Federale - Love & Other Lies
Recensione di:
Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
18 Ottobre 2026
Federale - Love & Other Lies
«I film sono una fucina di maghi: ti permettono di costruire una storia con le mani.»
Mario Bava
Presenza e immaginazione comportano da sempre una condizione di instabilità, una piccola infelicità garantita, un’esplorazione che scavalca il senso e l’utilità. Ma sono necessarie, in quanto si tratta di un’instancabile condizione umana. L’arte ne fa il suo covo, mantra e direzione. Il cinema, la fotografia e la musica in questo stabiliscono un contatto serrato, fertile, la certezza che il reale e il concreto siano suscettibili di pause, rivalutazioni e immersioni in altre zone non del tutto toccabili. Quando a tutto ciò si aggiungono trame, sentimenti, la vita reale in cerca di una fuga, ecco che si realizzano opere di immensa bellezza, tensione, i non luoghi e le figure proiettate nella mente assumono il controllo e diverse dimensioni coabitano dentro di noi.
Con il nuovo progetto della band Federale troviamo, tra le altre cose, i seguenti elementi: un fascio di brividi, slanci, freni, drammi, l’incantevole sensazione di un film che si trasforma nella pellicola di una vecchia macchina fotografica, dalla quale escono all’improvviso musiche e una voce a disegnare questa illuminante situazione.
La mente si impossessa dell’impossibile, dell’infinito e l’album manifesta la forza di un tendone da circo che, privo di animali ma pieno di anime che provano a connettersi con l’emisfero celeste, ospita il loro divagare, benedetto da storie in cui ferite e sogni hanno lo stesso peso. Il tempo diventa un’incosciente massa di meteoroidi, destinati a non raggiungere mai il pianeta Terra, a non trasformarsi in meteoriti.
Questo accade con l’ascolto di questa immensa nuova opera del bardo di Portland, Mr. Collin Hegna, mai dimentica della storia iniziata nel 2007 con La Rayar: A Tale of Revenge e proseguita senza soste, per illuminare la coscienza e il suo opposto, per trasformare l’ascolto in una proiezione di immagini piene di polvere, sangue, torture mentali, scenari di ambasce e sottili malinconie in cerca di abbracci. Tanti anni sono passati, il tappeto musicale colmo di gothic-western ha accolto altre modalità espressive e in questo nuovo appuntamento tutto è perfettamente coniugato, come se nell’esplorazione il punto fisso fosse proprio non dimenticare nulla.
Canzoni che sembrano avvicinarsi maggiormente alle molteplicità della psichedelia, quella che traduce i raggi solari in sensazioni multiformi, con annessa la volontà di trasferire il proprio bagaglio temporale degli anni Ottanta nei giorni nostri, senza plagi bensì con un grazie e una riconoscenza liberi di avere un proprio spazio di creatività. Si scopre, infatti, durante l’incantevole ascolto, quanti chilometri la scrittura abbia percorso, attraverso un’evoluzione che non disdegna un pudico approccio a canzoni con l’abilità di essere catchy, volendo però conservare quella magnetica oscurità che da sempre contraddistingue la band americana.
Aperture melodiche più ampie, una collettiva abilità di fare delle singole parti di appartenenza il bisogno di incrociarsi con le altre. Si spiega così questa illuminazione dei paesaggi, delle storie scritte come sempre con grande maestria da Collin, in perenne contatto con l’attraversamento mentale e fisico che parte dalla sua città e come sempre arriva in Europa. Ma, ed ecco la sorpresa e lo stupore, non vi sono solo le antiche sue fascinazioni per il genere giallo, l’horror, il cinema di grandi registi italiani, piuttosto la capacità di entrare in luoghi poco perlustrati, con le avventure che si riempiono di nuove figure, nuove perlustrazioni e l’intenzione (quella sì, come sempre) di rendere fisiche le vicende raccontate. L’Indie Rock consente una maggiore leggerezza dell’ascolto, mentre il rock psichedelico mette nella mente nuove valigie, con il risultato di una gioia che illumina il cielo pieno di nuvole grigie: una condizione che permette di conservare la tensione di questo combo, allenato a contenere benissimo le diverse condizioni tematiche, le contraddizioni, avendo l’intuito di trasformare possibili contraddizioni in un percorso lineare, donando magia, in modo totalitario…
Incontrare la fusione tra le radici acustiche della musica folk e country americana e la riservatezza della vecchia Europa, tra cambi di ritmo, scenari e attracco alle storie raccontate, palesa nuove e indubbie qualità, un mix concreto che permette alle composizioni di abbracciare la fiumana di elementi a disposizione, rifiutando solo in parte le zone colme di positività del country in modo particolare, per esibire la sicurezza di una vulnerabilità che non conosce paure. Nuova magia, nuovo colpo di scena… Non ci troviamo innanzi a delle murder ballads vere e proprie ma ne sentiamo l’odore, con il marcio che non vuole conoscere l’abbandono, regalando rispetto e comprensione. Le chitarre, più taglienti rispetto al passato, sono il bisturi che trova la verità, il ritmo dato dalla sezione ritmica basso e batteria è il vestito di piombo pieno di impreviste agilità, le tastiere sono sibili melodici piacevolmente ingannevoli e capaci di trasferire il tutto verso l’interno della nostra incoscienza.
