sabato 7 febbraio 2026

La mia recensione: Ist Ist - Dagger


 


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

8-2-2026


Ist Ist - Dagger


Siamo immersi, quotidianamente, in indagini, con consapevolezza o meno, e di conseguenza, ci troviamo spesso senza un risultato concreto. Abbiamo in parte nella musica un supporto alla tensione, alla malinconia che il non sapere provoca. Ma dobbiamo fare i conti con quella che ci interroga, ci regala i dubbi e anche la più pericolosa di tutte: quella che ci pugnala, direttamente o meno, che si nutre del nostro dolore consacrando la sua immunità, che non è niente altro che il miglior risultato raggiungibile.


L'apoteosi la raggiungono i quattro corsari mancuniani che, arrivati al quinto album, sbancano, polverizzano il loro stesso glorioso passato e ci buttano addosso canzoni come diamanti appena estratti, senza alcun lavaggio, naturali, perfidi, maestosi, cattivissimi. Però non potevano fare a meno di questo incredibile incastro, tra capacità, esperienza, invulnerabilità, nella progressione che il loro dna conserva.  Dagger è un aulente mistero, che espone i nostri petali controversi alla fluorescente brillantezza di dieci coralli i quali, uscendo dalle onde, planano sul nostro cervello.


Fisico, mentale, contemplativo, perlustrativo, appiccicato a incroci continui di ombre e luci, questo lavoro magnetizza le abilità, le rende moventi, sussurra cammini letali, in cui non esiste lo spreco del tempo bensì uno spazio da coltivare. Ed ecco i semi, l’attesa consacrata alla contemplazione e alla comprensione, attraverso canzoni come aghi, punture, sino a cambiare forma, per divenire un’esplorazione notturna senza pause. Vanno di corsa gli Ist Ist, con l’atletica frenesia di chi è consapevole che questi ultimi dodici anni passati insieme sono trampolini continui, dove la ricerca è già essenza, tuttavia, da uomini onesti, non rinunciano allo studio e i brani non sono giochi o passatempi quanto piuttosto identità da costruire, modificare, indirizzare verso il senso più maestoso: piacere ed essere utili a chi ha tatuato la loro essenza nella propria anima.


Sconvolge la sequenza, lo spessore di una concreta capacità di non disattivare il percorso artistico dei tempi precedenti, però più di tutto il coraggio di prestare attenzione alle dinamiche, alla produzione, agli inserti musicali non come tecnicismi ma come arrangiamenti ormai desueti nell’ambito delle composizioni. La forma canzone ne esce quindi rafforzata, riprende colore e senso. Non temono la melodia che si attacca alla mente, tenendola quasi sempre appaiata al ritmo, alla danza che ci sposta verso il loro caveau, che da impenetrabile riesce a garantirci l’accesso e l’abitabilità nei loro respiri. 


Dagger proietta, porge, sottrae sospiri e induce a profonde riflessioni: i loro passi sono più profondi, hanno sconfitto i paragoni che solo gli imbecilli facevano, e si ritrovano leggeri, con i loro tratti originali, senza debiti con nessuno, palesando senza dubbi che, se ascoltati con profonda capacità, si riesce a scorgere l’ampiezza, la profondità di abilità che fanno del passato solo una stupida barriera di difesa. I quattro vanno oltre, sono altro, sono lo sguardo del presente, l’istinto di killer musicali con pezzi scioccanti per fattura e resistenza, proseguono nei vicoli di Manchester sapendo in anticipo che questi brani non hanno un luogo da cui partire, ma onde magnetiche su cui salire e spostare i confini.


Cemento, vento, sale, polvere, bosco, cantiere, miniera, grotta, palude, deserto, cavi elettrici: questo è solo parte del loro creato, di un mondo che hanno costruito con fatica e soprattutto orgoglio, determinando finalmente una lama multiuso, da appoggiare o da rendere un’arma letale. È l’ascolto che lo deciderà, relegando una responsabilità enorme e costruttiva. Senza alcuna difficoltà il Vecchio Scriba afferma che Dagger è il passaporto, il viaggio, il lume, il punto più alto e concreto di tutta la loro carriera, una incisione che non deforma o ferisce bensì insegna, educa, creando attraverso l’amore un senso di beatitudine, che porta alla gioia solitaria così come a quella di massa. 


