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venerdì 30 gennaio 2026

Recensione di Marco Sabatini: The Kinks - Muswell Hillbillies


 

The Kinks - Muswell Hillbillies


L'atmosfera doveva essere da Vaudeville, riflettere le radici cockney dei fratelli Davies, i microfoni usati in studio erano dei modelli di dieci anni prima. Per questo la genesi di "Muswell Hillbillies", nono album in studio dei Kinks è davvero particolare. 

John Goslings si è unito alla band appena prima dell'uscita del precedente "Lola versus Powerman", disco che rappresenta il ritorno nelle charts mondiali: i Kinks di "You really got me" non esistono più, hanno cambiato pelle e l'arrivo di John The Baptist alle tastiere darà una spinta decisiva alla fase2.

Parliamo di un disco che segna l'approdo alla RCA che li mise sotto contratto pensando di fare il botto di vendite, magari imponendoli come gli eredi naturali dei quattro baronetti di Liverpool.

In realtà nasce un qualcosa che pur ammiccando in maniera quasi parodistica al pubblico d'oltreoceano "My Heart lies in Old West Virginia" verso del brano omonimo che chiude l'album, non è pensato per la massa, tutt'altro.

In effetti non raggiunse il livello di vendite dell'album contenente Lola e Apemen, piuttosto è ricordato come l'ultima grande incisione dei Kinks.

Cosa troviamo dentro questo lavoro che prende il titolo dal quartiere, Muswell Hill, dove sono cresciuti Ray e Dave Davies?

Certamente sonorità più americane, country, persino lemongrass soprattutto nella facciata B del vinile.

I testi hanno spesso per protagonista la working class descritta e attinta dai ricordi di infanzia nel quartiere, senza prosopopea o inutile innalzamento dei toni.

Il disco si apre con trentacinque secondi di chitarra acustica molto country, per poi diventare totalmente altro, un inno contro la tecnologia, anche contro gli scrittori e i pittori del suo tempo, ridatemi Shakespeare, Tiziano e Gainsborough(!) e ci chiediamo se questa sia rivoluzione o piuttosto reazione: la mia risposta è che c'è molta ironia, prendere in giro tutto e tutti era la filosofia di vita di Ray.

Le tastiere di Gosling si presentano in maniera sontuosa, a livello sonoro siamo ancora molto British way.

Poi con la seconda traccia arrivano tromba, tuba, clarinetto e trombone, la nuova sezione di fiati, The Mike Cotton Sound; il testo riprende il filo del precedente, un Blues che conquista al primo ascolto.

"Holiday" mette subito in chiaro l'intento di percorrere una via poco agitata, fisarmonica e voce ricca di charme, fatevele bastare.

"Skin and bone" è un intermezzo più ritmato ma privo di personalità, e si arriva ad "Alcohol": qui il talento compositivo di Ray rifulge di luce propria, siamo ai confini del cabaret con tocchi Dixieland e un testo che racconta di una precipitosa caduta da una vita di successo alle squallide bettole di una preda del "demon alcohol".

La prima facciata del vinile si chiude con "Complicated Life" un rithm' n Blues sulla falsa riga di "Skin and bone".

Sferzata elettrica e tentazioni hard-rock con "Here come the people in grey" con sonorità che si fanno più americane; ma immediato arriva il bilanciamento british con "Have a cuppa tea", basterebbe il titolo a spiegare.

Sicuramente l'episodio più beatlesiano dell'album.

La breve e delicata "Oklahoma Usa" ci accompagna verso l'uscita con un buon sapore in bocca.

I due brani di chiusura sono quelli che più ricordano l'altra band a cui i Kinks degli anni sessanta furono accostati, gli Stones ovviamente; le influenze furono reciproche ma voglio essere chiaro: 

non penso si possa ritenere inferiore la band di Raymond Douglas Davis a quella di Mick Jagger e Keith Richards.


Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

30 Gennaio 2026

Recensione di Marco Sabatini: The Kinks - Muswell Hillbillies

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