Musicshockworld
Salford
1 Marzo 2026
Nibiru - HYPÓSTATIS
“Mors ultima linea rerum est.” – Orazio
Un cipresso, antico e credibile simbolo di morte e lutto, scivola nei solchi di un rumore gravido di impulsi, come una patologia che, biblicamente e ostinatamente, vive di inerzia, per sublimare chi non fa assentare il proprio pensiero di verità estreme. Separazioni, ostacoli, bagliori e pulsioni addominali rendono feroce il passato, e la sopravvivenza, umana e artistica, può essere depositata tramite una sepoltura definitiva. La melodia diventa ipnosi, riluttante a ogni compiacimento, e si incunea nel brillio di multiple esplosioni, con schegge di pietra a ridurre in cenere i sogni.
Ardat, anima lacerante protetta dagli dèi dell’esplorazione cognitiva, conosce il deserto e lo abita attraverso una gittata morale, radioattiva, incurante di ogni morbidezza, e semina l’amore più antico, quello che crea ponti, riflessi, riflussi, ermetiche genuflessioni nei confronti del piacere, abbandonandolo per generare una nuova liturgia, coadiuvato da ricordi da trasformare per dare alle garze un compito gravoso ma inevitabile.
Parrebbe un folletto inacidito e sciamannato l’artista torinese, lontano da ogni attrazione chimica per il piacere, la bellezza e la comodità, ma lo conosciamo da molto e lo difendiamo, divenendo acqua perfida mentre lo accogliamo, come in questo nuovo tripudio agli inferi umani dal titolo HYPÓSTATIS, punto di incontro tra l’inferno e l’assenza di gioia, qui coniugi dolenti ma appagati, per un esercizio alla pazienza che erudisce e fortifica.
Composizioni che fanno vacillare, offrono consapevolezza e ostacolano ogni bisogno di musica sciocca, veloce e ininfluente.
La scrittura dei testi rivela facondia, contornata da sacrali perversioni amplificate, come un prodromo ineludibile in grado di trasformare l’ossigeno in un lontano ricordo. I Nibiru, in passato, hanno scavato nel ventre di ogni indisposizione, così come nelle profondità marine, con una precisa volontà di annientare ogni attimo stolido: quando l’intelligenza è acuta si libera immediatamente dei nemici. Un album vetusto, imponente, che rende il termine “ambient” un sacrificio doveroso da contemplare, con schizzi di lamiera a generare caos e perlustrazioni continue. Però, durante e alla fine dell’ascolto, si ha la certezza di un insieme, di un rituale che raccoglie oggetti, frammenti, teorie, analisi e li getta in un’unica melma gassosa, in ascesa verso nebulose contrazioni mentali. La tensione è metafisica, senza indugi, un pericolo costante, un fastidio nell’assimilazione che eleva e non distrugge, una messa orgiastica di dissapori e stelle confuse, sparse, ridotte a testimoniare il sudore della disperazione di Ardat.
Un concept che sancisce ancora una volta il bisogno di scorticare le radici dell’amore totale per Aleister Crowley, poeta, occultista, creatore ed esponente sublime della filosofia Thelema, qui adoperata per creare anelli di congiunzione multipli. Viene inoltre chiamata in causa la padronanza delle forze naturali così fondamentali per Giuliano Kremmerz, con la trasmutazione interiore che mette in contatto l’uomo con le divinità. L’azione, così tanto voluta e resa reale dall’ermetista di Portici, trova in queste creazioni musicali una concreta possibilità di essere slavina e acciaio, premendo sul concetto di assimilazione e contiguità.
Ardat prende l’albero della vita e lo trasforma in flusso cosciente, palcoscenico di una connessione tra la terra e il cielo per giungere alla conoscenza che, partendo dalle radici della nascita, arriva alla morte con la congiunzione tra la prosperità e il lascito finale. Un archivio scrivente, un messaggio che non depista le fragilità, un coro continuo e sanguinante che, rispetto al passato, mostra un respiro visivo più incline all’assimilazione dei concetti che non all’abbondante esposizione. Questo aspetto rivela un’attenzione mai avvertita prima volta a mettere in contatto gli estremi della vita, un giudizio postumo che precede l’abbandono totale.
Il teatro dell’afflizione qui ricerca collaboratori sensoriali, saliva e sabbia, con un’altissima performatività tellurica, addestrata per sembrare un mantello di croci spezzate e rose rinsecchite in contatto. Lo strazio e lo spasimo si affidano a mantra affilati, alle lacerazioni di macchine, synth, piano, chitarra e basso, con un drumming presente in un unico episodio ma che rende pienamente l’urgenza di concentrare, filtrare, esplorare i confini della verità.