Sono cresciuti attraverso i concerti, il tempo trascorso a visitare un mondo che lentamente si è fatto maggiormente ampio e in grado di allargare i loro portali cognitivi, traducendo il tutto in musica come laboratorio, dalla selezione all’assorbimento, alla traduzione e alla mutazione perché, per davvero, i quattro sono capaci di far stagionare le molecole artistiche e al contempo velocizzare gli atti creativi.


Saper manifestare l’aderenza dei propri istinti a una visione più alta, concettuale, dimostra come sia un album acuto, un blocco di cemento su cui (cosa molto probabile) in futuro verranno messi fiori e seta. Ora, proprio ora, con queste lame, queste crepe adatte alla commozione, gli Ist Ist tratteggiano il futuro con una nebbia adatta alla premura, a rallentare la spavalderia e a diventare più saggi. Si sente l’esperienza delle ore negli studi di registrazione, come quello sui palchi,  o ancora quello in cammino tra le strade del loro percorso, la maturazione del cantato di Adam (abile nel compattare i suoi clichè antichi e a creare nuove chances per il suo timbro sempre perfido e celestiale), il basso di Andy come coperta e non solo come scossa, il drumming di Joel come strategica forza che inocula sicurezza nelle vene e una melodia aggiunta, e il lavoro di Mat alle chitarre e ai synth come un alchimista che scorge il futuro e lo disegna con abilità in ampia agilità. 


I testi meritano il nostro microscopio, il tempo per interagire con la profonda versatilità di Adam, qui in grado per tutto l’album di creare ponti, visioni, ritornelli assassini, versi perlustrativi nelle strofe, di insistere perfettamente con parole come pietre, di nascondere il diritto alla propria intimità con ragionamenti spesso apparentemente semplici, ma scomodi, per verità assolute che rendono complessa la lettura e il riuscire a contenerle dentro noi stessi. Pur aggiungendo arcobaleni, sono segnali che sfumano nel grigio, nell’inconscio che non conosce luce adatta, dimostrando ancora una volta la sua estraneità alla banalità.


La musica diventa multiforme, al di là del ritmo veloce/lento, vi sono innesti evidenti di suoni che solidificano la forma, la modalità espressiva, qui più evidente e compatta. I generi musicali sono connessi con sapienza, senza forzature, con un’inclinazione all’agglomerazione che rende il tutto fluido. Non mancano frustate post-punk e un quasi synth-pop a rendere il tutto diversamente accessibile rispetto al passato, ma sono diverse le novità che si presentano. Il gioco tra le tastiere e le chitarre ritmiche sono epiche, i cambi ritmo e i ritornelli che si riempiono di cristalli luminosi. Evidenziano, direi finalmente, il bisogno del brivido catchy, del non nascondere una propensione moderna e l’essenzialità antica, per incastonare l’insieme verso il mistero di canzoni che vivono di un caos non bollente ma denso, per perlustrare ipotesi di affiatamento con il sole mai vissuto di Manchester. Se Architecture ce li aveva presentati come dei fenomeni di condensa del conosciuto, con picchi enormi, qui abbiamo una formazione quasi nuova, sicuramente maturata e diversa, con un’inclinazione assoluta verso la leggerezza, senza privarla di densità…


Ma non è un disco felice, non può esserlo: Adam stesso riconosce la violenza e la pesantezza del mondo, l’unica gioia sembra essere la possibilità di scrivere canzoni, di creare uno schermo che diventa uno specchio, dove rifugiarsi per cogliere illusioni, il che al giorno d’oggi rimane un atto di coraggio….

