 

Non inganni la copertina dell’album, il climax: niente è davvero in bianco e nero, è un ricamo, un setacciare, un esplorare l’universo femminile, un dipinto con i colori messi in ordine di intensità, dove i rapimenti dell’intuizione diventano frammenti ciclici con il lavoro di cucitura, per un’amplissima serie di sentimenti presi in considerazione che qui si connettono, con la saldatura del mistero e della  preghiera del canto.

Tutto è dislocato in uno spazio temporale che abbraccia le spirali della musica classica (da cui deriva tutta quella moderna) sino alla virata elettronica degli anni Novanta, con la profonda volontà di fare delle composizioni un prolungamento dei respiri, dei sospiri, delle gentili inclinazioni all’ipnosi, a una cultura che suggerisce orizzonti meno comodi, in cui nessun brano risulta essere studiato a tavolino per arrivare al consenso. Si adora l’assoluta eleganza del tratteggio, del vocalizzo minimalista, nessuna esagerazione trova possibilità in questi minuti che paiono eterni: il primo lato e il secondo, seppur leggermente diversi, sanno come disegnare un unico specchio dell’anima…

Charlie offe una idea diversa e sicuramente più matura della libertà, come aggregazione e non come egoismo e, quando si affaccia negli affreschi della solitudine, lo fa con vigore e partecipazione, utilizzando l’elettronica come se tutto fosse una immagine lontana, per non invadere e non creare ambasce. Ma, quando le suggestioni celtiche arrivano, allora si comprende lo studio, il bisogno di non dimenticare, di utilizzare l’analisi e la memoria, i veri capisaldi di ogni tipo di rituale. Lei ci porta nell’universo come orecchie che guardano e occhi che ascoltano, per creare orizzonti suggestivi, in scioltezza, rendendo ogni inquietudine accolta con eleganza. Sì, perché Rituals abbonda di questo elemento e ci conduce alla bellezza, fenomeno ormai anacronistico che lei recupera e ci si immerge per prima per poi invitarci a raggiungerla. L’idea più imponente che si ha di queste canzoni è la creazione come nido, esplorazione, donazione ma mai lamento, mai enfasi, mai esagerato esibizionismo: arte come lampada a olio, come passi felpati, con i suoni che non sono mai rumori ma cellule lontane dai nostri microscopi. C’è uno iato enorme tra vicinanza e lontananza e lei lo rappresenta benissimo, offrendoci la misura di un cambiamento epocale sotto molti aspetti e forme diverse, non facendo la morale, ma creando poesia nel suono e rovesciando incantesimi irresistibili, come scelta peculiare e inevitabile. I brani mutano a ogni ascolto, magnifiche trappole che fanno della interpretazione una inutile banalità: sta anche in ciò la credibilità di questo lavoro, una pergamena scrivente che cambia la lettura e  fagocita immagini e brividi. I testi sono brillanti coriandoli narrativi, frasi che apparentemente sembrano commestibili ma la scrittura mostra invece di precedere il suono e di abbracciarlo in meraviglioso ritardo, con dei piani emotivi e razionali che creano uno sconcertante incanto, parole come zucchero nel sangue colante, un bacio al suono e un’ottima pronuncia in inglese le rende intoccabili e indiscutibili, e, come detto, un racconto che profuma di romanzo non può che stabilire un’ammirabile sequela di qualità. Si va oltre il messaggio, la comunicazione concernente idee e proposte e si offre, piuttosto, una serie di fascine color tempera da guardare, accogliere e prendere sotto braccio per andare nei luoghi che lei ha scrutato per prima, tra i quali la violenza e la consapevolezza. Quando i massi volano lontano, poesia e fascinazione sono Dei ai quali inchinarsi, e i suoi testi provocano questo atto meraviglioso…

Concludendo: non ci resta che approcciarci alla descrizione e recuperare un po’ di umanesimo, antico o nuovo che sia, per meglio assorbire questa Cavolaia Minore e immergerci nel Sentiero delle farfalle, vicino a Charlie…


Song by Song


1 - Bad Instinct 


Lo start è micidiale: parole che mostrano amarezza, i segreti della notte in cammino, un figlio al centro di un dialogo che non si sa se sia interiore o meno, tutto viene incollato in un settaggio sonoro clamorosamente dilatato, tra echi e riverberi, un impeto ambient in grado di affinare la sua forma con un trip hop antico. La voce è grigia, il cantato un trattato di nervi trattenuti e poi in decadente esposizione. La parte elettronica qui trova il modo di essere un sussurro, una spalla, una lettera aperta verso il cuore notturno. Questo senso di attesa spiazza e governa l’attenzione…

Apoteosi lenta e sublime!