Rimane intatta la ribellione mascherata, la lunga fila di segreti che la musica di questa formazione ha sempre avuto la priorità di conservare, un diadema illuminante per gli ascoltatori pieni di una vista profonda.
Questo album gioca con i ruoli, responsabilizza, come se fosse un lavoro che non permette sbavature nelle attenzioni: ogni secondo richiede impegno e la volontà di memoria. I riferimenti, a cui accennavo prima, sono sì evidenti, ma occorre stare attenti in quanto Collin è il maestro che trasforma lo studio in una nuova via di percorrenza, un trascinatore equilibrato che mentre scrive indaga, immagazzina, certifica ciò che deve rimanere puro distinguendolo da quello che deve essere toccato, e conduce l’arte della musica in un complesso abitacolo che sfreccia, con consapevolezza, tra i tre cardini del tempo: passato, presente e futuro. Il lavoro sullo stile è maestoso, riconoscibile, e in questo aspetto i vecchi amanti della band possono essere felici. La narrazione, da sempre il punto forte e riconoscibile, qui accoglie smussature, cambi di direzione quasi minimali, un piccolo foulard posizionato sopra il bavero della giacca, che non appesantisce, piuttosto fa l’esatto contrario. Entrano, dunque, l’inanità e la vaghezza, in un assemblaggio mai violento ma deciso, che esprime perfettamente l’ampiezza di capacità e vedute di questo sestetto.
Quando il torpore ipnotico indotto dalla sezione ritmica mostra il suo volto, ecco che la musica spalanca maggiormente i suoi riflessi, diventando una slavina coinvolgente, priva di ogni disastro ipotizzato: ed è nuova magia… Paradisiaca è la sensazione di toccare l’aspetto brumoso di queste canzoni, facendoci sfiorare le parti musicali che specificano il senso di abbandono, facendo convivere la mestizia in modalità pervicace, trascinando il tutto nei confini lisergici di cui questo diadema di note è colmo.
Non lo si può collocare, questo progetto, nell’individuazione totale delle parti di cui è pregno: canzoni come una corsa che deve distanziarci, le doverose pause che però non ci consentono di raggiungerle fanno di questa ineluttabile verità una bellezza che nemmeno si sfiora ma si percepisce, donandoci perfettamente la gioia dolorosa della consapevolezza che esista sempre una distanza tra l’arte e la vita umana.
I Federale scrivono un romanzo con le parole in grigio su sfondo nero: occorre allenare la vista a resistere, i sensi a essere martoriati dolcemente, e abbandonare per sempre l’idea che si possa decidere con il proprio gusto se “merita” o meno di rimanere in noi, perché Love & Other Lies sotto questo aspetto è tremendo, cattura e immobilizza ogni rifiuto, divenendo un atto artistico di cui cibarsi in continuazione… Musicalmente assistiamo a un abbraccio, sistematico e prolungato, nei confronti di una clamorosa forma di accoglienza dei generi, un crossover ordinato, pulito, in grado di conservare stile e concetti, con la volontà di sottolineare la propria identità e non solo di essere di supporto a questi testi ammalianti e coinvolgenti.
