giovedì 29 gennaio 2026

La mia Recensione: Dear Company - Scratches Ep


 Dear Company  Scratches Ep


La verità assoluta è inesistente, una drammatica bugia alla quale viene a mancare, ad esempio, l'adeguata colonna sonora, in cui si evidenzi l'inconfutabile sigillo degli estremi.

Ecco allora la necessità della discrezione, del sussurro, della tenerezza, del dettaglio che abbatte l'impulso, del metodo che completa lo spessore di un intento narrativo che passa soprattutto dal rendere evidente la bontà degli errori, dei lutti, dei sogni pieni di piombo e dei graffi, qui i veri protagonisti di una storia magnetica, materializzata in un range espressivo davvero notevole. 


Non è un vero debutto quello del duo romano composto da Elisa Pambianchi e Martino Cappelli: palesa, invece, che le pubblicazioni dei lavori artistici poco hanno a che fare con la vera tempistica del tutto, in quanto questo è un lavoro che mostra le loro vite, i loro percorsi, i riferimenti, un insieme esposto al sole, ma nulla è nato nel giorno in cui queste sei farfalle sonore ci hanno trovati pronti pronti ad accoglierle. 


Un racconto come raccolta, come fiori sbocciati su un terreno razionale ed emotivo che ha condensato, sapientemente, queste composizioni in una inevitabile fuoriuscita, in cui emerge, in modo determinante, l'introspezione, il silenzio dipinto con leggerezza per non comprometterlo, la dialettica di mezzi distanti tra di loro (come ad esempio un sentire folk immerso in una leggera elettronica e impeti dream pop con venature eteree), e una continua sensazione che il rispetto nei confronti di chi non vuole essere turbato troppo sia sempre evidenziato. Canzoni profonde con l'animo leggero, farfalle appunto.


La vita la rappresentano tramite l'effetto dei passi, con tracce pettinate attraverso droni, atmosfere, inquietudini, forme di rilassamento, l’uso del dna della musica ambient in grado di avere lo stesso spessore di generi più abituati a trovare consensi, un interiorizzare che si manifesta veracemente, in cui la profondità passa con la modalità di ritmiche lente e suoni curati, dove la preghiera e la speranza sono vicende laiche, domestiche, private. La disillusione, come per incanto, diviene una forza da accogliere, la tristezza una figlia da coccolare, la nevrosi un punto di partenza per plasmare eventuali ferite. 


Un lavoro geniale, non congeniale a chi cerca canzoni come anestetici: un’opera immensa per gli aspetti culturali esposti, con la sapiente tessitura testuale e onirica di Elisa e l’elaborazione peculiare di Martino. La tensione è mistica, misteriosa, nutriente, un bacino di utenze al servizio di un percorso interiore. Un ep che fonde l’aspetto umano con quello artistico, l’indipendenza che non è strafottenza, capriccio, boria o miseria,  bensì una modalità più matura di fare dell’arte musicale una introspezione che dia ai graffi, appunto, un ruolo positivo.


Le immagini, così presenti nelle strutture musicali di Martino, sono le nuvole algebriche sulle quali Elisa mette la sua voce, più che i suoi versi. Ed ecco la misura in cui la sua modalità del canto si rivela impetuosa, devastante, ricca, vera e concreta: lei stessa pare aver dato al suo ruolo un senso diverso da quello con i 3+Dead, definendosi attraverso la cura della respirazione, dei vocalizzi minimalisti, della scelta delle parole che sono sia abrasive che vellutate, rimanendo intatta la sua sensibilità. 


In un fascio di canzoni in cui lei non è sempre presente, tutto ha più valore, offre energia e una incredibile e inguaribile propensione romantica. Martino trova in lei la cantante perfetta, con le intuizioni e le capacità tecnico espressive. Pambianchi non è solo colei che perfeziona il racconto, è quella che lo accompagna, lo precede, ne diviene la musa, la figura che alita sensualità e delicata amarezza.

Le composizioni stratificano il tempo, gettano tappeti sulle decadi, in un crescendo romanzesco, in cui le abilità di coniugazione sono delicate, in cui nessuna forzatura alza la voce. 


Pare di essere in un film muto, di un tempo sconosciuto, con messaggi e messaggeri impegnati sott'acqua, senza aver bisogno di salire in superficie. I brani, infatti, portano alla mente artisti e lavori poco conosciuti, sviluppando il tutto con personalità e metodi importanti. Si sente la fragilità delle relazioni, dell’esistenza, del non riuscire a congelare il tempo. Un manifesto umano impressionante, nel quale la bellezza è data dalla rivelazione di ciò che siamo. 


Tutto si sviluppa con raziocinio e l’emozione avvinghiati, passionali, desiderosi, in cui le incursioni sonore primeggiano, sconfiggendo sapientemente la forma canzone. A loro due interessa lavorare sulle manifeste fragilità, impegnandosi a fare delle proprie ricchezze individuali un porto sicuro.

Lo spazio emotivo evidenzia il rispetto della interiorizzazione, la volontà di consentire agli istinti di incanalarsi nelle costrizioni, come modalità educativa. 


