Visualizzazione post con etichetta Recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Recensione. Mostra tutti i post

giovedì 22 gennaio 2026

La mia recensione: Julian Cope - I Dream the Cosmos Atavistic


 Julian Cope - I Dreamt the Cosmos Atavistic


Presenziare solo a una parte delle possibilità che abbiamo a disposizione significa limitare la coscienza, far arrestare la conoscenza in un luogo dove i flussi sembrano escludere altro. Un concetto che vale per ogni forma di vita. Nella musica abbiamo esempi di approfondimenti che non sono accolti, conosciuti, e vengono sparsi nei meccanismi di cui si è scritto all'inizio. La scomodità di un impegno, della interiorizzazione, di un disagio che dia informazioni diverse solitamente non viene praticata. Ci si ritrova qui a parlare di un lavoro che desertifica ciò di cui normalmente siamo abituati a nutrirci, con una installazione celeste condotta soprattutto al rallentamento, alla dispersione dei cliché musicali, di ogni forma che generalmente è considerata accattivante, agevole, fluida nella sua masticazione. Il nuovo album di Julian Cope è una ribellione sapiente, sistemata totalmente nel mantra luminoso dato dal contatto tra la volta celeste e la mente del musicista, qui impegnato a tradurre la spiritualità e la ricerca in un generoso lavoro di contatti, in cui lo studio è una lente gigante per rendere piccolissimo ogni dettaglio descritto. Minimalisti, espansivi, energici e fuorvianti, questi tre brani sono una meravigliosa esplorazione di immagini che non possono essere fotografate attraverso l'immobilità, bensì con la radiografia continua di una introspezione che lascia nel cervello input e interrogativi. Notevole la quota di menefreghismo totale di ogni accoglienza: ci troviamo con i sensi tesi, con la paura, con il cielo che come una lumaca avanza nel nostro io ignaro dell’enorme forza di questo esercizio. Ciò che sembrano rumori roboanti, fastidiosi, noiosi e non interessanti in realtà sono i meccanismi che tacciamo, disconosciamo, ignoriamo e non fertilizziamo. L'aspetto spettacolare sono i bisbigli, i lenti flussi sonori che all’improvviso appaiono per scomparire immediatamente: una sfida alla logica, alla pazienza, un dispetto clamorosamente intelligente e in grado di esplorare l'invisibile.  

E quando improvvisamente le composizioni si diversificano dai lunghi minuti precedenti, nei quali tutto sembrava una pietra ferma, ecco l'astuzia di un cambio di colore, di marcia, che offre pure una crescente tensione narrativa, in cui la prospettiva disegna insicurezze e tremori.

Un adoperare la teoria dello smarrimento in una modalità tipica del cinema muto, ma priva dei sottotitoli… Tutto è paesaggio, disabitato e solenne, con la teatrale ipnosi che immagazzina le nostre reazioni per farle diventare patetiche: Julian sorride beffardo, con la sua meditazione solenne, i suoi mantra e i suoi ghiacciai moventi verso un buco nero di cui non abbiamo percezione immediata. Ma è proprio lo spazio oscuro ad accendere la lampadina, a rendere praticabile in noi la paura della luce, della finta melodia, del nostro modo di intendere la musica. Uno studio proficuo ci conduce a scrivere, durante l’ascolto, le nostre reazioni, come se fossimo al contempo pazienti e psicologi, con la verità da stagionare, ascolto dopo ascolto di questo flusso permeante. Il nostro pensiero diventa una navicella spaziale, che vola nei sottofondi dell’oceano, nuota nelle lingue di ghiaccio dell'Everest, cammina nella lava di un vulcano e si spegne a contatto con la prima cometa incontrata.

Lo stato di trance provato disarciona le difese, non produce assuefazione e colora le percezioni, ci mette in transito con lo stupore quando sentiamo la voce dell’artista di Liverpool pronunciare le parole del titolo, durante Psalm Zero, in un semi-canto, che diventa terapia emotiva e ormonale di questo prodigio artistico penetrabile e impenetrabile: tutto dipende dalla nostra elasticità mentale e corporea.

Una possibilità terrorifica per chi ama le commedie, stando bloccati su una sedia di metallo, con briciole di suoni a penetrare ogni nostra reazione: IDTCA è una tortura che dilata il sangue e fa della mente una molla, in un balzo finale che ci rende dimentichi della nostra ignoranza… 

Who Put All Of This è l'insediamento spirituale alla ricerca di una trama, adoperando suoni che si muovono in un abitato industriale, rumori e scariche elettriche all'interno di  un bosco che alza il naso verso il cielo notturno, con una dilatazione finale eterea.