2 - No One Knows


L’amore, le sue regole, le sue bugie, i suoi strappi continui sono al centro di un dibattito all’interno di un’anima folk, quasi acustica, perché un synth accompagna il tutto aggiungendo pathos e colori, e un ritornello delicatamente pop fissa l’attenzione e la espande con la sua uscita, un fade out che riassume la spartizione di coriandoli sonori come petali caduti con eleganza. Charlie offre la sua voce come una goccia di sale nel mare, raddoppiandola nel chorus, per farci sentire un abbraccio più ampio. È un insieme che contempla anche il fervore dell’americana dark noir folk, con più leggerezza e disincanto, per fare del pezzo una distesa di luci sulla sabbia del deserto…



3 - I’m Coming


Un cantato sensuale, un drumming sincopato e caldo, un loop che cede all’apertura in minore del ritornello per consegnarci piccole sciabolate assassine di una chitarra che poi vira in un breve e meraviglioso assolo. Tutto pare partire dalla malinconia psichedelica dei Madrugada, passare da Elliot Smith e poi virare verso Genova, con il sapore amaro del mare a donare alla canzone la sua perfezione…



4 - When You Finish Me


La maturità di Charlie Risso trova il suo baricentro in questo appropriarsi di un brano già notevole per conto suo, qui trasformato in una pietra miliare della devozione verso una differenziazione che non muta il significato ma ne celebra la parte più malinconica. C’è un senso di trascinamento, di obbedienza alla ricerca del centro vitale di questa canzone dei The Black Heart Procession che sbalordisce, infonde nel cervello un piacevole senso di paura e si inserisce perfettamente  nel climax delle sue composizioni. 



5 - Rituals


Leonard Cohen presenzia, con l’interpretazione che volge al femminile, ma la penna che scrive questi versi e la voce che li canta sembrano proprio un gemello che abbisogna di suo fratello… Però il brano ha la sua natura moderna, il suo battito colorato di arrangiamenti che il bardo Canadese spesso non utilizzava. Charlie sì e lo fa in modo vigoroso, donando la sacralità tipica della musica classica, con un incidere musicale potente, sostenuta da un cantato tenuto in secondo piano, con il risultato di creare suggestioni immense…



6 - Under A Spell

L’album continua a crescere, a trovare forme diverse, a raggiungere il piano obiettivo di essere sonda e fionda al contempo. Under A Spell è il momento più struggente di questo lavoro, con echi degli anni Sessanta sponda francese, che trova una nuova modalità, presenziando alla commistione musicale che vede la parte acustica e quella elettrica perfettamente bilanciati. Ed è neve nella nebbia…



7 - The Dust


Si alza il ritmo, la chitarra assaggia lo shoegaze meno fragoroso e  veniamo trasportati tra la dolcezza di un abbraccio e la morte, con un clamoroso patto che conferisce al testo e alla musica la coabitazione  planando nella danza, avvolti da seta e da una garza, in quanto questo brano è un pugno veloce ma pesante, che diventa una benedizione per la sua sincerità. In questo episodio Charlie modifica leggermente il suo cantato, trova la maniera di una vocalità leggermente più alta e si culla nella potenza, per inebriarci con sensualità e amarezza, in un connubio perfetto…



8 - Let’s Move Somewhere Else


La chitarra apre all’ambient e poi la voce di Charlie ci fa ricordare quella di Sarah Cracknell e dei suoi Saint Etienne, unendosi a quella di Brian Lopez dei Calexico, per un momento in cui tutto sembra sospendersi, allontanandosi un attimo da ciò che è stato mostrato nelle canzoni precedenti, ma è la necessita di prendere del fiato, di vedere l’arcobaleno che non c’è… Un pezzo clamoroso per le affinità dei due artisti, per la magia proposta e resa voluminosa da questi arrangiamenti, da degli accenti sonori che, trascinati da una batteria pettinata di cuoio, forma un nuovo miracolo tra i miracoli…



