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mercoledì 11 febbraio 2026

La mia Recensione: Celestial Bums - Minutes From Heaven


 

Alex Dematteis 

Musicshockworld

Salford

11 Febbraio 2026


Celestial Bums - Minutes From Heaven


C’è un passaparola vivace nella Catalogna, tra la voglia di divertirsi, di lottare, di alzare le porte del cielo e di essere un mondo appartato. Riguarda la tensione emotiva di chi, cambiando perennemente, cerca una sosta e architetta un fascio sonoro oscillante, mutante, tra respiri e colorate ambizioni oniriche, un quadro che documenta gli incastri di partiture neo psichedeliche e l’intenzione di materializzare l'incanto come il suo opposto, per accattivarsi gittate di dream-pop senza mai cedere alla compiacenza. Al quarto album ci ritroviamo beatificati, irrorati, cullati da chitarre in volo, dalle poesie armoniche che coinvolgono e spargono petali di caleidoscopici capogiri. Il terzetto diventa istintivo, agglomerativo, in un allucinante stato di forma nel quale tutto riesce perfettamente, come se il miracolo più evidente avesse luogo in questo momento così fluido e generoso. Quando il lo-fi si affaccia, si ha la mappatura completa di un percorso che stabilisce l'allungamento delle proprie capacità, ampiamente dimostrate nel corso di una carriera ormai lunga quindici anni. Senza scudi, senza paure, senza la volontà di essere il centro del mondo, la formazione catalana trova allacciamenti nutrienti con la libertà che induce all’ispirazione, al contenuto, alla necessità di maturare una nuotata lenta nel Mar Mediterraneo, assorbendo le luci dorate,  il feeling bohémien, per creare un paravento, una base, una forma culturale che arriva come carezza continua. 


Il cantato di Japhy Ryder raccoglie migliaia di flussi coscienti, spaziando, visitando le corde vocali per poi trovare il proprio stile, l’orgoglio di chi con la penna costruisce monti. Pablo Gorostiago con il basso cavalca il velluto, circonda la melodia e tiene alta la capacità di non invadere, diventando il ponte perfetto tra l’essere un capitano e il gregario. Fatica con gioia e veste il suono con sapienza e talento. Augusto J. Marchetti usa le bacchette con una notevole conoscenza tecnica e la memoria di ascolti che hanno sicuramente strutturato la perfezione del suo lavoro, attento ai toni, ai colori, agli umori di ritmi che sanno scuotere così come circondare il perimetro di queste memorabili composizioni.

Il viaggio, l’identità, i confini, i ricordi, le idee, i rifugi, l’alcol mentale, le scorribande con un perno saggio convergono in queste orchidee, in queste mareggiate con una briglia salda, con una produzione che fa scendere la nebbia su Barcellona non dimenticandosi di un arcobaleno…


Più che un diario, una fotografia, sembra la collezione di metafore, di storie, di brillanti da indossare per una sera, per poi dismettere il tutto ed essere pronti al futuro, come una incisione breve ma profonda. Molti i maestri che si palesano, dai Low, ai Durutti Column, ai Sun Dial, passando dai Bardo Pound, ai fondamentali concittadini Los Planetas, per poi planare nei corridori dei luoghi dell’anima dei Love Spirals Downwards e infine agli spazi cognitivi dei Labradford.  Questo elenco è solo una comoda forma di pigrizia: se viaggiate tra i loro semi assaporerete di sicuro il fermento, la stagionatura, il setaccio e poi, come il colpo di coda di una balena, onde proprie che sanno liberarsi da questo combo di band per provocare la reazione di chi sa di avere una propria identità. Canzoni bandiera, fierezza e genuina difesa di un senso privato che rende l’album un gioiello da inumidire con le nostre lacrime di commozione.