Qui il talento di Martino diviene una serie di miracoli impossibili da ignorare: quello che artisti famosi e celebri hanno fatto e per cui sono stati riconosciuti lui lo fa con la medesima capacità, in un fascio di luci che paiono un arcobaleno dentro la mente umana, il tutto come un transfer che plana sulle dita.  I territori perlustrati inglobano un perfetto mix di pulsazioni, di elaborazioni, impennate cerebrali con il senso sinuoso dell'estetica, dove ermetismo, complicità, cammini paralleli, suggerimenti, suggestioni, dialettiche umorali confluiscono in un vascello che ondeggia nel petto.


Martino mostra i suoi studi, i suoi ascolti diventano un’estensione digitale e analogica del suo pensiero, la sua modalità di scrittura parte da lontano, e in queste composizioni inserisce l'inevitabile necessità di evolversi, di costruire, nelle sue abilità, un palazzo mentale che possa diventare anche fisico. La dinamica è l’elemento principale di tutto il lavoro, emblema della complessità resa masticabile e digeribile, in cui il folk, l’ambient, il dream pop, la darkwave, il post rock, lo shoegaze minimale sono solo l’esposizione delle luci, ma, in realtà, i cavi elettrici passano per il sottosuolo, l’impianto segreto in cui non si ha accesso…


Scratches ha l’intensità del dilucolo, l’atto preparatorio all’intensità della rivelazione, il palco sul quale le canzoni diventano la tovaglia su cui appoggiare le fatiche, gli sforzi, le interazioni tra i respiri celesti e quelli umani, in uno spazio temporale che pare provenire dalle grandi civiltà, fasciate da una sensibilità moderna. Ma il linguaggio, il senso, il posizionamento di quest’opera odora di lino, polvere, grandi pietre, di monumenti di marmo sotto lo sguardo delle nuvole. 


Elisa e Martino hanno giocato con il tempo, lavorando tra botteghe nascoste e il brillio dell’eccentricità moderna, favorendo l’attraversamento delle escursioni umane adoperando la meno semplice delle facoltà, la lentezza, favorendo, invece, la comprensione della provenienza di queste farfalle, che, integre ed eleganti, scavalcano la sabbia di ogni clessidra. Brani che traducono la memoria, che attaccano il tempo alla realtà, indossando l’abito sonoro più credibile.


Va anche sottolineata la bellezza, la profondità, il valore aggiunto di una copertina che attrae, invita, spiega già molto del contenuto ed è una poesia visiva, una pagina di letteratura che mostra densità e sfumature, allegando significati diversi con i colori come vele spiegate: mentre la si guarda ci si sposta, si naviga immediatamente in un suono che verrà ribadito e specificato con le sei composizioni. I graffi sono verticali, bianchi, come se simboleggiassero la fragilità dell’infanzia, con il contorno come il futuro che l’attende…


E ora andiamo a conoscere le vie percorse da queste bianche farfalle, una ad una.



Song by song


1 Introduzione

Metti una notte autunnale con i tetri accordi di Pieter Nooten (Clan of Xymox) e la poetica visionaria dei fratelli gemelli Humberstone (In The Nursery) e ti rendi conto di quanta memoria viva in questa glaciale composizione: Martino entra nelle ferite trovando loro l'ingresso razionale, senza voci, senza la forma canzone, ma una testa che guarda alla coda, con l’illusione ritmica nel finale, breve, spiazzante e perfetta. La spiritualità disegna l’intera proiezione di questo lavoro, qui favorita da uno scheletro fisico che ne determina potere e stabilità. 



2 An Ode To

Ed è malinconia minimalista, con arpeggi a recuperare il trip hop, l’elettronica misurata in un flusso discontinuo diventa il basamento su cui l’amletico canto di Elisa, con la perfetta strategia del raddoppiamento vocale, conferisce al tutto una sensazione luttuosa ma senza disperazione, in un silenzio che passeggia tra gli accordi, splendidamente. Il testo misura la decadenza generazionale e l’impossibilità di vivere se non con la solitudine, con la caduta della luce. Echi dei Japan di Quiet Life ci fanno intendere come il duo romano non dimentichi l’avanguardia, la marcia delle note disciplinate e accordi cupi. Una culla piena di seta data dall'unione dei colori pastello della musica e il palcoscenico della scrittura di Elisa.



3 Beyond

Tra impeti post rock dei primissimi Explosions in the Sky, e la penetrante forma popolare anatolica e rock turca, Beyond è un lampadario che oscilla tra l’oriente e il chaos pulito, con una stratificazione che conduce a una danza sensuale, piena di respiri, e un vocalizzo che esalta il tutto, come un’apnea che comunica una ferita…




4 Wonderboy

Le Xmal Deutschland della prima parte del brano aprono in modo sontuoso agli scricchiolii di un synth che riporta a Catastrophe Ballet dei Christian Death, ma poi Elisa, con il suo velo sulle corde, diventa la pioggia di un temporale antico, proveniente dagli anni Ottanta, in un testo incline al desiderio del cambiamento, mentre Martino allarga gli orizzonti, partendo dal cielo per finire nei fondali marini con un assolo che non invidia nulla a Peter Frampton, con una sensibilità elevatissima, come una voce che si alterna a quella della sua compagna, con l’abilità di controllare il sustain e favorire la visione delle note…



