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mercoledì 24 giugno 2026

La mia Recensione: Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins

 


Alex Dematteis

Musichockworld

Salford

25th June 2026


Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins


Esistono condizioni particolari, nella ricerca dell’esposizione della verità, che conducono a scorgere panorami interiori in grado di smuovere ansie e tensioni, in un circuito celebrale che evidenzia l’appartenenza a nuove verità: la musica in questo aspetto è davvero capace di compiere miracoli. Il duo di Edimburgo, composto da Brian Jordan e da Colan Miles, con il secondo lavoro a lunga distanza compie una serie di indagini, conferma la rotta dell’esordio allungando la gittata della sensibilità, con un occhio preciso volto all’attualità, e immagina tutta una serie di indicatori per aumentare la profondità del loro studio. Strumenti come enciclopedie, ritmi lenti per consentire dilatazioni sonore, un immaginario che traduce vicende personali e un senso di appartenenza al nutrimento della tecnica e  alla pianificazione verso il luogo armonico del piacere, comprendendo anche semi grigi e tensioni tenute perfettamente nel girone dell’ubbidienza.

Light Fades Into Ruins è un giardino celeste che attraverso i temporali dell’esistenza cerca il modo di creare arcobaleni, nei passi, nei sogni, innaffiando l’aria e le energie con una dolcezza imprevedibile, prestando accortezza nei confronti della potenza del suono perfettamente garantita dalla produzione di Simon Scott, che, dopo aver masterizzato il precedente Echoes Of A Former Life, qui si siede e indica, testimonia la grande maturità raggiunta dal combo scozzese e benedice il tutto con la sua sapiente regia.

Un disco in cui vivono tutte le stagioni, in cui prevalgono note allungate, una sapiente ricerca armonica, l’intenzione di donare alle introduzioni la capacità di inquadrare perfettamente il contesto e ciò che sta per arrivare. I riferimenti come sempre non mancano, ma stavolta Brian e Colan sono riusciti a manifestare totalmente il loro stile, ad avvalorare i propri bisogni, facendo sì che una buonissima quota di originalità abiti il vestito di queste tredici composizioni, per un album che sembra durare una giornata intera, dato tutto questo dalla volontà di una maggiore consapevolezza. Non è una fotografia, un suono di un momento, bensì un articolare studi, indagini, propensioni, con il coraggio sapiente di chi, malgrado la preoccupazione di aver pubblicato troppi minuti, ci offre in realtà appigli, rifugi, compensazioni, supporti e la chiara capacità di aver espresso oltre al talento anche una documentazione precisa su cosa è  necessario per la loro esistenza. Ci si ritrova così nell’urgenza dell’ascolto europeo, come atto diligente di sedazione, come uno scrupolo doveroso per non lasciare nulla al caso.

Sono composizioni che scavalcano la noiosa tendenza a decifrare i generi musicali, regalando, piuttosto, la corposa necessità di investire il tempo scevri di questo impedimento, per generare matasse di nervi, cavi elettrici che contemplano saggezza e un’indole davvero spiccata verso il nutrimento dell’anima, una preghiera musicale sotto forma di suoni in ebollizione lenta, anche quando il ritmo parrebbe essere più veloce e maggiormente impiantato nella fisicità.

La parte cantata di Brian è attenta a essere un accompagnamento e non un trono borioso: tutto fila liscio, le sue corde vocali paiono essere un’ulteriore chitarra e la sua grazia alla fine conquista e distribuisce piaceri davvero immensi, nei quali la sensazione è quella di una vertigine che educa alla piacevolezza di flussi sensoriali ed emotivi alla ricerca di un tempio pieno di diamanti sonori.

