giovedì 26 febbraio 2026

La mia Recensione: Clan of Xymox - Clan of Xymox


 Alex Dematteis 

Musicshockworld 
Salford
26 Febbraio 2026

Clan of Xymox - Clan of Xymox


Captare il bisogno di cambiare i confini, diradare le tensioni per trasformarle in alveari personali, illuminare l'inquietudine e dirigerla verso cieli ombrosi è il segnale di una evidente separazione, in un tempo (la metà degli anni Ottanta) in cui molto stava rischiando di ammuffire, di imbruttire i regali di un movimento di pensieri recente. L’Europa fortificava masse obbedienti costruite su lacerazioni, inganni e bei vestiti…

La sensibilità, i denti stretti, i sorrisi dimenticati nella lavatrice condussero tre ragazzi a sperimentare scappatoie, giocando sugli strumenti per creare uno spirito horror da metabolizzare, infarcendo il tutto di illusioni, sequenze brevi ma dilatate, con le note come sacrifici postmoderni da definire con delay, echi e polvere grigia per poter appesantire, volutamente, le riflessioni.


 Una solitudine in cerca di uno spazio intimo. E le canzoni a volte sono una risorsa infinita ma definibile, in questo contesto, per liberare gli spazi da scomode abitudini. La ricerca del trio di Nijmegen fu meticolosa, assidua, determinata a fare dell’arte musicale un rifugio e non un richiamo, un rapportarsi alle proprie inclinazioni con la spavalderia di chi ha i luoghi, gli spazi e le mancanze giuste per non sprecare energie nei sogni di grandezza che nuocciono. I Clan of Xymox scrivono 8 brani per aprire un ventaglio di luce nel cielo che hanno di proposito abbassato, generando lampi e tuoni quasi muti, con lamenti affidati alle chitarre, e allucinazioni attraverso synth come scavatrici dell’anima, in costante connessione con i fondamenti della musica classica. 


Colpisce come la synthwave e la darkwave facciano del post-punk un ricordo da non considerare, dando lucentezza alle nuvole grigiastre di una realtà che abbatte l’aspetto onirico così tanto utilizzato nel recente passato. Si intuisce come la spiritualità venga considerata come un supporto da canalizzare nei fatti quotidiani, non come risorsa  bensì come un vestito da esibire, ma a cui non si dà troppa importanza. 


Le voci sono vernici, liquidi cavernosi in baritonale espressione ( Ronny Moorings) e sospiri al vetriolo (Anka Wolbert). Tutti suonano le tastiere, cantano e scrivono testi, un episodio raro di compattezza e intenti, con Pieter Nooten che contribuisce con le sue dita a dipingere gli interni di sentimenti imbottiti di malinconia.

John Peel li definisce autori di brani Darkwave, Ivo li fa firmare per la 4AD, dopo che una cena nella loro cittadina li porta a parlare con Brendan Perry e Lisa Gerrard: certe notti sono il primo vagito di un futuro che sta già incidendo la sua importanza. In questi otto lampioni nasce un imbuto, un infarto contagioso, il coraggio timido di perlustrare nuove modalità espressive, come un album in attesa di continuare altrove, in un altro momento… Tutto ha origine da un E.P. (Subsequent Pleasures) che suscita stupore e attira gli addetti ai lavori con spasmodica volontà di connessione. Il fatto che l'Olanda fosse in grado di avvicinare l'Australia e l'Inghilterra in questo modo è stata davvero una notevole sorpresa per tutti.



Le atmosfere rivelano le magnificenti propensioni eteree tipiche delle band inglesi di quel periodo, mettono in coabitazione riverberi, nebbia, pioggia, venti, per fare del romanticismo gotico un baluardo, un crocevia, una molla e una coperta sotto la quale proteggersi. L’equilibrio viene offerto dall’essenza della teatralità musicale di quel periodo, favorendo, piuttosto, una immersione in dilatazioni che sviluppano la descrizione di strutture letterarie, dell’alimentazione dell’esistenza verso l'alienazione più cruda e specifica.  Il caos, fattore determinante di questa arte, degli ultimi vent’anni, qui si inchina, se ne va e assiste inebetito alla proliferazione di migliaia di dettagli sparsi nei brani, come cellule in cerca di contatto senza alzare la voce, adoperando spesso la strategia del quasi silenzio per innaffiare le idee. Si spiega così come le canzoni che colpiscono più velocemente siano quelle da vivere nella propria soffitta, gelosamente, in quanto in grado di gratificare le lacrime con i giusti sogni…