5 Elevazione

Un palazzo che da mentale si fa fisico, con il brillio della chitarra e il tremore del basso distorto, sino a una distorsione che stabilisce il confine tra elevazione spirituale e dramma. Lo stop and go consente alla sei corde di grattugiare il tutto. Il drumming abbraccia l’atmosfera che riesce anche ad essere sensuale. Una grande abilità nel connettere la passione di Bunuel per i cieli pieni di sorprese e l'ardore esponenziale degli scritti di Virginia Woolf, qui non bisognosi di essere decantati. Misteriosa, decadente, sognante, la canzone sbalordisce anche per una progressione misurata, inaspettabile…. 



6 Storm, Black

Elisa prende le sembianze una strega melodica, con parole che giocano sotto la pioggia, con voli di piume, cori angelici, mentre il tessuto musicale spazia, come frammenti in cerca di adesioni (trovate), per diventare il congedo perfetto, dando respiri speranzosi, senza che però nulla possa far dimenticare i graffi… Equilibrata, incantevole e magica, trova nel suo finale una forma di sospensione che sfocia in un temporale simile a quello dei Dead Can Dance dell’album Within of a Dying Sun, in cui consapevolezza e ricchezza visitano la paura. Una conclusione poetica, vibrante, nervosa che odora di perfezione…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

29 Gennaio 2026


Dear Company:

Elisa Pambianchi

Martino Cappelli


Giuseppe Marino - Basso 

Giulio Maschio (Aguirre) - Batteria


Featuring:

Simona Ferrucci (Winter Severity Index) - Synth nel brano Wonderboy

Adriano Vincenti (Macelleria Mobile di Mezzanotte) - (effetti noise) nel brano Storm, Black




My Review: Dear Company - Scratches Ep


 Inglese


Dear Company  Scratches Ep


Absolute truth does not exist; it is a dramatic lie that lacks, for example, an adequate soundtrack highlighting the irrefutable seal of extremes.

Hence the need for discretion, for whispers, for tenderness, for details that break down impulses, for a method that completes the depth of a narrative intent that above all highlights the goodness of mistakes, losses, dreams full of lead and scratches, here the true protagonists of a magnetic story, materialised in a truly remarkable range of expression. 


This is not a true debut for the Roman duo composed of Elisa Pambianchi and Martino Cappelli: it reveals, instead, that the publication of artistic works has little to do with the actual timing of the whole, as this is a work that shows their lives, their paths, their references, a whole exposed to the sun, but nothing was born on the day when these six sound butterflies found us ready to welcome them. 


A story like a collection, like flowers blooming on rational and emotional ground that has skilfully condensed these compositions into an inevitable outpouring, in which introspection emerges decisively, silence painted with lightness so as not to compromise it, the dialectic of distant means (such as folk sounds immersed in light electronic music and dream pop impulses with ethereal veins), and a continuous feeling that respect for those who do not want to be too disturbed is always highlighted. Profound songs with a light soul, butterflies, in fact.


Life is represented through the effect of footsteps, with traces combed through drones, atmospheres, anxieties, forms of relaxation, the use of ambient music DNA capable of having the same depth as genres more accustomed to finding consensus, an internalisation that manifests itself truthfully, in which depth passes through slow rhythms and carefully crafted sounds, where prayer and hope are secular, domestic, private events. Disillusionment, as if by magic, becomes a force to be welcomed, sadness a daughter to be cherished, neurosis a starting point for shaping any wounds. 


A brilliant work, not suited to those looking for songs as anaesthetics: an immense work in terms of the cultural aspects it explores, with Elisa's skilful textual and dreamlike weaving and Martino's peculiar elaboration. The tension is mystical, mysterious, nourishing, a reservoir of users at the service of an inner journey. An EP that blends the human aspect with the artistic, independence that is not arrogance, caprice, conceit or misery, but a more mature way of making musical art an introspection that gives scratches, in fact, a positive role.


The images, so present in Martino's musical structures, are the algebraic clouds on which Elisa places her voice, rather than her verses. And this is where her singing style reveals itself to be impetuous, devastating, rich, true and concrete: she herself seems to have given her role a different meaning from that with 3+Dead, defining herself through careful breathing, minimalist vocalisations and the choice of words that are both abrasive and velvety, while her sensitivity remains intact.


In a collection of songs in which she is not always present, everything has more value, offering energy and an incredible and incurable romantic inclination. Martino finds in her the perfect singer, with intuition and technical expressive abilities. Pambianchi is not only the one who perfects the story, she is the one who accompanies it, precedes it, becomes its muse, the figure who exudes sensuality and delicate bitterness.

The compositions layer time, lay carpets over decades, in a romantic crescendo, in which the conjugation skills are delicate, in which no forcing raises its voice. 


It feels like being in a silent film, from an unknown time, with messages and messengers busy underwater, without needing to rise to the surface. The songs bring to mind little-known artists and works, developing everything with important personalities and methods. You can feel the fragility of relationships, of existence, of not being able to freeze time. An impressive human manifesto, in which beauty comes from the revelation of who we are. 