Dal canto suo, Colan ha aumentato la scrittura melodica delle tastiere e il suo basso ha preso distanza dal post-punk senza però rinunciare a insinuare il piacevole sospetto che le origini e il background siano ancora lì a testimoniare la propria l’importanza e il proprio valore. Ci sono, ancora e come sempre, scie di shoegaze a insaporire le trame, per donare ad ampio spettro il suo buongusto, perfettamente allineato alle chitarre di Brian, al fine di conseguire, come risultato, un nucleo compatto in cui non si attraversano i generi musicali, ma li si vive come un respiro dalla bellezza fatale…


I testi sorprendono, una crescita esponenziale nella decifrazione, nel trasformare il pensiero in vocali e consonanti che sappiano creare mood molteplici, un disegno che rivela la saggezza dello sguardo, la scelta degli argomenti, un vocabolario semplice ma in grado di impegnare la comprensione per custodire la realtà di queste parole, che sono un ulteriore strumento, dove ciò che è esplicito sembra attendere la ragnatela delle difficoltà per abbracciarla. Un cambiamento vistoso, un tassello che dimostra quanto questo secondo lavoro sia un concentrato di saggezze in volo, una lampada a olio che illumina il tempo. 


Capace di creare una dipendenza amniotica, celebrale e fisica, l’esperienza di questo gioiello trasforma la sabbia della clessidra nell’avamposto inaspettato di regali in sequenza, di una serie di illustrazioni che sanno come fermare l’indole della fretta. Alla fine sembra di aver letto un libro in un circuito di fiamme e nuvole, con l’anima che, assorta, ha trovato il giusto ristoro. Non è una scrittura atta a cercare il perfetto song writing, ma una vera distruzione di petali e respiri, con le canzoni che crescono, ascolto dopo ascolto, come un generoso scintillio di capriole e giochi acrobatici alla ricerca di un gesto semplice: donare piacevolezza.


Provoca gioia veder confermata la presenza dei coriandoli grigi di Disintegration, le scorribande celesti di Souvlaki, come se rimanessero  la loro stella polare, ma, nel frattempo, queste composizioni ci mostrano un nuovo universo parallelo e, come dicevo prima, la loro reale maturazione si precisa con l’intenzione, il piacevole incidente fortuito, di scoprire tra le proprie mani un talento che non deve nulla a nessuno.

I sentimenti, le riflessioni, gli istinti, gli stravolgimenti (in questo disco sublime) sono il raccordo inconscio di cui un attento ascoltatore necessita: pendii, balbettamenti ritmici, escursioni nell’epicentro onirico, la fragilità che da maschera diventa, impetuosamente, un irriducibile ribelle in grado di viverla come una risorsa. Quando le voci e le musiche alzano il loro registro ci si accorge di come ci siano vette che possono essere vissute anche con poco ossigeno…


Non si può non adorare il senso di attesa, la sua lenta movenza, che si tuffa dentro il radiatore caldo di scie sonore che odorano di nostalgia priva di tristezza, come spinta verso un presente che sappia distinguersi. Qualcosa di celtico, di folk, naviga tra queste tracce, come una muffa camuffata da antenna: un ascolto attento rivela tutto ciò, come se la provenienza non possa conoscere il rifiuto. Ed è anche tale aspetto che rende intrigante questo approccio nei confronti di Light Fades Into Ruins: un lungo e continuativo abbraccio tra il dna e l’esigenza di discostarsene, in un giardino immaginario nel quali gli abitanti hanno linguaggi e costumi diversi, ma riescono a convivere in armonia.

Un fuoco, tra i venti e i brividi, può solamente penetrare, per indurci a divenire esseri migliori…

E quello dei Sun Shines Cold è davvero intenso ed essenziale… 


Song by Song


1 - Light Fades


Un risveglio, un torpore gradevole, accenni di vita, movimenti che sembrano respiri non ancora coscienti, una tensione accennata, vapori sui capelli, un drumming accompagnato da un basso corrosivo, le tastiere che sussurrano rotoli di dolcezza, con la sensazione di una malinconia che cerca conforto, per il risultato di un brano strumentale ad alto tasso immaginifico…



2 - Winters End


Spesso si chiude gli occhi non per sognare ma per vedere meglio la cruda realtà e poterla congedare. Il testo è un calvario di ortiche e chiodi arrugginiti, mentre la musica è capace di trovare longitudini davvero oniriche, come contrappeso necessario. Lo shoegaze degli anni Novanta qui diventa un parametro, un perimetro, una camminata che rende i polmoni coscienti di questo testo così denso, con il tutto che scivola in una culla senza età…