Stupisce positivamente come leggerezza, densità, ampiezza e istinto siano così potenti, ma conservando la loro famosa timidezza: perché anche quando il suono si fa più rovente tutto appare come un velo che protegge sia chi suona che chi ascolta. Nessuna delle otto composizioni cerca il trucco catchy, il ritornello assassino e tutto ciò che possa relegare al facile raggiungimento della comodità, quanto piuttosto una volontà, altamente caldeggiata dal Vecchio Scriba, di laboratori mentali, di palchi dove quello che accade non è la ricerca del plauso bensì l’abbraccio sereno di chi prende le note e se le mette nel cuore. Morbide impalcature danzanti che cercano la casa, il gesto di una comoda connessione, le creature di Minutes From Heaven non hanno il destino amaro della morte presentando invece la forza della invulnerabilità, di amabili e confortanti sigilli che da sonori diventano solidi.


Saper prendere i decenni musicali e renderli elastici, accoglienti, parrebbe una utopia insensata però poi, quando l’ascolto termina, ti rendi conto che esistono enciclopedie sonore che sanno scrivere i segreti del tempo senza aver bisogno di pagine di carta….

La sensazione è quella di sentire delle note che, con il passare dei minuti, diventano un blocco floreale, annullando eventuali ripetizioni ma con l'arguzia di lasciare cadere dei petali in un circuito in espansione, come un’unica canzone in cerca di amici…


Song by Song


1 - Didn’t Know

Tra Dream Pop e la nostalgia di un Lo-fi parsimonioso, l’album comincia con un abbraccio acquatico, con la chitarra a dipingere onde e il tintinnio della batteria a suscitare la sensazione di un autunno che bussa alle porte dell’inverno. Chitarra in ascesa e il cantato che crea una romantica rivelazione…



2 - The Letters

L’inizio ci porta agli anni Ottanta, una lenta cavalcata con maggiori aperture, più coralità e un esercizio raffinato della sei corde a divenire un mantra contagioso, il registro della voce che si alza e sembra attaccarsi alle nuvole…



3 - Cross The Road

Momento estasiante, vorticoso, una ondata di polvere morale, che, rimanendo sospesa tra un cantato malinconico e gli schizzi di chitarra in una scala profumata delicata, fa di questo brano la summa di molte cose scritte nella prima parte della recensione. Allega anche venature dark folk americana noir, con una modalità mascherata ma in grado di suggerire territori diversi…



4 - A Dream (Guide Me From The Stars)

Compare un ritmo più veloce, e lo schema del brano ci riporta ai momenti potenti della Sarah Records, con una lunga introduzione prima che Japhy metta una gardenia nelle sue corde vocali, mentre tutto prosegue come una giornata di brina sul dream pop più raffinato…



5 - Walking On Ice

Il trio esagera, un peccato da noi richiesto e accolto, con la scrittura di questa canzone che è un sussidiario perfetto ed elaborato per capire l’intero lavoro, per una stasi minimalista che ossigena. L’atmosfera onirica prevale, rendendo al contempo metafisico il bisogno di cedere all’ascolto, con il cantato che conduce nella dimensione ultraterrena, in completo abbandono…



6 - Blurred Loves

Una poesia, un cantato come vagito celestiale e come una preghiera, un cercare supporto nella psichedelia degli anni Sessanta americani, un requiem, una melodia soave, una sacralità sublime regalata dal synth, un drumming accorto e meticoloso, il basso come termometro e lo sdoppiamento delle voci che rendono il tutto un gioiello senza tempo…



7 - Landslide

Il disco continua a crescere di emotività e strutture, consegnandoci piccoli richiami dei Doors mentre i Low applaudono commossi. Una prateria sconfinata dove gli strumenti sono corse e rincorse lente, in una fiumana neo psichedelica che si associa allo slowcore meno prevedibile, dando come risultato un’odissea in cui gli stili sono dune di sabbia su cui far cadere queste dolcissime note…