Stargarden palesa tenebre, in una tetra e lenta ricerca di un loop, che, magicamente, non arriva. Severa, avanza con una nota roboante, come un microscopio analizza ogni particella della psiche, in una seduta analitica di trenta minuti in cui il silenzio offre stelle argentate…

Psalm Zero è un film horror che gode del  beneficio della voce di Julian, libero poi di esprimere un ispessimento della trama armonica, un caos ordinato, con un’attitudine industrial nei cromosomi di un filone ambient, come un incrocio impossibile da evitare. Tracce elettroniche scuotono il percorso e ci si ritrova in una girandola spaziale.

Un'opera animalesca, in cui gli elementi della natura approdano nel luogo che si pone maggiormente lontano da ogni espressione moderna del concetto di musica. Tutto stride, coinvolge il duro lavoro di pazienza, infligge al non meritevole gusto una poderosa sconfitta e semina la speranza di una metamorfosi che ridia all’esercizio dell'ascolto un ruolo antico. Non un anacronismo sterile bensì un invito a rallentare, anche nella musica, i ritmi, le perversioni umane, per ricondurci al contatto con il circostante, come un’osservazione laica del creato.

Non è coraggio artistico, crisi, pazzia o quant'altro, bensì uno sconfinamento nei luoghi della costruzione di una anima più sicura e bilanciata. Sensato, maestoso, opprimente in un modo davvero celestiale (per creare allegorie, metafore e flussi di energie selezionate), questa è davvero un’opera autentica di abbandono e distanze…

Semplicemente un monumentale percorso di aggregazioni e rifiuti, da cui possiamo solo partire per far immergere il nostro pianto nei canali irrigatori delle nostre menti…. 


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

22 Gennaio 2026


https://merchandiser.headheritage.co.uk/products/i-dream-the-cosmos-atavistic


https://www.youtube.com/playlist?list=PLxOdPtLRV6i3MbQ5KAM4sRZXNMXRBLK7P

martedì 6 gennaio 2026

La mia Recensione - Umberto Maria Giardini / Olimpo diverso




AVvXsEiUsPh3a66BRB8AHqwav-oupQ6KE3JVgKvWWqaRk8e9V2Bwlqu4iZKJQNZei9XjDPpyFBRSSPcKamuePVTc0cAfD1U4ux_RLXi5doqn8TY-bIW4t2qfDi9V.jpg


 


Umberto Maria Giardini - Olimpo diverso


Una barca pregna di acqua mentre affonda, per un mistero complesso e denso di cattiveria, può diventare un fenomeno che affascina, ipnotizza e rende felice chi la vede. Si possono raccontare eventi tragici tra gli entusiasmi di chi non coglie il vero, la provocazione, l'intenzione di ispessire la tragicità umana. Il tempo attuale viene sorpassato da urgenze spicciole, dallo svuotamento dell’impegno e del valore, da ogni cortesia rispettosa nei confronti di un’ingenua permanenza terrena.

Se si veste la miseria degli esseri viventi e la si rende racconto, suono, storia, trama di accordi immersi nel grigio, allora si incontra Umberto, l’ultimo difensore della tragedia nei versi, nei perimetri di corsie sempre piene di una tristezza accettabile, consona ai messaggi che porta e alla sua luna storta, beata, che ignora le ipocrisie e affronta temi che la massa vuole evitare. Coraggioso, scoraggiato, perplesso, lucido, insistente, menefreghista e dannatamente prezioso, questo immenso menestrello continua a offrirci una serie di congedi, tracce di un tesoro che si trova nel silenzioso ascolto di una tragedia annunciata e che la maggior parte delle coscienze rifiuta. Epica continuazione di una carta di identità morale che non ha capelli grigi, ma tanta legittima stanchezza. Eppure l’uomo e l’artista continuano a essere solidali all’autenticità, a una cattiveria che pare una poesia di giorni ironici e spettinati, ingrossati da domande che non possono ricevere risposta, con una frenetica calma nel descrivere ciò che ha dure oscenità da mostrare. Un nuovo album che amplifica, non sintetizza, vomitando una sfiducia reale che non è mascherata da parole piene di miele, proponendo piuttosto immagini che provengono dall’antichità, dalle tragedie, dalle corsie storte del cammino umano. Rende il tempo un magnete febbricitante, arrugginito, una mappa ingiallita, in fase di sbriciolamento. Si chiude nel suo combo di musici adatti al suo piano artistico, agli umori certificati da una sfiducia salda, da un portafoglio mnemonico svuotato, dove la condivisione non può essere eccitante, generando una lunga scritta nei crateri dei sogni. Pubblica canzoni, ma si ha la netta sensazione che lui non sia più lì, consegnandoci in ritardo passi che ora hanno una geografia e un senso diverso. Adopera la musica che non ha mai dimenticato, la rinfresca per quel che può, scrivendo così brani che sono una matrioska temporale magnifica, coi segreti degli anni Novanta mostrati solo in parte, con i decenni successivi che si ascoltano in certe strategie, in una evoluzione degli innesti sonori, in una produzione che collega la sua carriera, senza dimenticare antiche radici, con un carillon dell'anima che si avverte maggiormente nei luoghi semi-acustici. Composizioni che sembrano consegne: se per riceverle si mette la propria firma, ci si ritrova con lunghe gittate grigiastre, pacchi che pesano, in grado però di farci sentire preziosamente considerati da unicità che tendono ad aprirci gli occhi e le orecchie, a mostrarci la guerra delle incapacità, di relazioni che stridono, bucano i sogni e ci rendono apatici e inconcludenti.

