sabato 19 settembre 2026

La mia Recensione: Sairie - Beneath The Spreading Tree


 

Sairie - Beneath The Spreading Tree


“La natura non ha fretta, eppure tutto si compie” - Lao Tzu



Sfiorare il suono, adoperare le canzoni come una quiete veritiera, non curarsi di ciò che approda velocemente senza attecchire, senza mettere radici eterne…


Sono pochi gli artisti che creano privi dalla frenesia del successo, che sviluppano temi e modalità spendendo ogni singolo istante generando singole forme di estasi, collegandole e lasciando i semi di un più che mai bisognoso buonsenso. 


Quando tutto ciò avviene si potrebbe definire miracoloso, unico, straordinario, mentre dovrebbe, piuttosto, essere la norma. Ma meno male che possiamo avere la possibilità dell’ascolto di questo album, vera e profonda miniera autentica di diamanti che brillano utilizzando il quasi silenzio, la leggerezza che non abbisogna di espedienti, trucchi e massicce dosi di esagerazioni: Beneath The Spreading Tree è un’opera che profuma di antico, come se il folk americano di Joan Baez avesse trovato modo di risorgere e di attingere alle ballate del Millecinquecento, creando associazioni visive davvero portentose. La cifra del lavoro è enorme per via di atmosfere che preferiscono il sussurro e le indagini, con trame letterarie che paiono uscite da romanzi tenuti sotto una coperta protettiva e melodie date da arpeggi e arrangiamenti che hanno il coraggio di farci alzare lo sguardo e di creare, contemporaneamente, spazi interiori in espansione. Il tempo qui, in queste nove tracce, è una biblioteca, una densa superficie su cui vengono sospese le esplosioni e vengono accese tenere candele, protette da chitarre e dalla voce che si insinuano nei sogni celesti, nei prati di fantasie con la perfetta colonna sonora.


Il trio di Brighton unisce irrequietezza e nervi distesi in un gioco serio, prendendo aspetti della psichedelia inglese degli anni Settanta prosciugando i nervi e i viaggi mentali dispersivi, per far divenire il tutto un fascio luminoso che consente ai sensi di avere sicurezza e spunti da cui cominciare un cammino fatto di poesia e ninnenanne che, nel loro sembrare anacronistiche, permettono, invece, di accostarsi alla realtà equilibrandola. Non vi è nulla di retrò ma un grande rispetto nei confronti di un’antica semplicità ormai andata perduta: dall’antichità ai giorni nostri, questo album è una mappa sonora e comportamentale per non dimenticare le radici, per rafforzarle e inserire uno sguardo positivo verso il futuro. Poter suggerire istinti, raccolti, racconti, invece di spiegare in modo accademico, è un dato di fatto meraviglioso, che rivela la saggezza di cui sono dotate queste composizioni che, partendo da chitarre ed espressioni orali, inglobano il pizzicato dell’autoharp e suoni privi di effetti vistosi, regalandoci atmosfere autunnali e invernali che benedicono l’attesa, il silenzio e sguardi sottili. La sensibilità antica, i flussi cinematografici, i colori tenui, le strofe che hanno la stessa presa dei ritornelli trasformano la forma canzone in un assolato cammino che porge la mano alla luna.


 La premura è la chiave di violino che fa mettere sul pentagramma la storia di una attitudine artistica in sintonia con i segreti, i flussi armonici che fanno dell’energia un battito corale davvero impressionante. Sembra una campana di vetro con un velo di raso bianco, in simbiosi con una sacralità evidente e suggestiva. E saper trasformare la tragicità umana in un arpeggio, con le due voci perfettamente sincronizzate nel desiderio di essere un cinguettio e non un urlo, rende questo gioiello davvero tale. Sin dalla copertina si capisce il bisogno di mostrare il paesaggio privo dell’umanità onnipresente, con ondulazioni, correnti lente, come se tutto dovesse essere immaginato e non visto, che è una condizione alla quale la musica recente parrebbe non essere più interessata. Ed è anche in questa modalità resistente che si misura il valore di queste esposizioni lunari. 


