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mercoledì 4 marzo 2026

La mia recensione: Morrissey / Make-up is a Lie



Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
5 Marzo 2026


 Morrissey - Make-Up Is a Lie

“La libertà d’espressione è necessaria… i cittadini silenziosi sono dei perfetti sudditi di un governo autoritario.”

(Robert Dahl)


Ci sono silenzi che si muovono, sortiscono effetti, coniugano, amalgamano, tengono le persone attive, distinguendo la codardia dalla necessità di una effettiva residenza nell’esplorazione.  

Nell’arte musicale, che ha perso indipendenza, forza, senso, valore, lo smembramento delle parti originali che l’avevano resa unica e perfetta è inevitabile.  

Ci sono eccezioni, paladini romantici e intellettualmente svegli che si prodigano (come muli inferociti contro un’obbedienza che li umilia), artisti votati al martirio, all’ostinazione, allo svincolamento dalle catene, con creazioni che fanno del sangue versato un’installazione magnifica…

Morrissey è il re assoluto: la sua tenacia, la difesa, l’attacco, il bisogno di essere scintilla, luce, seme, coscienza collettiva non conoscono retrovie, cambiamenti, in quanto l’autore di testi unici vede la falsità della realtà come nessun altro e si impegna a continuare la sua guerra affilando le unghie, imbevendo il tutto con il suo aggiornato repertorio, più incline a un linguaggio semplice ma non banale.  


Anzi, oggi, con il suo ultimo lavoro, lo vediamo andare a casa di chi non lo conosce, anche di chi non gli riconosce importanza: una sfida che, per essere credibile, deve saper mostrare mutazioni estetiche, del linguaggio, della musica, che qui, in questo Make-Up Is a Lie, offre grandi novità e alcune continuazioni davvero ben amalgamate.

Moz consegna una mappa sonora rappresentativa del suo buon gusto, avvicinando le sue lacerazioni personali a una modalità che gli consente di cantare come un cantastorie del Novecento, tra fascinazioni latine, orientali, nord-europee, con un ventaglio di composizioni in grado di porre il suono moderno nella condizione di supportare una modalità di canto raffinata, colta, tecnicamente capace di non far morire le tradizioni del secolo scorso.  

Maestro gladiolo ha a cuore l’esistenza, si occupa degli accadimenti e si rifiuta di compiacere la massa: il suo palco mentale è un deserto, un’oasi infelice da cui brindare, solleticando la stupidità con un album che arriva, come sempre, al momento sbagliato: non per demerito suo, ma per una serie di aberranti situazioni di cui il Vecchio Scriba preferisce non parlare.


La Sire Records regala il miracolo, Morrissey la sua fedeltà, le sue amarezze, facendo dell’invecchiamento l’opportunità di non cessare il suo percorso, tra unghie nere, rantoli, svasature vocali e quel timbro che da solo fa la storia di ogni felicità.

Un insieme di composizioni che delineano la figura di un rinoceronte isolato, lento,  capace di apparire feroce, un terremoto in divenire di cui solo gli idioti, gli assassini e gli stupidi possono avere paura.

Lui si fa avvicinare, chiede rispetto, sciorina versi che hanno radici lontane e nuove, con il pretesto di svuotare i cattivi comportamenti e di pettinare i sogni dentro un perimetro piccolo ma libero.  

Il bardo di Stretford è libero da ogni cittadinanza che non sia quella volta a interferire, a disturbare in modo ottimale le convinzioni di chi fa della propria esistenza una lunga e banale lista di futilità.  

Si indigna, prende la frusta come ha sempre saputo fare e, servendosi di musicisti che gli hanno scritto note musicali in attesa del suo respiro armonioso, incide canzoni che rompono il silenzio (solo apparente) di sei lunghi anni dal suo ultimo album e rende in questo modo il tempo un elastico fertile, in cui fare della selezione accurata del suo materiale l’unica garanzia per assicurarsi la sua soddisfazione.

Siamo davanti a una pletora di generi, di tendenze, levigate da una tecnologia che consente all’elettronica e al vecchio pop di trovare una quadra, di tornare quella dolcezza nella tristezza come da tempo non si avvertiva.  