Ci ritroviamo del tutto avvolti da armonie intense, piene, profonde, frutto di una amalgama perfetta, la quale proviene dall’insieme di una cerebralità che non può dominare senza un istinto che continua a girovagare tra i solchi, generando estasi e lacrime che più che visibili sono visionarie, anticipando la direzione della nostra comprensione. Rimane costante la tensione psicofisica: il preludio di un crepuscolo che ingloba spiritualità e un piacevole portento omicida…


Song by Song


1 - I Am The Fear

Il tempio della rivelazione ci mostra una insurrezione, una novità musicale che si struttura in un brano ballabile, potente, con gittate elettroniche che permettono momenti di sospensione per poi risplendere lo slancio, con chitarre più pesanti e un una scala di synth a irrorare le vene di una paura che qui diventa una persona, nel brano che maggiormente mostra il lato della scena di Sheffield nell’intera carriera dei quattro. Un martello ipnotico seducente e robusto per aprire il proprio corpo…



2 - Makes No Difference

Dopo gli iniziali secondi figli dell’atmosfera plumbea di Rust, dei Man Of Moon, gli Ist Ist riprendono le abitudini di incroci armonici e visivi del penultimo lavoro Light A Bigger Fire, con la capacità, attraverso un flusso energetico del synth e il combo basso-batteria, di innalzare l’armonia e la potenza verso il territorio di un cielo che può così assorbire gli immensi tocchi magici di un ritornello che profuma di droghe leggere, donando un’euforia controllabile…




3 - Warning Signs

C’è tutta la carriera dei quattro mancuniani in questo brano: la capacità di tradurre, trasportare il proprio dna nella trascinante adesione temporale di generi che si palesano ma con rispetto, risparmiando il lato povero per generare una lava veloce, feroce, in un ritmo che incalza come le parole, un monito continuo che evidenzia come la presenza e l’assenza siano spesso lo stesso nemico… Ed è post-punk che viene disinfettato da un synth pop quasi mascherato, il gioco di Andy e di Mat di sbalzi emotivi consente a Joel di scacciare via tutto con ritmica precisione, mentre Adam governa il fiato e il tono con un registro di voce noto ma qui quasi romantico… 




4 - Burning

Ed è stupore: i secondi iniziali del brano ci riportano agli anni Settanta, con forza e rabbia melodica perfetta, per poi donarci trame ossessive, un testo che è una bambola di fuoco, un’altra ferita che squarcia la nostra sicurezza, rendendo la nostra mente soggetta a una obbedienza di ascolto perfetta. Canzone per spazi aperti, maestosa, fatta della stessa pasta di Bullet The Blue Sky degli U2: sapientemente in grado di riempire il cielo della nostra emotività…




5 - The Echo

La scintilla melodica, la celebrazione di un loop che spariglia le paure regalando emozioni e gioia, magistralmente incastrate nella tensione. Diventerà il momento ideale per rendere gli amanti della band un coro ridondante che finirà per salire sul palco. La chitarra ritmica è catrame, il basso il tuono che conforta, la tastiera un giocattolo elettronico che permea l'insieme perfettamente e il drumming un concerto di muscoli in agitazione sublime…



6 - Encouragement

Il cinema, i Tangerine Dream, l'attesa, lo sviluppo lento, il dominio della creatività, l’ombelico di tutto questo album trovano in questa canzone la guida alla comprensione del miracolo che stiamo ascoltando. Sbalzi, umori, un lato pop che cerca spazio, un lato nero che rimane come cicatrice, il basso di Andy che spazza via la paura e Joel che rende il suo strumento una chiave di violino con gli artigli, e si arriva al ritornello, lungo, ossessivamente dirompente e fascinoso…



7 - I Remember Everything

Il momento più solenne, tra luce e nuvole che si danno l’addio, in un’atmosfera che rilassa i muscoli ma non le emozioni, con una coralità che conduce alle lacrime, con un gioco di venti melodici davvero avvincenti sino a un solo di chitarra che innalza i nostri sguardi…



8 - Obligations

Mistero nei testi, continuità musicale, senza sbavature, per una canzone manifesto della loro movenza mentale, la grande voracità di creare potenza e luci, con un sapore melanconico che rende l’umore il giusto abbraccio per questo palcoscenico che pare essere la compressione dei loro ultimi due lavori. 