Il destino viene resocontato con saggezza, con parole mai drammatiche, con le ballads che dal punto di vista musicale alleggeriscono l’insieme di immagini, come da tradizione puramente folk, in cui nessuna realtà deve sconfiggere il sogno. Ed ecco che la luminosità e il cupo trovano un accordo che sublima. Spesso pare di spostarsi in Francia negli anni Sessanta, con quell’attitudine nel fare della creazione artistica una distrazione cosciente e radicata. Ed ecco che il termine musica leggera trova il suo senso. Un debutto a lunga distanza che permette anche escursioni nei territori statunitensi, per chiudere l’emisfero terrestre in una densa apertura mentale. Un disco che ribadisce il concetto che, se non si conosce la bellezza, il rischio è di esserne tramortito. L’auspicio è che in entrambi i casi siate disposti alle loro indagini, al prestigioso senso di allerta, a grappoli di uva che si addensano nel ventre, con le emozioni che spesso fanno traballare l’umore. Non si concedono pause, è uno scorrere in un tempo (il loro) che conosce canoni diversi dai nostri, una sfida gentile che vincono a mani basse. 


Occorrerebbe, per un ascolto più accurato, la lettura del romanzo di Haruki Murakami (L’arte di correre) per avere il senso del passaggio temporale e del cambiamento fisico, o la visione del film Inception di Christopher Nolan, per vedere l’abbinamento di mondi immaginari cambiare il proprio stato di percezione mentale. Tutto ciò che accade in questo atto compositivo coniuga vita, arte, attesa e un dolcissimo smarrimento, una processione di eccezionali trasporti che alla fine svelano nuovi accessi. 


Quando emerge un’attitudine indie-folk ci si accorge che il loro futuro già lancia messaggi in codice che sicuramente si svilupperanno perché sin dall’inizio del loro percorso hanno saputo lasciare aperte le porte. Nell’album abbiamo chiara la visione di questa loro capacità e non si hanno dubbi circa inedite fascinazioni future. Intanto sarà difficile intendere tutta la verità, l’intensità, le premure, i lavori specifici che si avvertono: pare per davvero che nella incisione siano stati segretati alcuni frammenti, che esista un non voler essere visti del tutto, un lasciare alla nostra intuizione la possibilità di chiudere il cerchio. 


Si piange, si rimane timorosi innanzi ai colori che sembrano nascere sulla nostra pelle mentre le note musicali cadono dentro di noi, si ascolta a occhi serrati e si vede quanto il buio renda chiare ed evidenti le cose, per un piacere davvero sconosciuto. La produzione, eccellente, rende l’insieme un libro da leggere senza clessidra, buttando via percezioni e conoscenze, regalandoci l’inebriante sensazione del volo. E poi il cantato riesce completamente a sedurre, con la certezza che quella modalità sia nata per farci ubriacare. Emma Morton e Jon Griffin sono speculari e anche se è la prima dei due a sentirsi maggiormente, alla fine quando si riuniscono o si alternano si comprende la complicità, il senso, in un gioco armonico e melodico perfetto. L’equilibrio viene dato dalla conoscenza delle radici storiche del canto, del contesto, della musica che invita e che, attraverso un profondo lavoro intimo, conduce a un risultato simile allo Spiritual americano e al Field Holler,  per una simbiosi davvero potente.