Un disco credibile, che affossa totalmente la miriade di band colte ossessionate dal fare della musica un palcoscenico, cercando di arrivare alla condivisione per celebrare la propria capacità di convinzione. I Clan of Xymox vanno in direzione opposta: chilometri di intuizioni, di esperimenti, di attimi fossilizzati per catturare senza diventare obbligatoriamente loop e ingannevoli status quo, preferendo calibrare il lavoro di synth che avvolgono, delegando alla drum machine il compito di non spadroneggiare ma di limitarsi a essere parte di una semplicità complicata e commovente. Per fare dell'insieme degli strumenti un tappeto volto a procreare cristalli di vetri inesplosi e tuttavia ipoteticamente capaci di divenire lava.



Viene praticata la cultura di un’angoscia a due velocità, con l’intenzione di stabilire il punto di coesione tra la realtà e l’aspetto fittizio, per sviluppare osmosi e concretezza. I brani sono veicoli appassionati, ancora privi della elettronica dominazione futura della band, ma già forgiati da una malleabilità apparente, mentre, per essere sinceri, vincono i suggerimenti verso una lieve danzabilità, accordi e note suggerite più che esposte, per farci approcciare all’ascolto con la determinata volontà di abbinarci alle loro note. Un lavoro che dalla Mitteleuropa cerca e trova adesioni internazionali, arrivando a planare soprattutto negli Stati Uniti, con lentezza ma con un vibrante passaparola nelle solitarie dancing hall. L’aspetto gotico, ingannevole, di questo disco è in realtà una ghiotta occasione per mostrare come la musica della band olandese non abbia bandiera, non sia un baricentro bensì una possibile via di uscita e di fuga, un temerario balcone da cui osservare nuove inclinazioni e necessità. 


Ogni iniziale trasformazione induce alla pazienza, a un coinvolgimento rarefatto e lento, però, innegabilmente, i tre sanno come generare entusiasmi, candela in avanscoperta, tremori gioiosi mentre si piange inavvertitamente, con il mistero glaciale a sorridere.

 È come se la natura della coldwave avesse trovato una cugina, in una euforia moderata, che alla fine conduce alla gelosia e non alla possessione. Lavoro unico, uno stile riconoscibile, riferimenti abbondanti ma mai in grado di togliere dei meriti fanno di questa opera l'avamposto di  un futuro che i giovani avrebbero voluto abitare da almeno un paio di anni. La promozione, la condivisione, la profonda ambizione di essere cuccioli acquattati permetterà alla band tranquillità mentre i palchi incominciano ad aumentare, come la fitta adesione di nuovi seguaci.



I COX fanno intendere che non vi è bisogno delle chitarre generose dei Bauhaus e dei Sisters of Mercy o dei Red Lorry Yellow Lorry per donare e consentire alle pillole gotiche di permeare il mood di sorrisi decadenti. Più texture che riff, più accenni che presenza, per ottenere come risultato una maggiore flessibilità e adiacenza all’aspetto propositivo di anime che si vogliono diversificare avendo come profitto una maggiore inventiva. Il colpo geniale della chitarra acustica li rende credibili laddove si tende a escluderla aprioristicamente. La poderosa produzione consente ai brani di entrare in pellicole cinematografiche in bianco e nero, di diversi generi (dal drammatico, al giallo-suspense), sino a essere perfette anche come documentari, perché tutte le composizioni spalancano lo sguardo dando vita progressivamente a nuove immagini, spesso intrinseche. 



Il clima di trance conduce a ritornelli che osano l’orecchiabilità, ispirando l’ascoltatore a memorizzare distanze e vicinanze come un elogio alla creatività. Provare urgenza, moderazione, introspezione, sentimentalità, sempre all’interno di una genuflessione dell’allegria nei confronti del sudore malinconico è davvero impressionante. Canzoni come cubetti di ghiaccio nei quali si può sentire il battito del cuore ma non intravedere il benessere del respiro: in questa coesistenza (priva di forzature) si srotola un filo sottile fatto di moti notturni al riparo da ogni corruzione. Una prigionia l’ascolto, una robotica meccanicità la danza, con il risultato di un benessere improvviso, diverso, non decodificabile. Da qui parte una rivoluzione che conquisterà il mondo: ai Clan of Xymox va riconosciuto il ruolo di ebbri conservatori che cercano di grattare via la storia e fertilizzare giovani pruriti, scrivendo una pagina che non si è ancora consumata…



Song by Song


1 - A Day

L’inizio è una processione sonora, acqua che vola sul pattern motorio della drum machine, synth analogico che scruta l’orizzonte con nostalgia su note acute e un basso come un tuono alla ricerca del giusto cielo. Il suono diventa un manifesto gotico perfetto per la 4AD, s lacrime veloci su una valvola elettronica che sviluppa assiomi senza temere il consumo….