La parte musicale qui ha ampi spazi, quasi delle suite, e anche sotto questo aspetto si denota la cura di Morrissey nel dare equità agli spazi, nelle connessioni che possano rendere tutti orgogliosi del proprio apporto.  

La fiducia, la curiosità, l’estensione di questi comportamenti conducono l’ascoltatore all’interno di un grammofono, di antiche capacità, per avviare un ascolto verso il centro di questo nuovo episodio che, è bene dirlo, consente al guerriero dalla piuma argentata di concentrarsi sulla sua voce, già essa stessa un romanzo e un dettato psicologico inappuntabile.

La sensibilità governa le tracce, constatando come il suo atramento sia ancora fertile, voluminoso, perfetto nel catramare la bruttezza e trasformarla in un’ipotesi in cerca di concretezza.  

Come sempre riesce ad accismare i versi con ironia, disprezzo, tenendo il suo pensiero al di sopra dell’altrui giudizio.  

Sono storie, fotocamere in azione e non fotografie, un video che mostra una notevole acribìa, per poi trasferirsi nell’intelletto, per generare compensazioni e lacrime copiose.  

L’artista mancuniano utilizza il metodo estruso, avvolgendo i vocaboli in una pellicola in cui semplicità e immediatezza non manchino, ingannandoci però per costringerci allo sforzo di capire, ed è un esercizio che si rivela vincente.


Spesso viene ritenuto increscioso, ma a lui questo serve: utilizza le opposizioni al suo cammino per generare cellule vergini, pensieri fosforescenti, altri nebulosi, per potersi conservare una segretezza e una libertà espressiva logica e dovuta, grazie a uno status che, se per molti si è offuscato, per lui e per il sottoscritto sicuramente non lo è.  

Tra le mani pone un cannocchiale, un ventaglio, un bastone, una sfera e tutto diventa una palla contro i birilli, esecuzioni letterarie, dispensando pillole di saggezza brutali, che creeranno ferite da leccare con gioia.

Registrato a St-Rémy, in Francia, con la ritrovata produzione di Joe Chiccarelli e la collaborazione in tre brani del meraviglioso Alain Whyte, vede anche la presenza di Ambroise Sage agli arrangiamenti per archi, per cerchi che si aprono e si chiudono, conferendo al lavoro un’anima voluminosa nel bisogno di un volo che sia diretto verso l’assenza e la presenza, in un binomio insostenibile per molti ma non per lui.

In quest’opera assume ruoli molteplici: da quello antico di un Cyrano de Bergerac mai domo, a quello di un Joker straripante nelle vesti di un Jack Nicholson perfettamente addestrato da Tim Burton, fino a quello di un Edward Morgan Forster in cerca di un orizzonte libero da ogni crudele afflizione.


Il suo cantato è una forcipe: fa male, ma il fine è quello di far nascere la natura che vive da sempre (e non da nove mesi…) nei suoi bisogni, che si sono allargati, lasciando che il suo timbro (quello sì, mai cambiato, e meno male) sia un collutorio che ci permette di vedere la sua scrittura come un dizionario aggiornato di argomentazioni, pur conservando il suo antico stile.  

Più vicino agli anni Cinquanta che non ai Sessanta, la modalità espressiva pare un enorme ombrello sulle onde tipicizzanti di quella decade, una retromarcia temporale che conferisce, una volta abbinata alla musica, uno stordimento incantevole.

Non è un album di chitarre o di tastiere, bensì una scrupolosa ricerca di elementi che tolgano lo scettro esibizionista e si curino del significato, dando al suono non l’aspetto primario ma un doveroso contorno.  

Così facendo i brani sembrano mutare, dare aria ai loro polmoni, offrendo alla forma canzone una serie di innovativi arrangiamenti.  

A volte mancano cambiamenti, ma più che un limite alla fine si rivela una forza: lui si sente libero nei limiti, nelle prigioni, nel poco spazio, così come lo sono i suoi musicisti, per arrivare all’aspetto esponenziale conservando il piacere di formule che garantiscono, specialmente su un palco, di trovare una diversa armonia.  


Perché, davvero, questo album suona come se fosse in attesa di un’esibizione pubblica, per diversificarsi, per trovare l’audacia di una sfida con il pubblico.