3 - Wait My Time


L’amore vive ambizioni diverse e nel racconto di due esseri in relazione vediamo le discordanze, gli equilibri infranti, l’incoscienza e il dolore depositati solo in uno dei due protagonisti. Il circolo sonoro è una spada che corre veloce, con oscillazioni e visitazioni dei generi musicali come un timido inchino, perché, per davvero, questo brano mostra le varie e spettacolari qualità di fare degli incroci strumentali un passaporto per lo stupore e la libertà…




4 - Everything Has Changed


Il disco conferma la centralità, da parte dei testi, dei rapporti interpersonali (da una parte) e l’ascesa verso piccole mutazioni stilistiche musicali (dall’altra), e in questo specifico pezzo vediamo coesistere la turbolenza, l’epicità del dramma attraverso ascese visive e suoni che impastano elementi preziosi da parte dei due musicisti, qui in una parata di novità che potrebbero sentenziare la loro direzione futura. Quasi Pop, mentre la serietà e la tensione sono espresse al massimo, per un connubio delizioso. Alternative, Shoegaze e Post-Punk qui banchettano insieme, felicemente…



5 - All I Need


E quando l’oscurità afferra la mente e lascia pochi giorni al futuro, ecco una lacrima capace di essere musica, una sciata tra le nuvole, un fumogeno shoegaze che prende i Cure di Disintegration per far dimagrire il dolore ma non l’intensità… La voce trova modo di avere la sua centralità, la musica intorno pare inchinarsi, e tutto spicca in un volo in cui le chitarre decidono di attraversare il cielo più lontano, per portarci con loro…



6 - Where I Lie


Ma quanto sono adorabili le coccole ambient dei Sun Shines Cold, quando si vestono da maghi e scendono nei crateri del rischio, con la loro effervescenza a cui viene dato l’ordine di tramutarsi in un boato soffocato? Sì, sono presenti piccoli wall of sound, a grattugiare la melodia, ma, poi, a vincere è un candore davvero notevole, la pazienza nel cercare i suoni più adatti, un circuito di nervi tradotti in un pellegrinaggio di noti pacifiche…



7 - Last Sunset


Clamorosa, morbida, muscolare, medievale nelle sue zone d’ombra, moderna nella sua cura del dettaglio, un brano minimalista in ascesa, un brivido che vive di loop quasi segregati, di chitarre che attendono la luce del sole, con le tastiere che invece discorrono con la notte e il drumming che ci porta verso gli Slowdive, oltre a una spiritualità che non abbisogna di parole…



8 - Into Ruins


Terzo brano strumentale e l’ennesima abilità di un alfabeto morse in grado di raggiungere il ricevente: Into Ruins è un diario segreto di escursioni lunari, una stagione che cerca l’approdo verso un’altra, con un corpo di chitarre a trascinare il ritmo sincopato e a raggiungere lidi lontani dallo shoegaze. Ed è così che ci si ritrova nella grandiosità dei film di Rohmer, dove tutto è organizzato per un tema preciso, viscerato e connesso al presente…



9 - A Feeling Unknown


Conoscere e dimenticare, volere la verità e il suo contrario, in questa articolata dinamica comportamentale e letteraria, fa di questo brano una serie di deserti coccolati da echi di deserti in ascesa, un perimetro di note che sono come amnti in cerca di acqua, un’espressione sottile e dorata, un'intensa dimostrazione che il duo scozzese ha sensibilità femminili in abbondanza…



10 - I Watched You Fall


Il tempo e la sua via crucis: in questa canzone ci ritroviamo nei quartieri terminali della gioia, dove a vincere è la consapevolezza che che tutto si conceda a un lascito cosciente. L’episodio più intenso di questo album, tra lacrime e ringraziamenti infiniti, dentro una processione che contempla tutte le qualità della band, qui nella necessità di contenere ed esplorare il passato, il presente, e di affacciarsi al futuro. Un loop enigmatico (quello della voce) che si assesta nella tintura sonora, dando spazio a un episodio celestiale…



11 - Betrayal


Una centrifuga di rimandi, molte canzoni e molte band qui trovano modo di essere ricordate. Ma loro, invece, porgono in evidenza il loro studio e architettano un riassunto dove ciò che è stato esplorato sembri una coda, una scia per fuggire via lontano… Un fare psichedelico dentro un’ossatura polivalente che strega e immagazzina piaceri davvero potenti…



