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martedì 6 gennaio 2026

La mia Recensione - Umberto Maria Giardini / Olimpo diverso




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Umberto Maria Giardini - Olimpo diverso


Una barca pregna di acqua mentre affonda, per un mistero complesso e denso di cattiveria, può diventare un fenomeno che affascina, ipnotizza e rende felice chi la vede. Si possono raccontare eventi tragici tra gli entusiasmi di chi non coglie il vero, la provocazione, l'intenzione di ispessire la tragicità umana. Il tempo attuale viene sorpassato da urgenze spicciole, dallo svuotamento dell’impegno e del valore, da ogni cortesia rispettosa nei confronti di un’ingenua permanenza terrena.

Se si veste la miseria degli esseri viventi e la si rende racconto, suono, storia, trama di accordi immersi nel grigio, allora si incontra Umberto, l’ultimo difensore della tragedia nei versi, nei perimetri di corsie sempre piene di una tristezza accettabile, consona ai messaggi che porta e alla sua luna storta, beata, che ignora le ipocrisie e affronta temi che la massa vuole evitare. Coraggioso, scoraggiato, perplesso, lucido, insistente, menefreghista e dannatamente prezioso, questo immenso menestrello continua a offrirci una serie di congedi, tracce di un tesoro che si trova nel silenzioso ascolto di una tragedia annunciata e che la maggior parte delle coscienze rifiuta. Epica continuazione di una carta di identità morale che non ha capelli grigi, ma tanta legittima stanchezza. Eppure l’uomo e l’artista continuano a essere solidali all’autenticità, a una cattiveria che pare una poesia di giorni ironici e spettinati, ingrossati da domande che non possono ricevere risposta, con una frenetica calma nel descrivere ciò che ha dure oscenità da mostrare. Un nuovo album che amplifica, non sintetizza, vomitando una sfiducia reale che non è mascherata da parole piene di miele, proponendo piuttosto immagini che provengono dall’antichità, dalle tragedie, dalle corsie storte del cammino umano. Rende il tempo un magnete febbricitante, arrugginito, una mappa ingiallita, in fase di sbriciolamento. Si chiude nel suo combo di musici adatti al suo piano artistico, agli umori certificati da una sfiducia salda, da un portafoglio mnemonico svuotato, dove la condivisione non può essere eccitante, generando una lunga scritta nei crateri dei sogni. Pubblica canzoni, ma si ha la netta sensazione che lui non sia più lì, consegnandoci in ritardo passi che ora hanno una geografia e un senso diverso. Adopera la musica che non ha mai dimenticato, la rinfresca per quel che può, scrivendo così brani che sono una matrioska temporale magnifica, coi segreti degli anni Novanta mostrati solo in parte, con i decenni successivi che si ascoltano in certe strategie, in una evoluzione degli innesti sonori, in una produzione che collega la sua carriera, senza dimenticare antiche radici, con un carillon dell'anima che si avverte maggiormente nei luoghi semi-acustici. Composizioni che sembrano consegne: se per riceverle si mette la propria firma, ci si ritrova con lunghe gittate grigiastre, pacchi che pesano, in grado però di farci sentire preziosamente considerati da unicità che tendono ad aprirci gli occhi e le orecchie, a mostrarci la guerra delle incapacità, di relazioni che stridono, bucano i sogni e ci rendono apatici e inconcludenti.

Un lavoro fatto di estremi, di distanze, di disturbi continui nei confronti del senso dell’esistenza, di un cielo abitato da muti egoisti e da umani gonfi di sordità e disordine. Il marchigiano serra le labbra con immagini continue e apparentemente delicate, nel cui nucleo vi è la rabbia di un uomo che non viene sprecata con urla, bensì con una ipnosi quasi silenziosa, con quei rimasugli di fiducia che non consentono spazi di immaginazione. Diventa un testimone, con le sue dieci tracce, per lasciarci dubbi ragionati, con il vocabolario che rende inutili le forme di possedimento e di spreco, essendo consapevole del fatto che non attecchirà, in quanto l’ascolto oggi è riservato a quegli esseri umani che si sono autoemarginati: a loro sì che Umberto servirà, divenendo, come sempre, prezioso. Non rinuncia al suo pensiero, a fitte trame e a cercare di fare in modo che lo spirito dell’accettazione e quello dell’espressività del singolo individuo si tocchino. Ha la penna dorata in un mondo incatramato, con i sensi in disuso e, mentre lui sussurra, gorgheggia, dimostra qualità rare, le sue preziosità vengono accantonate. Invecchia per come può, con canzoni che sono respiri essiccati e potenti, non in cerca di ascolto ma di una donazione continua, lasciando al libero arbitrio la possibilità di raccoglierli. Dipinge un lirismo che oscilla tra il pensoso e l’istinto, cercando soluzioni che prevedono barlumi di elettronica al servizio di un metodo compositivo analogico, partendo da linee apparentemente semplici per poi ingrossare la struttura, per una canzone che ha la forma di una lettera scritta mentre la pioggia le cade sopra…