La luce, la materia, lo spirito, le tenebre (elementi primari della gnosi) trovano qui un basamento fertile e sublime per essere corpo e scintilla del pensiero più profondo, forma iniziatica ed esplorativa che non si concede soste, poiché HYPÓSTATIS è respiro affannato senza pause, una processione con tomi, una vestigia preziosa che smuove il tremore delle gambe e conduce alla stella cometa interiore.
L’ascolto di quest’opera è una fabbrica che produce risorse, tossine, trucioli, candelabri, polvere, frenate, una violenta ritorsione del piacere, per conquistare la purezza attraverso il sacrificio generato dall’abbondante e stridula contorsione dei piani sonori, dei watt, della quasi assoluta mancanza di armonie e melodie, per un conflitto sanguinolento ma necessario.
La vita e la morte non possono essere gestite se non con l’abbandono del proprio io, in una generosa propensione all’altro che, in questo disco, non è contatto umano bensì attraversamento dei canali spirituali, empirici, dottrinali, con nuovi simboli da adottare. La voce di Ardat (in passato un altare colante in cerca di viscere) qui si ritrova a essere un graffio rauco, inferocito, gravitazionale, una ruspa e una saldatrice che usa l’elettrodo come pedina sacrificabile, un alveare peccaminoso dal mantello cruento, per congiungersi con il piano letterale, davvero proveniente da una sacralità antica disinteressata al presente. Il connubio tra voce e parole è soltanto il pretesto per rendere l’associazione artistica la stanza in cui scaldare i significati, in attesa dell’impianto sonoro, come complemento e matrimonio ossidante.
La musica, nei suoi primi respiri, era un’onda girovaga, una sonda, una piroga, una strega, un vagito, un perlustrare le ipoteticità, un luogo inesistente in cerca di presenze, un’opposizione alla quotidianità, un vocabolario nascente per attirarsi i favori degli spiriti magnetici. Nulla a che vedere con l’apoteosi di perversioni semplicistiche, semplificate e svuotate di ogni legame con le radici. I Nibiru non si rivolgono a nessuno, si avvolgono nel proprio nucleo e ripristinano gli antichi dettami di quest’arte ormai svilita e svuotata.
In un mondo sempre più piatto, che si illude con la tecnologia e con l’assoluta mancanza di pensiero, l’artista Ardat prende la macchina del tempo e scompare alla vista degli sciocchi, usa la sofferenza come modalità espressiva unica, senza la volontà di affiliarsi adepti alle pareti nere dell’esistenza. No, qui non c’è nessuna catarsi, ma un continuo riempire i labirinti mentali e fisici di informazioni, aneddotica, privilegiate incombenze espressive, senza la presunzione del benessere e del benevolo sorriso di circostanza di chi si ritrova a essere imprigionato da questa ragionevole follia in levitazione.
La fugace stagione dell’esistenza qui conosce l’impegno di guardare nei vicoli, nei laghi, nei marasmi, nei tribunali del giudizio, negli specchi che conservano mediocrità e istinti irriverenti: i Nibiru mordono con menefreghismo geriatrico, disinteressato al consenso, mentre si infliggono la punizione della coscienza mantrica. Non canzoni, non esibizioni di capacità, bensì mercurio e assenzio, lapidi e candelabri, storia e chimica, aria compressa e pallottola, tsunami e quiete spossata, sacrificio e magneti, collutorio e ipoclorito di sodio, vespri e canti epilettici, non per eseguire un repertorio, ma per una contaminazione in diretta di ogni propulsione.
Viene rappresentato il Regno Teleste, nella prigionia forzata di un’anima che non riconosce padroni se non l’ubbidienza alla quotidianità cognitiva. L’utero di Sekhmet è il pericardio di questo lavoro, il rabdomante che pone il sigillo della ricerca e comprende la densità dei liquidi, i grumi sanguigni, l’esasperazione della paura del futuro, dello sviluppo fetale di tutti i circuiti conseguenti. Un tritolo acuto, uno stridulo concatenante, un’ebollizione del plasma per ripulire il senso di innocenza e gettarlo nelle mani dei predatori.
Non esiste definizione alcuna per la musica qui esposta: non ci sono generi, parole adeguate per anticipare i corridoi di definizioni stupide, tantomeno parametri di confronto, perché i Nibiru fuggono anche da se stessi, non si soffermano a precisare l’inutile inganno interpretativo, in quanto esperienza in diretta, senza vincoli, senza regole, in un vomito maleducato e dolcemente insostenibile ai più. La perfezione non comprende adesione se non alla propria natura e, in questi solchi, se ne percepiscono ampiezza e determinazione e, con molto sforzo (da parte di chi intende la musica come un regalo semplice e agevole), anche il senso.