Everything develops with reason and emotion intertwined, passionate, eager, in which sound incursions prevail, skilfully defeating the song form. The two of them are interested in working on their obvious fragilities, striving to make their individual riches a safe haven.

The emotional space highlights respect for internalisation, the desire to allow instincts to be channelled into constraints, as an educational method. 


Here Martino's talent becomes a series of miracles impossible to ignore: what famous and celebrated artists have done and for which they have been recognised, he does with the same skill, in a beam of light that resembles a rainbow inside the human mind, all as if transferred to his fingers.  The territories explored encompass a perfect mix of pulsations, elaborations, cerebral surges with a sinuous sense of aesthetics, where hermeticism, complicity, parallel paths, suggestions, hints and mood-driven dialectics converge in a vessel that sways in the chest.


Martino displays his studies, his listening becomes a digital and analogue extension of his thinking, his writing style starts from afar, and in these compositions he inserts the inevitable need to evolve, to build, in his abilities, a mental palace that can also become physical. Dynamics are the main element of the entire work, emblematic of complexity made chewable and digestible, in which folk, ambient, dream pop, darkwave, post-rock, and minimal shoegaze are only the exposure of the lights, but in reality, the electrical cables pass through the underground, the secret system to which there is no access...


Scratches has the intensity of dawn, the preparatory act to the intensity of revelation, the stage on which songs become the tablecloth on which to lay down the labours, the efforts, the interactions between celestial and human breaths, in a space-time that seems to come from great civilisations, wrapped in modern sensibility. But the language, the meaning, the positioning of this work smells of linen, dust, large stones, marble monuments under the gaze of the clouds. 


Elisa and Martino have played with time, working between hidden workshops and the glitter of modern eccentricity, favouring the crossing of human excursions by using the least simple of faculties, slowness, favouring instead the understanding of the origin of these butterflies, which, intact and elegant, leap over the sand of every hourglass. Songs that translate memory, that attach time to reality, wearing the most credible sound costume.


It is also worth emphasising the beauty, depth and added value of a cover that attracts, invites, explains much of the content and is a visual poem, a page of literature that shows density and nuances, attaching different meanings with colours like unfurled sails: as you look at it, you move, you immediately navigate in a sound that will be reiterated and specified with the six compositions. The scratches are vertical, white, as if symbolising the fragility of childhood, with the outline like the future that awaits it...


And now let's learn about the paths taken by these white butterflies, one by one.



Song by song


1 Introduction

Take an autumn night with the gloomy chords of Pieter Nooten (Clan of Xymox) and the visionary poetry of the Humberstone twins (In The Nursery) and you realise how much memory lives in this glacial composition: Martino enters the wounds, finding their rational entrance, without voices, without song form, but with a head that looks to the tail, with the rhythmic illusion in the finale, brief, unsettling and perfect. Spirituality shapes the entire projection of this work, here favoured by a physical skeleton that determines its power and stability. 


2 An Ode To

It is minimalist melancholy, with arpeggios reminiscent of trip hop, measured electronics in a discontinuous flow become the foundation on which Elisa's Hamlet-like singing, with the perfect strategy of vocal doubling, gives the whole a mournful but not desperate feeling, in a silence that wanders beautifully between the chords. The lyrics measure generational decadence and the impossibility of living except in solitude, with the fall of light. Echoes of Japan's Quiet Life make us understand how the Roman duo do not forget the avant-garde, the march of disciplined notes and sombre chords. A cradle full of silk given by the union of the pastel colours of the music and the stage of Elisa's writing.


3 Beyond

Between the post-rock impulses of early Explosions in the Sky and the penetrating Anatolian folk and Turkish rock forms, Beyond is a chandelier that swings between the East and clean chaos, with a layering that leads to a sensual dance, full of breaths, and vocals that enhance the whole, like an apnoea that communicates a wound...


4 Wonderboy

The Xmal Deutschland of the first part of the song opens magnificently with the creaking of a synth reminiscent of Christian Death's Catastrophe Ballet, but then Elisa, with her veil over the strings, becomes the rain of an ancient storm, coming from the 1980s, in lyrics inclined towards the desire for change, while Martino broadens the horizons, starting from the sky and ending up on the seabed with a solo that is every bit as good as Peter Frampton's, with a very high sensitivity, like a voice that alternates with that of his partner, with the ability to control the sustain and enhance the vision of the notes...


5 Elevation

A palace that becomes physical, with the sparkle of the guitar and the tremor of the distorted bass, to a distortion that establishes the boundary between spiritual elevation and drama. The stop and go allows the six strings to grate everything. The drumming embraces the atmosphere, which also manages to be sensual. A great ability to connect Buñuel's passion for skies full of surprises and the exponential ardour of Virginia Woolf's writings, which need no praise here. Mysterious, decadent, dreamy, the song also amazes with its measured, unexpected progression.... 


