Umberto Maria Giardini - Olimpo diverso
Una barca pregna di acqua mentre affonda, per un mistero complesso e denso di cattiveria, può diventare un fenomeno che affascina, ipnotizza e rende felice chi la vede. Si possono raccontare eventi tragici tra gli entusiasmi di chi non coglie il vero, la provocazione, l'intenzione di ispessire la tragicità umana. Il tempo attuale viene sorpassato da urgenze spicciole, dallo svuotamento dell’impegno e del valore, da ogni cortesia rispettosa nei confronti di un’ingenua permanenza terrena.
Se si veste la miseria degli esseri viventi e la si rende racconto, suono, storia, trama di accordi immersi nel grigio, allora si incontra Umberto, l’ultimo difensore della tragedia nei versi, nei perimetri di corsie sempre piene di una tristezza accettabile, consona ai messaggi che porta e alla sua luna storta, beata, che ignora le ipocrisie e affronta temi che la massa vuole evitare. Coraggioso, scoraggiato, perplesso, lucido, insistente, menefreghista e dannatamente prezioso, questo immenso menestrello continua a offrirci una serie di congedi, tracce di un tesoro che si trova nel silenzioso ascolto di una tragedia annunciata e che la maggior parte delle coscienze rifiuta. Epica continuazione di una carta di identità morale che non ha capelli grigi, ma tanta legittima stanchezza. Eppure l’uomo e l’artista continuano a essere solidali all’autenticità, a una cattiveria che pare una poesia di giorni ironici e spettinati, ingrossati da domande che non possono ricevere risposta, con una frenetica calma nel descrivere ciò che ha dure oscenità da mostrare. Un nuovo album che amplifica, non sintetizza, vomitando una sfiducia reale che non è mascherata da parole piene di miele, proponendo piuttosto immagini che provengono dall’antichità, dalle tragedie, dalle corsie storte del cammino umano. Rende il tempo un magnete febbricitante, arrugginito, una mappa ingiallita, in fase di sbriciolamento. Si chiude nel suo combo di musici adatti al suo piano artistico, agli umori certificati da una sfiducia salda, da un portafoglio mnemonico svuotato, dove la condivisione non può essere eccitante, generando una lunga scritta nei crateri dei sogni. Pubblica canzoni, ma si ha la netta sensazione che lui non sia più lì, consegnandoci in ritardo passi che ora hanno una geografia e un senso diverso. Adopera la musica che non ha mai dimenticato, la rinfresca per quel che può, scrivendo così brani che sono una matrioska temporale magnifica, coi segreti degli anni Novanta mostrati solo in parte, con i decenni successivi che si ascoltano in certe strategie, in una evoluzione degli innesti sonori, in una produzione che collega la sua carriera, senza dimenticare antiche radici, con un carillon dell'anima che si avverte maggiormente nei luoghi semi-acustici. Composizioni che sembrano consegne: se per riceverle si mette la propria firma, ci si ritrova con lunghe gittate grigiastre, pacchi che pesano, in grado però di farci sentire preziosamente considerati da unicità che tendono ad aprirci gli occhi e le orecchie, a mostrarci la guerra delle incapacità, di relazioni che stridono, bucano i sogni e ci rendono apatici e inconcludenti.
Un lavoro fatto di estremi, di distanze, di disturbi continui nei confronti del senso dell’esistenza, di un cielo abitato da muti egoisti e da umani gonfi di sordità e disordine. Il marchigiano serra le labbra con immagini continue e apparentemente delicate, nel cui nucleo vi è la rabbia di un uomo che non viene sprecata con urla, bensì con una ipnosi quasi silenziosa, con quei rimasugli di fiducia che non consentono spazi di immaginazione. Diventa un testimone, con le sue dieci tracce, per lasciarci dubbi ragionati, con il vocabolario che rende inutili le forme di possedimento e di spreco, essendo consapevole del fatto che non attecchirà, in quanto l’ascolto oggi è riservato a quegli esseri umani che si sono autoemarginati: a loro sì che Umberto servirà, divenendo, come sempre, prezioso. Non rinuncia al suo pensiero, a fitte trame e a cercare di fare in modo che lo spirito dell’accettazione e quello dell’espressività del singolo individuo si tocchino. Ha la penna dorata in un mondo incatramato, con i sensi in disuso e, mentre lui sussurra, gorgheggia, dimostra qualità rare, le sue preziosità vengono accantonate. Invecchia per come può, con canzoni che sono respiri essiccati e potenti, non in cerca di ascolto ma di una donazione continua, lasciando al libero arbitrio la possibilità di raccoglierli. Dipinge un lirismo che oscilla tra il pensoso e l’istinto, cercando soluzioni che prevedono barlumi di elettronica al servizio di un metodo compositivo analogico, partendo da linee apparentemente semplici per poi ingrossare la struttura, per una canzone che ha la forma di una lettera scritta mentre la pioggia le cade sopra…
Gli arrangiamenti hanno calma, mai urgenza, contribuendo a creare sfaccettature che a ogni ascolto si colgono sempre di più, lasciandoci la sensazione di una mano che coltiva piante in una grotta piena di sole e vento.