8 - Lifeblood 

Il cuore si ferma: la chiusura è un infarto assicurato, una gemma gotica rinascimentale, una pellicola perfetta per Kurosawa, un diamante in attesa di rivelarsi per poi denudarsi lentamente, come magica follia celeste. Incontriamo così un silenzio che riesce a tradurre se stesso, con tocchi sospesi di chitarra, la bellezza di un’armonia vocale dolente, gli stop and go al rallentatore, il suono quasi mascherato, la presenza dei Television che appare come un party segreto e poi quella pellicola ambient che si appiccica in maniera deliziosa: il risultato estrania ogni caos per essere un azzurro mantello di piume…


https://celestialbums.bandcamp.com/album/minutes-from-heaven



 





sabato 7 febbraio 2026

La mia recensione: Ist Ist - Dagger


 


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

8-2-2026


Ist Ist - Dagger


Siamo immersi, quotidianamente, in indagini, con consapevolezza o meno, e di conseguenza, ci troviamo spesso senza un risultato concreto. Abbiamo in parte nella musica un supporto alla tensione, alla malinconia che il non sapere provoca. Ma dobbiamo fare i conti con quella che ci interroga, ci regala i dubbi e anche la più pericolosa di tutte: quella che ci pugnala, direttamente o meno, che si nutre del nostro dolore consacrando la sua immunità, che non è niente altro che il miglior risultato raggiungibile.


L'apoteosi la raggiungono i quattro corsari mancuniani che, arrivati al quinto album, sbancano, polverizzano il loro stesso glorioso passato e ci buttano addosso canzoni come diamanti appena estratti, senza alcun lavaggio, naturali, perfidi, maestosi, cattivissimi. Però non potevano fare a meno di questo incredibile incastro, tra capacità, esperienza, invulnerabilità, nella progressione che il loro dna conserva.  Dagger è un aulente mistero, che espone i nostri petali controversi alla fluorescente brillantezza di dieci coralli i quali, uscendo dalle onde, planano sul nostro cervello.


Fisico, mentale, contemplativo, perlustrativo, appiccicato a incroci continui di ombre e luci, questo lavoro magnetizza le abilità, le rende moventi, sussurra cammini letali, in cui non esiste lo spreco del tempo bensì uno spazio da coltivare. Ed ecco i semi, l’attesa consacrata alla contemplazione e alla comprensione, attraverso canzoni come aghi, punture, sino a cambiare forma, per divenire un’esplorazione notturna senza pause. Vanno di corsa gli Ist Ist, con l’atletica frenesia di chi è consapevole che questi ultimi dodici anni passati insieme sono trampolini continui, dove la ricerca è già essenza, tuttavia, da uomini onesti, non rinunciano allo studio e i brani non sono giochi o passatempi quanto piuttosto identità da costruire, modificare, indirizzare verso il senso più maestoso: piacere ed essere utili a chi ha tatuato la loro essenza nella propria anima.


Sconvolge la sequenza, lo spessore di una concreta capacità di non disattivare il percorso artistico dei tempi precedenti, però più di tutto il coraggio di prestare attenzione alle dinamiche, alla produzione, agli inserti musicali non come tecnicismi ma come arrangiamenti ormai desueti nell’ambito delle composizioni. La forma canzone ne esce quindi rafforzata, riprende colore e senso. Non temono la melodia che si attacca alla mente, tenendola quasi sempre appaiata al ritmo, alla danza che ci sposta verso il loro caveau, che da impenetrabile riesce a garantirci l’accesso e l’abitabilità nei loro respiri. 


Dagger proietta, porge, sottrae sospiri e induce a profonde riflessioni: i loro passi sono più profondi, hanno sconfitto i paragoni che solo gli imbecilli facevano, e si ritrovano leggeri, con i loro tratti originali, senza debiti con nessuno, palesando senza dubbi che, se ascoltati con profonda capacità, si riesce a scorgere l’ampiezza, la profondità di abilità che fanno del passato solo una stupida barriera di difesa. I quattro vanno oltre, sono altro, sono lo sguardo del presente, l’istinto di killer musicali con pezzi scioccanti per fattura e resistenza, proseguono nei vicoli di Manchester sapendo in anticipo che questi brani non hanno un luogo da cui partire, ma onde magnetiche su cui salire e spostare i confini.