La personalità delle note e la loro struttura spostano di molto il baricentro rispetto ai lavori precedenti, confermando ciò che l’ormai penultimo album aveva sussurrato: la band sta camminando verso nuove prospettive, è cresciuta nella padronanza della visione d’insieme, generando un tutt’uno che rapisce e conquista. Notevoli e dominanti si rivelano essere il suono e la produzione: non solo la cura dei dettagli ma la disciplina con la quale tutto si palesa ci resoconta di scelte, pulsioni e determinazioni che offrono un’agglomerazione incline alla perfezione.
Ci si ritrova su un palcoscenico calpestato da un tenebrore perfetto, la vera pellicola che avvolge queste composizioni, come una manifestazione solenne in cerca di una spiritualità evocativa, in coerenza con le tematiche e le maniere in cui esse sono sviluppate. Il mistero e l’introspezione regnano sovrani, in modo viscerale, in vortici nei quali finiscono le nostre attenzioni.
La potenza, struggente, di questo fascio musicale, ci conduce alla magnetica sensazione di vivere nei pressi di uno spazio abissale, del quale la band ha un controllo assoluto. Tale vaticinante esperienza fa sì che si possa immaginare un futuro nel quale questa formazione continuerà su questa via: dare alla musica una forma intellettuale, una preveggenza, significa aver catturato il destino, e la qualità dell’insieme non può che sbalordire.
Meritano, ovviamente, un capitolo a parte la voce e il cantato di Collin Hegna: il suo baritono noir con scintille gotiche rimane, conforta e ci fa godere per le sue brillanti dosi di potenza e abilità. Però in questo album aggiunge la maestria nell’alleggerire le tragedie, con una narrativa che seduce le corde vocali e le trasforma, ogni sillaba pesa, la sensualità diventa una forma di libertà, aggiungendo tensioni ma con rilassatezza, sapendo allungare le vocali alla fine dei versi, quando è necessario.
Abile con gli accenti, con i toni, ha lavorato molto sull’inspirazione e sulla ritmica. Come un attore noir sul palcoscenico della teatralità, recita i versi più che cantarli, donando in tal modo scioltezza, convinzione e la sensazione che non ci sia un corpo fisico dietro tutto questo, bensì una serie di spiriti che si schierano davanti al microfono.
La quota di eleganza oscura crea dipendenza, come se fosse un impasto di cantanti a cui si offre la nostra devozione: lui li riassume, li potenzia, poi li abbandona e ci ritroviamo al cospetto della sua originalità. Spesso, in questi episodi, ci si accorge di come lo studio di registrazione sia solamente l’avamposto di uno spettacolo che le sue abilità svilupperanno sul palco in futuro. I Federale sono assolutamente una delle poche realtà musicali che ti fanno già immaginare come le canzoni registrate potranno essere modificate durante i live per scelta e non per difficoltà logistiche…
Si diceva di una maggiore propensione pop: non un’offesa, non una negazione delle radici, quanto piuttosto un’intrigante e probabilmente voluta capacità di dare alla scrittura un nuovo respiro, e lo si capisce soprattutto nei brani con un ritmo più veloce, nei quali le frasi ripetute, il rimanere su un periodo breve ma precisato, fanno affluire una maggiore intenzione all’aspetto mnemonico, rendendo l’insieme ficcante ed entusiasmante.
Echo & The Bunnymen, Electrafixion, The Mission, The Psychedelic Furs, Daran et les chaises, Jay Munly, Lilium, Amigo the Devil, The Dead South: per motivi diversi tutti questi artisti hanno aspetti in comune con questo album (soprattutto nella modalità di scrittura dei testi e nei parametri cinematografici), facendoci intuire come tanta apertura e volontà di presenziare in periodi e luoghi diversi siano una qualità innegabile di questa band.
Le melodie, le percussioni e gli arrangiamenti finalizzano molto bene ciò che sembra apparire: un viale alberato che insegue gli eventi, tra ostilità, aggressioni, storie cupe e battaglie (mentali e fisiche) che l’ensemble risolve con la descrizione e le ali che offre ai protagonisti. La magia ritorna, come ben vedrete, per l’ennesima volta.
Si rimane di stucco quando, dopo diversi ascolti, ci si accorge di come le melodie dipinte siano costantemente in grado di creare voragini, in quanto imbevute di storia, di lavoro, di un’encomiabile resistenza, rendendo possibile l’innamoramento più profondo: è il tempo, il circolo vitalizzante, che affianca l’intelligenza, il miglior amico di queste gemme.