6 Storm, Black

Elisa takes on the guise of a melodic witch, with words that play in the rain, with flights of feathers, angelic choirs, while the musical fabric ranges, like fragments in search of connections (found), to become the perfect farewell, giving hopeful breaths, without, however, anything that can make us forget the scratches... Balanced, enchanting and magical, it finds in its finale a form of suspension that flows into a storm similar to that of Dead Can Dance's album Within of a Dying Sun, in which awareness and richness visit fear. A poetic, vibrant, nervous conclusion that smells of perfection...


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

29 January 2026


Dear Company:

Elisa Pambianchi

Martino Cappelli


Giuseppe Marino - Bass 

Giulio Maschio (Aguirre) - Drums


Featuring:

Simona Ferrucci (Winter Severity Index) - Synth on the track Wonderboy

Adriano Vincenti (Macelleria Mobile di Mezzanotte) - (noise effects) on the tracks Storm and Black














































giovedì 22 gennaio 2026

My Review: Julian Cope - I Dream the Cosmos Atavistic




 Julian Cope - I Dreamt the Cosmos Atavistic


To witness only a part of the possibilities available to us means limiting our consciousness, stopping knowledge in a place where the flows seem to exclude anything else. This concept applies to all forms of life. In music, we have examples of insights that are not accepted or known, and are scattered in the mechanisms described at the beginning. The discomfort of commitment, of internalisation, of unease that provides different information is not usually practised.


Here we find ourselves discussing a work that strips away what we are accustomed to consuming, with a celestial installation conducted primarily at a slow pace, dispersing musical clichés and every form that is generally considered appealing, easy, and fluid in its digestion.


Julian Cope's new album is a skilful rebellion, entirely rooted in the luminous mantra created by the contact between the heavens and the musician's mind, here engaged in translating spirituality and research into a generous work of connections, in which the studio is a giant lens that makes every detail described seem tiny. Minimalist, expansive, energetic and misleading, these three tracks are a wonderful exploration of images that cannot be photographed through immobility, but rather through the continuous X-ray of introspection that leaves input and questions in the brain.


The degree of total indifference in every reception is remarkable: we find ourselves with our senses on edge, with fear, with the sky advancing like a snail into our selves, unaware of the enormous power of this exercise. What seem to be bombastic, annoying, boring and uninteresting noises are in fact the mechanisms that we silence, disown, ignore and do not nurture. The spectacular aspect is the whispers, the slow streams of sound that suddenly appear and then immediately disappear: a challenge to logic and patience, a sensationally intelligent spite capable of exploring the invisible.  


And when suddenly the compositions diverge from the long minutes that preceded them, in which everything seemed set in stone, there is the cunning of a change of colour, of gear, which also offers a growing narrative tension, in which the perspective draws uncertainties and tremors.

An use of the theory of bewilderment in a manner typical of silent cinema, but without subtitles... 


Everything is landscape, uninhabited and solemn, with theatrical hypnosis that stores our reactions to make them pathetic: Julian smiles mockingly, with his solemn meditation, his mantras and his glaciers moving towards a black hole that we do not immediately perceive. But it is precisely this dark space that turns on the light bulb, making our fear of light, of fake melody, of our way of understanding music, practicable within us. 


A fruitful study leads us to write down our reactions as we listen, as if we were both patients and psychologists, with the truth maturing, listening again and again to this permeating flow. Our thoughts become a spaceship, flying beneath the ocean, swimming in the ice tongues of Everest, walking in the lava of a volcano and dying on contact with the first comet encountered.


The trance-like state we experience breaks down our defences, does not produce addiction and colours our perceptions, transporting us into a state of wonder when we hear the Liverpool artist's voice utter the words of the title, during Psalm Zero, in a semi-song that becomes emotional and hormonal therapy for this penetrable and impenetrable artistic prodigy: everything depends on our mental and physical elasticity.


A terrifying prospect for comedy lovers, stuck in a metal chair, with fragments of sound penetrating our every reaction: IDTCA is torture that dilates the blood and turns the mind into a spring, in a final leap that makes us forget our ignorance... 


Who Put All Of This is a spiritual settlement in search of a plot, using sounds that move in an industrial area, noises and electric shocks inside a forest that raises its nose towards the night sky, with an ethereal final expansion.

Stargarden reveals darkness, in a gloomy and slow search for a loop that, magically, never arrives. Severa advances with a bombastic note, like a microscope analysing every particle of the psyche, in a thirty-minute analytical session in which silence offers silver stars...

Psalm Zero is a horror film that benefits from Julian's voice, free to express a thickening of the harmonic plot, an orderly chaos, with an industrial attitude in the chromosomes of an ambient genre, like an impossible-to-avoid crossroads. Electronic tracks shake up the journey and we find ourselves in a spatial whirlwind.


An animalistic work, in which the elements of nature arrive in the place furthest removed from any modern expression of the concept of music. Everything clashes, involving hard work and patience, inflicting a powerful defeat on undeserving taste and sowing the hope of a metamorphosis that will restore the ancient role of listening. Not a sterile anachronism, but an invitation to slow down, even in music, the rhythms, the human perversions, to bring us back into contact with our surroundings, like a secular observation of creation.