Un lavoro fatto di estremi, di distanze, di disturbi continui nei confronti del senso dell’esistenza, di un cielo abitato da muti egoisti e da umani gonfi di sordità e disordine. Il marchigiano serra le labbra con immagini continue e apparentemente delicate, nel cui nucleo vi è la rabbia di un uomo che non viene sprecata con urla, bensì con una ipnosi quasi silenziosa, con quei rimasugli di fiducia che non consentono spazi di immaginazione. Diventa un testimone, con le sue dieci tracce, per lasciarci dubbi ragionati, con il vocabolario che rende inutili le forme di possedimento e di spreco, essendo consapevole del fatto che non attecchirà, in quanto l’ascolto oggi è riservato a quegli esseri umani che si sono autoemarginati: a loro sì che Umberto servirà, divenendo, come sempre, prezioso. Non rinuncia al suo pensiero, a fitte trame e a cercare di fare in modo che lo spirito dell’accettazione e quello dell’espressività del singolo individuo si tocchino. Ha la penna dorata in un mondo incatramato, con i sensi in disuso e, mentre lui sussurra, gorgheggia, dimostra qualità rare, le sue preziosità vengono accantonate. Invecchia per come può, con canzoni che sono respiri essiccati e potenti, non in cerca di ascolto ma di una donazione continua, lasciando al libero arbitrio la possibilità di raccoglierli. Dipinge un lirismo che oscilla tra il pensoso e l’istinto, cercando soluzioni che prevedono barlumi di elettronica al servizio di un metodo compositivo analogico, partendo da linee apparentemente semplici per poi ingrossare la struttura, per una canzone che ha la forma di una lettera scritta mentre la pioggia le cade sopra…

Gli arrangiamenti hanno calma, mai urgenza, contribuendo a creare sfaccettature che a ogni ascolto si colgono sempre di più, lasciandoci la sensazione di una mano che coltiva piante in una grotta piena di sole e vento.

Un miracolo.

Un’eccezione.

Una strategia che funziona, data la qualità di modalità che partono da un getto folk in cerca di adozioni multiple. I generi musicali vivono di promiscuità e assestamenti che parrebbero crearne uno solo.

Molto è suggestione, algebrica esistenza di episodi a colorare l’assenza di maschere, e tanta è la capacità di una rotta che raccoglie i petali di dischi nei quali osava la timidezza e l’imbarazzo. No, questo autore di campi mentali da arare è veloce con le sue ballads, insieme a pillole low-fi con un dna psichedelico, mentre l’alternative rock sceglie un approccio calibrato, versatile, per governare gli accenni e non le esplosioni. Ci ritroviamo con espulsioni di bile passata al setaccio, con torsioni chirurgiche eseguite a mente aperta. Umberto ci invita nel suo circo, nella sua bolla con luci decadenti.