12 - Lost Again


Nel penultimo episodio i due tracciano la bandiera dell’effervescenza, della gravidanza artistica, in un recinto solare, in cui tutto ciò che appare è un raggio shoegaze dentro la polvere, in un bagliore che stupisce e rende il respiro un affanno che libera tossine. Con il passare del tempo, delle canzoni, ci si rende conto di quanta materia alberghi nel loro raziocinio, nel loro bagaglio culturale. Qui, per esempio, vediamo come diversi e piccole mutazioni diano dimostrazione di superare la forma canzone per ottenere un lasciapassare che conduce alla bellezza più concreta…



13 - No Way Back


E si chiude in maniera strepitosa, tra eleganti passi melodici nell’oceano dei sogni e lo spazio di raggi imbevuti di tristezza, con la verità che ci racconta di come tutto sia concatenato per risultare in un arrivederci in cui gli arpeggi vivono l’impetuosità del Post-Rock, e i sigilli Shoegaze sono quasi silenti…


https://sunshinescold.bandcamp.com/album/light-fades-into-ruins




mercoledì 30 aprile 2025

La mia Recensione: Amy MacDonald - Is This What You’ve Been Waiting For?

 



Amy MacDonald - Is This What You’ve Been Waiting For?


La luce del bisogno rischiara i passi, le idee, rende compiuta la consapevolezza del tragitto della propria esistenza, per convogliare sinergie e nuovi sogni. Per fare tutto ciò occorre la forza dell’introspezione, della sincerità, di una forma che inglobi l’intenzione e renda l’anima scevra dal dolore.

Torna la cantautrice di Glasgow con un brano che offre succulenti novità stilistiche, ci presenta ciò che il Vecchio Scriba ha appena scritto nell’introduzione, maggiorando ogni cosa con mescolanze sonore che permettono alla sua effervescente attitudine pop di determinare un insieme che si conficca prima nella mente e poi nel cuore: c’è tutta la sua carriera in esso, il bisogno di una donna capace di camminare, viaggiare e sperimentare da sola, ma senza dimenticare la condivisione, amorosa e/o amichevole che sia, per un equilibrio desiderato che possa donarle luce.

Si balla, con un inizio che contempla sia un fragore techno dark che la leggerezza di una piuma pop (ricordandoci nel cantato la Lene Marlin degli inizi) a colorare ulteriormente le parole, su quella voce che è sempre il battito d’ali di una farfalla che dal fiume Clyde spicca il volo. Le chitarre sono graffi gentili, l’orchestrazione minimalista concede slanci armonici e il controcanto è una vocale che apre i pori. 

Una canzone che anestetizza le difficoltà mostrando la carta d’identità di una artista in transito continuo, capace di trovare l’inchiostro che determina la qualità della sua esistenza. Pone domande (sin dal titolo), descrive il tempo con una valigia e ampi spazi, per poi condensare il tutto con la premura di dare ai sensi un ruolo dominante.

Una creazione che non può essere dimentica del passato, sia nel testo che nella musica, ma che si propone di riempire le borse di un talento sopraffino, in grado di condurci alla tenerezza e al pianto. Un brano in cui a vincere sono una serie di abilità autentiche, come l’onestà, la purezza e la determinazione di lasciare nel circolo magico dell’esistenza una pergamena sonora sulla quale nulla viene trattenuto.

Malgrado il pezzo sia veloce, Amy riesce a intrufolarsi nella sapiente capacità di rallentare il ritmo, permettendo al testo e alla sua voce di allargare gli argini e di far salire i mattoni del brivido sino al cielo. 

La produzione rende completa l’effervescente dinamica e il risultato è una fiaccola primaverile che, partendo dallo sguardo quasi cupo, riesce a baciare i raggi del sole.

E quando una storia raccontata diventa anche un monito per il circostante, ecco che l’operazione non può che essere perfettamente riuscita, contemplando la bellezza dell’espressione artistica e la volontà di un equilibrio personale, in cui la campanella d’allarme è sia premura che risveglio di qualità necessarie. Molto di più di una splendida canzone, in quanto tende anche a suggerire una modalità diversa nei confronti del suo consumo.