In punta di piedi, tra le onde del cielo e i raggi dei pensieri, tra lettere scritte a china e papiri srotolati su un nastro: quando la magia nasce, il mondo si inchina, ed è per questo che non possiamo che alzare il cappello e brindare: Beneath The Spreading Tree può diventare presto un punto di riferimento per le generazioni a venire. Intanto godiamocelo e saremo anime fasciate di bellezza divina…

I luoghi non sono cartoline bensì pitture emotive e sensoriali, come un contrasto inevitabile che ammalia. Utilizzare la melopea è un esercizio fluorescente strepitoso, come l’armonia e il concento, contribuisce a un trasporto ondivago senza freni, ridimensionando il concetto di velocità. Tutto è eburneo, vicino al sentiero trobadorico, per far sì che si possano sentire innesti al mondo bardico, con l’intenzione di rendere questa opera così accogliente e sensuale, mediante cenni malinconici che sospendono il battito e lo vestono di nuove inclinazioni.


 Un insieme di fascine e fiammiferi bucolici riempiono lo spazio gravitazionale con soave apertura, consentendo all’ascolto di immergersi in queste canzoni come se esistesse una realtà ascensionale su cui salire e scomparire. Magia e rituali e l’aura di mistero abitano i brani come transfer temporali, facendoci sentire spugne paralizzate ma felici. La sensazione che esistano forme di sopravvivenza consola, aiuta a decidere di abbandonare almeno per quarantatré minuti questa dipendenza dalla quotidianità che continua a distruggere, con invenzioni e novità false e che durano poco. Si percepisce, invece, in questo percorso artistico, il bisogno di trasformare il ridicolo e il vuoto in un stato psichico di grandi capacità, annullando egoismi e il dilagare del consumismo. L’album è una prospettiva diversa, un altare fisico immerso nelle colline, con il cielo e le storie come uniche divinità credibili. 


La convivenza di alcune espressioni in opposizione tra di loro stimola una lunga e meticolosa riflessione: la band è scevra da condizionamenti, è dolcemente coinvolta a fare delle canzoni opportunità di scambio, di abbracci, come una meteora che si trasforma in metafora toccabile, lasciando l’ascoltatore inebetito e dipendente. Luci, spettri, ombre e una predilezione per il minimalismo consentono di avere nella semplicità un nuovo esercizio mentale, ed è qui che si rivela la propensione pop levigata, tenuta sotto controllo in cui le esagerazioni di chi fa della musica un raggiro vengono totalmente allontanate. Quando il folk progressive inglese degli anni Settanta mostrava il suo volto, si poteva avere il sentore che tutto sarebbe stato una bella stagione, che sarebbe stata spazzata via dalla ciclicità del tempo. Invece ci ritroviamo, grazie a questo trio artistico, nella strabiliante situazione di un infinito che non conoscerà resa.


 Certamente band come i Pentagle paiono comparire tra i solchi, così come i Fotheringay e i The Strawbs, nei quali l’elemento pastorale veniva perseguito e mostrato in abbondanti dimensioni. Però è davvero incontestabile il fatto che il trio di Brighton abbia nel suo dna maggiori elementi a disposizione ed è capace di modificare attitudini e progettualità, per generare dilatazioni e una maggiore protezione nei confronti del passaggio del tempo.




Song by Song


1 - Song for The Winter

Una tensione che si palesa sinistra, dentro le due voci e una chitarra che mette al centro, sin da subito, la ricerca e la capacità di orchestrare il suono con gittate nerastre e potenti, come un lento temporale in arrivo. Novantaquattro secondi in cui il volo degli uccelli, la natura, l’estate diventano un battito al rallentatore, all’interno di un circuito folk perfettamente centrato.


2 - The Breeze On The Meadow


L’amore raccontato dalla voce di Emma è una presenza, un’apertura al futuro, un’ugola delicata dalle intenzioni eterne, così come è infinito il senso di storica appartenenza al cantato di Joan Baez nella canzone The Ballad of Sacco and Vanzetti, per dare a questo incantevole brano un sapore antico e l’autoharp qui celebra il tutto in modo sottile ma maestoso, con i respiri nella bocca della cantante nel finale che fanno immaginare una rosa nera che cadendo frantuma le nostre lacrime…




