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mercoledì 24 giugno 2026

La mia Recensione: Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins

 


Alex Dematteis

Musichockworld

Salford

25th June 2026


Sun Shines Cold - Light Fades Into Ruins


Esistono condizioni particolari, nella ricerca dell’esposizione della verità, che conducono a scorgere panorami interiori in grado di smuovere ansie e tensioni, in un circuito celebrale che evidenzia l’appartenenza a nuove verità: la musica in questo aspetto è davvero capace di compiere miracoli. Il duo di Edimburgo, composto da Brian Jordan e da Colan Miles, con il secondo lavoro a lunga distanza compie una serie di indagini, conferma la rotta dell’esordio allungando la gittata della sensibilità, con un occhio preciso volto all’attualità, e immagina tutta una serie di indicatori per aumentare la profondità del loro studio. Strumenti come enciclopedie, ritmi lenti per consentire dilatazioni sonore, un immaginario che traduce vicende personali e un senso di appartenenza al nutrimento della tecnica e  alla pianificazione verso il luogo armonico del piacere, comprendendo anche semi grigi e tensioni tenute perfettamente nel girone dell’ubbidienza.

Light Fades Into Ruins è un giardino celeste che attraverso i temporali dell’esistenza cerca il modo di creare arcobaleni, nei passi, nei sogni, innaffiando l’aria e le energie con una dolcezza imprevedibile, prestando accortezza nei confronti della potenza del suono perfettamente garantita dalla produzione di Simon Scott, che, dopo aver masterizzato il precedente Echoes Of A Former Life, qui si siede e indica, testimonia la grande maturità raggiunta dal combo scozzese e benedice il tutto con la sua sapiente regia.

Un disco in cui vivono tutte le stagioni, in cui prevalgono note allungate, una sapiente ricerca armonica, l’intenzione di donare alle introduzioni la capacità di inquadrare perfettamente il contesto e ciò che sta per arrivare. I riferimenti come sempre non mancano, ma stavolta Brian e Colan sono riusciti a manifestare totalmente il loro stile, ad avvalorare i propri bisogni, facendo sì che una buonissima quota di originalità abiti il vestito di queste tredici composizioni, per un album che sembra durare una giornata intera, dato tutto questo dalla volontà di una maggiore consapevolezza. Non è una fotografia, un suono di un momento, bensì un articolare studi, indagini, propensioni, con il coraggio sapiente di chi, malgrado la preoccupazione di aver pubblicato troppi minuti, ci offre in realtà appigli, rifugi, compensazioni, supporti e la chiara capacità di aver espresso oltre al talento anche una documentazione precisa su cosa è  necessario per la loro esistenza. Ci si ritrova così nell’urgenza dell’ascolto europeo, come atto diligente di sedazione, come uno scrupolo doveroso per non lasciare nulla al caso.

Sono composizioni che scavalcano la noiosa tendenza a decifrare i generi musicali, regalando, piuttosto, la corposa necessità di investire il tempo scevri di questo impedimento, per generare matasse di nervi, cavi elettrici che contemplano saggezza e un’indole davvero spiccata verso il nutrimento dell’anima, una preghiera musicale sotto forma di suoni in ebollizione lenta, anche quando il ritmo parrebbe essere più veloce e maggiormente impiantato nella fisicità.

La parte cantata di Brian è attenta a essere un accompagnamento e non un trono borioso: tutto fila liscio, le sue corde vocali paiono essere un’ulteriore chitarra e la sua grazia alla fine conquista e distribuisce piaceri davvero immensi, nei quali la sensazione è quella di una vertigine che educa alla piacevolezza di flussi sensoriali ed emotivi alla ricerca di un tempio pieno di diamanti sonori.

Dal canto suo, Colan ha aumentato la scrittura melodica delle tastiere e il suo basso ha preso distanza dal post-punk senza però rinunciare a insinuare il piacevole sospetto che le origini e il background siano ancora lì a testimoniare la propria l’importanza e il proprio valore. Ci sono, ancora e come sempre, scie di shoegaze a insaporire le trame, per donare ad ampio spettro il suo buongusto, perfettamente allineato alle chitarre di Brian, al fine di conseguire, come risultato, un nucleo compatto in cui non si attraversano i generi musicali, ma li si vive come un respiro dalla bellezza fatale…


I testi sorprendono, una crescita esponenziale nella decifrazione, nel trasformare il pensiero in vocali e consonanti che sappiano creare mood molteplici, un disegno che rivela la saggezza dello sguardo, la scelta degli argomenti, un vocabolario semplice ma in grado di impegnare la comprensione per custodire la realtà di queste parole, che sono un ulteriore strumento, dove ciò che è esplicito sembra attendere la ragnatela delle difficoltà per abbracciarla. Un cambiamento vistoso, un tassello che dimostra quanto questo secondo lavoro sia un concentrato di saggezze in volo, una lampada a olio che illumina il tempo. 