Make-Up Is a Lie non segna il ritorno di Morrissey: mostra solamente la limpidezza delle sue autodifese, delle critiche all’industria discografica, un pettine dentro i nervi ormai incoscienti di milioni di anime, che fanno della musica un cestino tra i cestini.

Lui no, riesce anche a poetare l’esistenza, a renderla esigente, si scaglia contro chi usa male questa opportunità di incidere nella vita.  

Questo artista non conosce il silenzio o l’assenza, perché chi ama ed è amato non è mai un’anima in declino…  

Gioca con il pop, l’ambient, il progressive, il funky, il glam, l’indie, il trip-hop, passeggiando sui generi e servendosene, in prolifica estensione, per raggiungere zone e decadi diverse (includendo una cover spiazzante dei Roxy Music, che necessita del tempo ma a cui, alla fine, cedere si rivelerà estasiante), perché per essere completi bisogna saper spaziare, essere una fionda e una macchina del tempo.

Se da una parte manca una continuità stilistica e dall’altra una generosa apertura, il punto di forza di tutte e dodici le tracce è la precisa volontà di arrivare al cervello più che al cuore, anche se non sono esenti gli episodi in cui questo accade.  

Il buon Moz sembra ringiovanito, rinvigorito, eccitato, ed è una notizia meravigliosa, da sostenere e intendere.


Per chi si ostina a volere indietro il giovane cantante degli Smiths consiglio di congedarsi subito: chi lo conosce sa bene che il presente è l’unico sistema di misura che lui adopera, non per incapacità, limite o quant’altro.  

Lui segue, sin dagli esordi, il modo e il motivo di una scrittura immediata, che coglie il presente e non il passato.  

I nostalgici possono andare altrove, suicidarsi, ma questa sua propensione difende l’intelligenza, la verità e non la nostalgia di antichi fasti…

Ci sono episodi in cui non manca il classico stile di Morrissey e saranno sicuramente i più graditi, però ciò che rende prezioso questo album è la sua spontaneità verso nuovi diritti, per una modalità che si accoppia con il serpente, per mascherarsi e attaccare senza essere prevedibile e conseguentemente divorato.  

Conosce ancora il modo di fare del bel canto un compagno di classe di una mente che continua a studiare, per decriptare e consegnarci sulla porta delle nostre convinzioni nuovi sospetti, come un’eterna arteria in cerca di vene nuove con cui accoppiarsi.  


Il primo album degli anni 2020 è un sussidiario della coerenza, un’impronta che ha peso, senso, una divulgazione corretta dei teatrini comportamentali che, attraverso l’abbattimento dell’isteria, conduce allo specchio una verità davvero necessaria.

Può sembrare buffo e strano che uno stesso artista, nella sua comunicazione artistica, sia in grado di dividere nettamente gli ascoltatori: nel suo DNA non vi è mai stata paura, calcolo, titubanza, e il fatto che chi si espone vada incontro a un feroce e agevole giudizio dovrebbe essere una cosa da bannare.  

La qualità, mi dispiace tantissimo per costoro, rimane alta, e questo artista  è ancora un guerriero con la penna sagace, voluminosa, dotato del dono di far riflettere.  

La sua ossessione, i suoi fantasmi, le sue ostinazioni divengono un insieme di occasioni in cui ogni canzone può essere un trampolino di lancio, una doccia per l’anima, un’eco dei propri tormenti, mentre cercano residenza e non una fuga.  

E sicuramente non spetta a lui il compito di salvare la musica, come è vero che non è lui a distruggerla: Make-Up Is a Lie è una cavigliera per controllare i nostri spostamenti, le nostre amare esistenze, in un accavallamento di pensieri distribuiti, in cui non è concesso avere picchi bensì una qualità costante, mentre chi pensa di doversi affidare alla memoria, all'obiettività fasulla, perderà l’ennesima possibilità di vivere in una società diversa, pieno di acciacchi ma fedele, perché in fondo è stato così il mondo di Mr. Morrissey, costruito per sentire il proprio cuore pieno…


Song by Song


1 - You’re Right, It’s Time


Le danze iniziano con la modalità Moz dei primi anni Duemila: atmosfera tra il malinconico e la luce da ritrovare, una ballad veloce, uno scorrere efficace di una melodia come vestito perfetto per il cantato, un testo che rivela come una triste consapevolezza (il sapere di dover morire) possa trasformarsi in un inno alla resistenza, alla profondità da dover comunque trovare. Un inizio che consola, conferma l’efficacia di chitarre che accennano senza esplodere, con quella benedizione di un synth leggero. Già un classico del suo repertorio.