9 - Song For Someone

Tornano le lente atmosfere di Architecture, vicoli notturni come una birra bevuta in mezzo alle strade, il synth che riproduce l'angelica sonorità delle stelle e la voce di Adam come un sussurro pesante e incantevole…



10 - Ambition

La disperazione può divenire una ninnananna, un incantevole rifugio che rivela come la mente sia un buco infinito, non misurabile, e le parole di Adam sono la molla per una impalcatura musicale che diventa un mantello mentre tutto sembra un abbandono con un abbraccio che parte da The Art Of Lying per concludersi in questa ultima scintilla, rendendo emblematica l’evidente capacità di scrittura della band, che sistema la chiosa con un brano che riporta le cose lì dove erano iniziate: l’adorazione totale e devota per le loro immense qualità… 


 









lunedì 2 febbraio 2026

La mia recensione: Drogo - Smart Horror Show


 

Drogo - Smart Horror Show


Avere tra le mani un cd, ascoltarlo e ritrovarsi in un non spazio, il migliore di tutti per intenderci, privati di superficialità e altre abominevoli situazioni.

Un disco con l’intenzione antica di dedicare ogni singolo brano a qualcuno o a qualcosa già significa mostrare premure, attenzioni, lanciare messaggi laddove di parole non c'è traccia apparente e circondare le note con il compito di fare della chiarezza il primo obiettivo. Giunto al secondo album, il quartetto che prevede membri da Imola e Carpino (Foggia), ha messo a fuoco il talento e la tecnica disegnando escursioni, specificazioni sonore e strategie per dare all'insieme un respiro temporale davvero lungo: dal funk ipnotico degli anni Settanta, all’ethno jazz di matrice africana (con poliritmie), comprendente anche la scena indiana, sino ad arrivare all’acid londinese, senza dimenticare Brooklyn e le fresche escursioni giapponesi.

Le loro intenzioni sono chiare sin dalla copertina: quattro entità, complesse, indiscutibili, che hanno reso l’intelligenza umana e artistica un basamento essenziale. Ci troviamo, quindi, Frank Zappa, Julian Assange, Rosa Parks e Tiziano Terzani. Già da questa premessa riusciamo a intendere un mappamondo preciso, che si muove nella storia, nella geografia, nell’etica, nell'impegno e nella intenzione di spendere con abilità e saggezza la propria vita. Abbiamo a che fare con musicisti che, come succedeva con il progressive rock di cinquant’anni fa, si isolano, trasformano, trascinano le note a creare complicità e immaginazioni in una coesistenza fluida e in grado di generare stupore e beneficio. La gioia dell’ascolto nasce da una disciplina evidente, che passa attraverso variazioni improvvisate, con il groove che si flette armoniosamente, con tempi spesso binari, una brillantezza del suono che rende calda l’atmosfera. Quando giungono ventagli acid jazz, ecco che la band rende evidente il percorso post-jazz, con gli odori urbani, le luci e un caos ragionato, ma sfuggente: una delle qualità più eccelse dei Drogo, senza discussioni.

Progressioni di accordi come un vocabolario, in una scrittura che privilegia movenze spirituali, adiacenze cinematografiche, in cui non è difficile immaginare tutto ciò come una perfetta colonna sonora mentre si entra in uno dei tanti club dove i generi proposti dai quattro sono poltrone per la mente, una ginnastica attitudinale per un ristoro che si rivela piacevolissimo e una serie di incantevoli congiunzioni. Nove peregrinazioni, incursioni, immersioni per poter rendere edotta un'apertura mentale più che mai necessaria. Smart Horror Show diventa una caccia al tesoro in abiti eleganti, in ambienti nei quali l’agio è quello di sentire un abbraccio avvolgersi continuamente. Il sax e il piano di Antonio Pizzarelli e Fabio Landi sono i fari che illuminano la bellezza nascosta della verità, mentre il basso di Luca Pasotti è un’aquila reale che regna sul cielo di queste fulgide composizioni, con, infine, il drumming di Stefano Passaretti che mostra un’immensa conoscenza e abilità nel muoversi tra generi, modalità, come una straordinaria ragnatela a raccogliere i frutti ma anche a svilupparli. Ecco, questo è un combo che non odora di italiano, libero di avere un passaporto artistico in volo perenne, dando, come risultato, la piacevole sensazione di una band che suona in groppa al vento e allo scorrere dei giorni.