Cara Amy: c’è bisogno del tuo talento e del lavoro tuo e della tua band, che qui, ancora una volta, dimostrano di  essere splendidi angeli custodi…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

30 Aprile 2025

https://open.spotify.com/intl-it/track/5GQcyVcnALfm9IU2uGmm0p?si=dc9a0937299449ea

https://youtu.be/zDFdgAy0IL4?si=cUFQBG5c-cbuewQl






sabato 7 dicembre 2024

La mia Recensione: Midas Fall - Cold Waves Divide Us


 Midas Fall - Cold Waves Divide Us


La corsia dell’eleganza ha nei sogni uno spazio ragguardevole, un pullulare di frammenti integri che appassiona le anime in ascolto e in visione, trasportando le ombre sotto i riflettori. Ciò che ne consegue è estasi in ripetizione, tra oscillazioni e tremori. La musica può rappresentare tutto questo come tramite, indagine e una fitta ragnatela contenitiva. Se a farlo è la band scozzese Midas Fall, allora la paralisi del miocardio è garantita all’istante, come genesi di fragilità in cerca di ossigeno. Il duo (ora trio) compie il miracolo più notevole che si possa solo lontanamente sperare: scrive una genuflessione dal vivo, un concerto invisibile, direttamente nelle nostre stanze, come una vicenda privata, unica, difficilmente evitabile, per segnalare un primo incandescente atto di totale innamoramento, come coda di una lunga carriera in cui il quinto disco non fa altro che raccogliere, seminare, inventare dalle ipotetiche oscillazioni umorali un impianto definito, preciso, una invasione di corsia del nostro finto equilibrio.

Tabula rasa sì, ma piumata, ossigenata di algida bellezza proteica, in mezzo al circolo di emozioni che sono solo la coda di un palazzo mentale che verbalizza istinti, radiose giornate in penombra e la fatica di manifestare il talento di queste composizioni che attraggono il battito verso la fatica del contenerle tutte.

Più intimo, meno sognante (pare un ossimoro, una bestemmia, ma prima o poi capirete che non è così…), crudo con la malinconia che sottolinea la potenza di queste gocce che, anche quando cadono forte, sanno usare il rumore come una piuma inzuppata di sole…

Elizabeth Heaton e Rowan Burn sono due fate che ignorano il successo, le pose, i bisogni pubblici che seminano solo dispersioni. Loro raccolgono i respiri, i pensieri, e, con una frusta da cucina, fanno condensare la loro intima ricerca in un casco dorato dove tutto viene amalgamato e messo nel frigo del cuore. Sono cresciute, hanno generato pillole sonore non come figli ma come pennelli e colori da gettare nel vento. Ora più che mai vivono di giochi continui, un andare e venire dal nucleo delle forme, un utilizzo attentissimo delle diramazioni, nel quale post-rock, progressive e shoegaze si incollano alla materia della penetrazione mentale, operando la scelta che ogni bisturi sia capace di non fermarsi sul primo strato della pelle di queste canzoni. Questo spiega l’intensità, la contenuta esplosione per generare, piuttosto, un fragore più silente, circostanziato dal bisogno di usare le note come colla, come carta su cui scrivere un dna incontenibile: quello della descrizione. 

La volontà di chiamare a sé Michael Hamilton, anche lui polistrumentista e produttore, ha permesso l’ampliamento della fase di scrittura dei brani, come se davvero un membro in più rendesse questo “concerto” che è Cold Waves Divide Us un irripetibile scambio di doni, in un periodo non di grazia bensì di reali capacità in cerca di un fissativo permanente, per permettere a questa esibizione dal vivo di non terminare mai.

Ci si ritrova nella visione del mondo, nella serratura di una porta dove ognuno di noi vive la segretezza della sua esistenza, nella discarica di sogni sbiaditi, di volontà prive di mordente per poi anestetizzare la gioia al fine di farla rinsavire con queste piccole note che, incastonate, diventano massi pieni di fiori di montagna, in volo, incantato e incantevole, senza fine.