It is not artistic courage, crisis, madness or anything else, but rather a trespassing into the places where a more secure and balanced soul is constructed. Sensible, majestic, oppressive in a truly celestial way (to create allegories, metaphors and flows of selected energies), this is truly an authentic work of abandonment and distance...

Simply a monumental journey of aggregations and rejections, from which we can only depart to immerse our tears in the irrigation channels of our minds...


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

22 January 2026


https://merchandiser.headheritage.co.uk/products/i-dream-the-cosmos-atavistic


https://www.youtube.com/playlist?list=PLxOdPtLRV6i3MbQ5KAM4sRZXNMXRBLK7P

La mia recensione: Julian Cope - I Dream the Cosmos Atavistic


 Julian Cope - I Dreamt the Cosmos Atavistic


Presenziare solo a una parte delle possibilità che abbiamo a disposizione significa limitare la coscienza, far arrestare la conoscenza in un luogo dove i flussi sembrano escludere altro. Un concetto che vale per ogni forma di vita. Nella musica abbiamo esempi di approfondimenti che non sono accolti, conosciuti, e vengono sparsi nei meccanismi di cui si è scritto all'inizio. La scomodità di un impegno, della interiorizzazione, di un disagio che dia informazioni diverse solitamente non viene praticata. Ci si ritrova qui a parlare di un lavoro che desertifica ciò di cui normalmente siamo abituati a nutrirci, con una installazione celeste condotta soprattutto al rallentamento, alla dispersione dei cliché musicali, di ogni forma che generalmente è considerata accattivante, agevole, fluida nella sua masticazione. Il nuovo album di Julian Cope è una ribellione sapiente, sistemata totalmente nel mantra luminoso dato dal contatto tra la volta celeste e la mente del musicista, qui impegnato a tradurre la spiritualità e la ricerca in un generoso lavoro di contatti, in cui lo studio è una lente gigante per rendere piccolissimo ogni dettaglio descritto. Minimalisti, espansivi, energici e fuorvianti, questi tre brani sono una meravigliosa esplorazione di immagini che non possono essere fotografate attraverso l'immobilità, bensì con la radiografia continua di una introspezione che lascia nel cervello input e interrogativi. Notevole la quota di menefreghismo totale di ogni accoglienza: ci troviamo con i sensi tesi, con la paura, con il cielo che come una lumaca avanza nel nostro io ignaro dell’enorme forza di questo esercizio. Ciò che sembrano rumori roboanti, fastidiosi, noiosi e non interessanti in realtà sono i meccanismi che tacciamo, disconosciamo, ignoriamo e non fertilizziamo. L'aspetto spettacolare sono i bisbigli, i lenti flussi sonori che all’improvviso appaiono per scomparire immediatamente: una sfida alla logica, alla pazienza, un dispetto clamorosamente intelligente e in grado di esplorare l'invisibile.  

E quando improvvisamente le composizioni si diversificano dai lunghi minuti precedenti, nei quali tutto sembrava una pietra ferma, ecco l'astuzia di un cambio di colore, di marcia, che offre pure una crescente tensione narrativa, in cui la prospettiva disegna insicurezze e tremori.

Un adoperare la teoria dello smarrimento in una modalità tipica del cinema muto, ma priva dei sottotitoli… Tutto è paesaggio, disabitato e solenne, con la teatrale ipnosi che immagazzina le nostre reazioni per farle diventare patetiche: Julian sorride beffardo, con la sua meditazione solenne, i suoi mantra e i suoi ghiacciai moventi verso un buco nero di cui non abbiamo percezione immediata. Ma è proprio lo spazio oscuro ad accendere la lampadina, a rendere praticabile in noi la paura della luce, della finta melodia, del nostro modo di intendere la musica. Uno studio proficuo ci conduce a scrivere, durante l’ascolto, le nostre reazioni, come se fossimo al contempo pazienti e psicologi, con la verità da stagionare, ascolto dopo ascolto di questo flusso permeante. Il nostro pensiero diventa una navicella spaziale, che vola nei sottofondi dell’oceano, nuota nelle lingue di ghiaccio dell'Everest, cammina nella lava di un vulcano e si spegne a contatto con la prima cometa incontrata.

Lo stato di trance provato disarciona le difese, non produce assuefazione e colora le percezioni, ci mette in transito con lo stupore quando sentiamo la voce dell’artista di Liverpool pronunciare le parole del titolo, durante Psalm Zero, in un semi-canto, che diventa terapia emotiva e ormonale di questo prodigio artistico penetrabile e impenetrabile: tutto dipende dalla nostra elasticità mentale e corporea.

Una possibilità terrorifica per chi ama le commedie, stando bloccati su una sedia di metallo, con briciole di suoni a penetrare ogni nostra reazione: IDTCA è una tortura che dilata il sangue e fa della mente una molla, in un balzo finale che ci rende dimentichi della nostra ignoranza… 

Who Put All Of This è l'insediamento spirituale alla ricerca di una trama, adoperando suoni che si muovono in un abitato industriale, rumori e scariche elettriche all'interno di  un bosco che alza il naso verso il cielo notturno, con una dilatazione finale eterea.