Gli arrangiamenti hanno calma, mai urgenza, contribuendo a creare sfaccettature che a ogni ascolto si colgono sempre di più, lasciandoci la sensazione di una mano che coltiva piante in una grotta piena di sole e vento.

Un miracolo.

Un’eccezione.

Una strategia che funziona, data la qualità di modalità che partono da un getto folk in cerca di adozioni multiple. I generi musicali vivono di promiscuità e assestamenti che parrebbero crearne uno solo.

Molto è suggestione, algebrica esistenza di episodi a colorare l’assenza di maschere, e tanta è la capacità di una rotta che raccoglie i petali di dischi nei quali osava la timidezza e l’imbarazzo. No, questo autore di campi mentali da arare è veloce con le sue ballads, insieme a pillole low-fi con un dna psichedelico, mentre l’alternative rock sceglie un approccio calibrato, versatile, per governare gli accenni e non le esplosioni. Ci ritroviamo con espulsioni di bile passata al setaccio, con torsioni chirurgiche eseguite a mente aperta. Umberto ci invita nel suo circo, nella sua bolla con luci decadenti.

Come un dettato in classe sullo scacchiere della verità, l'album si mostra come un potente assemblaggio tra gli aspetti politici/sociali e la sopravvivenza di un linguaggio che contempla poesia e nudità. I simboli fanno parte della narrazione, nella quale la pressione del potere viene messa in evidenza e accerchiata da una profonda coscienza. Ribalta il cielo, l'ordine delle cose e mostra la preziosità esistenziale degli sconfitti, degli umili e di chi non è parte di un gregge ubbidiente. La musica non assorbe le parole ma le proietta, mentre la voce diventa la coda di amarezze e perplessità, capaci di allinearsi e compattarsi. Il potere viene mostrato come un difetto, in caduta libera, in crisi come e forse di più rispetto a chi è governato. Le esclusioni e le emarginazioni trovano il luogo di un recinto diversificato. La forma estetica, così intensa e lontana da ogni impegno, trova nel disco una colonna sonora dissonante, dando alla bellezza una nuova interpretazione. E, quando l'amore si fa costrizione, Umberto scova le giuste carezze consolatorie. La lente viene posta sui meccanismi della violenza, dell'aggressione, del temporeggiamento. Questo insieme viene descritto anche attraverso musiche che non abbisognano della robustezza, in quanto nel loro pentagramma tutto è già chiaro così come è esposto. 

Ed ecco che l’Olimpo si trasforma in uno specchio, un raggio bloccato, un’approssimazione in cui gli Dèi cercano consolazione, dichiarando apertamente la loro sconfitta. Divenendo terreni perdono autorità, ritrovandosi concorrenti degli umani che in questa situazione si sentono disorientati e impotenti davanti a una fede che non ha più i suoi timonieri. Gli abitanti di due dimensioni diverse coesistono nello spazio di privazioni e muoiono lentamente, attraverso una penna e un suono che, dopo averli individuati, li porta nel girone del tormento.

Un lavoro colossale, una trama e un'idea che trova senso in questo particolare punto di partenza e nel suo arrivo che, alla fine dell'ascolto, ci regala il privilegio di una lettura enciclopedica che ci avrà fatto sudare, tremare e vibrare, con l'impegno di decifrare le tracce di un'anima assolutamente unica e svincolata.

E, ancora, come già affermato, si ha la sensazione che Olimpo diverso si presenti come un addio da accompagnare nel tempo…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

6 Gennaio 2025

lunedì 8 dicembre 2025

La mia Recensione - Iamnoone - melancholia


 Iamnoone - melancholia


Iamnoone -  Melancholia


Esiste un pianeta contemplativo, che raccoglie e accoglie e mai scarta, preferendo far stagionare le situazioni e trovare il giusto momento per vestirle e metterle sulle strade del mondo.