9 - Free To Leave


L’episodio conferma come questo secondo lato offra più ritmo e muscoli. Ma non fidatevi: Charlie ci frega clamorosamente, ci spinge a considerare le composizioni con più velocità come le più accessibili, regalandoci la nostra miseria interpretativa. Feel To Leave è un tuono come tutti gli altri, solo più apparente, però in grado di svelare chitarre graffianti, per poi rallentare e riprendere con un ritornello che ci ricorda Pj Harvey. Un rock mascherato, strattonato da parole più ruvide della musica, con una lunga coda finale che si ferma di botto. Ed è adorabile lo spirito litigioso dell’artista genovese, che discute, entra nei contrasti e li vince con maturità e saggezza. 



10 - Winter Games


Charlie ama la natura, la vive, la abita e la rende protagonista all’interno di un percorso di osservazione delle abitudini comportamentali, in cui le attività ludiche mostrano pertugi, debolezze e poetiche forme di confusione, centrando, con incredibile capacità, il modo per conferire alla musica un mood vicino agli anni Ottanta, dove leggerezza e profondità si spartivano le parti. Ironia e amarezza nelle corde vocali di questa fata ligure diventano un combo che ammalia e veicola lacrime pure nei nostri giochi invernali…



11 - Stray Dog


La chiusura è affidata a una canzone che sembra uscire dalla copertina dell’album, un sos emotivo ispirato e che ci trascina nella zona psichedelica norvegese e danese degli anni Novanta, con accenni post-rock davvero notevoli. Una coda, una piuma che si congeda, un arrivederci che non abbisogna di parole, un ipotetico carillon mascherato, con il gusto della suggestione cinematografica che ci inchioda, con dolcezza.


Raramente mi trovo nella condizione di ascoltare un album con la paura di non esserne degno: no, non è difficolta nell’ascolto, timore di non capirlo, bensì di saperlo proteggere, di nutrirlo con devozione e continuità, non catalogandolo, lasciandolo libero di attraversare le parti di me che lo reclamano…


Io raccomando l’ascolto e l’uso di questo gioiello per via non solo delle sue evidenti qualità, per i segreti che si sentono ma che non si toccano, che si percepiscono ma che non si trasformano in evidente comprensione, bensì per i suoi inchini alla raffinata ricchezza della leggerezza, che tale non è ma che, mostrandosi in questo modo, favorisce il nostro avvicinamento alle canzoni…


Discografia:

Ruins of Memories - Album  (2016)

Tornado - Album (2020)

The Light - Ep (2022)

Alive - Album (2024)

Rituals - Album (2026)


Ascolta “Rituals” qui:

• Spotify: https://open.spotify.com/search/rituals%20charlie%20risso

• Apple Music: https://music.apple.com/search?term=rituals%20charlie%20risso

• Amazon Music: https://music.amazon.com/search?searchTerm=rituals%20charlie%20risso

• YouTube Music: https://music.youtube.com/search?q=rituals%20charlie%20risso%20album

• Deezer: https://www.deezer.com/search/rituals%20charlie%20risso

• Tidal: https://tidal.com/search?q=rituals%20charlie%20risso


 Video ufficiale del singolo “Rituals”:

https://www.youtube.com/watch?v=jV8KH63Eiis


Link utili:

• Sito ufficiale: https://www.charlierisso.com

• Instagram: https://www.instagram.com/charlierisso

• Facebook: https://www.facebook.com/charlierisso



mercoledì 24 giugno 2026

La mia Recensione: Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins

 


Alex Dematteis

Musichockworld

Salford

25th June 2026


Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins


Esistono condizioni particolari, nella ricerca dell’esposizione della verità, che conducono a scorgere panorami interiori in grado di smuovere ansie e tensioni, in un circuito celebrale che evidenzia l’appartenenza a nuove verità: la musica in questo aspetto è davvero capace di compiere miracoli. Il duo di Edimburgo, composto da Brian Jordan e da Colan Miles, con il secondo lavoro a lunga distanza compie una serie di indagini, conferma la rotta dell’esordio allungando la gittata della sensibilità, con un occhio preciso volto all’attualità, e immagina tutta una serie di indicatori per aumentare la profondità del loro studio. Strumenti come enciclopedie, ritmi lenti per consentire dilatazioni sonore, un immaginario che traduce vicende personali e un senso di appartenenza al nutrimento della tecnica e  alla pianificazione verso il luogo armonico del piacere, comprendendo anche semi grigi e tensioni tenute perfettamente nel girone dell’ubbidienza.