Registrato in presa diretta, queste onde cerebrali ed emotive sanno come costruire contaminazioni multiple, dall’impegno del riconoscimento sociale di personaggi emblematici ai confini musicali in cui l’unica vera obbedienza è data dai fluidi che abbisognano di una fissa dimora, permettendo una fusione che ci sgancia dal noioso tentativo di classificazione. Sono anarchici in tutto ciò, scevri dell'obbedienza imposta, facendo di loro stessi dei cavalieri medievali nel tempo attuale, molto più buio di quello di seicento o settecento anni fa. 

Lavoro dalle sembianze moderne, proiettato nel futuro, ha in realtà nel suo dna il rispetto della memoria, del praticare attenzioni, di rivelare studi ed entusiasmi più che mai necessari. L’invito è quello di un ascolto solitario, intimo, nel proprio salotto, con gli occhi pieni di luce e raggi nella mente, in quanto queste nove canzoni ci parlano direttamente, una a una, senza per forza immetterci in un contesto pubblico. Musica per interni, quelli del nostro pensiero e della sua essenza, in una girandola di emozioni davvero lucide e ipnotiche. Si percepisce che questi musicisti cercano di affiancare la cultura pop a quella classica. L’aspetto ideologico lo rende un concept album ad ampio spettro, per portarci nella provincia, fisica e mentale, con una passeggiata che segna il distacco dalla frenesia e l'esagerazione urbana.

La critica alla modernità, alla confusione di una informazione sempre più imbavagliata dai poteri oscuri e da una tecnologia che inaridisce la natura umana cammina dentro queste tracce in modo autentico, come studenti e manovali uniti, come sogno e realtà che stipulano un patto: Smart Horror Show è una magia lenta che arriva improvvisamente per cambiare le regole e non le carte in tavola, utilizzando la musica come un gancio vero e non un artifizio, un disco concreto nella melma musicale che viene qui ossigenata. Potete anche svagarvi, alleggerirvi con questi brani, ma avrete sempre a portata di vista un panorama nel quale loro hanno creato, benissimo, un luogo in cui impegno e leggerezza si incontrano per saldare il futuro.

I Drogo sono una stella con un orologio al centro, che simboleggia la direzione dell’anima dentro la consapevolezza del proprio tempo. Un disco semplicemente imperdibile… 


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

3 Febbraio 2026


https://open.spotify.com/album/1iU8Lcb1nNDrSQ3sgurfMx?si=QjFYv2_aRwyoSjYN2WvOGg







sabato 31 gennaio 2026

My review: Loom - Unicorn


 

Loom - Unicorn


Ice petals turn the Swedish sky into a temple of depth: in a world where beauty becomes a distraction, a quick act, allowing oneself not to devote to the study of every form, the band from Kalmar, with their new song, gives us all the chance to reverse course. And with Fredrik Axelsson's lyrics, the whole thing comes across as compact, decisive, sensible and enlightening. The quintet flexes its muscles, but it's not just about strength: everything is encompassed by a melodic line that is only partially hidden by this sidereal flood of sounds and beams of light immersed in a sky that comes from the early nineties. A return to their origins, to the birth of the band, an impetus that shifts the temptation of decisive writing to render the listener harmless and instead leads them, together with the band, to visit the planets of an artistic mode capable of measuring the experience of loneliness despite the richness of the subject described in the lyrics. 