È il caso di queste sei canzoni degli Iamnoone, scritte nel periodo di “the joy of sorrow”, che, una volta stabilitosi nel nostro orecchio, sviluppano una possibilità visiva che si connette con altre modalità artistiche, rivelando una dolcezza, una ricchezza fatta di semplicità densa di lasciti, perché alla fine sono come “thousand letters” in giro, in grado di giungere a destinazione lasciando messaggi, anime in fermento, storie e una spiritualità evidente a portata di un ballo intimo ma spazioso.


La notte, luogo dal duo spesso vissuto, citato ed esplorato, all’interno di composizioni atte a scaldare i battiti, qui trova, piuttosto, una riservatezza che non si scioglie con gli ascolti ripetuti, conferendo alle sei composizioni un velo misterioso, intenso e incantevole.

Gli anni Ottanta, con l’Italy Disco Dance e pezzi vellutati di minimal wave, scorrono tra i solchi come abbracci temporali, come fasci d’erba in cerca di un abbraccio.


La produzione perfetta offre la possibilità di avere la sensazione di un lungo brano con sei diramazioni, per circondare l’ambiente della realtà e condurlo in una estetica e preponderante capacità di farle sposare con aspetti onirici..

In tutto questo il minimo comune denominatore è la memoria, con i suoi voli, tuffi, viaggi, e l’insindacabile volontà di essere una protezione del senso della vita, riproducendo sapori, gusti, effervescenze e, alla fine, una malinconia nutriente e non un inghippo…


Seth e Philip abitano il tempo della vita come un aggiornamento della bellezza, della ricchezza e lasciano tracce di stupore in ogni loro movimento.

Un E.P. che alla fine è un album mnemonico e fotografico, incline al bianco e nero dell’anima senza nessuna vergogna, regalandoci un respiro libero, da vivere nel calore notturno di anime attente…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

8-12-2025


https://iamnoone1.bandcamp.com/album/melancholia





giovedì 13 novembre 2025

La mia Recensione: The Black Veils - Gaslight


 

“A volte, la mattina, con il sole, si stenta perfino a credere che ci sia stata la notte”.

da Gaslight, film di George Cukor


I territori sembrano spesso una fionda in attesa, un vulcano discreto e lento in cerca del possesso eterno. In questo il cinema ha dato linfa, ali, catene, spilli e molto altro, finendo per creare un cordone ombelicale con la musica. In questa occasione, per il titolo del quarto album della band bolognese, è proprio la pellicola a stimolare e a proteggere queste dieci maestose composizioni.

Ci ritroviamo anche, però, nella Francoforte della discoteca Ratinger Hof, in mezzo ad anime danzanti, crocifisse dalla paranoia, come esistenze robotizzate e stantie, nel pieno degli anni Ottanta, per ossigenare un funerale e la sua festa. Perché in questo lavoro la morte diviene la benedizione di fortune non considerate, un lasciapassare obbligatorio, gentile e sicuramente accomodante.


Un’opera che dimostra una organizzazione del metodo e, seppur mantenga l’acidità delle traiettorie post-punk, in questo episodio l’alterazione, perfetta e sublime, viene offerta da un’indole elettronica nelle sue numerose forme e ostinazioni, un dark electro che si sposa ad affascinanti scintille synthwave e a grappoli di onde semantiche tipiche dello shoegaze più velato.

Un disco come marea mistica e dolorosa, con primitive purezze in gentili processioni, riportando i transistor e gli amplificatori sul palcoscenico della recitazione più antica. Timbriche squillanti, mantra e loop che si annusano, testi come carbone in procinto di trasformarsi in una sacra cenere.

Non è la vista ma l’udito a essere soggiogato da queste trame, lunghe lame ammaestrate, bensi l’immaginazione, che qui viene espansa e trasportata come un’altalena ballerina, avanti e indietro nel tempo.


Come dei gorgheggi, le canzoni fanno espatriare il senso ormai annoiato del consenso spirituale, creando improvvisi dibattiti dentro la nostra coscienza.

La danza diviene rito pagano autorizzato dall’odierna maleducazione, da storie antiche qui sintetizzate e gettate nei watt e nell’ugola, come una trasmissione dati ordinata.

Ci si ritrova spesso a rimembrare la Neue Deutsche Welle (NDW) e si incontra il piacere del sarcasmo, quello beatamente macabro, crudele ma sincero.

La gamma dei colori, dei suoni, le associazioni, le programmazioni sono parte di una profonda maturità mostrata da questi tre musicisti che sanno esplodere, esplorare, gettare il fango della mediocrità e farla diventare una percussione mentale continua.

Aperture e chiusure nei confronti del loro decennale passato mostrano l'ecletticità, la chiarezza di visioni teatranti, di prese di posizione atte a stordire, coscientemente, ogni certezza. Ed è qui che si manifesta pienamente il loro capolavoro.