Light Fades Into Ruins è un giardino celeste che attraverso i temporali dell’esistenza cerca il modo di creare arcobaleni, nei passi, nei sogni, innaffiando l’aria e le energie con una dolcezza imprevedibile, prestando accortezza nei confronti della potenza del suono perfettamente garantita dalla produzione di Simon Scott, che, dopo aver masterizzato il precedente Echoes Of A Former Life, qui si siede e indica, testimonia la grande maturità raggiunta dal combo scozzese e benedice il tutto con la sua sapiente regia.

Un disco in cui vivono tutte le stagioni, in cui prevalgono note allungate, una sapiente ricerca armonica, l’intenzione di donare alle introduzioni la capacità di inquadrare perfettamente il contesto e ciò che sta per arrivare. I riferimenti come sempre non mancano, ma stavolta Brian e Colan sono riusciti a manifestare totalmente il loro stile, ad avvalorare i propri bisogni, facendo sì che una buonissima quota di originalità abiti il vestito di queste tredici composizioni, per un album che sembra durare una giornata intera, dato tutto questo dalla volontà di una maggiore consapevolezza. Non è una fotografia, un suono di un momento, bensì un articolare studi, indagini, propensioni, con il coraggio sapiente di chi, malgrado la preoccupazione di aver pubblicato troppi minuti, ci offre in realtà appigli, rifugi, compensazioni, supporti e la chiara capacità di aver espresso oltre al talento anche una documentazione precisa su cosa è  necessario per la loro esistenza. Ci si ritrova così nell’urgenza dell’ascolto europeo, come atto diligente di sedazione, come uno scrupolo doveroso per non lasciare nulla al caso.

Sono composizioni che scavalcano la noiosa tendenza a decifrare i generi musicali, regalando, piuttosto, la corposa necessità di investire il tempo scevri di questo impedimento, per generare matasse di nervi, cavi elettrici che contemplano saggezza e un’indole davvero spiccata verso il nutrimento dell’anima, una preghiera musicale sotto forma di suoni in ebollizione lenta, anche quando il ritmo parrebbe essere più veloce e maggiormente impiantato nella fisicità.

La parte cantata di Brian è attenta a essere un accompagnamento e non un trono borioso: tutto fila liscio, le sue corde vocali paiono essere un’ulteriore chitarra e la sua grazia alla fine conquista e distribuisce piaceri davvero immensi, nei quali la sensazione è quella di una vertigine che educa alla piacevolezza di flussi sensoriali ed emotivi alla ricerca di un tempio pieno di diamanti sonori.

Dal canto suo, Colan ha aumentato la scrittura melodica delle tastiere e il suo basso ha preso distanza dal post-punk senza però rinunciare a insinuare il piacevole sospetto che le origini e il background siano ancora lì a testimoniare la propria l’importanza e il proprio valore. Ci sono, ancora e come sempre, scie di shoegaze a insaporire le trame, per donare ad ampio spettro il suo buongusto, perfettamente allineato alle chitarre di Brian, al fine di conseguire, come risultato, un nucleo compatto in cui non si attraversano i generi musicali, ma li si vive come un respiro dalla bellezza fatale…


I testi sorprendono, una crescita esponenziale nella decifrazione, nel trasformare il pensiero in vocali e consonanti che sappiano creare mood molteplici, un disegno che rivela la saggezza dello sguardo, la scelta degli argomenti, un vocabolario semplice ma in grado di impegnare la comprensione per custodire la realtà di queste parole, che sono un ulteriore strumento, dove ciò che è esplicito sembra attendere la ragnatela delle difficoltà per abbracciarla. Un cambiamento vistoso, un tassello che dimostra quanto questo secondo lavoro sia un concentrato di saggezze in volo, una lampada a olio che illumina il tempo. 