I tre sono l’imbuto nel quale cade ogni lacrima, ogni intima resurrezione emotiva, perché sanno scavare nelle peripezie delle singole espressioni delle note musicali, per correggere invece la scelta non astuta della musica contemporanea di cercare il successo. La vera arte dà sempre le spalle al pubblico…

Cunei, petardi, baci col rossetto blu e damigiane di vino entrano in queste canzoni per inebriare, stordire, commuovere e fare dell’ascolto un inferno roteante.

Musica eterea che scalda il fuoco sepolto nelle vene, adrenalina che esce dall’anestesia di ascolti mediocri, elaborazioni continue sulle strutture che rendono ogni secondo di ascolto un millennio nei battiti del nostro cuore. Angeli storditi, che vagano tra le culle di bisogni a noi non concessi, riproducono incanti e suggestioni, disegnando impeti e riflessioni, congiuntamente.

I movimenti, le torsioni, le conduzioni delle chitarre si legano agli archi, al drumming raramente potente, al basso che misura la condizione di forma dei sogni e li sorregge e poi all’espressione dell’ugola, su cui prima o poi il Vecchio Scriba scriverà un libro.

Ma, diversamente da tutti i colleghi, vorrei sottolineare che le parti musicali sono il vero pozzo pieno di petrolio, la miccia della voce, un abbraccio che consente a ognuno dei membri della band di esplorare un universo diverso. Certo, la sua è la migliore degli ultimi vent’anni e il suo cantato è di una   bellezza semplicemente devastante, incontenibile, la madre di ogni lacrima dai brividi accesi, una molla sensoriale che imbratta il viso di liquidi in dispersione continua.

Ma non è sola. Non solo lei conquista e penetra. Si deve avere il coraggio di affermare che la musica perfetta suggerisce alla voce perfetta di stare sul medesimo palco e di portare l’ascolto laddove la mediocrità non ha accesso.

Arte come nuvola in attesa di un tuono, di un tuono in attesa di dormire su una nuvola, con un pianoforte in mezzo e degli archi a sillabare vocali desueti, nella fantasia di un incontro inverosimile. 

Non è Dream Pop, non è gotica, non è un genere: ciò che è rimane relegato al mistero. Pellicole di film mai esistiti, dipinti in una bottega lontana dall’accessibilità, consentono al freddo contenuto nel titolo dell’album di tremare, di divenire frammento frenetico, di far evaporare le pretese e di conturbare l’animo. Incalzante, incastrato nella pillola magica del non conosciuto, questo percorso di note crea sinfonie prog in modo velato, tuffandosi nella modalità del goniometro e dell’inchiostro: definire, senza sbavature.

La grazia, la piuma che non accelera troppo, il dondolio della voce tra graffi e grappoli di svisate, introducono il pensiero in una locazione mai considerata prima: la confusione dello smarrimento davanti a questa bellezza insostenibile.

Gli archi, i synth, non solo aleggiano ma puntano i piedi, reclamano spazi e penetrano i timpani con quella dolcezza che disarma e sovrasta. Uniti alla voce e alla chitarra diventano piombo con i petali in bella vista…

L’avanguardia, l’originalità sono terreni che appartengono alla memoria (in ambito musicale sicuramente), ma quanto è bello constatare l'eccezione che vive in questo sciame, in questo alveare, in questo ruggito dalle corde gentili?

Armonie evocative, lampi di note, colpi di basso sincopato, patterns quasi invisibili e poi il lampo, in un sudore del sangue che dalla Scozia parte per fare un bel viaggio dentro la nostra oscena ignoranza. Ecco, quindi, questo disco divenire il maestro di una gioia perversa.

Il suono è onnivoro, divora le pareti del pentagramma, e descrive perfettamente quanto tutto derivi dalla musica classica, da quel pentolone che ancora oggi fa bollire l’acqua dell’arte musicale, senza tentennamenti. La quiete disturba chi vive maremoti, lo spettina e lo fa imbestialire. I tre, giovani marmotte nella foresta del dolore, cercano le foglie per far diramare le pellicole intuitive, oltrepassando i confini del conscio, immobilizzando l’inconscio,  per poi stabilire i turni di lavoro dei pensieri che nascono, si inseguono, ci inseguono, e ci abbattono.