3 - The Gairdner 


Giardini, porte, rose, scarpe, una lista di oggetti e cose che sono la base di una storia incantevole, angelica, in cui regna la convinzione che la band sia una rappresentanza fedele dei cantastorie che non si esibivano solo per intrattenere bensì per trasmettere pensieri al fine di costruire una nuova morale. L’arpeggio è una cantilena deliziosa, e poi abbiamo l’apertura, minuta e breve, delle due voci insieme che fanno intendere quanto nell’apparente semplicità esista un preciso lavoro, una bottega che produce al buio per irradiare le giornate future…


4 - Harder Than It Seemed


L’amore, nel sonno, ha la sua verità, il suo equilibrio, che sospende (come nel testo di questo brano), una serie di contraddizioni diurne logiche e tristi. La musica sembra provenire dai rioni di Marsiglia degli anni Sessanta, con influenze nord-africane, il cantato è una ferita gentile ma vera, il ritmo accelera rispetto alle tre precedenti, un semi approccio alla psichedelia più sognante…


5 - Three Knots


Nuova incantevole performance, questa volta affidata al canto di Jon ed Emma, in un’alternanza che mostra cristalli sonori che diventano musica celeste, sospesa tra il folk e la sensazione di una overdose di fine Milleottocento. Un’altalena di foglie si getta nel vuoto attraverso la perfetta colonna sonora, con il sospirante finale affidato a una musica che ci trasporta in Scozia, con cello e violini che si muovono dentro le danze felpate di note davvero celtiche…


6 - How Many


How Many di Dylaniana memoria ci introduce nel suono quasi distorto, mentre le due voci creano un mulinello roseo e profumato, per poi immergersi in questa elegante esibizione di psych folk illuminante. Una gemma tra le gemme…


7 - The Green Light 


Altro testo farcito di domande (quanto adoro tutto ciò…), in un episodio che questa volta ci porta nel sud dell’Inghilterra degli anni Settanta, con pochi accordi ma un crescendo contenuto che inebria e mozza il fiato. L’arrangiamento, minuto, è un elemento prezioso, che rende il tutto un sospiro e la genesi di un brivido che non muore tanto facilmente… Meravigliosa!


8 - You Can’t Go Back


Il testo più romantico e più vicino alle onde sinuose delle colline dello Yorkshire ci presenta il lato più chiaramente psichedelico dell’intero lotto di canzoni, con la voce che oscilla nel registro, la velocità perfetta per attraccare nei nostri cuori. E il titolo, con il tono che si abbassa, diventa una lama che taglia via ogni possibilità di affermare il contrario. Un episodio denso di parole, di immagini tumultuose, vivono in una bolla di musica classica e di un folk che ci rende pensierosi ma sognanti…


9 - Beneath The Spreading Tree


Il titolo dell’album come ultimo brano (quello dalla maggiore lunghezza), arriva come un romanzo: occorre uno studio profondo per capire una storia d’amore, la morte, la solitudine, la rappacificazione con l’energia e la voglia di vivere. Per farlo la parte musicale apre correnti sicure, con innesti minimalisti, nel segno della purezza da parte di entrambe le sezioni artistiche, per l’apoteosi della sottile cinematografia di note musicali che si muovono come immagini sospese ma sempre connesse tra loro…


Ascoltare questo album consegna il senso dello spazio e del freno alle nostre rapaci velocità, ci immette nella strada in cui si può ponderare, ritenere la musica come una enciclopedia che si è bramosi di leggere…


Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
19 Settembre 2026


Sairie:

Emma Morton: vocals, autoharp
Jon Griffin: Vocals, guitar, harmonium, percussion
Andy Thomas: bass
Maria Marzaioli: violin
Alice Eldridge: cello
Rebecca Tann: accordian


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.

My Review: Sairie - Beneath The Spreading Tree

Sairie - Beneath The Spreading Tree “Nature is in no hurry, yet everything is accomplished” – Lao Tzu To brush against sound, to use songs a...