Come un dettato in classe sullo scacchiere della verità, l'album si mostra come un potente assemblaggio tra gli aspetti politici/sociali e la sopravvivenza di un linguaggio che contempla poesia e nudità. I simboli fanno parte della narrazione, nella quale la pressione del potere viene messa in evidenza e accerchiata da una profonda coscienza. Ribalta il cielo, l'ordine delle cose e mostra la preziosità esistenziale degli sconfitti, degli umili e di chi non è parte di un gregge ubbidiente. La musica non assorbe le parole ma le proietta, mentre la voce diventa la coda di amarezze e perplessità, capaci di allinearsi e compattarsi. Il potere viene mostrato come un difetto, in caduta libera, in crisi come e forse di più rispetto a chi è governato. Le esclusioni e le emarginazioni trovano il luogo di un recinto diversificato. La forma estetica, così intensa e lontana da ogni impegno, trova nel disco una colonna sonora dissonante, dando alla bellezza una nuova interpretazione. E, quando l'amore si fa costrizione, Umberto scova le giuste carezze consolatorie. La lente viene posta sui meccanismi della violenza, dell'aggressione, del temporeggiamento. Questo insieme viene descritto anche attraverso musiche che non abbisognano della robustezza, in quanto nel loro pentagramma tutto è già chiaro così come è esposto. 

Ed ecco che l’Olimpo si trasforma in uno specchio, un raggio bloccato, un’approssimazione in cui gli Dèi cercano consolazione, dichiarando apertamente la loro sconfitta. Divenendo terreni perdono autorità, ritrovandosi concorrenti degli umani che in questa situazione si sentono disorientati e impotenti davanti a una fede che non ha più i suoi timonieri. Gli abitanti di due dimensioni diverse coesistono nello spazio di privazioni e muoiono lentamente, attraverso una penna e un suono che, dopo averli individuati, li porta nel girone del tormento.

Un lavoro colossale, una trama e un'idea che trova senso in questo particolare punto di partenza e nel suo arrivo che, alla fine dell'ascolto, ci regala il privilegio di una lettura enciclopedica che ci avrà fatto sudare, tremare e vibrare, con l'impegno di decifrare le tracce di un'anima assolutamente unica e svincolata.

E, ancora, come già affermato, si ha la sensazione che Olimpo diverso si presenti come un addio da accompagnare nel tempo…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

6 Gennaio 2025

giovedì 18 dicembre 2025

La mia Recensione: IAMTHESHADOW - So long, Lost

 


Iamtheshadow - So long, Lost


Una inevitabile forma di seduzione gravita nel grembo padre di un musicista così gravido di perlustrazioni, specificazioni, avanzamenti mentali nella zona del mistero, dei suoi grovigli, educando la sua crescita compositiva al raggiungimento dei più alti bassifondi, conquistando l’ascoltatore rendendolo muto.

Pedro Code con i suoi IAMTHESHADOW (che comprendono il commovente e talentuoso Vitor J. Moreira) si affida stavolta alla ricerca di nuovi suoni, concentrandosi con analog synths e analog rhythm machines per elettrizzare diversamente il suo perimetro visivo.

La conduzione certifica un talento in ascesa, mentre le zone ombrose (tipiche ed essenziali) vengono maggiormente ipnotizzate e congelate in questa sala da ballo dove il protagonista faticosamente sopravvive.

Il risultato è un’onda che parte in discesa dalla Serra de Sintra per congiungere la descrizione di fatiche mentali al circostante impoverito.

Pedro canta con una pietra nella gola, scavando nel suo sensuale registro basso, facendosi amicizie nelle scie dei sintetizzatori per cullarci con lunghe gittate sonore.

La nuova veste, con un’attitudine che proietta la band verso una più robusta forma muscolare, sancisce definitivamente il bisogno di non adagiarsi sugli allori: il brano sorpassa la lunga storia della band di Lisbona e si posiziona come un indicatore per il nuovo album in uscita nel 2026.

Il Vecchio Scriba viene colpito anche dal testo: un lutto che comprende persone, la fede, il sogno, il dolore e le lotte.

Non vi è resa, bensì un’onesta e dolce tristezza a sottolineare l’ineluttabile declino umano. Pedro ci costringe a serrare gli occhi e ad allertare la coscienza per far sì che non sia dormiente.

Questo  singolo assomiglia all’unico e serio regalo natalizio che si possa ricevere quest’anno: dove a essere celebrato è qualcosa di reale, concreto, terribilmente umano.

Si danza con la schiena curva ma ebbra di gioia: il duo non smette di stupirci e di farci avanzare nella zona del dolore che insegna a vivere…


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

19 - 12 - 2025


https://open.spotify.com/track/1Q9avdByMeDaD1ayzpLrhC?si=8xMM-HojTBKRJOBs_3RYBQ


https://music.apple.com/gb/album/so-long-lost/1860986751?i=1860986758





lunedì 8 dicembre 2025

La mia Recensione - Iamnoone - melancholia


 Iamnoone - melancholia


Iamnoone -  Melancholia


Esiste un pianeta contemplativo, che raccoglie e accoglie e mai scarta, preferendo far stagionare le situazioni e trovare il giusto momento per vestirle e metterle sulle strade del mondo.