2 - Make-up is a Lie


Uno dei ritornelli più vicini al suo DNA si trova, invece, appaiato a una struttura completamente anomala nel verso: il drumming, l’elettronica, l’atmosfera sorniona che si rivolge a zone non troppo trafficate dall’artista  lo conducono alla sintesi del testo, che non necessita di grandi estensioni. Accattivante.


3 - Notre-Dame


Siamo nel periodo di Years of Refusal (It’s Not Your Birthday Anymore), con la capacità di trasferire le parole in una musica che necessita di spazi, di precisare un argomento che nella sua semplicità sa essere efficace. Manca un vero e proprio ritornello e questo lo rende davvero un elemento già di per sé distante dalla sua discografia. Atomi di epicità si inchinano a un brano che vuole trasferire un evento fisico in uno spazio mentale, riuscendoci benissimo. Ficcante e sensuale.


4 - Amazona


L’unico momento dell’album in cui si fatica a comprendere la scelta e la modalità di una cover che non aggiunge nulla all’originale. Ma dura pochi ascolti questa strana sensazione, in quanto il manto protettivo dell’esecuzione ci conduce in un mare sonoro tenuto segregato, rivelandosi geniale e in grado di conferire alla musica l’inaspettato ruolo di precedere il cantato. L’assolo di chitarra è una scarica di adrenalina sexy, con il cambio ritmo che favorisce una danza elettrica. La voce di Morrissey è un ghepardo in attesa di prepararsi il giaciglio, riportando gli anni Settanta esattamente dove meritano di essere: nel cuore del nostro cervello. Lento l’apprendimento, ma poi una chicca notevole.


5 - Headache


Nei brani lenti la band riesce a sostenere Moz in modo egregio e Headache è la sintesi della sua voce esploratrice, un faro nella notte, mentre il dolore avanza non trovando nessuna resa. Si torna ai primi anni Novanta, con la sensazione di come il tempo sia un’eterna difficoltà da affrontare e di come il fisico sia una farfalla tremante. Tra la psichedelia morbida e il trip hop più sensuale, il gioco armonico è davvero notevole. Dolce, di una bellezza assassina.


6 - Boulevard


Un tenero feedback iniziale precede le note di una tastiera che ci coccola, poi Morrissey fa sfoggio della sua sensibilità, di una costruzione decisa malgrado le pareti grigie della sua voce. La drammaticità ci avvolge, si danza intrecciati a una melodia omicida intensa, con la semplicità di accordi in costante marcatura delle corde vocali, un drumming semplice che sopraggiunge, la chitarra acustica che benedice il tutto, e gli archi a rendere epocale la timida intromissione nei viali francesi, come se la notte e il giorno fossero sparsi in un abbraccio fragile.


7 - Zoom Zoom the Little Boy


Il sitar elettrico apre, poi una deviazione verso un’attitudine catchy trasforma il brano in un raggio di luce nel petto di quest'uomo che trova il modo di dare alla sua voce antichi petali, mentre efficaci arrangiamenti danno profondità a una struttura in odore d’Oriente.


8 - The Night Pop Dropped


Dopo averla sentita nel precedente tour, la canzone qui illumina le sue compagne, con una generosa effervescenza, regalando euforia e mistero allo stesso tempo. L’introduzione della chitarra ci riporta ai Charlatans, ma è un continuo oscillare tra i generi e le decadi, riuscendo a conseguire la sua centralità nel bridge e nel ritornello, il momento in cui vediamo il nostro mentore nei pressi delle zone praticate molti anni addietro. Il rintocco delle campane e il solo vicino ai Booker T. and the M.G.’s è davvero sorprendente. Ed è catarsi cognitiva, in progressione costante.