Stargarden palesa tenebre, in una tetra e lenta ricerca di un loop, che, magicamente, non arriva. Severa, avanza con una nota roboante, come un microscopio analizza ogni particella della psiche, in una seduta analitica di trenta minuti in cui il silenzio offre stelle argentate…

Psalm Zero è un film horror che gode del  beneficio della voce di Julian, libero poi di esprimere un ispessimento della trama armonica, un caos ordinato, con un’attitudine industrial nei cromosomi di un filone ambient, come un incrocio impossibile da evitare. Tracce elettroniche scuotono il percorso e ci si ritrova in una girandola spaziale.

Un'opera animalesca, in cui gli elementi della natura approdano nel luogo che si pone maggiormente lontano da ogni espressione moderna del concetto di musica. Tutto stride, coinvolge il duro lavoro di pazienza, infligge al non meritevole gusto una poderosa sconfitta e semina la speranza di una metamorfosi che ridia all’esercizio dell'ascolto un ruolo antico. Non un anacronismo sterile bensì un invito a rallentare, anche nella musica, i ritmi, le perversioni umane, per ricondurci al contatto con il circostante, come un’osservazione laica del creato.

Non è coraggio artistico, crisi, pazzia o quant'altro, bensì uno sconfinamento nei luoghi della costruzione di una anima più sicura e bilanciata. Sensato, maestoso, opprimente in un modo davvero celestiale (per creare allegorie, metafore e flussi di energie selezionate), questa è davvero un’opera autentica di abbandono e distanze…

Semplicemente un monumentale percorso di aggregazioni e rifiuti, da cui possiamo solo partire per far immergere il nostro pianto nei canali irrigatori delle nostre menti…. 


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

22 Gennaio 2026


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martedì 6 gennaio 2026

La mia Recensione - Umberto Maria Giardini / Olimpo diverso




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Umberto Maria Giardini - Olimpo diverso


Una barca pregna di acqua mentre affonda, per un mistero complesso e denso di cattiveria, può diventare un fenomeno che affascina, ipnotizza e rende felice chi la vede. Si possono raccontare eventi tragici tra gli entusiasmi di chi non coglie il vero, la provocazione, l'intenzione di ispessire la tragicità umana. Il tempo attuale viene sorpassato da urgenze spicciole, dallo svuotamento dell’impegno e del valore, da ogni cortesia rispettosa nei confronti di un’ingenua permanenza terrena.

Se si veste la miseria degli esseri viventi e la si rende racconto, suono, storia, trama di accordi immersi nel grigio, allora si incontra Umberto, l’ultimo difensore della tragedia nei versi, nei perimetri di corsie sempre piene di una tristezza accettabile, consona ai messaggi che porta e alla sua luna storta, beata, che ignora le ipocrisie e affronta temi che la massa vuole evitare. Coraggioso, scoraggiato, perplesso, lucido, insistente, menefreghista e dannatamente prezioso, questo immenso menestrello continua a offrirci una serie di congedi, tracce di un tesoro che si trova nel silenzioso ascolto di una tragedia annunciata e che la maggior parte delle coscienze rifiuta. Epica continuazione di una carta di identità morale che non ha capelli grigi, ma tanta legittima stanchezza. Eppure l’uomo e l’artista continuano a essere solidali all’autenticità, a una cattiveria che pare una poesia di giorni ironici e spettinati, ingrossati da domande che non possono ricevere risposta, con una frenetica calma nel descrivere ciò che ha dure oscenità da mostrare. Un nuovo album che amplifica, non sintetizza, vomitando una sfiducia reale che non è mascherata da parole piene di miele, proponendo piuttosto immagini che provengono dall’antichità, dalle tragedie, dalle corsie storte del cammino umano. Rende il tempo un magnete febbricitante, arrugginito, una mappa ingiallita, in fase di sbriciolamento. Si chiude nel suo combo di musici adatti al suo piano artistico, agli umori certificati da una sfiducia salda, da un portafoglio mnemonico svuotato, dove la condivisione non può essere eccitante, generando una lunga scritta nei crateri dei sogni. Pubblica canzoni, ma si ha la netta sensazione che lui non sia più lì, consegnandoci in ritardo passi che ora hanno una geografia e un senso diverso. Adopera la musica che non ha mai dimenticato, la rinfresca per quel che può, scrivendo così brani che sono una matrioska temporale magnifica, coi segreti degli anni Novanta mostrati solo in parte, con i decenni successivi che si ascoltano in certe strategie, in una evoluzione degli innesti sonori, in una produzione che collega la sua carriera, senza dimenticare antiche radici, con un carillon dell'anima che si avverte maggiormente nei luoghi semi-acustici. Composizioni che sembrano consegne: se per riceverle si mette la propria firma, ci si ritrova con lunghe gittate grigiastre, pacchi che pesano, in grado però di farci sentire preziosamente considerati da unicità che tendono ad aprirci gli occhi e le orecchie, a mostrarci la guerra delle incapacità, di relazioni che stridono, bucano i sogni e ci rendono apatici e inconcludenti.