Capace di creare una dipendenza amniotica, celebrale e fisica, l’esperienza di questo gioiello trasforma la sabbia della clessidra nell’avamposto inaspettato di regali in sequenza, di una serie di illustrazioni che sanno come fermare l’indole della fretta. Alla fine sembra di aver letto un libro in un circuito di fiamme e nuvole, con l’anima che, assorta, ha trovato il giusto ristoro. Non è una scrittura atta a cercare il perfetto song writing, ma una vera distruzione di petali e respiri, con le canzoni che crescono, ascolto dopo ascolto, come un generoso scintillio di capriole e giochi acrobatici alla ricerca di un gesto semplice: donare piacevolezza.


Provoca gioia veder confermata la presenza dei coriandoli grigi di Disintegration, le scorribande celesti di Souvlaki, come se rimanessero  la loro stella polare, ma, nel frattempo, queste composizioni ci mostrano un nuovo universo parallelo e, come dicevo prima, la loro reale maturazione si precisa con l’intenzione, il piacevole incidente fortuito, di scoprire tra le proprie mani un talento che non deve nulla a nessuno.

I sentimenti, le riflessioni, gli istinti, gli stravolgimenti (in questo disco sublime) sono il raccordo inconscio di cui un attento ascoltatore necessita: pendii, balbettamenti ritmici, escursioni nell’epicentro onirico, la fragilità che da maschera diventa, impetuosamente, un irriducibile ribelle in grado di viverla come una risorsa. Quando le voci e le musiche alzano il loro registro ci si accorge di come ci siano vette che possono essere vissute anche con poco ossigeno…


Non si può non adorare il senso di attesa, la sua lenta movenza, che si tuffa dentro il radiatore caldo di scie sonore che odorano di nostalgia priva di tristezza, come spinta verso un presente che sappia distinguersi. Qualcosa di celtico, di folk, naviga tra queste tracce, come una muffa camuffata da antenna: un ascolto attento rivela tutto ciò, come se la provenienza non possa conoscere il rifiuto. Ed è anche tale aspetto che rende intrigante questo approccio nei confronti di Light Fades Into Ruins: un lungo e continuativo abbraccio tra il dna e l’esigenza di discostarsene, in un giardino immaginario nel quali gli abitanti hanno linguaggi e costumi diversi, ma riescono a convivere in armonia.

Un fuoco, tra i venti e i brividi, può solamente penetrare, per indurci a divenire esseri migliori…

E quello dei Sun Shines Cold è davvero intenso ed essenziale… 


Song by Song


1 - Light Fades


Un risveglio, un torpore gradevole, accenni di vita, movimenti che sembrano respiri non ancora coscienti, una tensione accennata, vapori sui capelli, un drumming accompagnato da un basso corrosivo, le tastiere che sussurrano rotoli di dolcezza, con la sensazione di una malinconia che cerca conforto, per il risultato di un brano strumentale ad alto tasso immaginifico…



2 - Winters End


Spesso si chiude gli occhi non per sognare ma per vedere meglio la cruda realtà e poterla congedare. Il testo è un calvario di ortiche e chiodi arrugginiti, mentre la musica è capace di trovare longitudini davvero oniriche, come contrappeso necessario. Lo shoegaze degli anni Novanta qui diventa un parametro, un perimetro, una camminata che rende i polmoni coscienti di questo testo così denso, con il tutto che scivola in una culla senza età…


3 - Wait My Time


L’amore vive ambizioni diverse e nel racconto di due esseri in relazione vediamo le discordanze, gli equilibri infranti, l’incoscienza e il dolore depositati solo in uno dei due protagonisti. Il circolo sonoro è una spada che corre veloce, con oscillazioni e visitazioni dei generi musicali come un timido inchino, perché, per davvero, questo brano mostra le varie e spettacolari qualità di fare degli incroci strumentali un passaporto per lo stupore e la libertà…




4 - Everything Has Changed


Il disco conferma la centralità, da parte dei testi, dei rapporti interpersonali (da una parte) e l’ascesa verso piccole mutazioni stilistiche musicali (dall’altra), e in questo specifico pezzo vediamo coesistere la turbolenza, l’epicità del dramma attraverso ascese visive e suoni che impastano elementi preziosi da parte dei due musicisti, qui in una parata di novità che potrebbero sentenziare la loro direzione futura. Quasi Pop, mentre la serietà e la tensione sono espresse al massimo, per un connubio delizioso. Alternative, Shoegaze e Post-Punk qui banchettano insieme, felicemente…