9 - Kerching Kerching


Ritroviamo un amico lontano, una rarefazione musicale che commuove, la sensazione di un’immortalità che si evidenzia nella sua devastante bellezza. Il crescendo vocale di Morrissey è il miglior tratto consolatorio che si possa avere, con il suo registro che diventa vicino di casa del suo antico passato.


10 - Lester Bangs


Torna l’attenzione di Moz verso le creature che hanno subito interferenze e disagi, come nel caso di questo straordinario giornalista musicale, che offre la possibilità al cantante di confermare la sua rabbia per l’establishment, contro il voler conformarsi alla narrativa sociale. La Beat Generation qui viene sintetizzata in modo spettacolare, dando il suo contributo alla memoria di chi è stato in grado di scrivere di musica in maniera diversa, con il suo Creem che ha saputo anticipare di molto la modalità dei suoi colleghi. Toccante.


11 - Many Icebergs Ago


In ogni suo album dobbiamo fare i conti con la maestosità, l’epicità, il delirio di emozioni che non lasciano scampo all’opposizione. Un sibilo, un basso timido e cupo, il volume che aumenta, il fragore tenuto a bada sapientemente e poi gli accenni di chitarra che lentamente creano una sequenza di accordi, tutto in attesa della voce che trova il sistema di generare paura, brividi e la gioia di aver ancora quello stile per cui è diventato essenziale. Un dialogo, un percorso nelle viscere della verità, passando per la privazione di una sezione ritmica che qui viene fatta assentare per la maggior parte della canzone. Un crooning melodico, un’ascesa atmosferica deliziosa seppur in grado di togliere il fiato.


12 - The Monsters of Pig Alley


Rispetto alla versione eseguita recentemente, il brano prevede una bella introduzione acustica per poi presentare appieno tutti i crismi dello stile di Morrissey. E sono lacrime ritmate, un’eco che parte da Viva Hate e arriva ai giorni nostri. Un’ascesa spirituale mentre le note del piano ci offrono quella dolcezza che affianca il lavoro melodico delle chitarre, in un ritmo che prende i nostri passi e ci trascina a danzare tra le stelle. Poetica, suggestiva, consolatoria, la canzone è una domanda continua, con la grazia di non dimenticare la semplicità nutriente di una carezza pop.


domenica 1 marzo 2026

La mia Recensione: Nibiru - HYPÓSTATIS

 Alex Dematteis


Musicshockworld

Salford

1 Marzo 2026


Nibiru - HYPÓSTATIS

“Mors ultima linea rerum est.” – Orazio

Un cipresso, antico e credibile simbolo di morte e lutto, scivola nei solchi di un rumore gravido di impulsi, come una patologia che, biblicamente e ostinatamente, vive di inerzia, per sublimare chi non fa assentare il proprio pensiero di verità estreme. Separazioni, ostacoli, bagliori e pulsioni addominali rendono feroce il passato, e la sopravvivenza, umana e artistica, può essere depositata tramite una sepoltura definitiva. La melodia diventa ipnosi, riluttante a ogni compiacimento, e si incunea nel brillio di multiple esplosioni, con schegge di pietra a ridurre in cenere i sogni.

Ardat, anima lacerante protetta dagli dèi dell’esplorazione cognitiva, conosce il deserto e lo abita attraverso una gittata morale, radioattiva, incurante di ogni morbidezza, e semina l’amore più antico, quello che crea ponti, riflessi, riflussi, ermetiche genuflessioni nei confronti del piacere, abbandonandolo per generare una nuova liturgia, coadiuvato da ricordi da trasformare per dare alle garze un compito gravoso ma inevitabile.  

Parrebbe un folletto inacidito e sciamannato l’artista torinese, lontano da ogni attrazione chimica per il piacere, la bellezza e la comodità, ma lo conosciamo da molto e lo difendiamo, divenendo acqua perfida mentre lo accogliamo, come in questo nuovo tripudio agli inferi umani dal titolo HYPÓSTATIS, punto di incontro tra l’inferno e l’assenza di gioia, qui coniugi dolenti ma appagati, per un esercizio alla pazienza che erudisce e fortifica.

Composizioni che fanno vacillare, offrono consapevolezza e ostacolano ogni bisogno di musica sciocca, veloce e ininfluente.  