Capace di creare una dipendenza amniotica, celebrale e fisica, l’esperienza di questo gioiello trasforma la sabbia della clessidra nell’avamposto inaspettato di regali in sequenza, di una serie di illustrazioni che sanno come fermare l’indole della fretta. Alla fine sembra di aver letto un libro in un circuito di fiamme e nuvole, con l’anima che, assorta, ha trovato il giusto ristoro. Non è una scrittura atta a cercare il perfetto song writing, ma una vera distruzione di petali e respiri, con le canzoni che crescono, ascolto dopo ascolto, come un generoso scintillio di capriole e giochi acrobatici alla ricerca di un gesto semplice: donare piacevolezza.


Provoca gioia veder confermata la presenza dei coriandoli grigi di Disintegration, le scorribande celesti di Souvlaki, come se rimanessero  la loro stella polare, ma, nel frattempo, queste composizioni ci mostrano un nuovo universo parallelo e, come dicevo prima, la loro reale maturazione si precisa con l’intenzione, il piacevole incidente fortuito, di scoprire tra le proprie mani un talento che non deve nulla a nessuno.

I sentimenti, le riflessioni, gli istinti, gli stravolgimenti (in questo disco sublime) sono il raccordo inconscio di cui un attento ascoltatore necessita: pendii, balbettamenti ritmici, escursioni nell’epicentro onirico, la fragilità che da maschera diventa, impetuosamente, un irriducibile ribelle in grado di viverla come una risorsa. Quando le voci e le musiche alzano il loro registro ci si accorge di come ci siano vette che possono essere vissute anche con poco ossigeno…


Non si può non adorare il senso di attesa, la sua lenta movenza, che si tuffa dentro il radiatore caldo di scie sonore che odorano di nostalgia priva di tristezza, come spinta verso un presente che sappia distinguersi. Qualcosa di celtico, di folk, naviga tra queste tracce, come una muffa camuffata da antenna: un ascolto attento rivela tutto ciò, come se la provenienza non possa conoscere il rifiuto. Ed è anche tale aspetto che rende intrigante questo approccio nei confronti di Light Fades Into Ruins: un lungo e continuativo abbraccio tra il dna e l’esigenza di discostarsene, in un giardino immaginario nel quali gli abitanti hanno linguaggi e costumi diversi, ma riescono a convivere in armonia.

Un fuoco, tra i venti e i brividi, può solamente penetrare, per indurci a divenire esseri migliori…

E quello dei Sun Shines Cold è davvero intenso ed essenziale… 


Song by Song


1 - Light Fades


Un risveglio, un torpore gradevole, accenni di vita, movimenti che sembrano respiri non ancora coscienti, una tensione accennata, vapori sui capelli, un drumming accompagnato da un basso corrosivo, le tastiere che sussurrano rotoli di dolcezza, con la sensazione di una malinconia che cerca conforto, per il risultato di un brano strumentale ad alto tasso immaginifico…



2 - Winters End


Spesso si chiude gli occhi non per sognare ma per vedere meglio la cruda realtà e poterla congedare. Il testo è un calvario di ortiche e chiodi arrugginiti, mentre la musica è capace di trovare longitudini davvero oniriche, come contrappeso necessario. Lo shoegaze degli anni Novanta qui diventa un parametro, un perimetro, una camminata che rende i polmoni coscienti di questo testo così denso, con il tutto che scivola in una culla senza età…


3 - Wait My Time


L’amore vive ambizioni diverse e nel racconto di due esseri in relazione vediamo le discordanze, gli equilibri infranti, l’incoscienza e il dolore depositati solo in uno dei due protagonisti. Il circolo sonoro è una spada che corre veloce, con oscillazioni e visitazioni dei generi musicali come un timido inchino, perché, per davvero, questo brano mostra le varie e spettacolari qualità di fare degli incroci strumentali un passaporto per lo stupore e la libertà…




4 - Everything Has Changed


Il disco conferma la centralità, da parte dei testi, dei rapporti interpersonali (da una parte) e l’ascesa verso piccole mutazioni stilistiche musicali (dall’altra), e in questo specifico pezzo vediamo coesistere la turbolenza, l’epicità del dramma attraverso ascese visive e suoni che impastano elementi preziosi da parte dei due musicisti, qui in una parata di novità che potrebbero sentenziare la loro direzione futura. Quasi Pop, mentre la serietà e la tensione sono espresse al massimo, per un connubio delizioso. Alternative, Shoegaze e Post-Punk qui banchettano insieme, felicemente…



