Kristeen Young - Full Scrotal Scorpio
Recensione di
Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
28 Settembre 2026
1 - Citazioni
“Come se tu fossi in fiamme dall’interno. La luna vive nel rivestimento della tua pelle” - Pablo Neruda
“Say beauty, lives somewhere” - Beelzebop, Kristeen Young
2 - Introduzione
Nella percezione dei concetti della bellezza e della magia si sono costruiti uragani editoriali, film, canzoni, cercando di fare della ricerca un ulteriore modo per viverli, spesso con buoni risultati, altre volte meno, ma rimane innegabile che l’auto-interpretazione rischia di dividere e confondere le reali verità.
Poi arrivano come lampi oggettivi segni che educano al silenzio, a riconoscere ciò che mette il concreto sul palco saggio della indiscutibilità.
Sono fenomeni, quindi rarità, alla fine un’unicità che spiazza, sgomenta, turba, può annerire le convinzioni, le abitudini, modificare sogni e capacità.
Full Scrotal Scorpio è uno di questi, atterrato sul pianeta Terra, con un’irruenza e una personalità enormi, una pioggia di petali strappati alla gravità per mescolare le carte, cambiare le regole, insinuarsi come un veleno da applaudire, con annessa la prodezza di una serie di frantumazioni inaspettate a consacrare un verdetto definitivo.
L’ascolto (una condanna per chi cerca l’accesso facile) è un parco naturale protetto di Kristeen Young, la quale scrive il suo capolavoro, una via crucis in anticipo sulle nostre confuse abilità di comprensione e, non solo ci precede, ma conosce la necessità e l’intenzione di scomparire, in quanto questo album è un nascondiglio della sua anima, un bunker a cui non si può avere accesso…
3 - Analisi
Ci ritroviamo davanti al giardino di una artista che entra nel suo terreno, si congeda per il tempo di rimanere pulita, vergine, intensamente fedele a un’identità in costante espansione: il suo DNA non mente, in quanto fatto di opposizioni in convivenza agile, mentre per gli altri sarebbe un luogo (anche solo ipocrita pensarlo) nel quale poter avere la stessa fluidità di movimento con questi estremi creativi.
Poi ritorna. Ed è, al quadrato questa volta, l’ennesima constatazione che il suo talento non ha gabbia, confini, ubbidienze da dover dimostrare. Sono canzoni che stritolano, funzionano benissimo per chi ha la pazienza di ricevere dodici proiettili, uno più scosceso, articolato e agitato dell’altro. Una grande elettricità permea questo lavoro, nulla a che vedere con i generi musicali utilizzati (si potrebbe scrivere un romanzo anche solo su questo argomento), in grado di lasciare, nel suo calibrato nonsense, una rete in cui pescare i nostri preconcetti: lei si diverte a spettinarli, a lasciarli cadere e Full Scrotal Scorpio diviene così un nubifragio, una scalata prenotata per un tuffo nel vuoto, perché ascoltando questa opera lo si abbraccia, come l’infinito, dove c’è tutto, ma proprio tutto.
Il rock rientra a gran voce, supportato dal suo piano grintoso, da un’elettronica che aiuta, da una produzione che centra il discorso, il percorso, i sottili fili di pensieri che continuamente voltano le spalle alla logica, garantendosi originalità e spazi di movimenti maestosi. Kristeen non vacilla, non ascolta i riferimenti ai quali spesso viene accostata e crea un meraviglioso album di musica classica (da dove proviene tutta quella contemporanea!), ma lo fa meglio di altri, capendo il succo di un’epoca che viene dimenticata ed espulsa. Lei invece no. Capisce il valore ed ecco che arriva a diverse fasi, quelle della composizione, dell’orchestrazione, della strumentazione, dell’armonizzazione, del contrappunto e dello sviluppo tematico. Utilizza l’omofonia, la polifonia, la fuga (in modo perfetto), con una continuità impressionante, da elogiare senza timori. E poi aggiunge a questo anche la rarefazione e l’insistenza: attraverso la dinamica che, per quanto robusta, non rinuncia mai a essere soffice, trova il meccanismo per dare al sistema canzone la possibilità di sfumature cospicue, precise, con diversi cambi ritmo, una pioggia insistente di contraccolpi e mutamenti di direzione. Ogni strumento è un cesello equilibrato per costruire oceani diamantati, luccicanti, corposi, roboanti, all’interno di trame che, oltre alle folgori e ai momenti meno pieni di volume e attitudini sonore corpose, cercano il contatto con il silenzio dell’anima.