La scrittura dei testi rivela facondia, contornata da sacrali perversioni amplificate, come un prodromo ineludibile in grado di trasformare l’ossigeno in un lontano ricordo. I Nibiru, in passato, hanno scavato nel ventre di ogni indisposizione, così come nelle profondità marine, con una precisa volontà di annientare ogni attimo stolido: quando l’intelligenza è acuta si libera immediatamente dei nemici. Un album vetusto, imponente, che rende il termine “ambient” un sacrificio doveroso da contemplare, con schizzi di lamiera a generare caos e perlustrazioni continue. Però, durante e alla fine dell’ascolto, si ha la certezza di un insieme, di un rituale che raccoglie oggetti, frammenti, teorie, analisi e li getta in un’unica melma gassosa, in ascesa verso nebulose contrazioni mentali. La tensione è metafisica, senza indugi, un pericolo costante, un fastidio nell’assimilazione che eleva e non distrugge, una messa orgiastica di dissapori e stelle confuse, sparse, ridotte a testimoniare il sudore della disperazione di Ardat.

Un concept che sancisce ancora una volta il bisogno di scorticare le radici dell’amore totale per Aleister Crowley, poeta, occultista, creatore ed esponente sublime della filosofia Thelema, qui adoperata per creare anelli di congiunzione multipli. Viene inoltre chiamata in causa la padronanza delle forze naturali così fondamentali per Giuliano Kremmerz, con la trasmutazione interiore che mette in contatto l’uomo con le divinità. L’azione, così tanto voluta e resa reale dall’ermetista di Portici, trova in queste creazioni musicali una concreta possibilità di essere slavina e acciaio, premendo sul concetto di assimilazione e contiguità.

Ardat prende l’albero della vita e lo trasforma in flusso cosciente, palcoscenico di una connessione tra la terra e il cielo per giungere alla conoscenza che, partendo dalle radici della nascita, arriva alla morte con la congiunzione tra la prosperità e il lascito finale. Un archivio scrivente, un messaggio che non depista le fragilità, un coro continuo e sanguinante che, rispetto al passato, mostra un respiro visivo più incline all’assimilazione dei concetti che non all’abbondante esposizione. Questo aspetto rivela un’attenzione mai avvertita prima volta a mettere in contatto gli estremi della vita, un giudizio postumo che precede l’abbandono totale.

Il teatro dell’afflizione qui ricerca collaboratori sensoriali, saliva e sabbia, con un’altissima performatività tellurica, addestrata per sembrare un mantello di croci spezzate e rose rinsecchite in contatto. Lo strazio e lo spasimo si affidano a mantra affilati, alle lacerazioni di macchine, synth, piano, chitarra e basso, con un drumming presente in un unico episodio ma che rende pienamente l’urgenza di concentrare, filtrare, esplorare i confini della verità.  

La luce, la materia, lo spirito, le tenebre (elementi primari della gnosi) trovano qui un basamento fertile e sublime per essere corpo e scintilla del pensiero più profondo, forma iniziatica ed esplorativa che non si concede soste, poiché HYPÓSTATIS è respiro affannato senza pause, una processione con tomi, una vestigia preziosa che smuove il tremore delle gambe e conduce alla stella cometa interiore.

L’ascolto di quest’opera è una fabbrica che produce risorse, tossine, trucioli, candelabri, polvere, frenate, una violenta ritorsione del piacere, per conquistare la purezza attraverso il sacrificio generato dall’abbondante e stridula contorsione dei piani sonori, dei watt, della quasi assoluta mancanza di armonie e melodie, per un conflitto sanguinolento ma necessario.

La vita e la morte non possono essere gestite se non con l’abbandono del proprio io, in una generosa propensione all’altro che, in questo disco, non è contatto umano bensì attraversamento dei canali spirituali, empirici, dottrinali, con nuovi simboli da adottare. La voce di Ardat (in passato un altare colante in cerca di viscere) qui si ritrova a essere un graffio rauco, inferocito, gravitazionale, una ruspa e una saldatrice che usa l’elettrodo come pedina sacrificabile, un alveare peccaminoso dal mantello cruento, per congiungersi con il piano letterale, davvero proveniente da una sacralità antica disinteressata al presente. Il connubio tra voce e parole è soltanto il pretesto per rendere l’associazione artistica la stanza in cui scaldare i significati, in attesa dell’impianto sonoro, come complemento e matrimonio ossidante.