È il caso di queste sei canzoni degli Iamnoone, scritte nel periodo di “the joy of sorrow”, che, una volta stabilitosi nel nostro orecchio, sviluppano una possibilità visiva che si connette con altre modalità artistiche, rivelando una dolcezza, una ricchezza fatta di semplicità densa di lasciti, perché alla fine sono come “thousand letters” in giro, in grado di giungere a destinazione lasciando messaggi, anime in fermento, storie e una spiritualità evidente a portata di un ballo intimo ma spazioso.


La notte, luogo dal duo spesso vissuto, citato ed esplorato, all’interno di composizioni atte a scaldare i battiti, qui trova, piuttosto, una riservatezza che non si scioglie con gli ascolti ripetuti, conferendo alle sei composizioni un velo misterioso, intenso e incantevole.

Gli anni Ottanta, con l’Italy Disco Dance e pezzi vellutati di minimal wave, scorrono tra i solchi come abbracci temporali, come fasci d’erba in cerca di un abbraccio.


La produzione perfetta offre la possibilità di avere la sensazione di un lungo brano con sei diramazioni, per circondare l’ambiente della realtà e condurlo in una estetica e preponderante capacità di farle sposare con aspetti onirici..

In tutto questo il minimo comune denominatore è la memoria, con i suoi voli, tuffi, viaggi, e l’insindacabile volontà di essere una protezione del senso della vita, riproducendo sapori, gusti, effervescenze e, alla fine, una malinconia nutriente e non un inghippo…


Seth e Philip abitano il tempo della vita come un aggiornamento della bellezza, della ricchezza e lasciano tracce di stupore in ogni loro movimento.

Un E.P. che alla fine è un album mnemonico e fotografico, incline al bianco e nero dell’anima senza nessuna vergogna, regalandoci un respiro libero, da vivere nel calore notturno di anime attente…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

8-12-2025


https://iamnoone1.bandcamp.com/album/melancholia





domenica 30 novembre 2025

La mia Recensione: Black Swan Lane - the messenger



Black Swan Lane - the messenger

Scritto da Alex Dematteis


Il ritorno.

Il coraggio, il bisogno di determinare una nuova presenza andrebbe analizzato con il massimo scrupolo quando a farlo è una rete di cavi metallici con la seta nell’anima, come quella di un messaggero temporale che non conosce sosta.

Ci ritroviamo, due anni dopo Dead Souls Collide, a coniugare l’estasi e la tensione, la gioia con il dovere di inglobare masse di ricerche e riflessioni, senza dover scartare nulla.


Il contatto, la necessità di chiarire, gli sforzi da sostenere, una qualsiasi forma di Dio da considerare, i messaggi della mente da stabilire, le fughe, la rabbia, il cielo in caduta libera, i fantasmi, gli schianti, i giochi del cuore, il panico, l’odio e le armi. Questo e molto altro entra nel mondo reale e artistico di un uomo che cammina nel tempo seminando petali di resistenza, di approcci propositivi, immergendo il tutto nel suo serbatoio dove i colori cupi non sono pessimismo, bensì una forma congeniale per conservare l'autenticità e l'onestà e poter sviluppare soluzioni, utilizzando la scrittura dei testi e la musica non come sfogo ma, piuttosto, un approfondimento al fine di rendere limpida l’immagine nello specchio della sua coscienza.

Le composizioni per Jack Richard Sobel sortiscono diversi effetti nel cuore e nella mente e il dodicesimo appuntamento discografico del generoso artista di Atlanta lo conferma bene, con nuove soluzioni, sperimentazioni, con la dote innata di non perdersi in fronzoli, nel cercare il successo e altre malsane forme di espressione. Lui concretizza il percorso in un insieme di canzoni e lascia che la sua voce unica e le sue tracce ci portino nel suo emisfero, per celebrare in silenzio questo nuovo contatto.

Un album con argomenti ancora una volta non semplici da accettare per chi si pone distrattamente nei confronti della musica e della vita. Jack i concetti li ribadisce, tuttavia ha imparato a mettere nuove ali alle sue dita, stupendo per soluzioni stilistiche e scelte balistiche fenomenali come il cantato in falsetto. Privilegia da sempre una mano di vernice malinconica ma, come per gli ultimi tre dischi, riesce ad alzare la voce, a gridare, a scuotere. A vincere è la gentilezza, accompagnata da una morale limpida e robusta, con gli adorati anni Ottanta e Novanta che proteggono, sebbene solo in parte, il suo amore per la scrittura musicale. 

