Moon Cowboy and Krissy Vanderwoude / surfboards and desert storms - the Mojave 3 covers
Recensione di
Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
21 Ottobre
Quando incanti diversi si danno appuntamento su un pentagramma, può accadere che l’emozione e il beneficio siano un perenne sospiro, con le persiane dell’anima che lasciano entrare la luce nel cuore…
I Mojave 3, i Moon Cowboy e Krissy Vanderwoude sono i protagonisti di tutto ciò: un ep in arrivo venerdi che collega entità, personaggi della magia e fuoriclasse credibili per aprire cerchi, cavalcare l’idillio di incontri reali e ipotetici, con tre brani che furono scritti negli anni Novanta, diversissimi tra loro, capaci di farci immaginare l’ampiezza del cielo da parte della band di Neil Halstead, Rachel Goswell, Ian McCutcheon, Simon Rowe e Alan Forrester.
Tre gioielli che non sono stati scalfiti dall’interpretazione, dalla necessità di metterci altre dita e corde vocali, riuscendo a prolungare l’estasi e la fedeltà, il tutto condito da un sentito processo di autentico rispetto. Le canzoni scelte disegnano anche il perimetro del talento di Ricardo Fiel, completamente a suo agio in quanto volenteroso di proseguire il proprio preciso percorso artistico che ha stile, identità e riconoscibilità. Troviamo che la sacralità delle versioni originali rimane intatta, ma con una pennellata di colori più sottili, quasi schermati, per non marcare alcuna spavalderia, presunzione e altre sciocchezze.
No, qui assistiamo a un’apnea, a un quasi silenzio, a morbide espressioni shoegaze che raccontano sentimenti, dilatazioni, come se quelle “antiche” canzoni potessero sostenere una nuova giovinezza. Queste nuove versioni hanno soprattutto la capacità di trovarsi di fronte alle originali senza temere giudizi negativi.
Ricardo e Krissy aprono le loro ali, lasciano le loro impronte e le loro caratteristiche individuali in un dipinto che mostra come ciò che è perfetto può avere una sua derivazione, senza sminuire nulla. Accade raramente e quando si presenta in questo modo si può gridare al miracolo, prendere la gioia e farla sedere dentro questi solchi, senza vergogna.
Le voci sono più nascoste, abbassate, ma la dinamica è ineccepibilmente qualificata a mostrare non timidezza bensì una fermezza fluida, un circolo di impulsi governati dal suono, che si rivela essere più ampio.
Il linguaggio di questa produzione favorisce la calma, la ricchezza della base musicale che accoglie il cantato sorridendo, abbracciandolo, mentre un’onda emotiva fissa la delicatezza e la rende sovrana. Il folk, l’alternative country e il dream pop rallentato dei Mojave 3 viene trasformato in una passeggiata celeste, un viaggio a ritroso nel tempo, come se queste composizioni provenissero dall’Ottocento, con un restyling educato ma deciso. Krissy buca le nuvole da lontano, sorseggia timidezza per poi liberare il suo motore interiore, nel quale sono deposte devozione e riconoscenza per quel progetto e per i precedenti sotto il nome Slowdive. Mette un foulard alla voce e l’ascolto diventa lacrima, vibrazione, un inchino per questa sua sempre evidente volontà di non voler primeggiare o dimostrare chissà cosa: quando apre la bocca, quello che esce sono battiti, carezze, sogni trasformati in suono che ci educano a un’ascolto doverosamente attento, in quanto sentiamo tutta la sua gioia, maturità e una lunga fila di doti. Ritorna dopo un lungo periodo di assenza e ha trovato in Ricardo un lungomare dove poter lasciar andare le paure dentro il mare, ritrovando fiducia in se stessa. Un duo che è partito (direi molto umilmente) non da se stesso bensì dall’ambizione, dal mettersi alla prova, dallo sperimentare un processo lavorativo che avrebbe potuto facilmente farlo arenare.
Invece eccoli qui, lievi, densi, branchie ossigenate che donano la loro classe, facendoci tra l’altro riassaporare il gioco pericoloso dei paragoni. Spiace per gli inetti: alla fine ci ritroviamo con sei canzoni, sei storie, vicende, immensità con identità diverse attorno a un bicchiere di vino a ridere e ad abbracciarci per primi…
Il talento dei due artisti, lontani fisicamente ma abili nell’azzerare questa distanza, ci riporta nella condizione di considerare cosa sia davvero un preciso percorso artistico: regole, impegno, individuazione dei necessari distinguo, scelta dei mezzi e della modalità, per convogliare insieme in un luogo che diventa prezioso, utile e inattaccabile.
I brani selezionati offrono, da un parte (ascoltando gli originali), la certezza di come il tempo non sconfigga la bellezza e la validità, e, dall’altra (con le versioni proposte sotto la dicitura Moon Cowboy), la sicurezza che esista un’epoca e un luogo dove possa accadere che sogni, istinti, necessità di mettersi alla prova conducano al rischio, al pericolo del fallimento, finendo però per trionfare…
Chi, tra i seguaci del genere shoegaze, aveva storto il naso davanti a un’evidente diversificazione del percorso da parte di quei membri degli Slowdive qui avrà la sfrontatezza di pensare che avrebbero dovuto suonare in questo modo. Ma (sono certo che sia la maggioranza) chi ha applaudito allora quel passaggio stilistico oggi farà lo stesso per questa pubblicazione: un gemellaggio particolare, con la fisiognomica diversa, ma volutamente in grado di parlare la stessa lingua, quella del nutrimento dell’anima…
Non vi resta che mettere ogni comparazione in cantina e osservare, piuttosto, come da un quadro perfetto possa nascerne un’altro…
L’ep uscirà venerdì 23 Ottobre su Bandcamp
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.