L’artista di St. Louis dirige con estrema precisione questo parto pieno di sangue, melma, discariche emotive, intuizioni, palpitazioni, gonfiando l’adrenalina con punture di follia immense, qualificando e offrendo solo un miliardesimo del suo tesoro interiore. Un album che non dà confidenza, non abbraccia, non invita a cena, non ci sono amicizie ipotetiche da costruire: FSS è arte, è un principio, è un lavoro personale, un’esigenza in cerca di mutazione e un modo per fare della sua esistenza professionale una casa senza cedimenti. Rimane intatta l’impressione di una volontà piacevolmente e inevitabilmente terrorista del rumore, dei sobbalzi del volume e delle tensioni che non sono mai del tutto fragorose al primo impatto, ma ogni volta che lo sono incutono una certa tensione emotiva: quando le cose sono così si può solo ringraziare. Spesso ci ritroviamo con una conturbante orecchiabilità contorta, cacofonica, incontrollabile. A portata di mano rimane una potente controparte visiva, facendoci arrivare nei pressi di un’anima sonora incline a sfumature e sistemi vicini alla musica industriale.
La struttura, evidente e benedetta nel momento in cui si supera lo shock dell’ascolto, permette a queste dodici composizioni di allontanarsi dall’ipocrisia, dai veleni comportamentali, dalle finzioni di chi ingrassa l’ego senza capire che Kristeen non usa la magia nera, i tarocchi, tantomeno spera nella fortuna. No, lei si siede, si alza, si agita, scuote le anime, arriva nel contesto sociale e politico con veemenza rischiando l’incomprensione, offre una nuova sessualità alla creazione e si discosta da tutto e da tutti. La Young è una Apis mellifera, una Lucilia sericata e una Danaus plexippus: un insieme di insetti che partono per far perdere ogni punto di riferimento, per cibarsi di metalli fosforescenti, per collegarsi all’avanguardia, ai sistemi fuorvianti del post-punk senza praticarne la modalità. Entra nella sperimentazione sonora come una sirena e una fata nel ballo di fine anno.
La splendida copertina già suggerisce gli argomenti, tutto è centrale, periferico, periodico e con i protagonisti visibili che detengono il potere di opprimere di mutilare in parte il corpo, ma anche di essere destabilizzati da uno sguardo che non cerca aiuto, preferendo offrre la propria fermezza.
Poi arriva l’ascolto e si freme, si osservano moti umani millenari trovare un baricentro nella musica, un’adozione tra le adozioni…
Lei danza, fa ballare, smorza il tono dei lampi, poi li incendia, in un Getsemani trasportato sul pentagramma, regala fiori freschi e poi uccide, chiude ogni sogno e trasforma la realtà in un disegno di fango e lacrime. Deve esagerare e lo fa benissimo. Si commuove e trasferisce a noi questo stato d’animo, poi agita i nervi e cerca appoggi temporali antichi, non si fida della modernità (se non di certi suoni vibranti) e scrive, appunto, un’opera di musica classica, travestita da un’apparente modernità. Spesso con toni lievi tocca argomenti grevi, per poi allontanarsi dal suo passato e riprenderlo infine, come un’ostrica ostile sfugge alla cattura, non si omologa e la sua libertà non è sinonimo di felicità bensì del suo equilibrio, che non ha intenzione di regalare a nessuno.