Il noise, lo sludge, il ritual sono solo briciole in anticipo, un gioco meraviglioso, un sacrificio per la band sacrificabile. Non sono generi musicali da esibire, ma l’avamposto di una dialettica multiculturale in cerca di contatti, forme diverse, deformi, rigide e convesse: HYPÓSTATIS è Friedrich Nietzsche in vacanza dalla luce, Kenneth Grant e Karl Germer nel giardino dell’esoterismo mentre pubblicano l’organizzazione di un pensiero che bacia la teologia, Jung e il bisogno antropologico di un cervello da scartavetrare e tanto altro ancora, quanto basta per farne un disagio cui togliere la nostra negligenza, una camicia di forza per ridare alla libertà il giusto senso…
Macigno dopo macigno
Azoth
L’abisso accende le anime attraverso un crepitio, voci liriche a ingannare l’armonia e la leggerezza, un preludio che nasconde il flagello incombente, fino al pianto grave di un fanciullo. Tempo di godersi questa anta in apertura, perché poi tutto si atrofizza e la glaciale azione di avanzamento del nichilismo musicale trova il proprio spazio, coniugandosi con la vacua prosperità della luce, tra universi in discesa e onnipresenza del dolore, in una furia trattenuta a stento, mentre l’idea dell’inseminazione da parte del sangue si fa incombente. Una saldatura continua tra distorsioni e mantra psicotici, in un feedback che si ingrassa e diventa uno sciame in cattura. Una Genesi apocalittica, aristocratica nel non-colore, non legata alla religiosità effimera, bensì all’ubbidienza di un divino contemplativo, con il tempo che scorteccia e ingloba le carni, in cui tutto è cibo. Logorante, pressante, fastidioso e piacevolmente disagevole ai più, il brano di apertura palesa invece la bellezza del concreto, della contemplazione acida, dell’apoteosi del male, qui rappresentato da una foschia assassina.
Binah
Palude, lentezza degli arti, invocazione, pillole di suono con metastasi, navicella del tempo senza fari nell’universo: ci ritroviamo nel buio dell’inconscio, in un gioco di mostri e incubi al rallentatore, una fluorescenza drammatica e contagiosa, una messa nell’anfiteatro degli orgasmi puniti, con la teatrale enunciazione diabolica di Ardat, qui baritonale e dissacrante, robotico senza ansimare, mentre tamburi come croci si assestano nei gironi di un synth sacro e abbondante. È resa, è plenilunio, è contorsione, vita d’amore nella morte gentile…
Idolum
Ardat recita le ombre, in decadente prospettiva, con le note di un piano che sembra abbandonato ai piedi di un precipizio. Note sbavanti, vibranti, che giocano a far arrivare il recitativo dopo aver perlustrato le cicatrici, trovando rifugio in una caverna che svuota la musica e accende i simboli sanguigni, come catene che tatuano i respiri. Il punto apparentemente più accessibile dell’album diventa in realtà il fulcro di una creatività che qui misura l’imbarazzo di dover reagire a ciò che ha lacerato i battiti.
Sekhmet
Una fionda accoglie vibrazioni e brusii, le ombre puniscono creando orrore, terrore, spargimenti di suoni, in un setaccio che è una serie di ossimori in perlustrazione. Il nulla trova il proprio peso specifico tramite turbolenze di macchine che producono cavi elettrici e la lentezza ride beffarda. Di una bellezza oscena e maestosa, questa espressione artistica eleva il concept, stabilisce il contatto tra lo sguardo altrui e la propria fallacia, e il bisogno di divenire un dio che, smarrito, guida il proprio gregge verso il baratro…
Shalicu
Una gittata di raggi addomesticati conferisce a questa esplorazione il ruolo di esecutore materiale di una serie di omicidi, da quello del corpo a quello della mente, passando per i ricordi, in un’onda malefica che non abbisogna dell’abbondanza del ritmo. Un volo dell’identità, un messaggio che perlustra le convinzioni e si serve di lave sonore, schianti, fucilazioni, in una tensione a cui basta una nota roboante per generare paralisi. Implacabile processione, pressa il tempo e stimola spasmi illuminati da una concatenazione di nervi, con la voce come carta vetrata nuda, a spellare brandelli di carne, grattugiando i sogni, uccidendo anche loro. Cadaveriche, mefistofeliche, lussuriose, le corde vocali processano e diventano la lingua del serpente nel tempo della citazione…
Obeah
Eccola, la morte dell’abisso, la sua dolcezza, i suoi gesti francesi attraversare una teoria che si ritrova improvvisamente tra le mani una sequenza di accordi minimalisti, recitati da una voce femminile che crea uno iato tra la gravità e la leggerezza, ultimo bastardo inganno da perseguire, quasi un dono per chi ha viaggiato, resistito e vissuto questo incantevole Getsemani in cui ancora una volta si è vista la rappresentazione dell’inganno. In fondo, questo capolavoro è nato da una serie di morti e ha necessitato dell’arte fittizia per sublimare se stesso, garantendosi il trono eterno…
https://open.spotify.com/album/2szeebqDDzHM3YZQs4j1Kn?si=qOc1dGBeSwCvgCMl_xRcyw
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