Cemento, vento, sale, polvere, bosco, cantiere, miniera, grotta, palude, deserto, cavi elettrici: questo è solo parte del loro creato, di un mondo che hanno costruito con fatica e soprattutto orgoglio, determinando finalmente una lama multiuso, da appoggiare o da rendere un’arma letale. È l’ascolto che lo deciderà, relegando una responsabilità enorme e costruttiva. Senza alcuna difficoltà il Vecchio Scriba afferma che Dagger è il passaporto, il viaggio, il lume, il punto più alto e concreto di tutta la loro carriera, una incisione che non deforma o ferisce bensì insegna, educa, creando attraverso l’amore un senso di beatitudine, che porta alla gioia solitaria così come a quella di massa. 


Sono cresciuti attraverso i concerti, il tempo trascorso a visitare un mondo che lentamente si è fatto maggiormente ampio e in grado di allargare i loro portali cognitivi, traducendo il tutto in musica come laboratorio, dalla selezione all’assorbimento, alla traduzione e alla mutazione perché, per davvero, i quattro sono capaci di far stagionare le molecole artistiche e al contempo velocizzare gli atti creativi.


Saper manifestare l’aderenza dei propri istinti a una visione più alta, concettuale, dimostra come sia un album acuto, un blocco di cemento su cui (cosa molto probabile) in futuro verranno messi fiori e seta. Ora, proprio ora, con queste lame, queste crepe adatte alla commozione, gli Ist Ist tratteggiano il futuro con una nebbia adatta alla premura, a rallentare la spavalderia e a diventare più saggi. Si sente l’esperienza delle ore negli studi di registrazione, come quello sui palchi,  o ancora quello in cammino tra le strade del loro percorso, la maturazione del cantato di Adam (abile nel compattare i suoi clichè antichi e a creare nuove chances per il suo timbro sempre perfido e celestiale), il basso di Andy come coperta e non solo come scossa, il drumming di Joel come strategica forza che inocula sicurezza nelle vene e una melodia aggiunta, e il lavoro di Mat alle chitarre e ai synth come un alchimista che scorge il futuro e lo disegna con abilità in ampia agilità. 


I testi meritano il nostro microscopio, il tempo per interagire con la profonda versatilità di Adam, qui in grado per tutto l’album di creare ponti, visioni, ritornelli assassini, versi perlustrativi nelle strofe, di insistere perfettamente con parole come pietre, di nascondere il diritto alla propria intimità con ragionamenti spesso apparentemente semplici, ma scomodi, per verità assolute che rendono complessa la lettura e il riuscire a contenerle dentro noi stessi. Pur aggiungendo arcobaleni, sono segnali che sfumano nel grigio, nell’inconscio che non conosce luce adatta, dimostrando ancora una volta la sua estraneità alla banalità.


La musica diventa multiforme, al di là del ritmo veloce/lento, vi sono innesti evidenti di suoni che solidificano la forma, la modalità espressiva, qui più evidente e compatta. I generi musicali sono connessi con sapienza, senza forzature, con un’inclinazione all’agglomerazione che rende il tutto fluido. Non mancano frustate post-punk e un quasi synth-pop a rendere il tutto diversamente accessibile rispetto al passato, ma sono diverse le novità che si presentano. Il gioco tra le tastiere e le chitarre ritmiche sono epiche, i cambi ritmo e i ritornelli che si riempiono di cristalli luminosi. Evidenziano, direi finalmente, il bisogno del brivido catchy, del non nascondere una propensione moderna e l’essenzialità antica, per incastonare l’insieme verso il mistero di canzoni che vivono di un caos non bollente ma denso, per perlustrare ipotesi di affiatamento con il sole mai vissuto di Manchester. Se Architecture ce li aveva presentati come dei fenomeni di condensa del conosciuto, con picchi enormi, qui abbiamo una formazione quasi nuova, sicuramente maturata e diversa, con un’inclinazione assoluta verso la leggerezza, senza privarla di densità…


Ma non è un disco felice, non può esserlo: Adam stesso riconosce la violenza e la pesantezza del mondo, l’unica gioia sembra essere la possibilità di scrivere canzoni, di creare uno schermo che diventa uno specchio, dove rifugiarsi per cogliere illusioni, il che al giorno d’oggi rimane un atto di coraggio….