Sempre attentissimo alla produzione, le canzoni, rispetto ad altri suoi lavori, paiono più mature, riflessive, quasi come ipnosi che dalla mente arrivano agli altri. Nulla da celebrare nella vita se non una sana rabbia volta a voler rendere il mondo un luogo diverso. Allora lui crea personaggi simbolo, frasi non ad affetto per conquistare, illuminando, piuttosto, la verità con la saggezza.


La sensazione che si ha è quella di un’opera che rende l’esperienza umana un campanello di allarme, un usare i suoni, il ritmo, la melodia come missive in cerca di un’attenzione che comporti responsabilità e non solo benessere, distrazioni e svago.

Impegna l’anima The Messenger, portandoci nella profonda sensibilità di una scheggia vestita di musica.

Ci ritroviamo nel mood di un uomo che, attraverso il duo alternative e rock, si concede escursioni nello Shoegaze così come nel post-punk, prendendosi cura di ribadire il proprio stile che è riconoscibile sin dagli albori. Vi sono dilatazioni, approfondimenti e variazioni soprattutto per quanto concerne la forma canzone, che trova in questo lavoro una maggiore volontà di ricerca.


Come siamo abituati a sentire, sono le chitarre a creare compassi, depositi di emozioni, a illuminare il suono, a fare del rumore una poesia e a tradurre i battiti pensierosi dell’uomo di Atlanta, che ancora una volta migliora il suo cantato interpretando ogni brano con la giusta modalità, rendendo perfetto il connubio tra le diverse possibilità  espressive.


Da sempre la bellezza indossa fiamme, stridori, ortiche melanconiche per suggellare i canti, le catarsi e le tensioni emotive, raccolte con l’intenzione di offrire all’ascoltatore il rispetto per un’attività artistica più difficile da praticare e sostenere ai giorni nostri. Il lato oscuro e quello meno greve finalmente trovano un armistizio attraverso una massa di melodie che sembrano suggerire il sole come obiettivo, mentre nel suo fulcro non mancano di essere presenti la lava e i maremoti…


Non è niente altro che un romanzo fatto di note, di splendidi appigli, di grovigli, di salti e di sogni, non mancando mai la volontà di un confronto con la concretezza.

Jack ancora una volta si prende carico di tutti gli strumenti, con la chiarezza nel dare a ognuno di loro una funzione che sia individuale che collettiva, portando la sua abilità nel suonare il basso a livelli davvero molto alti. Il pianoforte e la tastiera sono pittori in grande spolvero, e la batteria, il suo primo mezzo artistico preferito, pare percorrere con dodici tracce l’intera carriera. Ed è una cucitura di diciotto anni che permea il tempo di costante valore.


Ci sono richiami a lavori come A Moment of Happiness o a The Last Time in Your Light, non come assenza di impegno o ispirazione, ma per un sano utilizzo di certe strutture che consentono alle nuove composizioni un'impalcatura solida. Ma mai come in The Messenger assistiamo a smussature, nuove direzioni, diramazioni, repentini cambi di ritmo.

La voce è un plico spedito dalla sua testa al mondo, una scintilla di dinamite che contempla la tenerezza imbevuta di una sana processione composta dal nerbo fluttuante della malinconia, fedele compagna di viaggio, generando come conseguenza lacrime all’ascolto, secondo dopo secondo. Ma è un'amica sensuale, vera, senza filtri: rotonda, piena, magica e infinita…


Un’opera che prende decisamente la strada della stratificazione americana, abbandonando (forse inconsapevolmente) la linea diretta con alchemie europee. Ne consegue una freschezza notevole, idee che rendono il tutto fresco e intenso, dimostrando di aver conquistato l’indipendenza con la sua indiscutibile capacità di lavorare su se stesso.


Sono le immagini e la scelta oculata delle parole a costituire un incantevole tormento, una piacevole passeggiata nell’animo di un uomo che decide di confidarsi, di rivelare preoccupazioni, di essere una stella intima nel mare della violenza quotidiana. Certi passaggi sono imponenti, rilevanti, mentre altri sono, appunto, messaggeri di ciò che tendenzialmente si nasconde. Il suo disco più vero, attento, profondo, confezionato con scrupolosità.


Da notare la notevole diminuzione dei loop, concedendo agli strumenti di avere maggiore libertà di movimento, di creare masse intense di aggregazioni, dimostrando il desiderio di lavorare sulle dinamiche, dando alla produzione di manifestare obiettivi diversi. E così ci troviamo innanzi a un lavoro fine, delicato, con temi importanti che vengono sviluppati come se le note musicali fossero anch’esse argomentazioni, consentendo un’agglomerazione proficua.