Ora andiamo nel nucleo, soffermiamoci e inchiniamoci al loro nuovo progetto, che tante soddisfazioni darà a chi vive la musica come un atto conoscitivo e contemplativo…
Song by Song
1 - A Strange Vice
L’oscurità, i vizi, i conflitti, la dualità e la consapevolezza inaugurano l’album, facendoci sentire la bellezza di un assolo di chitarra che prende la strofa e la rende perfetta, tra rock del nord e del sud americano, sino ad atterrare in Europa con la tastiera, abile nel guidare le pause, per arrivare al ritornello, qui, saggiamente, centrato sulla frase che apre il brano e rimane in circolo, come una dolcissima ossessione. Emblematico esempio di come gli esordi della band in questo nuovo esercizio artistico trovino solo un accenno, mostrando l’acqua passata sotto i ponti ma con una giovinezza data dal suono, dai cori, dalla luce che attraversa i versi e i grappoli di note. La si balla, la si canta, in una corrosione dei sensi sublime, un loop che ci fa accapponare la pelle e ci fa sorridere. Suona come una country song infettata dal dolore, arricchita da strumenti che spingono verso una corsa inarrestabile…
2 - Thick As Thieves
Prima vera sorpresa: da Portland a Liverpool non è una passeggiata semplice… Ma il gruppo statunitense si immerge nel vapore psichedelico dei Bunnymen (anni 90) e compone un dado colorato che stravolge l’idea che ci si poteva fare del loro songwriting. Eccoci innanzi a un ritmo sincopato, il drumming potente ma melodico, la chitarra, sia ritmica che solista, a fare da vigile, a spostare le abitudini e a crearne delle nuove. Ne giova molto il cantato, libero di interpretare le diverse condizioni stilistiche per dare spazio alla fantasia evocativa. Testo illuminante sulla sincerità, sugli schieramenti, sui nemici, con un candore che è tutto fuorché debolezza e arrendevolezza: Collin scrive un trattato bellico corposo e condivisibile, attraverso immagini che chiariscono quale sia la distanza reale tra le persone.
3 - Kill The Rabbit
Nella tossicità di questa scrittura criptica ma dall’odore di grande amarezza assistiamo al magico incontro tra Wayne Hussey, Ian McCulloch e lo stesso Collin. Poi, quando la tastiera si mostra, tutto diventa trascendenza, assenza, incubo ipnotico melodico, esperienza radioattiva… Il drumming accenna, rimane con la sua modalità a farci muovere, mentre l’involucro sonoro ci paralizza, ci seda, ci rapisce. Si spara, ci si ferisce, si corre, mare e cielo dialogano su come accogliere i protagonisti di questo episodio, mentre alla fine ci si accorge di come poche note possano creare trambusto e fedeltà. Scuote, e pure molto, il terzo episodio dell’album, mentre già capiamo che stiamo assistendo a una dimostrazione di forza che non abbisogna di trucchi, watt e distorsioni. E alla fine le ferite sono ancora più profonde…
4 - No Cure
Quando Collin parla di distanze, qualunque esse siano, è davvero strepitoso e unico… Tra pillole Post-Punk e Psychedelic Pop, questo quarto momento ci mostra la perfetta dinamica del suono, l’ampiezza dei riferimenti, l’asciuttezza della melodia, con questa melanconia che si francobolla al petto. Un senso di coralità riempie gli spazi: anche durante la strofa (quando la voce viene messa in risalto), si sente come il treno che sfreccia sotto le corde sia quello di strumenti compatti, che lavorano convintamente per creare una struttura che possa sostenere il percorso della storia qui rappresentata. Echi dei Fields of the Nephilim (più magri…) spostano di molto il confine e il condimento di questo pezzo, così eclettico, spavaldo, energetico e soprattutto straordinariamente capace di bilanciare tutti gli elementi che lo compongono.
