sabato 14 marzo 2026

La recensione di Marco Sabatini: The Durutti Column - The Return of Durutti Column


 Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

14 Marzo 2026


Wythenshawe, distretto di Manchester: nel luglio del 1977 si sprigiona una scintilla che farà divampare, musicalmente parlando, focolai rilevanti.

Nascono i  The Nosebleeds: per iniziativa di uno scapestrato di nome Ed Garrity, poi conosciuto come Edweena Banger, scomparso soltanto un anno fa.

Può sembrare incredibile ma alla chitarra c'è Vini Reilly; incidono un singolo in puro stile punk "Aint been to no music school", che verrà celebrato come seminale, addirittura un classico del genere.

La stessa band avrà in seeguito come componenti, non stabili, di passaggio, Steven Patrick Morrissey e Billy Duffy, ma questa è un'altra storia.


Quello che seguiamo è il percorso di Vini che intercetta quello della nascente etichetta Factory Records quando Tony Wilson lo mette sotto contratto, siamo nel 1978, e i Durutti Column appaiono nel famoso doppio 45 giri (E.P.), "A Factory Sample" che ospitava anche Joy Division e Cabaret Voltaire (Fac-2).

Dopo un anno, si rivela fondamentale l'apporto di Martin Hannett come produttore e creatore di suoni, con Vini Reilly pronto per debuttare col primo album; della band, che Tony Wilson, suo grande estimatore, aveva messo insieme, resta in pratica solo lui con la sua chitarra.

"The Return of Durutti Column" è un titolo che fa riferimento al situazionismo e la copertina, la più nota delle quattro versioni, in carta vetrata, era un omaggio a un'idea di Guy Debord. Letteratura e filosofia fanno da cornice a questo esordio musicale.

Pochi mesi prima era uscito "Unknown Pleasure": Ian Curtis e Vini erano amici, e pensate al filo che univa il nero primo disco dei Joy Division con il sabbioso esordio dei DC. Entrambi  esprimevano una promessa: piaceri sconosciuti (i primi) e il ritorno di un'entità misteriosa (i secondi).


Questa era la Factory, l'avanguardia di Manchester alla conquista del mondo, un'idea luminosa che si è corrotta in pochi anni diventando poco più di una fabbrica di remix da ballare all'Hacienda.

Ma la città non era solo Factory in quel periodo; a marzo era uscito il secondo album dei Magazine, tra post-punk, art rock e reminescenze progressive.

Io non vedrei male qualche fraseggio della Fender di Vini in un disco, nello specifico in “Second Hand Day light", che, rispetto al primo "Real Life", andava a prediligere l'atmosfera rispetto all'energia. 

Ma torniamo sulla terra e prendiamo in mano il vinile in questione.

Esso si compone di nove canzoni, poco più di 28 minuti in tutto, un tempo sufficiente per prendersi carico delle anime spaesate, di chi cerca qualcosa di poetico e profondo, qualcosa che faccia pensare e non solo emozionare.

Gorgheggiano gli uccellini, parte la batteria elettronica, arrivano le prime note di "Sketch for Summer".

E tu capisci subito che lui la voce non ce la mette, non serve, perché le sue tessiture di chitarra reclamano il massimo dell'attenzione.


Al basso c'è Pete Crooks, apprezzabile quasi unicamente nella sesta traccia "Jazz" dove è presente anche la batteria di Toby Toman.

Grande lavoro di engineering per un album che procede con misurata lentezza per immagini, schizzi, acquarelli, tonalità smorzate, echi e riflessi in specchi d'acqua.

 Sembra di stare coi bambini al parco…

"Beginning" gioca a rimpiattino col brano d'apertura, poi arrivano "Sketch for Winter" e ancora "Collette", tutti a colorarsi la faccia con le spugne e la vernice. La produzione è così e così, l'accuratezza dei suoni non è da dieci ma il dado è tratto, a Manchester l'anagrafe registra un nuovo nome: Durutti Column. 


Un gioco, questo  "The Return of Durutti Column", pubblicato a Gennaio del 1980, per l'entrata in scena di chi sul palcoscenico è destinato a restarci molto a lungo, recitando la sua parte di splendido outsider, prestando il fianco a malintesi di ogni tipo (la musica ambient, il guru non si sa di cosa), senza smarrire mai l'umanitade.

Quella storpiatura di un eroe della guerra di Spagna e la sua brigata adempiranno in pieno al loro compito.


"There was a boy

Made me feel good

Leaving some signs

Now a Legend" 


Vincent "Vini" Reilly, per Ian Curtis.


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