Ci ritroviamo del tutto avvolti da armonie intense, piene, profonde, frutto di una amalgama perfetta, la quale proviene dall’insieme di una cerebralità che non può dominare senza un istinto che continua a girovagare tra i solchi, generando estasi e lacrime che più che visibili sono visionarie, anticipando la direzione della nostra comprensione. Rimane costante la tensione psicofisica: il preludio di un crepuscolo che ingloba spiritualità e un piacevole portento omicida…


Song by Song


1 - I Am The Fear

Il tempio della rivelazione ci mostra una insurrezione, una novità musicale che si struttura in un brano ballabile, potente, con gittate elettroniche che permettono momenti di sospensione per poi risplendere lo slancio, con chitarre più pesanti e un una scala di synth a irrorare le vene di una paura che qui diventa una persona, nel brano che maggiormente mostra il lato della scena di Sheffield nell’intera carriera dei quattro. Un martello ipnotico seducente e robusto per aprire il proprio corpo…



2 - Makes No Difference

Dopo gli iniziali secondi figli dell’atmosfera plumbea di Rust, dei Man Of Moon, gli Ist Ist riprendono le abitudini di incroci armonici e visivi del penultimo lavoro Light A Bigger Fire, con la capacità, attraverso un flusso energetico del synth e il combo basso-batteria, di innalzare l’armonia e la potenza verso il territorio di un cielo che può così assorbire gli immensi tocchi magici di un ritornello che profuma di droghe leggere, donando un’euforia controllabile…




3 - Warning Signs

C’è tutta la carriera dei quattro mancuniani in questo brano: la capacità di tradurre, trasportare il proprio dna nella trascinante adesione temporale di generi che si palesano ma con rispetto, risparmiando il lato povero per generare una lava veloce, feroce, in un ritmo che incalza come le parole, un monito continuo che evidenzia come la presenza e l’assenza siano spesso lo stesso nemico… Ed è post-punk che viene disinfettato da un synth pop quasi mascherato, il gioco di Andy e di Mat di sbalzi emotivi consente a Joel di scacciare via tutto con ritmica precisione, mentre Adam governa il fiato e il tono con un registro di voce noto ma qui quasi romantico… 




4 - Burning

Ed è stupore: i secondi iniziali del brano ci riportano agli anni Settanta, con forza e rabbia melodica perfetta, per poi donarci trame ossessive, un testo che è una bambola di fuoco, un’altra ferita che squarcia la nostra sicurezza, rendendo la nostra mente soggetta a una obbedienza di ascolto perfetta. Canzone per spazi aperti, maestosa, fatta della stessa pasta di Bullet The Blue Sky degli U2: sapientemente in grado di riempire il cielo della nostra emotività…




5 - The Echo

La scintilla melodica, la celebrazione di un loop che spariglia le paure regalando emozioni e gioia, magistralmente incastrate nella tensione. Diventerà il momento ideale per rendere gli amanti della band un coro ridondante che finirà per salire sul palco. La chitarra ritmica è catrame, il basso il tuono che conforta, la tastiera un giocattolo elettronico che permea l'insieme perfettamente e il drumming un concerto di muscoli in agitazione sublime…



6 - Encouragement

Il cinema, i Tangerine Dream, l'attesa, lo sviluppo lento, il dominio della creatività, l’ombelico di tutto questo album trovano in questa canzone la guida alla comprensione del miracolo che stiamo ascoltando. Sbalzi, umori, un lato pop che cerca spazio, un lato nero che rimane come cicatrice, il basso di Andy che spazza via la paura e Joel che rende il suo strumento una chiave di violino con gli artigli, e si arriva al ritornello, lungo, ossessivamente dirompente e fascinoso…