5 - Sad Machine
Traccia che pare richiamare la Sacra Bibbia, per il suo immaginario e la sua movenza, con uno scritto che si associa al cantato mentre la musica crea vulcani nel deserto, a passo lento, attraverso stratificazioni, inserti che donano la sensazione, come uno spettro reale, di essere guidati nel tempo lontano, e che dimostra ancora una volta come ciò che più è congeniale a questa band è portare la clessidra in periodi e luoghi distanti dalla contemporaneità. Geniale la lentezza del brano che si ingrassa strada facendo con inserti minimalistici ma concreti. Un graffio continuo mediante una chitarra grattugiata marca sin dall’inizio questo gioiello musicale così vicino ai Wovenhand come stile, per poi trovare una propria epicità che si conferma essere quella di certe scene dei film di Sergio Leone…
6 - Fear Naught
L’uomo maturo forse è quello che vince la paura. La composizione documenta questo importante traguardo, con i nemici che cadono davanti a questo essere umano saggio, fermo, spavaldo e libero. Così è la musica, missile ragionevole, fatto di chitarre che incrociano le epoche e i generi (tra Darkwave, Post-Punk e una parte di Kraut rock), per rovistare nel lato oscuro del pop. Sensuale e trasparente, convincente nella sua brevità, anche se vorremmo che durasse dieci minuti…
7 - I Want A New Drug
La prima delle due cover è la più strabiliante: cambia i connotati, il senso, la modalità, e ci porta maggiormente nel garage rock sospeso di band inglesi della seconda parte degli anni Sessanta. L’abbinamento vocale tra voce maschile e femminile si rivela perfetto, mentre la chitarra graffia le pareti e ci fa intendere come Huey Lewis potrebbe essere davvero felice di questa operazione di restyling del suo pezzo. Rivela, tra le altre cose, come il basso abbia uno spazio che contrappone la sua cupezza alla radiosità degli altri strumenti, finendo per essere un ottimo espediente per generare maggiore fluidità e interesse…
8 - The Score
L’uomo da sempre cerca la ricchezza, e la corsa all’oro non è da relegare solo all’Ottocento… Qui vediamo connessi il passato e il presente con Collin che alza il registro della voce, pulendola, e la band scartavetra il blues del delta con dei piccoli accenni, mentre il ritmo pare essere quello di un’auto che procede senza perdere la rotta: tra neo-psichedelia e lo spaghetti western, assistiamo a un brano che odora di pellegrinaggio. Stupendo sentire l’unione tra la chitarra acustica (ritmica) e quella elettrica, con la seconda che arpeggia e produce piccoli assoli. La voce è vellutata, calda, e l’impianto indie-rock mostra la sua piacevolezza nel connettersi con la band…
9 - It Ain’t Easy
Il brano di Ron Davies (reso noto da David Bowie) viene trasformato in un circo dove una base western piena di collant gotici cerca l’abbinamento con uno spirito soul che si sposa perfettamente con il testo e la voce di Collin. L’inizio riporta i Sixties nel cuore, e poi via, un perfetto incrocio di propensioni e tensioni degli anni Novanta trova nel ritornello il modo di rivelarsi. Tutto ciò dimostra che non è una vera cover, bensì l’apertura della loro ricerca stilistica, ambientata e sviluppata in questo paradiso infernale che è Love & Other Lies. Da questa versione si comprendono certi momenti di Ocean Rain degli Echo & The Bunnymen: i Federale ampliano, approfondiscono, abbracciano il Duca Bianco per pochi istanti e poi piantano un’altra bandiera sul terreno di questo lavoro…
10 - Hey
La conclusione è strabiliante, effervescente dimostrazione di come la psichedelia utilizzata a un certo punto della carriera dagli Animals e dai Beatles, ripresa poi dagli Echo & the Bunnymen e dai Cast, abbia in questo brano il degno erede. È commovente la quantità di particelle malinconiche che fuoriescono da questo laboratorio nel quale i componenti vengono strutturati per contemplare l’ampiezza del cielo. Il cantato pare l’approccio amoroso di un gatto che cerca di svegliare le altrui attenzioni, riuscendoci, per via di tecniche che sottolineano accenti e modalità secche, senza sbavature, con la chitarra che scava nei meandri del blues e si esibisce in un solo davvero efficace…
Perché comprare questo album
Di sicuro perché ricerca, qualità, costanza, tensione, stile, memoria e proiezioni abitano corposamente il tutto, generando riflessioni ed emozioni che, in un salone affollato di protagonisti, riescono a regalare efficacia e mistero…
P.S.
Su Bandcamp avrete l’opportunità di ascoltare altri due brani, strumentali, che per suggestione, bellezza e intensità considero personalmente facenti parte del disco…
Album of the year n. 3
https://federalemusic.bandcamp.com/album/love-other-lies