The band captures noise in pop form and conveys the melancholy of the fact that an unexpected marriage can flow through the grooves of these instruments, full of freshness and abstaining from any temptation to turn a song into an elegant but meaningless garment. So we find ourselves enveloped by British impulses from the indie rock of the band The Family Cat, from the shoegaze blazes of Ferment by Catherine Wheel, in a riot of splinters in which to hide Fredrik's singing, here skilful in delivering his words with almost modesty and respect at the same time, in an immense and perfectly structured glaciation. Roland's bass is the real drumming, the guide that allows everything to fall like a leaden weight on dreams. The guitars live through three distinct moments, modes and inclinations, bringing the succession of chords to become an epoch-making embrace. A song that moves, reveals and anaesthetises the imbecility of those who write songs only to enhance the contact between musicians and listeners. Instead, in these very minutes, we see the impossibility of touching the band, this composition, becoming spectators of the wounds of the female protagonist, as well as her interlocutor. 


Yet another example of a growing band, searching for itself, for a style, not a format, in order to be free to navigate life without false preconceptions. A true creation, true music, a melancholic painting that allows us to isolate ourselves with ourselves, a wave of sound like frost kissing the ice that descends from enchanting places...


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

1-2-2026


https://loom2.bandcamp.com/track/unicorn






La mia recensione: Loom - Unicorn


 

Loom - Unicorn


Petali di ghiaccio fanno della volta celeste svedese il tempio della profondità: in un mondo nel quale la bellezza diventa un disimpegno, un atto veloce, un consentire a se stessi di non dedicarsi allo studio di ogni forma, ecco che la band di Kalmar, con la sua nuova canzone, regala a tutti noi la possibilità di invertire la rotta. E con il connubio del testo di Fredrik Axelsson l’insieme si mostra compatto, deciso, sensato e illuminante. Il quintetto esibisce muscoli, ma non è solo forza: tutto ingloba una linea melodica che solo parzialmente viene nascosta da questa fiumana siderea di suoni e fasci di luci immersi in un cielo che arriva dai primi anni Novanta. Un ritorno alle origini, alla nascita della formazione, un impeto che sposta la tentazione di una scrittura decisa a rendere innocuo l'ascoltatore per condurlo, invece, proprio insieme a loro, a visitare i pianeti di una modalità artistica atta a misurare l’esperienza della solitudine malgrado la ricchezza del soggetto descritto nel testo. 


La band cattura il noise nella forma pop e informa la malinconia del fatto che un matrimonio inaspettato possa scorrere nei solchi di questi strumenti pieni di freschezza e astensione da ogni tentazione di fare di un brano un abito elegante, ma privo di significato. Allora ci troviamo avvolti da impeti inglesi provenienti dall’indie rock della band The Family Cat, dalle fiammate shoegaze di Ferment dei Catherine Wheel, in un tripudio di schegge nel quale nascondere il cantato di Fredrik, qui abile nel far arrivare le sue parole quasi con pudore e rispetto al contempo, in una glaciazione immensa e perfettamente strutturata. Il basso di Roland è il vero drumming, la guida che consente al tutto di cadere come una gittata di piombo sui sogni. Le chitarre vivono di tre distinti momenti, modalità, inclinazioni, portando la successione degli accordi a divenire un abbraccio epocale. Un brano che commuove, rivela, anestetizza l'imbecillità di chi scrive canzoni solo per esaltare il contatto tra musicisti e ascoltatori. Invece, proprio in questi minuti, vediamo l'impossibilità di toccare la band, questa composizione, diventando spettatori delle ferite della ragazza protagonista, così come del suo interlocutore. 


Ennesimo esempio di una formazione in crescita, alla ricerca di se stessa, di uno stile, e non di un format, per poter essere liberi di circumnavigare la vita senza false predisposizioni. Una creazione vera, una musica vera, un dipinto melanconico che ci permette di isolarci con noi stessi, ondata sonora come brina che bacia quel ghiaccio che scende da incantevoli luoghi…


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

1-2-2026


https://loom2.bandcamp.com/track/unicorn

venerdì 30 gennaio 2026

Recensione di Marco Sabatini: The Kinks - Muswell Hillbillies


 

The Kinks - Muswell Hillbillies


L'atmosfera doveva essere da Vaudeville, riflettere le radici cockney dei fratelli Davies, i microfoni usati in studio erano dei modelli di dieci anni prima. Per questo la genesi di "Muswell Hillbillies", nono album in studio dei Kinks è davvero particolare. 