2 - No Words

Brano più complesso, con modulazioni costanti nella chitarra, con un giro armonico che suggerisce nostalgia e consapevolezza, con un cantato astuto nel rovesciare parole brevi, spezzando il ritmo e sollevando una polvere magnetica e magica. L'arrangiamento consente legami con l’Inghilterra della fine degli anni Settanta, con quelle modulazioni che abbracciano la leggerezza facendoci sprofondare nella dipendenza più assoluta. Anche le lacrime sanno danzare…. 



3 - Stumble and Fall

Si entra nell’intimità del rock meno governabile, tra dolcezze dandy e incastri di synth e della chitarra a cercare la voce che qui illumina di romanticismo un testo tendenzialmente attratto da una descrizione dell’esistenza destinata al dolore. Quando il registro vocale di Ronny si alza ecco che si ha l’impressione che tutto il brano aspettasse quel momento. Vicino all’inclinazione decadente di Momus e di Marc Almond, il pathos vocale inchioda la musica spingendola a generare una empatia clamorosa…



4 - Cry in the Wind

Probabilmente la struggevolezza aspettava questa canzone per divenire materia concreta.  Arpeggi tenebrosi si spostano nei giochi ipnotici di synth vellutati, il basso qui è asciutto, lineare, una macchina di fuoco a tenere l’insieme per avvertire calore e che necessita di mutazioni. La chitarra acustica dona la possibilità di sterili paragoni (The Cure, Essence), in quanto qui diventa una continuità poetica e non un mero aspetto tecnico musicale. Il finale è apoteosi amara, trascinante, definitiva, un delirio che ci riporta a quello di Is This Life? dei Cardiacs…


5 - Stranger

La paura, quasi amata, cercata, esibita, subita, che non conosceva opposizione di cui parla H.P. Lovecraft, trova nella prima parte di questo singolo tutta la sua potenzialità, un deserto di incubi rallentati, che conduce ai brividi più puri. Poi è delirio di ipnosi e flirt rapaci, uno scenario mutante, una lezione stilistica che fa della darkwave un nuovo ponte, un viaggio dalla pelle di serpente, in un camminamento notturno. La chitarra lascia sussurri, mentre il restante apparato musicale ambisce a creare aspetti visionari, tra un Morricone elettrizzato e un Moroder più consapevole. Sguardi, parole, passi, luoghi: un assemblaggio esistenziale cantato come fosse un ibrido, un brivido, una cieca e lenta dimissione dalla realtà. Suggeritrice, più che in grado di palesare forze, la canzone è un capolavoro di efficaci vibrazioni incolonnate….



6 - Equal Ways

Una ballad romantica in cerca di disegni oscuri, una lenta esposizione di cristalli opachi fa di questo gioiello un momento perfetto per accucciarsi, per evitare la danza e ritrovare un equilibrio psichico, sino a quando la drum machine disegna arcobaleni e fulmini sovrapposti, per trasformare questo nucleo in un monumento di passaggio, di consegne, un gioco delicato dove ritmo e armonia si studiano. Sublime…



7 - 7th Time

Il giro di basso, ripreso poi dai Madreblu nella canzone Primanotte, è un vistoso spartiacque stilistico, una porta che aprendosi concede nuove possibilità alla band olandese. Una di queste è lo splendido cantato di Anka, che spoglia la dirompenza di Anja Huwe e la rende umana. Il synth è un compagno di viaggio discreto, quasi votato al silenzio, ma quando si espone diventa micidiale. Tutto sembra essere percussione in cerca di supporti, una favola antica piena di interruzioni e di accelerazioni. Emozionante, sensuale, votata all’adorazione totale… 



8 - No Human Can Drown

L’esordio termina con una indagine testuale davvero interessante, profonda, mentre la quasi ballad gotica cerca spazi multipli, con un riverbero che copre gli ambienti pieni di spifferi, inglobando echi leggeri ma significativi. Un terminale evocativo, note esposte per imbalsamare, una tragedia tenuta quasi vicina a un dark pop che ispira affetto e attrazione…


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