Un lavoro fatto di estremi, di distanze, di disturbi continui nei confronti del senso dell’esistenza, di un cielo abitato da muti egoisti e da umani gonfi di sordità e disordine. Il marchigiano serra le labbra con immagini continue e apparentemente delicate, nel cui nucleo vi è la rabbia di un uomo che non viene sprecata con urla, bensì con una ipnosi quasi silenziosa, con quei rimasugli di fiducia che non consentono spazi di immaginazione. Diventa un testimone, con le sue dieci tracce, per lasciarci dubbi ragionati, con il vocabolario che rende inutili le forme di possedimento e di spreco, essendo consapevole del fatto che non attecchirà, in quanto l’ascolto oggi è riservato a quegli esseri umani che si sono autoemarginati: a loro sì che Umberto servirà, divenendo, come sempre, prezioso. Non rinuncia al suo pensiero, a fitte trame e a cercare di fare in modo che lo spirito dell’accettazione e quello dell’espressività del singolo individuo si tocchino. Ha la penna dorata in un mondo incatramato, con i sensi in disuso e, mentre lui sussurra, gorgheggia, dimostra qualità rare, le sue preziosità vengono accantonate. Invecchia per come può, con canzoni che sono respiri essiccati e potenti, non in cerca di ascolto ma di una donazione continua, lasciando al libero arbitrio la possibilità di raccoglierli. Dipinge un lirismo che oscilla tra il pensoso e l’istinto, cercando soluzioni che prevedono barlumi di elettronica al servizio di un metodo compositivo analogico, partendo da linee apparentemente semplici per poi ingrossare la struttura, per una canzone che ha la forma di una lettera scritta mentre la pioggia le cade sopra…

Gli arrangiamenti hanno calma, mai urgenza, contribuendo a creare sfaccettature che a ogni ascolto si colgono sempre di più, lasciandoci la sensazione di una mano che coltiva piante in una grotta piena di sole e vento.

Un miracolo.

Un’eccezione.

Una strategia che funziona, data la qualità di modalità che partono da un getto folk in cerca di adozioni multiple. I generi musicali vivono di promiscuità e assestamenti che parrebbero crearne uno solo.

Molto è suggestione, algebrica esistenza di episodi a colorare l’assenza di maschere, e tanta è la capacità di una rotta che raccoglie i petali di dischi nei quali osava la timidezza e l’imbarazzo. No, questo autore di campi mentali da arare è veloce con le sue ballads, insieme a pillole low-fi con un dna psichedelico, mentre l’alternative rock sceglie un approccio calibrato, versatile, per governare gli accenni e non le esplosioni. Ci ritroviamo con espulsioni di bile passata al setaccio, con torsioni chirurgiche eseguite a mente aperta. Umberto ci invita nel suo circo, nella sua bolla con luci decadenti.

Come un dettato in classe sullo scacchiere della verità, l'album si mostra come un potente assemblaggio tra gli aspetti politici/sociali e la sopravvivenza di un linguaggio che contempla poesia e nudità. I simboli fanno parte della narrazione, nella quale la pressione del potere viene messa in evidenza e accerchiata da una profonda coscienza. Ribalta il cielo, l'ordine delle cose e mostra la preziosità esistenziale degli sconfitti, degli umili e di chi non è parte di un gregge ubbidiente. La musica non assorbe le parole ma le proietta, mentre la voce diventa la coda di amarezze e perplessità, capaci di allinearsi e compattarsi. Il potere viene mostrato come un difetto, in caduta libera, in crisi come e forse di più rispetto a chi è governato. Le esclusioni e le emarginazioni trovano il luogo di un recinto diversificato. La forma estetica, così intensa e lontana da ogni impegno, trova nel disco una colonna sonora dissonante, dando alla bellezza una nuova interpretazione. E, quando l'amore si fa costrizione, Umberto scova le giuste carezze consolatorie. La lente viene posta sui meccanismi della violenza, dell'aggressione, del temporeggiamento. Questo insieme viene descritto anche attraverso musiche che non abbisognano della robustezza, in quanto nel loro pentagramma tutto è già chiaro così come è esposto. 

Ed ecco che l’Olimpo si trasforma in uno specchio, un raggio bloccato, un’approssimazione in cui gli Dèi cercano consolazione, dichiarando apertamente la loro sconfitta. Divenendo terreni perdono autorità, ritrovandosi concorrenti degli umani che in questa situazione si sentono disorientati e impotenti davanti a una fede che non ha più i suoi timonieri. Gli abitanti di due dimensioni diverse coesistono nello spazio di privazioni e muoiono lentamente, attraverso una penna e un suono che, dopo averli individuati, li porta nel girone del tormento.

Un lavoro colossale, una trama e un'idea che trova senso in questo particolare punto di partenza e nel suo arrivo che, alla fine dell'ascolto, ci regala il privilegio di una lettura enciclopedica che ci avrà fatto sudare, tremare e vibrare, con l'impegno di decifrare le tracce di un'anima assolutamente unica e svincolata.

E, ancora, come già affermato, si ha la sensazione che Olimpo diverso si presenti come un addio da accompagnare nel tempo…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

6 Gennaio 2025

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