In questo suo dodicesimo album in studio tutto appare chiaro: in quasi trent’anni di pubblicazioni, di concerti, di eventi, lei aveva creato un seme, forse inconsciamente, per approdare a questa isola che può e deve essere deserta, perché il suo passato qui mostra il naso ma poi si ritrae per la veemenza, la sicurezza, la sacralità di canzoni spesso anacronistiche, sempre futuriste, ma definitivamente in grado di essere collaboratrici preziose dell’evoluzione del tempo. Lei non racconta, non spiega, non suggerisce, non dà dettagli. Va oltre. Partendo anche da un’evidente indifferenza e insofferenza nei confronti della modalità espressiva comune, fa incetta di profumi, odori, pulsioni e genera parole e schizzi di canto come un’isteria necessaria. Tuttavia credo non sia solo questo. Sfida solo se stessa, si mette alla prova, per esigenza e curiosità, per diventare Natura più che un essere umano.
Si brucia, si eleva, scompare per poter affiliarsi all’eternità, e questo album pare un suo concerto, dove la pellicola dello sfinimento trova come sposo l’ardore della rinascita…
Canzoni che offrono demoni, dai quali sembra non essere posseduta ma è in grado di trasferirli altrove (summa dell’arte per eccellenza), trasformandoli come spiragli di luce, una cavalcata tra la follia e la saggezza, qui fratelli siamesi intenti a reggere il confronto, riuscendoci. L’umorismo sarcastico, lo spray mentale spruzzato in ogni traccia, la frenetica collezione di idee multiple, il piacere del dolore perché sfida la neutralità del finto benessere diventano solo alcune colonne portanti di questo capolavoro.
Deragliante, anticrittogamico, purpureo, utilizza l’eccentrico trasporto del suono del pianoforte per contagiare tutti gli elementi circostanti: dalla chitarra rovente e peccaminosa (Don DeVore), al basso avvolgente (Mr. Tony Visconti!), alla batteria e alle percussioni del magico talento di Jefferson Wayne Baby Jef White, con l’insieme generato da una donna che scrive nove brani da sola. La magia è che anche gli altri tre sembrano solamente suoi…
L’incastro tra i musicisti però è evidente: non solo esecutori ma anime pensanti, in grado di tradurre precise direttive artistiche, per una omogeneità di cui beneficia l’album, trasferendosi al nostro ascolto. Un ronzio continuo che rovista tra i rifiuti cognitivi e illumina un muro che accoglie bordate di suono, un apparato di fluidi che porta la normalità a nascondersi: la musica di Young non è che una meravigliosa serie di atti estranei a una massa in cui lei non si riconosce e, come ella stessa dice nel verso della prima canzone, “Pensavo di essere nata umana ma è chiaro che non lo sono”.
Non lo è lei, non lo è la sua musica e a noi non rimane che abbandonare una passività millenaria e appropriarci della sua monumentale arte, non ortodossa, non regolarizzata e quindi libera. I crateri di note non fanno che confermare un’antica tendenza a percuotere come faceva l’uomo primitivo: lo fa con il suo piano, con i suoi testi, con l’impianto scenico spettacolare della sua presenza sul palco ed ecco che in questo progetto artistico abbiamo la sua essenza, l’assenza di parvenze, una tenuità che non si ritrova a questi livelli in nessun altro suo collega.
Dato che in lei vivono processi mnemonici che al giorno d’oggi non si conoscono più o non vengono considerati, ecco che Kristeen svetta ed eccelle. FSS è un libro unico, nel quale le canzoni non sono capitoli, quanto piuttosto uno sbuffo che diventa urlo, poi ombra, nuvola da cui escono frammenti metallici, per poi trasformarsi in una solida piuma che si scontra con la stupidità senza farsi contagiare, un commiato comportamentale dove non è la follia a governare l’insieme. Abbiamo a che vedere con una coscienza dal Q.I. elevatissimo e quindi non accessibile alla comprensione. Un disco che è colmo di arrangiamenti, di tentacoli, di istanti che circondano la base iniziale di scrittura per divenire una ouverture sontuosa e priva di condizionamenti. Più ascolti e maggiormente capisci che gli input, la base culturale, l’intenzione e la capacità di sviluppo abitano le foreste, le zone impervie fisiche e del pensiero, sono una telecamera di ciò che è distante dallo sguardo comune. Kristeen no, lei non si abbassa a essere una giornalista della realtà, va oltre, ci restituisce la nostra incoscienza, si dà da fare per offrirci capacità critiche, essendo lei per prima intenta a non subire la vita. Le sue composizioni sono parti continui, sono calvari, spine e multi-orgasmi, con una disciplina militare impressionante: libertà non è fare quello che si vuole, ma lavorare bene per ottenere attraverso lo studio e l’applicazione una zona in cui creare l’indipendenza che non conosca tsunami.