È rock, è poesia, un’autocertificazione di assoluta autonomia, in cui la libertà è poter lavorare duramente, in cui tutto fa la differenza, in cui l’insieme dei dettagli migliora il senso e lo specifica. In queste tracce abbiamo temporali, pioggia, il deserto umano che evidenzia l'aridità, umili implorazioni al rispetto e al dialogo, dove la guerra viene espulsa e nelle quali la saggezza musicale consta dell’equilibrio delle singoli parti. Jack ancora una volta affida al lessico musicale l'aspetto primario, come se la sua voce e le sue parole potessero riposarsi. 


Dà del tu agli interlocutori, spiazza per l'apertura al contatto umano e adopera nuove modalità per fare della sua musica il giardino di casa. Lo stile rimane riconoscibile, regalandoci un porto sicuro, ma in questo dodicesimo album ci mette su un velodrome e ci conduce nelle onde del cielo. Qui si spiega l'immancabile presenza Shoegaze, quella che concede alle scie maggiore velocità di penetrazione. L’aspetto sognante continua a circondare il suo perimetro, ma la maturazione umana influisce, splendidamente, sulle sue capacità. Ed ecco la nuova magia rendere l'ascolto un  privilegio, in quanto mai come in questa favola dalle ali tristi si avverte il bisogno di accoglienza. Canzoni come inviti a cena, come risate che aspettano la tensione dei nervi a divenire, come un isolamento che arriverà di conseguenza perché The Messenger non è niente altro che un tappeto di perle, camminando sul quale si riesce a capire la pelle della nostra anima…


Saper trasformare frustrazione e preoccupazione nella volontà di un impegno che avvicini il buon senso dimostra quanta intensità sia stata adoperata, quanta meticolosità sia scesa nei solchi per ritrovarsi con canzoni come pianeti, come stelle, come orizzonti che cambiano il nostro sguardo,  per elevare alla massima potenza il valore artistico e per fare delle tracce musicali uno specifico spazio umano.


Non ci si può esimere dal congratularsi per la scelta della copertina dell'album, un’istantanea spettacolare di Jarek Kubicki, in grado di unire la pittura e la grafica digitale, consentendo all’artista multidisciplinare di connettersi con Jack, suggerendo, evocando, palesando la straordinaria forza immaginifica che riassume il concept dell’album e al contempo permette all’ascoltatore di approcciarsi con curiosità, dando alla fascinazione il via per un incontro sublime tra due arti.


Song by Song 


1  Promise

Tutto comincia con chitarre e il basso in un mulinare continuo, un pugno rock con la voce roca, a portata di urlo. Un Dio preso per le orecchie, un dialogo che conduce all'assenza della preghiera, mentre il suono, aspro e rovente, spiazza subito l'ascoltatore  introducendolo perfettamente nel mondo dell'uomo di Atlanta. 



2 Crash

L'amore spesso diventa richiesta, attenzioni, precedendo lo schianto. Lo shoegaze si unisce con maestria a una malinconia rumorosa, imbevuto di una poetica rassegnazione che permette alla musica di descrivere l'umore, l'inclinazione. Ci si ritrova, in questo modo, in un cielo sospeso tra richiami degli anni Novanta e la freschezza di un dolore eterno…



3 Drawning In Your Heart

Il falsetto, potente, magnetico, delicato, struggente di Jack stupisce immediatamente, rafforzato nel ritornello da una seconda voce. La struttura musicale consta di una progressione sonora che si appiccica all'anima, con la paura della solitudine che consente di resistere e restare insieme. Brano potente, anche se la delicatezza potrebbe fuorviare l'interpretazione. La novità della modalità del canto non risulta la sola sorpresa, in quanto il testo e il raggio di azione musicale  sono la perfetta evoluzione di un corpo celeste che ingloba il tutto…




4 Shockwave

Con un inizio che ci riporta allo splendido Under My Fallen Sky del 2017, tutto si illumina di ferro e lampi nel primo verso, che ritorna poi più avanti. L'insieme diventa coscienza che accoglie il cielo in caduta libera, con lacerazioni Alternative, petali di Dreampop e un rock acerbo a tenere alto il livello di adrenalina. E, mentre un corpo soffre e il mondo trema, Jack rispolvera il suo antico amore per una modalità che gli consente di miscelare piani armonici e ritmici in contatto perenne, in una seducente alternanza…



5 When I Sleep

Uno dei momenti più coinvolgenti e sconvolgenti di questo album, che vede chitarre sopraffine, un drumming meticoloso nell’essere complice di un testo amaro, la voce piena, calda, graffiante, come un carillon moderno che sospende il tutto in una coccola sonora ed emotiva…



6 The Devil’s Hand

Vittorie, chiamate, la morte, giorni finiti: un ritmo frenetico, appropriato, ci conduce nell'epicentro rock, tra il ritmo effervescente (in grado di fermarsi e di riprendere la sua corsa), arpeggi sinuosi e la sensazione di una gravità in piena, in caduta libera, con il lato oscuro che domina e assorbe le anime terrestri.