Un miracolo.
Un’eccezione.
Una strategia che funziona, data la qualità di modalità che partono da un getto folk in cerca di adozioni multiple. I generi musicali vivono di promiscuità e assestamenti che parrebbero crearne uno solo.
Molto è suggestione, algebrica esistenza di episodi a colorare l’assenza di maschere, e tanta è la capacità di una rotta che raccoglie i petali di dischi nei quali osava la timidezza e l’imbarazzo. No, questo autore di campi mentali da arare è veloce con le sue ballads, insieme a pillole low-fi con un dna psichedelico, mentre l’alternative rock sceglie un approccio calibrato, versatile, per governare gli accenni e non le esplosioni. Ci ritroviamo con espulsioni di bile passata al setaccio, con torsioni chirurgiche eseguite a mente aperta. Umberto ci invita nel suo circo, nella sua bolla con luci decadenti.
Come un dettato in classe sullo scacchiere della verità, l'album si mostra come un potente assemblaggio tra gli aspetti politici/sociali e la sopravvivenza di un linguaggio che contempla poesia e nudità. I simboli fanno parte della narrazione, nella quale la pressione del potere viene messa in evidenza e accerchiata da una profonda coscienza. Ribalta il cielo, l'ordine delle cose e mostra la preziosità esistenziale degli sconfitti, degli umili e di chi non è parte di un gregge ubbidiente. La musica non assorbe le parole ma le proietta, mentre la voce diventa la coda di amarezze e perplessità, capaci di allinearsi e compattarsi. Il potere viene mostrato come un difetto, in caduta libera, in crisi come e forse di più rispetto a chi è governato. Le esclusioni e le emarginazioni trovano il luogo di un recinto diversificato. La forma estetica, così intensa e lontana da ogni impegno, trova nel disco una colonna sonora dissonante, dando alla bellezza una nuova interpretazione. E, quando l'amore si fa costrizione, Umberto scova le giuste carezze consolatorie. La lente viene posta sui meccanismi della violenza, dell'aggressione, del temporeggiamento. Questo insieme viene descritto anche attraverso musiche che non abbisognano della robustezza, in quanto nel loro pentagramma tutto è già chiaro così come è esposto.
Ed ecco che l’Olimpo si trasforma in uno specchio, un raggio bloccato, un’approssimazione in cui gli Dèi cercano consolazione, dichiarando apertamente la loro sconfitta. Divenendo terreni perdono autorità, ritrovandosi concorrenti degli umani che in questa situazione si sentono disorientati e impotenti davanti a una fede che non ha più i suoi timonieri. Gli abitanti di due dimensioni diverse coesistono nello spazio di privazioni e muoiono lentamente, attraverso una penna e un suono che, dopo averli individuati, li porta nel girone del tormento.
Un lavoro colossale, una trama e un'idea che trova senso in questo particolare punto di partenza e nel suo arrivo che, alla fine dell'ascolto, ci regala il privilegio di una lettura enciclopedica che ci avrà fatto sudare, tremare e vibrare, con l'impegno di decifrare le tracce di un'anima assolutamente unica e svincolata.
E, ancora, come già affermato, si ha la sensazione che Olimpo diverso si presenti come un addio da accompagnare nel tempo…
Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
6 Gennaio 2025