Musiche che fanno correre la mente, che la elevano e che l’affossano senza pentimenti. Rischiano, scommettono e se ne fregano, come soldati ligi solo all’obbedienza artistica che non riconosce altri poteri.

Tutto ciò non è niente altro che un arcobaleno in bianco e nero da cui piovono chiodi e coriandoli, per correlare un insieme di cavi elettrici mentali in costante discesa.

Le tematiche dei testi di Gregor Samsa paiono sostenere la gramigna sonora, martellare l’aspetto del passaggio tra la notte e il giorno, tra i sogni e gli incubi quotidiani, facendo sì che Mario d’Anelli e le sue chitarre e i suoi synths siano la musa per il basso selvaggio e spietato di Filippo Scalzo.

L’ascolto di questo disco sembra una maratona in cui smembrarsi, perdere i liquidi e prosciugarsi di ogni banalità.


Severo, spietato, con notevoli richiami a quegli anni così fertili che i tre non hanno esitato a sondare, per poi aggiungere il proprio dolcissimo e tenebroso pessimismo.

Come se Poe diventasse una trinità musicale, senza oppositori…

La paura come risorsa, il dolore l’occasione per cambiare l’abito ai pensieri, in un energetico scambio di fluidi, per far appassionare le danze e portare le anime in un rifugio che non conosce serratura…

Sì, tutto entra e tutto esce da questo luogo marittimo, celeste, un condensato sublime di arricchimenti nebulosi e palesamente in ottima forma per conoscere la nostra sottomissione.

Canzoni come la Rhodolia rosea, per non sentire la fatica dei pensieri, per dare all’umore una illusione ventriloqua.

Si evidenziano iconicità antiche, movimenti oscillatori, una empatica propensione a usare i synth come spazzole vetrate riempiendole spesso di affascinanti movimenti armonici, tuttavia l’insieme si fa illusorio e quindi sublime.


Le note rendono l’aria un parcheggio ovattato da rumori bellicosi, quasi osceni, esuberanti di certo ma, soprattutto, sopraffini forme cristalline, in grado di riempire le parole, di svuotarle, per ripetere l'esercizio con le note, e tutto sembra andare davvero troppo in fretta, dando al nuovo ascolto la possibilità di conoscere infinite ripetizioni.

Oscena e stupefacente diventa la certezza che queste dieci tracce siano un faro del futuro immerso nel mare della musica che fu, come se lo sguardo, della madre leonessa, divenisse un tappeto dove far correre il futuro…

Un lavoro inadeguato per la maggioranza delle anime vuote: per loro l’invito è di passare oltre.

Per gli altri: una lunga trama orgasmatica attende la liturgia dell’approfondimento.

In quanto i tantissimi cambi di traiettoria, di ritmo, di innesto in ogni singolo brano esplicano perfettamente lo studio meticoloso di questi musicisti, artisti che attraverso quest’opera dimostrano come non esista una provenienza bensì una residenza.

Che è soprattutto mentale.


Immagini lunari, notturne, in cui i disturbanti raggi solari vengono mostrati come indizio, prova, riassunto ma mai come ipotesi, rendendo la perfezione cosa umana e praticabile.

Quando il dna post-punk spalanca le braccia all’elettronica, vediamo pillole ebm conficcarsi nei liquidi della sinuosa dark electro, per riempire gli argini e svuotare i dubbi.

Il cantato spesso cerca il riflesso, lo schianto, la forma metrica e la poesia decadente, passando da trame poetiche al registro alto in odore di urlo e vomito, creando un innegabile e immenso beneficio per il nostro ascolto.

Dolente, gravido di artigli, perlustratore dell’animo, questo approccio vocale sembra portare il cabaret dei Virgin Prunes nella pianura padana, come elettroshock desideroso.

Il duo che si prende la responsabilità di essere fionda di vetro respira tra le correnti balsamiche tedesche, come quelle dei Killing Joke, alitando brutalità e impeti, come obbedienza morale all'oscurità, qui portata alla luce con questi zig zag verticali, senza mai dare l’impressione che la stanchezza possa ingabbiarli.