“Fredde onde ci dividono”: questa la traduzione del titolo, un inganno, una verità, una precisazione, un perfetto escamotage per convogliare l’attenzione  sui rapporti, con se stessi, con gli altri, per creare una giungla emotiva nel polo artico. Il freddo non scioglie bensì sceglie solamente la temperatura migliore per conservare e, quindi, per ricordare. E l’album ci ricorda di come gli antichi fragori abbisognassero di un richiamo, come una cocaina mentale da tirare su, nel nostro cervello annebbiato.

Piangere è un regalo che l’anima offre alla tua convinzione di essere più forte di ogni cosa. Quando le canzoni cambiano il tuo umore e il flusso di pensieri diventa intollerabile e ingovernabile, allora ti rendi conto di trovarti davanti a un potere enorme, non uguale al tuo e quindi fai i conti con una fragilità enorme. In questo caso positiva e capace di renderti un pulcino nel suo primo giorno di vita. Queste sono informazioni ignote, non brani, pillole di atomi in una sfera quadrata, non brani, fiamme gassose in cui svenire per la bellezza e sicuramente non per la loro tossicità, ma mai brani: sarebbe ridurne il valore se pensassimo questo. 

I Midas Fall giungono nell’emisfero del vuoto: il loro sublime talento (non toccabile, ma fruibile solo a patto di non entrare nelle loro discariche gassose), scende nel perimetro della perfezione con l’unico vero Capolavoro degli ultimi dieci anni musicali.

C’è un noto e un ignoto che insieme squarciano il certo e lo programmano per una fuga doverosa.

Se proprio vogliamo considerarlo un album, diciamo pure che le moltitudini forme di comunicazione qui vengono assemblate e amalgamate per lasciare del tutto esterrefatti. 

Spostiamo la luce, dietro le nostre spalle, ed entriamo in questi crateri floreali, uno a uno…


Song by Song


1 - In the Morning We’ll Be Someone Else


L’inizio di questo capolavoro è un’indagine della forma stilistica, un accenno dei nervi, un battipanni che fa cadere la polvere: asciutto, melodico, nucleare nell'effetto di una intimità che frana, utilizza l’atmosfera del sogno, con la lentezza e il drumming che tenta di fare avanzare i pennelli di questi fragori tenuti lontani, mentre la voce prende per mano la parte elettronica del pezzo, nell’avamposto chimico di un’eterea manifestazione di luce che se ne va, abbandonando ogni paragone con quello che la band aveva scritto in precedenza. Ouverture e tortura: si piange subito con la chitarra shoegaze che alza le note verso un cielo lontano…



2 - I am Wrong


Il ritmo entra come lo spettacolo di una foresta decadente in fase di contenimento: il piano prospettico è quello di una corsa, invece, sebbene la cadenza musicale suggerisca una danza tribale, la tristezza e la malinconia governano queste pillole di chitarre antiche, molto prossime ai primi anni Ottanta, in cui per dire molto bastava poco… La coda del brano è un circuito elettrico di nuvole e drumming che ipnotizza la forma canzone, per concedere il ritorno di Elizabeth che rende giustizia con la sua disciplina vocale.

Diversi i generi musicali che qui fanno la muta, si incrociano per poi essere spettatori negli ultimi secondi dove tutto diventa sintesi…



3 - Salt


Memorie di Evaporate tornano, ricordandoci il loro ultimo album di cinque anni fa: vi sono composizioni nate per essere frastuono dentro la sei corde, con il supporto di vocalizzi eterei, archi quasi pudici e l’orchestrazione che passa dall’antico al moderno con disinvoltura, per poi divenire una pillola del post-rock più addentro alla tristezza e alla miseria…



4 - In This Avalanche


I testi di Elizabeth sono punture, la musica il tessuto su cui lei spazia nella sua contemplazione dolce e gentile solo all’apparenza. Un carillon, sotto forma di loop, spiana la strada a una armonia che centellina le energie, per poi esplorare il cielo quando la voce si chiude nel silenzio. Il pianoforte e il synth fanno l’amore con una chitarra che odora di Dream Pop ma scevra da condizionamenti. E infatti non manca l’appuntamento con un’attitudine fantasiosa che la porta altrove. Una ninnananna sa essere anche una perfida ma incantevole freccia…