5 - All I Need


E quando l’oscurità afferra la mente e lascia pochi giorni al futuro, ecco una lacrima capace di essere musica, una sciata tra le nuvole, un fumogeno shoegaze che prende i Cure di Disintegration per far dimagrire il dolore ma non l’intensità… La voce trova modo di avere la sua centralità, la musica intorno pare inchinarsi, e tutto spicca in un volo in cui le chitarre decidono di attraversare il cielo più lontano, per portarci con loro…



6 - Where I Lie


Ma quanto sono adorabili le coccole ambient dei Sun Shines Cold, quando si vestono da maghi e scendono nei crateri del rischio, con la loro effervescenza a cui viene dato l’ordine di tramutarsi in un boato soffocato? Sì, sono presenti piccoli wall of sound, a grattugiare la melodia, ma, poi, a vincere è un candore davvero notevole, la pazienza nel cercare i suoni più adatti, un circuito di nervi tradotti in un pellegrinaggio di noti pacifiche…



7 - Last Sunset


Clamorosa, morbida, muscolare, medievale nelle sue zone d’ombra, moderna nella sua cura del dettaglio, un brano minimalista in ascesa, un brivido che vive di loop quasi segregati, di chitarre che attendono la luce del sole, con le tastiere che invece discorrono con la notte e il drumming che ci porta verso gli Slowdive, oltre a una spiritualità che non abbisogna di parole…



8 - Into Ruins


Terzo brano strumentale e l’ennesima abilità di un alfabeto morse in grado di raggiungere il ricevente: Into Ruins è un diario segreto di escursioni lunari, una stagione che cerca l’approdo verso un’altra, con un corpo di chitarre a trascinare il ritmo sincopato e a raggiungere lidi lontani dallo shoegaze. Ed è così che ci si ritrova nella grandiosità dei film di Rohmer, dove tutto è organizzato per un tema preciso, viscerato e connesso al presente…



9 - A Feeling Unknown


Conoscere e dimenticare, volere la verità e il suo contrario, in questa articolata dinamica comportamentale e letteraria, fa di questo brano una serie di deserti coccolati da echi di deserti in ascesa, un perimetro di note che sono come amnti in cerca di acqua, un’espressione sottile e dorata, un'intensa dimostrazione che il duo scozzese ha sensibilità femminili in abbondanza…



10 - I Watched You Fall


Il tempo e la sua via crucis: in questa canzone ci ritroviamo nei quartieri terminali della gioia, dove a vincere è la consapevolezza che che tutto si conceda a un lascito cosciente. L’episodio più intenso di questo album, tra lacrime e ringraziamenti infiniti, dentro una processione che contempla tutte le qualità della band, qui nella necessità di contenere ed esplorare il passato, il presente, e di affacciarsi al futuro. Un loop enigmatico (quello della voce) che si assesta nella tintura sonora, dando spazio a un episodio celestiale…



11 - Betrayal


Una centrifuga di rimandi, molte canzoni e molte band qui trovano modo di essere ricordate. Ma loro, invece, porgono in evidenza il loro studio e architettano un riassunto dove ciò che è stato esplorato sembri una coda, una scia per fuggire via lontano… Un fare psichedelico dentro un’ossatura polivalente che strega e immagazzina piaceri davvero potenti…



12 - Lost Again


Nel penultimo episodio i due tracciano la bandiera dell’effervescenza, della gravidanza artistica, in un recinto solare, in cui tutto ciò che appare è un raggio shoegaze dentro la polvere, in un bagliore che stupisce e rende il respiro un affanno che libera tossine. Con il passare del tempo, delle canzoni, ci si rende conto di quanta materia alberghi nel loro raziocinio, nel loro bagaglio culturale. Qui, per esempio, vediamo come diversi e piccole mutazioni diano dimostrazione di superare la forma canzone per ottenere un lasciapassare che conduce alla bellezza più concreta…



13 - No Way Back


E si chiude in maniera strepitosa, tra eleganti passi melodici nell’oceano dei sogni e lo spazio di raggi imbevuti di tristezza, con la verità che ci racconta di come tutto sia concatenato per risultare in un arrivederci in cui gli arpeggi vivono l’impetuosità del Post-Rock, e i sigilli Shoegaze sono quasi silenti…


https://sunshinescold.bandcamp.com/album/light-fades-into-ruins




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