Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
22 Febbraio 2026
Killing Joke : Love Like Blood
Essere fregati dalla magia plumbea di quello che a conti fatti si rivela il singolo di maggior successo della band inglese comporta una serie di radiografie, spesso distorte, talvolta lancinanti, ma di sicuro in grado di avvinghiarci in un ascolto che abbraccia lo scorrere del tempo. La seconda guerra fredda accompagnava la permanenza dei Killing Joke a Berlino, per le registrazioni di un album che aveva proprio in questo brano l’epicentro, il gancio, il supporto per fare di Night Time il loro ingresso nelle classifiche.
Fuggire dalla propria ombra, dal passato che aveva messo in fila qualità, e cercare un senso di appartenenza alla continuità sono solo alcune delle impronte digitali di questo appuntamento con la storia, che in questi minuti trova maestosità, veemenza filtrata da pillole synthwave e reminiscenze post punk, per raggiungere l'immortalità e toccare luoghi e persone impensabili sino a poco prima.
Yukio Mishima, Neve di primavera, Shigekuni Honda (meraviglioso protagonista del romanzo dello scrittore giapponese) sono il pretesto di uno sguardo molecolare, di una scintilla nodosa, di una sofferenza articolata con semplicità, un ossimoro voluto e reso fluido, come le gittate delle poche note del synth di Jaz Coleman, la chitarra peccaminosa di Geordie Walker, lo straripamento sonoro di Martin Glover al basso e la marzialità del drumming di Paul Ferguson.
Il sentimento di elevazione più famoso di tutti i tempi viene accostato a un senso di sacrificio profondo, un veicolo che porta la vita eterna in uno spazio grigio e a una violenza che soffia costantemente i suoi respiri all’interno di un testo che offre ambiguità e difficoltà interpretative. La musica è un possente terremoto, crescente, una somma di cavi che salgono le scale del cielo per cadere nella nostra cieca e famelica volontà di mantenere accesa l’attenzione e un trasporto totale.
Geordie fa del suo strumento una sei corde che utilizza delay densi di atmosfera, con un arpeggio che circonda, soffocando, avendo premura di suggerire una modalità graffiante e triste. Il riverbero pare una scavatrice, un graffio che conosce un’ondulazione continua, un urlo aperto. Martin picchia il suo basso, crea un mantra ossessivo, perlustrando la metodica post punk per rendere il gemellaggio dei due generi musicali presenti un’identità temporale che non concede debolezze, un immenso atto di forza. Paul cerca il suono, stimolando il suo drumming in un semplice ma voluminoso meccanismo consequenziale, con una cadenza che non concede tecnicismi particolari: vi era la necessità di generare un amplesso militare senza dover prendersi cura di una eventuale freneticità.
Jaz presenta la sua sacra fiumana in modo distruttivo, epico, distruggendo la poesia e creando petali neri a mutare il colore del sangue, come immerso in un orgasmo rapito da ogni logica rispettosa, riuscendo a rendere tempestosi i versi senza doverli urlare. Tutto ciò che è antico, primordiale, veemente, sfuggente a una visione morbida qui viene premiato dalla sensazione di un cannibalismo a stenti trattenuto, generando un eco intellettuale ed emotivo davvero imponente, anche grazie al suo timbro, agli artigli della sua ugola tenuti costantemente sotto pressione. Dopo anni di vagiti punk e perlustrazioni diurne nei pressi di officine e casolari abbandonati, il suo canto scopre nuove carte, regole, approcci, costruendo una matassa cupa, una caverna dalle ombre gotiche, una dialisi nascosta e ben calibrata…
Il groove è straordinario, grazie a una semplicità che inchioda, afferra le gambe e le conduce alla danza, all’interno di una stanza mentale che conosce dipendenza priva però di ogni logorio, generando un’attrazione sincopata e suggestiva, come se tutto fosse breve ma condotto alla fine delle lancette. Love Like Blood ingrossa il cervello, ingrassando il bisogno di perdersi nella cultura di una genetica che trasformi il dolore in una piacevolezza triste: è proprio in questo aspetto che si palesa la magia della canzone.
Il protagonista è un guerriero delle passioni, delle pulsazioni, di una frenetica ossessione che trasforma il sogno nell’anticipo di una lotta, di una guerra seminascosta, di cavilli comportamentali che si impongono una ferrea disciplina fatta di onestà e determinazione. Gli Hansa Studios si ergono come mura di protezione per questo miracolo operativo, un'impalcatura concreta e solida, la giusta girandola di suoni e nervi, per essere un grumo maligno che conduce alla trasgressiva modalità di assorbimento.
Rivoluzionaria, dinamitarda, un commovente assemblaggio di teorie miscelate a una praticità amorosa inusuale, questa pillola artistica si trasforma nel prototipo di una nervosa e nucleare propensione alla deflagrazione continua, un armamentario che infligge punizioni, generando gioia laddove le arterie sono locomotive di sofferenze costanti. In grado di storicizzare una ricerca ormai anacronistica (legata alla sacralità della lettura che incominciava a perdere colpi), questo gioiello fa da collante disomogeneo, un collante tra epoche distanti, un’amplificazione incessante di un legame con un testo e la musica come abbandono, determinando fiducia e obbedienza, per fare dei minuti un treno senza ritorno. Il contesto diventa pretesto, fuga, elastico, metro di misura, per disarcionare la storia e renderla discutibile.
Lo spleen riconoscibile e non gestibile di Love Like Blood è l’occasione per disarcionare la sicurezza della conoscenza di una band che qui scivola, svincola il non successo precedente per generare apoteosi, entusiasmi filtrati, per una dannazione che non troverà mai il silenzio…
https://youtu.be/TnpwuRlXbhk?si=tUwJvWzG8__QeSIE