5 - Point of Diminishing Return


L’unico brano strumentale è invece un coro gregoriano atipico: tutto si eleva alla preghiera, moderna, atea, sganciata dalla fede, per divenire un parto di post-rock vicino a quello dei Leech, per dare alle note uno spazio su cui inserire inserti e trame che ne concludano il percorso inventando la regola del limite improvviso. Glaciale, austera, di una tristezza sublime, la canzone fa da ponte perfetto tra la prima parte dell’album (attenta e premurosa) e la seconda (rantolante con un giacca di seta tra i capelli), al fine di stordire i sensi e captare l’attenzione: dove una splendida voce si assenta può esistere una musica che ne riproduce l’effetto e ciò accade, inesorabilmente, in questa occasione…



6 - Monsters


C’erano una volta  i Mazzy Star. I Low. E una pletora di band che cercava la voce per perfezionare il percorso artistico. Accade, in questo caso, che due universi paralleli si frequentino. Nell’attesa tutto diviene uno straziante episodio in cui le chitarre guardano l’orizzonte sottile tra post-rock e shoegaze per divenire la forma progressiva di un rock antico. E quella di Elizabeth uccide ogni ritrosia, sino ad appannare il vetro di singhiozzi dati dal rullante e dalle chitarre in esplorazione gassosa…



7 - Atrophy


Dove finisce il cielo vive Atrophy: il senso di morte tra le bolle di un cantato che violenta il cuore e un’orma di chitarra che avanza sino a divenire un sogno etereo e rarefatto, ci convincono che questo episodio sia talmente in grado di distruggere le difese che l’anima si concentra nello straziante commiato di forze in caduta libera. Un mantra che lascia le bave nel mattino di una intuizione clamorosa: disegnare per davvero il luogo in cui tutto finisce…



8 - Cold Waves Divide Us


La sintesi, la profezia, la ventata passionale di un giorno in cui si stabilisce il contatto con il disagio: questo brano è la cassaforte del nuovo impeto della band, la sonda che dalla lentezza e dalla precisione concettuale esce allargando il ritmo, il perimetro visivo, e fa brillare il loop e il delay della chitarra per concentrare una verità musicale per loro indiscutibile, che è quella di non ripetere mai un giorno di pioggia senza concedersi ingressi multipli. Ecco che allora i generi musicali qui presenti sono diversi ma, data la fattura della composizione, nascondono il naso lasciando intravedere solo le braccia…



9 - Little Wooden Boxes


La natura diventa nota musicale.

Il respiro degli strumenti un battito di ciglia.

Parole come cigni in un volo inquinato.

Ciò che vive nella penultima composizione dell’album è un rafforzativo, gentile e pulito, della cifra stilistica di questo incredibile viaggio: dilatazioni, incursioni di singoli accordi e la lentezza della progressione così vicina al Post-Rock senza però entrare in quei parametri. La voce, con la sua modalità evocativa, esplora la progressione senza seguirne le ombre, ed è miracolo puro di un combo perfetto…



10 - Mute


L'incipit è cavernoso, un rottame su un’onda nervosa, un malessere che si affida alla voce per creare un boato breve, non secco, ma perennemente costretto dalle poche note di un piano stregato e pregno di malefica bellezza, per impedire al tutto di morire.

Non necessita di ritornelli, di espedienti beceri in quanto è del tutto simile alla modalità tipica dei vecchi Bad Seeds di Nick Cave: dare al basso lo scettro e poi investire sul mantello fluorescente di un apparato musicale che lo supporti. 

Per approdare alla dilatazione, alla duttilità dello Shoegaze che governa il mistero e al Post-Rock, qui in veste di mago contenitivo.

Sacra, vergine, nefasta nell’accezione positiva, la canzone chiude come una goccia di rugiada questo Capolavoro: si festeggi la bellezza tra il roseto di lacrime senza fine…


Alex Dematteis (Vecchio Scriba - Old Writer)

Musicshockworld

Salford

7 Dicembre 2024


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