Ecco, questo disco ci offre la maturità della fatica, lo smarcarsi dal cliché, un cielo personale. E i suoi testi sono l’emblema di una coniugazione con i movimenti delle note e anche di una stratificazione intima che si incolla a un insieme che rimane, e qui bisogna ribadirlo, un universo che assorbe per essere nebulosa in costante transito, in quanto le canzoni, mai come prima, sanno trasformarsi, per un miracolo non divino, non umano, ma solamente, magnificamente, incomprensibile. Il coraggio di usare le sillabe, di usare i fonemi come assoli, come un capobranco, come un bastoncino di legno che segue la corrente, rimane stabile nel suo campionario di qualità, ma ora tutto è diventato tornado, si rimane impotenti, si viene trascinati via ed è una sensazione bellissima e utilissima. Se ci si fida della sua arte/rete, allora si hanno chance per essere qualcos'altro…
Parole che sanno entrare nella natura, nel microscopio del corpo così come del pensiero, una frusta colorata simile a un arcobaleno, ma che sa anche rendere giustamente essenziale la presenza del nero in modo eccezionale, per precisarne l’effetto. Scartavetrano la banalità, per le scelte tematiche, nel momento in cui arrivano ma soprattutto per l’intenzione: in questo lavoro quando canta i lemmi sono flussi, riflussi, sementi, vomiti, artriti, vagiti e sussurri che circondano la mente, per l’effetto di una sedia elettrica che non conduce alla morte, quanto piuttosto alla trasformazione. Testi che vanno oltre la genetica, sono numeri, geometria e proiezioni ortogonali, un compasso che conosce la magia dell’irruenza e che sa spodestare la comfort zone, imponendosi e non proponendosi, ed è qui che lei fa la differenza…
Appare la sua adolescenza, il suo circostante nei suoi versi, ma non sono accessi bensì scosse elettriche, stimolazioni per poter fare del proprio guscio un sacrato senza preghiere, direi, piuttosto, una questione privata continua. Adoro l’impossibilità di cantare: non possono appartenerci questi versi, abbiamo invece l’opportunità di rimanere muti, di ascoltare con il cervello rovente nei suoi tentativi di rendere evitabile la comprensione. Ed è estasi totale, il distacco dal ripetitivo principio di poterlo fare ci rende prigionieri di questa sua ulteriore unicità.
La sua voce, che per molti è uno shock, termine di paragone e altre cose simili, in realtà è parte di un unicum, di un percorso che utilizza doti naturali, altre costruite, ma non dimentichiamoci di come canta: un insieme collettivo di pruriti, di tribolazioni, di doverose necessità per trasformare un codice in una serie di domande, in cui l’elasticità delle sue ottave sono geroglifici antici, un fenomeno che è paragonabile a una lastra, con il bianco e il nero che paiono immobili, definendo salute e malattia. E invece il modo di utilizzare la sua ugola è una penetrazione di quella immagine bloccata…
Quando usa il cromatismo e la fioritura (due tecniche davvero impegnative), lo fa con capacità eccellenti e sbalorditive.
Lo stesso accade nei momenti in cui utilizza la tecnica del melisma e ne rimani piacevolmente impressionato: Kristeen adopera sistemi continuamente in sovrapposizione tra loro, generando effetti che circondano l’insieme delle note.
L’unione delle tecniche adoperate per queste canzoni utilizza la tecnologia non solo per essere ridondante e capace di essere ficcante, ma anche per una moltiplicazione dei sensi, dei significati, una tavolozza completa, un dipinto che, attraverso la molteplicità dei supporti, ci fa incontrare il disegno mentale che c’è dietro a tutto questo peculiare lavoro di assemblaggio.