La musica, nei suoi primi respiri, era un’onda girovaga, una sonda, una piroga, una strega, un vagito, un perlustrare le ipoteticità, un luogo inesistente in cerca di presenze, un’opposizione alla quotidianità, un vocabolario nascente per attirarsi i favori degli spiriti magnetici. Nulla a che vedere con l’apoteosi di perversioni semplicistiche, semplificate e svuotate di ogni legame con le radici. I Nibiru non si rivolgono a nessuno, si avvolgono nel proprio nucleo e ripristinano gli antichi dettami di quest’arte ormai svilita e svuotata.

In un mondo sempre più piatto, che si illude con la tecnologia e con l’assoluta mancanza di pensiero, l’artista Ardat prende la macchina del tempo e scompare alla vista degli sciocchi, usa la sofferenza come modalità espressiva unica, senza la volontà di affiliarsi adepti alle pareti nere dell’esistenza. No, qui non c’è nessuna catarsi, ma un continuo riempire i labirinti mentali e fisici di informazioni, aneddotica, privilegiate incombenze espressive, senza la presunzione del benessere e del benevolo sorriso di circostanza di chi si ritrova a essere imprigionato da questa ragionevole follia in levitazione.

La fugace stagione dell’esistenza qui conosce l’impegno di guardare nei vicoli, nei laghi, nei marasmi, nei tribunali del giudizio, negli specchi che conservano mediocrità e istinti irriverenti: i Nibiru mordono con menefreghismo geriatrico, disinteressato al consenso, mentre si infliggono la punizione della coscienza mantrica. Non canzoni, non esibizioni di capacità, bensì mercurio e assenzio, lapidi e candelabri, storia e chimica, aria compressa e pallottola, tsunami e quiete spossata, sacrificio e magneti, collutorio e ipoclorito di sodio, vespri e canti epilettici, non per eseguire un repertorio, ma per una contaminazione in diretta di ogni propulsione.

Viene rappresentato il Regno Teleste, nella prigionia forzata di un’anima che non riconosce padroni se non l’ubbidienza alla quotidianità cognitiva. L’utero di Sekhmet è il pericardio di questo lavoro, il rabdomante che pone il sigillo della ricerca e comprende la densità dei liquidi, i grumi sanguigni, l’esasperazione della paura del futuro, dello sviluppo fetale di tutti i circuiti conseguenti. Un tritolo acuto, uno stridulo concatenante, un’ebollizione del plasma per ripulire il senso di innocenza e gettarlo nelle mani dei predatori.

Non esiste definizione alcuna per la musica qui esposta: non ci sono generi, parole adeguate per anticipare i corridoi di definizioni stupide, tantomeno parametri di confronto, perché i Nibiru fuggono anche da se stessi, non si soffermano a precisare l’inutile inganno interpretativo, in quanto esperienza in diretta, senza vincoli, senza regole, in un vomito maleducato e dolcemente insostenibile ai più. La perfezione non comprende adesione se non alla propria natura e, in questi solchi, se ne percepiscono ampiezza e determinazione e, con molto sforzo (da parte di chi intende la musica come un regalo semplice e agevole), anche il senso.

Il noise, lo sludge, il ritual sono solo briciole in anticipo, un gioco meraviglioso, un sacrificio per la band sacrificabile. Non sono generi musicali da esibire, ma l’avamposto di una dialettica multiculturale in cerca di contatti, forme diverse, deformi, rigide e convesse: HYPÓSTATIS è Friedrich Nietzsche in vacanza dalla luce, Kenneth Grant e Karl Germer nel giardino dell’esoterismo mentre pubblicano l’organizzazione di un pensiero che bacia la teologia, Jung e il bisogno antropologico di un cervello da scartavetrare e tanto altro ancora, quanto basta per farne un disagio cui togliere la nostra negligenza, una camicia di forza per ridare alla libertà il giusto senso…