Impressiona il Vecchio Scriba questa pressante forma nei confronti del lamento, mai espresso, mai nella forma dell'invettiva diretta dei testi ma veicolato dai paesaggi sonori. Le parole sono semi neri, aratri, pertiche, sberle di velluto nero: il dolore arriva solamente alla fine…

Concludendo: questo arcobaleno in bianco e nero non ha bisogno dei nostri occhi, gli basta il malumore della nostra ipocrita esistenza per sotterrarci con la sua angelica bellezza nera…


Song by Song


1 - Nyctalopia


La ferocia degli Abwärts, band tedesca purtroppo poco conosciuta, entra nel basso che stupra le orecchie, con la chitarra che diviene un eco del cuore e la voce un gesto nel quale il genocidio viene circondato dai terrifici e pulsanti bagliori della coscienza. Gravido di un tormento post-punk, il pezzo rende compatibile il ritmo e l’ossessione…



2 - Comedy of Menace


Ci si trasferisce al Markthalle di Amburgo: il ritmo e la poesia nevrotica del basso passano attraverso i tackle di una chitarra abrasiva e il cantato diventa la spugna di occhi enormi che sanno mentire in modo perfetto. Il solo di chitarra rende merito a Bill Duffy e il cerchio con gli anni Ottanta si spezza perfettamente.



3 - Gaslight


Moti Coldwave invadono la sala da ballo, il cinema abita le pupille e la salvezza dell’anima passa attraverso il peccato. La musica si presenta come una Bristol immersa nella nebbia, tra dipinti ebm e spazi allucinanti di dark electro in cerca di loop e catene…



4 - Buster Keaton


Si cade: nel testo, nel ritmo, nella esplosiva eleganza di frame nervosi, di paranoia in fila, e i bagliori dei Cabaret Voltaire tornano ad abitare il pianeta della band, con il ritornello che ci fa capire l’importanza degli Psychedelic Furs. Ma tutto è corda elettrica, eclettica, una poesia visiva che corre senza fiato…



5 - The Spectral Link


Non un pezzo cuscinetto, tantomeno un ponte, bensì l’insieme armonico di tre anime che sperimentano il fragore del cielo, mettendo in contatto Alan Parson e i Kraftwerk, ma non nel secolo scorso…

Il futuro non può che essere un disastro e questo brano ce lo rappresenta in anticipo, con colpi di frusta, attraverso un synth che si assume il ruolo di  raccontarlo, in modo spudorato, rendendo visibile (all’inizio) la paura, per poi creare mulinelli e colori che da rosa diventano neri. Tace l’ugola, per un silenzio solo apparente perché tutto diventa frastuono…


6 - Black Kittens Against Privilege


La commozione, la frenesia, l’entusiasmo della morte trovano il vestito perfetto, il giusto racconto, il fantasma che si palesa ridendo tra i solchi, guardando il mondo in bianco e nero. E così fa la musica: una marcia funebre che fa il resoconto della nostra modesta forma di arbitrio. I suoni e le corde vocali diventano una equazione e le chitarre si mescolano al synth per foderare il dubbio. Sconcertante bellezza a cui cedere…


7 - Tightrope Walker


Il vuoto umano, dell'esistenza, qui viene raccontato, come raggi x, come un’analisi del sangue di cui, di certo, non accetteremo il responso. Violenta, nera, psichedelica nell’umore, la  canzone è una frustata generosa al cuore, in quanto il cervello ha già mostrato la sua dipartita… Riportare in vita la Bat Cave con una sola fiamma ossidrica è davvero un miracolo, nero…



8 - Piggies


I D.A.F. prendono in affitto un sogno: tornare a vivere per pochi minuti e lo fanno in questo delirio, per accettare chitarre piene di liquidi shoegaze e benedire i graffi di una metrica vocale che si sposa alla spinta voluttuosa di incredibili e rabdomanti passi a perdifiato…




9 - Have You Seen Bunny Lake?


Si piangono cuori putrefatti, si visitano risate beffarde e si balla come robot senza più il peso dell’anima, nel vortice ebm che cerca il matrimonio con trame chitarristiche ascendenti…


10 - Seed of Revolt


Louis Wain, un gatto, un vestito nero, e l’elegante brano di chiusura ci mostrano probabilmente la resistenza sonora del terzetto bolognose: la ricerca melodica viene riservata all’ultimo brano, con voci raddoppiate, Stop and go e stratificazioni armoniche con il doppio petto, per uscire verso un funeral party che ci rende tutti felicemente depressi…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

14 November 2025


Gregor Samsa - Voce

Filippo Scalzo - Basso

Mario d’Anelli - Chitarre, Synth


Icy Cold Records

Metaversus


https://open.spotify.com/album/2yHLnynl3gYRrYn8gVuQNz?si=zY2YFc2CTWivf6FdAlSZvQ


https://theblackveils.bandcamp.com/album/gaslight-2





La mia Recensione - Umberto Maria Giardini / Olimpo diverso

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