È quello che faceva la musica classica ed è il medesimo che Kristeen fa: una passeggiata nel tempo prendendo sotto braccio le possibilità per realizzare un’opera spavalda, incurante del suo circondario.
I generi musicali (molti, ma sempre un accenno e con un accostamento continuo tra di loro) sono dettagli, mezzi di trasporto e non di riconoscibilità, un calcio nel sedere per i tag, per i miei colleghi assetati di definizioni che lasciano il tempo che trovano: Young è seria, usa la musica e si fa usare da lei, senza dover essere ricondotta a cataloghi definitivi.
Il rock, il post-punk, l’elettronica e via dicendo sono solo piccoli innesti, ma non definiscono l’involucro e l’estetica di questo lavoro. Che si precisa, piuttosto, in una molecola gassosa che desidera compagnia e solitudine, creando iati, ossimori, in una rissa che dal rumore cerca un alleato che non desidera educazione, bensì il luogo giusto per poter esistere.
4 - Song by Song
1 - Beelxepop
“Thought I’s born a human being.
But, it’s clear I’m not one.”
Una venatura blues, immersa in una bolla elettronica, dà fuoco alle polveri: ed è magma nevrotico, con un drumming che apre a una tensione che viene distribuita attraverso un cantato che sfiora le pareti alte del cielo, per poi avere un’accelerazione ritmica che comprende un potente falsetto. Il basso distorto e flash emotivi tradotti in schegge di suono fanno dell’opener track un urlo trattenuto, immenso, sino al piano drammatico del finale, avvolto da un vocalizzo e da un crooning velato…
2 - Not Like You
“All the things you say we did I
never lived at all.
You renovate the cage with age.”
Una piccola introduzione precede una corsa che permette al rock alternativo degli anni Novanta di tornare, ma è il cantato, nel ritornello, che rende improbabile ogni riferimento preciso e tantomeno valido: la voce e la modalità si separano da ogni previsione per essere una metastasi assassina meravigliosa, in cui a eccellere è l’intensità che raschia la sua ugola per poter essere una strega nei pressi di un rogo. Incendiaria, con il suo famoso “key smashing” (qui più nudo, meno protetto dagli effetti della pedaliera per diventare un micidiale uppercut allo stomaco), l’autrice permette al suo adorato piano di ben incastrarsi con questa chitarra rovente, il lavorio ficcante della batteria, con il risultato di un vagito di un animale che cerca nuovi luoghi da assalire. Strepitosa…
3 - Phone
“Take all this thought.
Make it smooth and fevered.”
Si entra nel teatro greco, un piano e un fruscio elettrico aprono quello che è un episodio che mostra l’eclettica voce di Kristeen, per generare pensieri a pioggia sulla comunicazione, l’errore e l’orrore palesi, con un sottile arrangiamento che, alla fine, fa sembrare l’insieme una nuvola punk, seppure le sembianze sembrino quelle di una semi-ballad elettrica. Il brano è una recita, squarcia con la lentezza che si indurisce a tratti per poi evidenziare, attraverso un registro alto, la spiritualità evidente, una lettura che si tiene delle schegge nella tasca. Punkettone lento…
4 - Numbers
“Waxed and fat,
shoot off the graph.
Bursting out.”
Arriva il nonsense lirico, una cabaret song che riporta alla mente la drammaticità di Uccellacci e uccellini di Pasolini, con quel grigiore che toglie il fiato, un loop decadente delizioso che rende il tutto un piacevole quasi incubo…
La dinamica, compatta e rigorosa, ci consegna anche le deliziose deviazioni nebulose di Prokofiev, del suo inarrivabile Concerto n. 2, con un’epicità che dimostra l’inevitabile crescita artistica di Kristeen…
La canzone vive di un controcanto rapido, di discese pianistiche, di sensi all’erta, di un pollo assassino che spaventa, della drammaticità di uno scontro tra il vero e il reale, in un caleidoscopico tour emotivo… Disturbante e ammaliante…
5 - A Coup at the Zoo
“You better build stronger walls or
stay under the ground.”