John Goslings si è unito alla band appena prima dell'uscita del precedente "Lola versus Powerman", disco che rappresenta il ritorno nelle charts mondiali: i Kinks di "You really got me" non esistono più, hanno cambiato pelle e l'arrivo di John The Baptist alle tastiere darà una spinta decisiva alla fase2.

Parliamo di un disco che segna l'approdo alla RCA che li mise sotto contratto pensando di fare il botto di vendite, magari imponendoli come gli eredi naturali dei quattro baronetti di Liverpool.

In realtà nasce un qualcosa che pur ammiccando in maniera quasi parodistica al pubblico d'oltreoceano "My Heart lies in Old West Virginia" verso del brano omonimo che chiude l'album, non è pensato per la massa, tutt'altro.

In effetti non raggiunse il livello di vendite dell'album contenente Lola e Apemen, piuttosto è ricordato come l'ultima grande incisione dei Kinks.

Cosa troviamo dentro questo lavoro che prende il titolo dal quartiere, Muswell Hill, dove sono cresciuti Ray e Dave Davies?

Certamente sonorità più americane, country, persino lemongrass soprattutto nella facciata B del vinile.

I testi hanno spesso per protagonista la working class descritta e attinta dai ricordi di infanzia nel quartiere, senza prosopopea o inutile innalzamento dei toni.

Il disco si apre con trentacinque secondi di chitarra acustica molto country, per poi diventare totalmente altro, un inno contro la tecnologia, anche contro gli scrittori e i pittori del suo tempo, ridatemi Shakespeare, Tiziano e Gainsborough(!) e ci chiediamo se questa sia rivoluzione o piuttosto reazione: la mia risposta è che c'è molta ironia, prendere in giro tutto e tutti era la filosofia di vita di Ray.

Le tastiere di Gosling si presentano in maniera sontuosa, a livello sonoro siamo ancora molto British way.

Poi con la seconda traccia arrivano tromba, tuba, clarinetto e trombone, la nuova sezione di fiati, The Mike Cotton Sound; il testo riprende il filo del precedente, un Blues che conquista al primo ascolto.

"Holiday" mette subito in chiaro l'intento di percorrere una via poco agitata, fisarmonica e voce ricca di charme, fatevele bastare.

"Skin and bone" è un intermezzo più ritmato ma privo di personalità, e si arriva ad "Alcohol": qui il talento compositivo di Ray rifulge di luce propria, siamo ai confini del cabaret con tocchi Dixieland e un testo che racconta di una precipitosa caduta da una vita di successo alle squallide bettole di una preda del "demon alcohol".

La prima facciata del vinile si chiude con "Complicated Life" un rithm' n Blues sulla falsa riga di "Skin and bone".

Sferzata elettrica e tentazioni hard-rock con "Here come the people in grey" con sonorità che si fanno più americane; ma immediato arriva il bilanciamento british con "Have a cuppa tea", basterebbe il titolo a spiegare.

Sicuramente l'episodio più beatlesiano dell'album.

La breve e delicata "Oklahoma Usa" ci accompagna verso l'uscita con un buon sapore in bocca.

I due brani di chiusura sono quelli che più ricordano l'altra band a cui i Kinks degli anni sessanta furono accostati, gli Stones ovviamente; le influenze furono reciproche ma voglio essere chiaro: 

non penso si possa ritenere inferiore la band di Raymond Douglas Davis a quella di Mick Jagger e Keith Richards.


Marco Sabatini

Musicshockworld

Offagna

30 Gennaio 2026

La mia Recensione: Grant Swarbrooke - Kaleidoscope Bad Wisdom

 Alex Dematteis Musicshockworld Salford 21 Aprile 2026 Album of the year 2026! Grant Swarbrooke - Kaleidoscope Bad Wisdom Un inverno ovattat...