Macigno dopo macigno

Azoth

L’abisso accende le anime attraverso un crepitio, voci liriche a ingannare l’armonia e la leggerezza, un preludio che nasconde il flagello incombente, fino al pianto grave di un fanciullo. Tempo di godersi questa anta in apertura, perché poi tutto si atrofizza e la glaciale azione di avanzamento del nichilismo musicale trova il proprio spazio, coniugandosi con la vacua prosperità della luce, tra universi in discesa e onnipresenza del dolore, in una furia trattenuta a stento, mentre l’idea dell’inseminazione da parte del sangue si fa incombente. Una saldatura continua tra distorsioni e mantra psicotici, in un feedback che si ingrassa e diventa uno sciame in cattura. Una Genesi apocalittica, aristocratica nel non-colore, non legata alla religiosità effimera, bensì all’ubbidienza di un divino contemplativo, con il tempo che scorteccia e ingloba le carni, in cui tutto è cibo. Logorante, pressante, fastidioso e piacevolmente disagevole ai più, il brano di apertura palesa invece la bellezza del concreto, della contemplazione acida, dell’apoteosi del male, qui rappresentato da una foschia assassina.

Binah

Palude, lentezza degli arti, invocazione, pillole di suono con metastasi, navicella del tempo senza fari nell’universo: ci ritroviamo nel buio dell’inconscio, in un gioco di mostri e incubi al rallentatore, una fluorescenza drammatica e contagiosa, una messa nell’anfiteatro degli orgasmi puniti, con la teatrale enunciazione diabolica di Ardat, qui baritonale e dissacrante, robotico senza ansimare, mentre tamburi come croci si assestano nei gironi di un synth sacro e abbondante. È resa, è plenilunio, è contorsione, vita d’amore nella morte gentile…

Idolum

Ardat recita le ombre, in decadente prospettiva, con le note di un piano che sembra abbandonato ai piedi di un precipizio. Note sbavanti, vibranti, che giocano a far arrivare il recitativo dopo aver perlustrato le cicatrici, trovando rifugio in una caverna che svuota la musica e accende i simboli sanguigni, come catene che tatuano i respiri. Il punto apparentemente più accessibile dell’album diventa in realtà il fulcro di una creatività che qui misura l’imbarazzo di dover reagire a ciò che ha lacerato i battiti.

Sekhmet

Una fionda accoglie vibrazioni e brusii, le ombre puniscono creando orrore, terrore, spargimenti di suoni, in un setaccio che è una serie di ossimori in perlustrazione. Il nulla trova il proprio peso specifico tramite turbolenze di macchine che producono cavi elettrici e la lentezza ride beffarda. Di una bellezza oscena e maestosa, questa espressione artistica eleva il concept, stabilisce il contatto tra lo sguardo altrui e la propria fallacia, e il bisogno di divenire un dio che, smarrito, guida il proprio gregge verso il baratro…

Shalicu

Una gittata di raggi addomesticati conferisce a questa esplorazione il ruolo di esecutore materiale di una serie di omicidi, da quello del corpo a quello della mente, passando per i ricordi, in un’onda malefica che non abbisogna dell’abbondanza del ritmo. Un volo dell’identità, un messaggio che perlustra le convinzioni e si serve di lave sonore, schianti, fucilazioni, in una tensione a cui basta una nota roboante per generare paralisi. Implacabile processione, pressa il tempo e stimola spasmi illuminati da una concatenazione di nervi, con la voce come carta vetrata nuda, a spellare brandelli di carne, grattugiando i sogni, uccidendo anche loro. Cadaveriche, mefistofeliche, lussuriose, le corde vocali processano e diventano la lingua del serpente nel tempo della citazione…

Obeah

Eccola, la morte dell’abisso, la sua dolcezza, i suoi gesti francesi attraversare una teoria che si ritrova improvvisamente tra le mani una sequenza di accordi minimalisti, recitati da una voce femminile che crea uno iato tra la gravità e la leggerezza, ultimo bastardo inganno da perseguire, quasi un dono per chi ha viaggiato, resistito e vissuto questo incantevole Getsemani in cui ancora una volta si è vista la rappresentazione dell’inganno. In fondo, questo capolavoro è nato da una serie di morti e ha necessitato dell’arte fittizia per sublimare se stesso, garantendosi il trono eterno…


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