7 - I Remember Everything

Il momento più solenne, tra luce e nuvole che si danno l’addio, in un’atmosfera che rilassa i muscoli ma non le emozioni, con una coralità che conduce alle lacrime, con un gioco di venti melodici davvero avvincenti sino a un solo di chitarra che innalza i nostri sguardi…



8 - Obligations

Mistero nei testi, continuità musicale, senza sbavature, per una canzone manifesto della loro movenza mentale, la grande voracità di creare potenza e luci, con un sapore melanconico che rende l’umore il giusto abbraccio per questo palcoscenico che pare essere la compressione dei loro ultimi due lavori. 




9 - Song For Someone

Tornano le lente atmosfere di Architecture, vicoli notturni come una birra bevuta in mezzo alle strade, il synth che riproduce l'angelica sonorità delle stelle e la voce di Adam come un sussurro pesante e incantevole…



10 - Ambition

La disperazione può divenire una ninnananna, un incantevole rifugio che rivela come la mente sia un buco infinito, non misurabile, e le parole di Adam sono la molla per una impalcatura musicale che diventa un mantello mentre tutto sembra un abbandono con un abbraccio che parte da The Art Of Lying per concludersi in questa ultima scintilla, rendendo emblematica l’evidente capacità di scrittura della band, che sistema la chiosa con un brano che riporta le cose lì dove erano iniziate: l’adorazione totale e devota per le loro immense qualità… 


 









lunedì 2 febbraio 2026

La mia recensione: Drogo - Smart Horror Show


 

Drogo - Smart Horror Show


Avere tra le mani un cd, ascoltarlo e ritrovarsi in un non spazio, il migliore di tutti per intenderci, privati di superficialità e altre abominevoli situazioni.

Un disco con l’intenzione antica di dedicare ogni singolo brano a qualcuno o a qualcosa già significa mostrare premure, attenzioni, lanciare messaggi laddove di parole non c'è traccia apparente e circondare le note con il compito di fare della chiarezza il primo obiettivo. Giunto al secondo album, il quartetto che prevede membri da Imola e Carpino (Foggia), ha messo a fuoco il talento e la tecnica disegnando escursioni, specificazioni sonore e strategie per dare all'insieme un respiro temporale davvero lungo: dal funk ipnotico degli anni Settanta, all’ethno jazz di matrice africana (con poliritmie), comprendente anche la scena indiana, sino ad arrivare all’acid londinese, senza dimenticare Brooklyn e le fresche escursioni giapponesi.

Le loro intenzioni sono chiare sin dalla copertina: quattro entità, complesse, indiscutibili, che hanno reso l’intelligenza umana e artistica un basamento essenziale. Ci troviamo, quindi, Frank Zappa, Julian Assange, Rosa Parks e Tiziano Terzani. Già da questa premessa riusciamo a intendere un mappamondo preciso, che si muove nella storia, nella geografia, nell’etica, nell'impegno e nella intenzione di spendere con abilità e saggezza la propria vita. Abbiamo a che fare con musicisti che, come succedeva con il progressive rock di cinquant’anni fa, si isolano, trasformano, trascinano le note a creare complicità e immaginazioni in una coesistenza fluida e in grado di generare stupore e beneficio. La gioia dell’ascolto nasce da una disciplina evidente, che passa attraverso variazioni improvvisate, con il groove che si flette armoniosamente, con tempi spesso binari, una brillantezza del suono che rende calda l’atmosfera. Quando giungono ventagli acid jazz, ecco che la band rende evidente il percorso post-jazz, con gli odori urbani, le luci e un caos ragionato, ma sfuggente: una delle qualità più eccelse dei Drogo, senza discussioni.