5 - All I Need


E quando l’oscurità afferra la mente e lascia pochi giorni al futuro, ecco una lacrima capace di essere musica, una sciata tra le nuvole, un fumogeno shoegaze che prende i Cure di Disintegration per far dimagrire il dolore ma non l’intensità… La voce trova modo di avere la sua centralità, la musica intorno pare inchinarsi, e tutto spicca in un volo in cui le chitarre decidono di attraversare il cielo più lontano, per portarci con loro…



6 - Where I Lie


Ma quanto sono adorabili le coccole ambient dei Sun Shines Cold, quando si vestono da maghi e scendono nei crateri del rischio, con la loro effervescenza a cui viene dato l’ordine di tramutarsi in un boato soffocato? Sì, sono presenti piccoli wall of sound, a grattugiare la melodia, ma, poi, a vincere è un candore davvero notevole, la pazienza nel cercare i suoni più adatti, un circuito di nervi tradotti in un pellegrinaggio di noti pacifiche…



7 - Last Sunset


Clamorosa, morbida, muscolare, medievale nelle sue zone d’ombra, moderna nella sua cura del dettaglio, un brano minimalista in ascesa, un brivido che vive di loop quasi segregati, di chitarre che attendono la luce del sole, con le tastiere che invece discorrono con la notte e il drumming che ci porta verso gli Slowdive, oltre a una spiritualità che non abbisogna di parole…



8 - Into Ruins


Terzo brano strumentale e l’ennesima abilità di un alfabeto morse in grado di raggiungere il ricevente: Into Ruins è un diario segreto di escursioni lunari, una stagione che cerca l’approdo verso un’altra, con un corpo di chitarre a trascinare il ritmo sincopato e a raggiungere lidi lontani dallo shoegaze. Ed è così che ci si ritrova nella grandiosità dei film di Rohmer, dove tutto è organizzato per un tema preciso, viscerato e connesso al presente…



9 - A Feeling Unknown


Conoscere e dimenticare, volere la verità e il suo contrario, in questa articolata dinamica comportamentale e letteraria, fa di questo brano una serie di deserti coccolati da echi di deserti in ascesa, un perimetro di note che sono come amnti in cerca di acqua, un’espressione sottile e dorata, un'intensa dimostrazione che il duo scozzese ha sensibilità femminili in abbondanza…



10 - I Watched You Fall


Il tempo e la sua via crucis: in questa canzone ci ritroviamo nei quartieri terminali della gioia, dove a vincere è la consapevolezza che che tutto si conceda a un lascito cosciente. L’episodio più intenso di questo album, tra lacrime e ringraziamenti infiniti, dentro una processione che contempla tutte le qualità della band, qui nella necessità di contenere ed esplorare il passato, il presente, e di affacciarsi al futuro. Un loop enigmatico (quello della voce) che si assesta nella tintura sonora, dando spazio a un episodio celestiale…



11 - Betrayal


Una centrifuga di rimandi, molte canzoni e molte band qui trovano modo di essere ricordate. Ma loro, invece, porgono in evidenza il loro studio e architettano un riassunto dove ciò che è stato esplorato sembri una coda, una scia per fuggire via lontano… Un fare psichedelico dentro un’ossatura polivalente che strega e immagazzina piaceri davvero potenti…



12 - Lost Again


Nel penultimo episodio i due tracciano la bandiera dell’effervescenza, della gravidanza artistica, in un recinto solare, in cui tutto ciò che appare è un raggio shoegaze dentro la polvere, in un bagliore che stupisce e rende il respiro un affanno che libera tossine. Con il passare del tempo, delle canzoni, ci si rende conto di quanta materia alberghi nel loro raziocinio, nel loro bagaglio culturale. Qui, per esempio, vediamo come diversi e piccole mutazioni diano dimostrazione di superare la forma canzone per ottenere un lasciapassare che conduce alla bellezza più concreta…



13 - No Way Back


E si chiude in maniera strepitosa, tra eleganti passi melodici nell’oceano dei sogni e lo spazio di raggi imbevuti di tristezza, con la verità che ci racconta di come tutto sia concatenato per risultare in un arrivederci in cui gli arpeggi vivono l’impetuosità del Post-Rock, e i sigilli Shoegaze sono quasi silenti…


https://sunshinescold.bandcamp.com/album/light-fades-into-ruins




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