Tornano le velenose, doverose, essenziali e indiscutibilmente necessarie invettive della Young, forse più camuffate rispetto al passato, ma in grado di scuotere e di obbligare il pensiero a trovare nuovo ossigeno. Quest’ultimo viene compresso dal lavoro strepitoso degli strumenti, ognuno con le proprie parti perfettamente assemblate, per portare le urla di guerra di Kristeen nel teatro d’avanguardia tedesco, sul cui palco potremmo immaginare Klaus Nomi danzare in modo sghembo e pericolosamente vicino alla caduta. Episodio tritatutto, il piano che sgozza le note basse, la marcia del cantato che diventa un usignolo in un volo rapace. Devastante!
6 - Falling
“God could save us all.
But, there is no God at all.”
In un mondo che cerca la libertà, la sincerità dà fastidio, e Kristeen tutto ciò lo sa bene. Ed eccola, senza paura, affrontare con una voce angelica una serie di situazioni che separano le bugie dal vero, con un piccolo vibrato commovente, mentre l’atmosfera da night americano anni Trenta lentamente la conduce alla caduta, come una capsula ripetutamente in discesa… Si toccano gli estremi: il pianto da commozione pura da una parte e la disperazione dall’altra con l’artista americana ci inchioda completamente… La traccia ci riporta alle aperture ritmiche e alle armonizzazioni della musica classica, in un crescendo nel quale cadere può essere l’unico piacere concesso… Straziante…
7 - Full Scrotal Scorpio
“ She don’t feel as lonely
like I’m all the time.”
Un film muto di Charlie Chaplin trova la perfetta colonna sonora, una fascia isterica balbuziente, con ritmiche altalenanti, evasioni, smottamenti, graffi nocivi, un veleno costante che conduce all’asfissia, per il brano che, non solo dà il titolo all’album, ma ne riassume l’odore, un perfetto teorema espressivo che circumnaviga la creatività e la necessità testuale.
Notevole è l’ironia di un testo solo in parte criptico, che adopera folgori musicali per scivolare nell’infinito della nostra quasi certa incomprensione. È un calvario, una fatica deliziosa da dover far divenire preziosa esperienza. La “vecchia” Kristeen e quella “nuova” sono qui gemelle siamesi con i loro moti bipolari, in un connubio pazzesco nella sua spettacolarità…
8 - I, Claudia
“Not allowed to grow.
Bound to below:
Stunted child.”
Il piano iniziale sembra continuare il lavoro precedente, ma poi ci si ritrova in un batuffolo di cotone tipico della seconda parte della carriera degli Einsturzende Neubauten, in cui il lato più pop e il cabaret cercano un approdo logico senza perdere intensità. La voce è una lacrima sotto vuoto che spinge, apre il tappo e si libera, mentre nella strofa un profondo lavoro della produzione di Kristeen consente una dinamica che conserva ogni umore, colore, tensione sino al drumming tribale in cui il cantato, filtrato, diventa un acido in transito nel cervello.
9 - Editedit
“My body, my face, then my thoughts, my whole state, so wait.”
Qui siamo a un livello straordinario: fasci luminosi impastati di follia paiono essere usciti dai corridori dell’Overlook Hotel di Shining, con la forma teatrale che abbisogna di immagini roventi, sconnesse, malate, in un circuito quasi di atomica perversione verso il nero umano che cerca di negarsi come tale, ma Kristeen lo smaschera, ed è una escandescenza ritmica che conduce a una delicata perdizione… Top!
10 - Muleskinner Blues (Blues Yodel #8)
“If you don’t like your job,
well, you can throw your bucket down.”
Immaginate un atomo di post-punk imbevuto di eclettici movimenti, una voce raddoppiata, un ritmo fagocitante, ombre cinesi, parole di un dialogo in cui contesto, senso, continuità espressiva conoscono il sistema per esplodere in modo contenuto… Ecco, avete un quadro di un ossimoro vivo, una perla che pare provenire dalle illusioni ottiche di M.C. Escher, in un capolavoro fertile di proiezioni e ammiccamenti. Si danza come spiriti imbevuti di coraggio, guidati dall’eco dei gorgheggi di Kristeen e da un piano che sembra splendidamente beffardo…
11 - Honey
“I wanted to stay, felt like where I belonged.