7 Laces 

Ed è la bontà, la richiesta di un cambiamento costruttivo e positivo a illuminare questa traccia, che consente al percorso musicale dei Black Swan Lane di mostrarsi interamente in questi dolcissimi minuti. L'aspetto semiacustico serve per principiare, affidando alle chitarre e a un synth il compito  di padroneggiare la scena. Poi arrivano dei colpi di basso, sino al drumming che aumenta la sensazione di un volo nell'universo. Ma lo stupore non finisce qui: prima una chitarra elettrica lacerante (seguita da uno dei rarissimi assoli di Jack) ci conduce a versare calde lacrime, presentandoci una modalità espressiva nuova per JRS, che gli permette di inebriarci ancora una volta. Ci ritroviamo nel secondo lato di quest'opera consapevoli del fatto che altre sorprese arriveranno…



8 Waves Whisper Stay

La natura che conduce al binomio con il genere umano trova la sua cornice, in questa sognante espressione, in cui il ritmo sincopato e il cantato breve di Jack consentono di arrivare al ritornello accattivante ma mai troppo pop, in quanto non è nella natura di questo fertile e potente artista ammiccare alla banalità. Un profumo di nostalgia percorre la musica mentre il testo mostra l'assenza del dolore, come se l’apatia fosse un'arma efficace, mentre le onde, musicali e quelle marine, creano perfetti mulinelli che ci danno la sensazione di un volo mnemonico e sensoriale…



9 The Messenger 

Possente, amaro, energetico, riflessivo: il brano che dà il titolo al lavoro offre l'ennesimo lato diverso della scrittura, con le sue soste, le graffianti esposizioni del suono, la meravigliosa alternanza dei movimenti della chitarra. La voce mostra la sua naturale propensione a essere incanto, mentre le ali tagliate dell'angelo messaggero rivelano la centralità del concept album. Semplicemente perfetta nella sua catartica capacità di farci sentire e vedere i movimenti dell'anima… 


10 Look At Me The Same 

Il pianeta dei bisogni e la chiarezza degli intenti seducono e inglobano la naturale propensione a creare musica sognante ritmata, tra chitarre shoegaze e un rock raffinato, con arpeggi di chitarra semiacustica e il piano che si guardano, trascinandoci in una tenera danza…





11 Flower Girl

Il tempo, la luna, il panico, un vortice nerastro qui abilmente sospeso, con il drumming che ci riporta ad antiche rimembranze della band, completano la mappatura musicale, per offrirci raggi neri e gialli, manifestando il bisogno di amore, che conduce una coppia alla possibilità di un atterraggio lunare…



12 Empty Desks

Per concludere il tutto Jack ci presenta l'apoteosi, il senso amaro di un'esistenza crudele che cerca la guerra e genera vittime, disperazione e dolore. Per farlo sospende l'atmosfera, crea mulinelli di vento lenti, usa gli strumenti centellinando gli sforzi per far risultare il tutto come una carezza nella coscienza dei potenti che decidono malamente il destino di molte anime. Arriva poi un vortice di eleganti atomi shoegaze su cui la sua voce si appoggia, alimentando una delicata processione di incantevoli lacrime a dondolare nel cielo. La chiusura, come sempre, per l'autore americano, deve essere suggestiva e lasciare un ricordo, e anche la voglia di ricominciare l’ascolto. E ancora una volta ha fatto centro…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

1-12-2025


Black Swan Lane - Jack Richard Sobel / Music, Lyrics and all Instruments


Executive Producer / Frédéric Detrézien


Assistant Producer/

Steve Clare

Marco Oldenbuettel

J. Kevin Jewel

Alex Dematteis

David J. Griffith


In uscita il 12 Dicembre 2025




My Review: Julian Cope - I Dream the Cosmos Atavistic

  Julian Cope - I Dreamt the Cosmos Atavistic To witness only a part of the possibilities available to us means limiting our consciousness, ...