Marco Sabatini
Musicshockworld
Offagna
14 Aprile 2026
The Chameleons - Why Call It Anything
Non sono pochi i fans che i Chameleons hanno in Italia, nutro però seri dubbi che conoscano a fondo un disco uscito nel 2001, intitolato "Why Call It Anything".
Eppure è un tassello importante nella disordinata carriera della band di Middleton, Greater Manchester.
L'album con cui hanno tentato il rilancio dopo lo splendido esordio di "Script of the Bridge" e gli altri lavori di metà anni ottanta.
Con loro si parla sempre di sottovalutazione, in realtà dalle prime apparizioni al Cargo Studio di Rochdale, passando per le corpose sessioni da John Peel alla BBC, fino ai tre album ufficiali prima della separazione le attenzioni non sono mancate; semmai la frenetica attività dal vivo, tour dal numero spesso esagerato di date, hanno tolto lucidità al progetto.
Vediamo cosa l'intrepido Mark Burgess è riuscito a mettere insieme in questo lavoro di inizio secolo.
Innanzitutto ci sono tutti i protagonisti del disco d'esordio del 1983, e non è poco.
In aggiunta troviamo il percussionista e vocalist Kwasi Asante, presenza spiazzante ma in fondo positiva nella traccia "Miracles and Wonders" che chiude praticamente l'album seguita soltanto da un brano strumentale a mio avviso trascurabile come "Are you still there".
L'incipit è affidato a "Shades" pezzo che vorrebbe richiamare i fasti post punk di "Don't Fall", in avvio di "Script of the Bridge", mancando totalmente il bersaglio; penso si possa convenire nel definirlo il singolo più brutto della band in assoluto.
Ma arriva subito "Anyone Alive" a sistemare le cose. Un Dream Pop che trova nei fraseggi di chitarra di Reg Smithies e Dave Fielding la giusta forma e scaccia i brutti pensieri, non è solo un'operazione commerciale, c'è della sostanza.
"Indiana" certo non mantiene lo stesso livello ma il successivo "Lufthansa" se gli perdoniamo il tono a bit too much melancholic è apprezzabile con un John Lever in grado di proporre soluzioni ritmiche che mettono in buona predisposizione l'ascoltatore.
Il quartetto di canzoni a seguire presenta nell'ordine un tocco di psichedelia che non guasta in "Truth isn't Truth Anymore", l'accattivante ritornello di "All Around" dove con i riferimenti si scava ancora più nel passato (ricordate The Kinks?).
Di "Dangerous Land" è rimarchevole l'atmosfera iniziale che ci porta un po' in un Messico sabbioso e desertico per poi diventare uno degli episodi più elettrici (grande sapienza di John Lever alla batteria), buon preludio a quello che
non esito a definire il punto più alto di questo album "Music in the Womb": pezzo decisamente ben fatto, l'inizio potrebbe far pensare ai Death in June di "All Pigs Must Die", uscito negli stessi giorni, quindi siamo prossimi al neo-folk, ci troviamo al culmine di questa svolta acustica della band che avrà seguito l'anno successivo con luscita di "This Never Ending Now" dove trovano spazio versioni unplugged dei loro vecchi successi.
Poi la band proseguirà l'attività live con vorticosi cambi di nome e line up, unica costante la voce e il basso di Mark Burgess.
Nel 2025 il celebrato ritorno con "Arctic Moon".
Per sintetizzare, "Why Call it Anything" è il tentativo, fallito, di riaffermare il marchio The Chameleons riveduto e corretto con strizzate d'occhio a vari generi musicali in voga al tempo, un disco comunque piacevole da ascoltare a venticinque anni di distanza, nove canzoni che almeno per i due terzi, non sfigurano al fianco dei gioielli della prima ora.
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