But, now with my true name could find my long lost home.”
Una chitarra iniziale in eco di U2 periodo Boy dura pochissimi istanti: arriva un totale distacco e la canzone (tra le più confidenziali dell’album) ci mostra come un loop possa trovare alleati lungo la strada, a partire da chitarre oblique, un drumming saggiamente proteso nel separare la continuità dalle pause, il basso battente e la voce che recita come se fosse uscita disgustata da una chiesa e da incontri noiosi. Un delirio delinquente, saggio, parole di fuoco e nitriti e miagolii di una sei corde in stato di perlustrazione e sicuramente anche di grazia… Il rock antico qui trova il suo Everest e le acute note gli angeli nudi che cercano pace. Si parla anche di orfani e, per il sottoscritto, che lo è stato, non è semplice gestire l’insieme maligno, ma alla fine questa opera incantevole diventa una mano saggia per il futuro…
12 - Prime Ape
“See my hands.
Complex how my thumbs can move.
I gun embrace.
Go click click, pop pop.”
Una rasoiata che ricorda i Bad Seeds più aspri e le code velenose dei brani di inizio carriera della stessa Kristeen, ci mostra, nell’atto finale, la capacità di inasprire ancora di più i toni, in acini di vino scoppiettanti di sangue, in cui il ventre fatica ad accogliere tutta questa deliziosa pillola nevrotica… Un modo pazzesco di concludere questo lavoro, con una girata futurista non dimentica del passato, con un’isteria che benedice chi non si cura di queste forme espressive, ed è il brano vincente che conferma il suo trionfo, con le sue ultime parole, acclamate senza musica, che chiosano in modo perfetto: “All I want is what I have coming to me. All I want is my fair share”…
5 - Conclusioni
La si deve ascoltare, questa meraviglia assoluta, in quanto è l’arte che domina, sbeffeggiando, mai implorando, sempre offrendo brandelli di verità negate e mettendo in primo piano quelle strozzate brutture conclamate, forzando volutamente la mano per generare ruoli distanti.
Ecco: Full Scrotal Scorpio è uno stormo di uccelli piovanelli, capaci di vistosi cambi di rotta, ma aventi l’innegabile abilità di rimanere uniti per evitare i predatori. Un album a sé, non catalogabile, libero di offrire quello che è, di fregarsene del successo, ma frutto di un lavoro, di una pianificazione e di sistemi architettonici che lo fanno nettamente svettare rispetto agli altri.
Nota bene: causa dipendenza, lo paghi una volta sola ma ti rimane nel sangue per tutta la vita…
Potete prenotare l’album a questo link:
https://kristeenyoungmusic.bandcamp.com/album/full-scrotal-scorpio
Full Scrotal Scorpio:
Data di pubblicazione: 23 Ottobre 2026
All vocals, piano, keyboards - Kristeen Young
All drums and percussion - Jefferson Wayne Baby Jef White
Bass - Tony Visconti
Guitars - Don DeVore
Guitar on track 9 - Kristeen Young
Additional guitar on track 6 - Rob Durando
Additional guitar on track 2 - Tony Visconti
Acoustic guitar break on track 7 - David Haynes
Album in studio:
Meet Miss Young and Her All Boy Band 1997
Enemy 1999
Breasticles 2003
X 2004
The Orphans 2006
Music for Strippers, Hookers, and the Odd On-Looker 2009
V the Volcanic 2011
The Knife Shift 2014
Live at the Witch's Tit 2017
The Subset 2019
Beauty Shop 2022
lbum in studio
- Meet Miss Young and Her All Boy Band 1997
- Enemy 1999
- Breasticles 2003
- X 2004
- The Orphans 2006
- Music for Strippers, Hookers, and the Odd On-Looker 2009
- V the Volcanic 2011
- The Knife Shift 2014
- Live at the Witch's Tit 2017
- The Subset 2019
- Beauty Shop 2022