Progressioni di accordi come un vocabolario, in una scrittura che privilegia movenze spirituali, adiacenze cinematografiche, in cui non è difficile immaginare tutto ciò come una perfetta colonna sonora mentre si entra in uno dei tanti club dove i generi proposti dai quattro sono poltrone per la mente, una ginnastica attitudinale per un ristoro che si rivela piacevolissimo e una serie di incantevoli congiunzioni. Nove peregrinazioni, incursioni, immersioni per poter rendere edotta un'apertura mentale più che mai necessaria. Smart Horror Show diventa una caccia al tesoro in abiti eleganti, in ambienti nei quali l’agio è quello di sentire un abbraccio avvolgersi continuamente. Il sax e il piano di Antonio Pizzarelli e Fabio Landi sono i fari che illuminano la bellezza nascosta della verità, mentre il basso di Luca Pasotti è un’aquila reale che regna sul cielo di queste fulgide composizioni, con, infine, il drumming di Stefano Passaretti che mostra un’immensa conoscenza e abilità nel muoversi tra generi, modalità, come una straordinaria ragnatela a raccogliere i frutti ma anche a svilupparli. Ecco, questo è un combo che non odora di italiano, libero di avere un passaporto artistico in volo perenne, dando, come risultato, la piacevole sensazione di una band che suona in groppa al vento e allo scorrere dei giorni.

Registrato in presa diretta, queste onde cerebrali ed emotive sanno come costruire contaminazioni multiple, dall’impegno del riconoscimento sociale di personaggi emblematici ai confini musicali in cui l’unica vera obbedienza è data dai fluidi che abbisognano di una fissa dimora, permettendo una fusione che ci sgancia dal noioso tentativo di classificazione. Sono anarchici in tutto ciò, scevri dell'obbedienza imposta, facendo di loro stessi dei cavalieri medievali nel tempo attuale, molto più buio di quello di seicento o settecento anni fa. 

Lavoro dalle sembianze moderne, proiettato nel futuro, ha in realtà nel suo dna il rispetto della memoria, del praticare attenzioni, di rivelare studi ed entusiasmi più che mai necessari. L’invito è quello di un ascolto solitario, intimo, nel proprio salotto, con gli occhi pieni di luce e raggi nella mente, in quanto queste nove canzoni ci parlano direttamente, una a una, senza per forza immetterci in un contesto pubblico. Musica per interni, quelli del nostro pensiero e della sua essenza, in una girandola di emozioni davvero lucide e ipnotiche. Si percepisce che questi musicisti cercano di affiancare la cultura pop a quella classica. L’aspetto ideologico lo rende un concept album ad ampio spettro, per portarci nella provincia, fisica e mentale, con una passeggiata che segna il distacco dalla frenesia e l'esagerazione urbana.

La critica alla modernità, alla confusione di una informazione sempre più imbavagliata dai poteri oscuri e da una tecnologia che inaridisce la natura umana cammina dentro queste tracce in modo autentico, come studenti e manovali uniti, come sogno e realtà che stipulano un patto: Smart Horror Show è una magia lenta che arriva improvvisamente per cambiare le regole e non le carte in tavola, utilizzando la musica come un gancio vero e non un artifizio, un disco concreto nella melma musicale che viene qui ossigenata. Potete anche svagarvi, alleggerirvi con questi brani, ma avrete sempre a portata di vista un panorama nel quale loro hanno creato, benissimo, un luogo in cui impegno e leggerezza si incontrano per saldare il futuro.

I Drogo sono una stella con un orologio al centro, che simboleggia la direzione dell’anima dentro la consapevolezza del proprio tempo. Un disco semplicemente imperdibile… 


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

3 Febbraio 2026


https://open.spotify.com/album/1iU8Lcb1nNDrSQ3sgurfMx?si=QjFYv2_aRwyoSjYN2WvOGg







Review by Marco Sabatini :The Stranglers - Feline

Marco Sabatini Musicshockworld  Offagna 13 February 2026 Imagine for a moment that you are The Stranglers at the end of 1982: music critics ...