sabato 28 marzo 2026

La mia recensione: ELLE - Silent Search Of Spring


 Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

28 Marzo 2026


ELLE Band - Silent Search Of Spring


Quanto è inutile descrivere la bellezza (non ciò che piace…), la profondità (da non confondersi con la pesantezza…) di un disco immenso che non troverà nido, che non sarà germoglio, che non sarà mai approcciato da un famelico senso di nutrimento?

Rimane l’amore per questo lavoro della band romana, da descrivere, da proteggere, da gettare nel vuoto con la speranza (sentimento e azione che considero un crimine) che esistano ancora estimatori di un’opera d’arte in cerca di spazio. I progressi del terzetto (ora quartetto) sono evidenti e rapidi, rafforzando l’idea di un laboratorio analisi che sa come vanno le cose là fuori: canzoni come rapporti tra pazienti e medici, in un tratteggio in cui la verità arriva attraverso curiosità e bisogni veri, come immersioni continue per stabilire l’esistenza come una pergamena da lasciare nell’aria…

Il profumo dell’avant-folk è il primo tassello di un quadro artistico in espansione, in un costante contatto stilistico e di forma con generi musicali che si stimano, cercano, desiderano entrare in dimensioni multiple. Ecco, allora, una psichedelia dolce, breve, illuminante, trovare un sentiero per stimolare nuclei di aggregazione con il post-rock primordiale, come se gli anni Novanta fossero un battito di ciglia del tempo. Un disco che permette alla morbidezza del cantato di Miriam Fornari e di Danilo Ramon Giannini di immergersi nei tessuti obliqui di Marco Calderano e di Giovanni Lafavia (nuovo membro). Briciole tenerissime di Tindersticks e Animals That Swim ci portano in dono l’Inghilterra di Nottingham e di Londra, per poi volare verso una campagna laziale che profuma le note di una rarefazione dello spirito davvero notevole, passando dagli arpeggi, con le espressioni dell’ambient e la conservazione costante di una intimità qui più che mai doverosa. Il tutto pare una favola di espressioni mentali alla ricerca di una evoluzione riuscita, planata sull’emisfero mattutino di una stagione segreta, piena di vento, brina, raggi solari alla ricerca di quelli lunari, di spazi vuoti da coccolare. Vivono le emozioni, si sparpagliano, passano dentro le macerie umane, tentano di tingere di poesia le urla, le guerre, la depressione, dando una mano, cercando un contatto e ingannando la paura. Quando si presentano sterzate ritmiche (come per la deliziosa Meeting of Skins), ci si accorge di come la C-86 e il primordiale dream pop possano albergare rapidamente nei solchi, come saluti sognanti, come favole dalle note azzurre, come uno stratagemma efficace per donare sorrisi e un velo in lino. La chimica tra i musicisti si palesa come una quercia, donando stabilità e sicurezza, in un dialogo fitto, che parte da una sensibilità acustica parente di Paul Simon, per giungere sino al New Acoustic Movement di band come Turin Brakes, I am Kloot e la brillantezza cupa di David Gray.

Il synth di Miriam è il vigile attento, un amico che si dona per dare alla chitarra di Marco e alla batteria di Giovanni una spalla, una stella, una fiaba di note armoniose, per poi andare oltre la forma canzone, con la vitalità data da successioni di accordi davvero intriganti. Emoziona avere l’impressione di schizzi sonori che diventano case, si allargano, prendono residenza in espressioni collettive, che, se da una parte evidenziano residenze cantautorali, dall’altra ci offrono l’unicità dell’essere una band, con le varianti che echeggiano, rimbombano e saltano sul pentagramma per essere influenze, stimoli e grappoli di uva come stelle cadenti saporite. Atomi di slow core fanno da cerniera agli altri generi musicali, conferendo alla voce di Danilo la possibilità di un crocevia stilistico che partendo da Matt Berninger si spinge verso i territori nordici  di Søren Huss (della band norvegese Saybia, nei momenti di espressioni crepuscolari) e a quella di Miriam di divenire una bacchetta magica attraverso i suoi respiri, le sue piantagioni delicate, i vocalizzi pieni di stile e immersi in un proto-silenzio che avvolge il tutto.


Sin dall’iniziale Ravine abbiamo in dotazione un testo che attraversa il genere umano con sapienza, con entrambi i sessi rappresentati dalle due voci, ed è un entrare e un uscire tra la dolcezza apparente e l’amarezza, qui tenuta a bada sapientemente.

La successiva Pillows continua con l’umore e lo spleen della precedente con una veste jazz mascherata e una propensione a un’espressività tipicamente americana.

Truth è la Scandinavia che dialoga con maggiori muscoli, una propensione agli stop and go tipici dei Cousteau, la saggezza di interventi strumentali e la batteria che scuote dolcemente una ricca elaborazione sonora.

Con Babylon ritroviamo il loro dna, spoglio e immenso, affidarsi alla chitarra e alle due  voci, per una passeggiata temporale immensa…

Another Water è la spugna visiva della band, la loro raffigurazione precisa, con splendidi incroci, con minuscoli interventi a suggellare questa chicca radiosa…

Quando tocca a Freedom Symphony ci si rende conto di quanta profondità vi sia nella scrittura del testo, nei sospiri del cantato, con il synth che accarezza la chitarra e questo feeling così marcato di un autunno che bussa alle porte della mente…

Meeting of Skins è una frustata dream pop, un guizzo che mostra la poliedricità della band, i giochi vocali e la capacità di velocizzare la sensibilità, facendo diventare il tutto un arcobaleno allegro. E la voce di Miriam che usa lo stile francese in modo divino…

La chiusura di Silent Search Of Spring viene affidata al brano che dà il titolo al lavoro, ed è un sospiro, un ripostiglio in cui il silenzio si accoppia a questa ninnananna che esplora i sentimenti, i rapporti, il senso del toccare la fisicità e renderla una nuvola attenta…


Silent Search Of Spring è un calendario razionale, emotivo, un elenco di passi vellutati, un dipinto su una tela perennemente in movimento, dando alle note di una lumaca curiosa il tempo per circumnavigare l’estasi, deliziando, creando una lampada a olio nelle nostre menti… Dimostra che quando Roma si dimentica si se stessa (almeno degli ultimi vent’anni) e si mette una borsa sulle spalle, può diventare una nomade capace di raccogliere la bellezza di un mondo che nella capitale è morta da tempo. E allora si dia credito a questi musicisti, alle voci sognanti e regnanti, al garbo di un sottovoce ormai sparito, alle dimensioni di una garbata presenza che sussurra, mai urla, che fa dello sguardo uno strumento, della verità una spada circondata da fiori e petali e della scrittura delle canzoni un atto di intelligenza davvero raro…


https://music.apple.com/gb/album/silent-search-of-spring/1867566795

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