giovedì 6 marzo 2025

La mia Recensione: The Slow Readers - Out Of A Dream


 The Slow Readers Club - Out Of A Dream


Mani, tracce, odori, profumi, proiezioni (alcune dirette, altre inclini a una diplomatica forma di relativa esibizione), portano il tutto a concentrare il pensiero come il punto finale di una escrescenza in fase di esplosione: esistono fatti che non si raccontano, il mondo non è pronto, e un doveroso silenzio si inginocchia innanzi a una tecnologia diventata rapidamente il baricentro di un vuoto in avanzamento.

Potevano i Mancuniani The Slow Readers Club esimersi dall’esporre il dolore, la rabbia, la preoccupazione, dal descrivere l’impazzito mondo?

No di certo, e in queste nuove dieci canzoni non hanno trascurato di adoperare il costato grondante di sangue e trucioli, con un lavoro che recupera l’antico ardore della band, spiazzando dopo il loro album di due anni fa che aveva seminato sorrisi, segnali di pace, ed esponendo il gruppo di Manchester anche a uno schieramento politico.

Ci ritroviamo con il singolo individuo al centro, in una peristalsi emotiva che non si camuffa in uno scarto, mantenendo, sfortunatamente, il tutto nel corpo di una mente senza punti di riferimento. Tolgono spazio alla fuga e ci invitano all’introspezione, al considerare ottiche che pensavamo non fossero più necessarie.

La musica annuisce, prende in prestito vascelli, ruscelli, brandelli di luce e semina petali doloranti, con un innesto maggiormente moderato dell’elettronica e tuttavia trovando il giusto compromesso per permettere ai flussi sonori di precisare i testi di Aaron Starkie, qui, forse più che mai, il vero protagonista dell’album. Una danza moderata, con due brani che scuotono le gambe, anche se nel complesso si ha la sensazione di farla con una spada di Damocle sulla testa, il che rende tutto pericoloso. Non vi è gioia in questi versi, nemmeno nelle note, donando un miracolo di netta e pura sincerità, nessuna falsità, in quanto il gruppo di Manchester ha messo da parte quello che ora non ha più senso: nessun inganno di sicuro permea queste composizioni che, invece, stipulano un contratto con uno strategico percorso nel tempo. Avanzano, indietreggiano, ma mai ancorate al precisare il come. Questo rende l’opera un’operazione costante nei confronti delle pretese: i fans rimarranno di stucco, probabilmente non felici in quanto mancano quelle canzoni veloci che entrano dentro il cuore. Tutto è più lento, profondo, maturo, ed è una essenziale forma di riscatto nei confronti di chi finge rispetto a  chi ama per davvero.

Brani come fari notturni, con le acque dell’oceano del vivere che tremano, infreddolite e sconsolate: vi è un mondo che prende spazio (quello tecnologico per intendersi) che preoccupa perché sa come oscurare i rapporti, i valori e il tempo.

Il conflitto diventa grido, emarginazione, scempio e la musica il binocolo di una coscienza che traballa, mentre la gente attorno balla senza coscienza.

I lettori sono ancora più lenti, curvi, con gli occhi ingobbiti di Aaron, intento a descrivere approfonditamente ciò che è incline a modificare una storia che ha deciso di cambiare per sempre. In peggio.

Canzoni testimoni.

Canzoni timoni di un avanzare stordito.

Canzoni come sberle mute, senza lividi sulla pelle.

Si evidenzia l’attenzione a moderare l’aspetto volto a trascinare la folla nel luogo della condivisione: le note sono cumuli di nebbia, così come le parole sono sanpietrini che tolgono sicurezza all’equilibrio, sempre più precario. 

Si fa necessario un silenzio opprimente, con la solitudine come eremo interiore, rimanendo ancorati a una socialità come baluardo di una nuova contraddizione. Le bugie, le promesse non mantenute, l’amore propenso a dissolversi sono i temi principali di un concept album visuale, criptico, ma così tanto affascinante da stordire pienamente. 

Per riuscire a trasportare tutto questo in note, accordi, assoli, la dinamica principale mette l’accento su un’accortezza mai notata nei precedenti lavori: piani sonori come piallati da un maturo senso dell’ordine, in un mantra meno esibito, però sviluppato attraverso arrangiamenti carichi di poesia e di una quota abbondante di un nuovo veleno, creato dalla band stessa…

Lo smarrimento genera paura, la paura che esce dalla coda di questa finta evoluzione finisce nei solchi di un vinile che pare una pietra in cerca del suo giusto vuoto, ma vince la volontà di non inchinarsi, nella ricerca di un dialogo senza presa ma a ogni modo preferibile.

La voce di Aaron trova le correnti ascensionali che lo conducono a mostrare le corde vocali piangenti, in un cammino osceno di arricchimento e stordimento, con il falsetto che prende ancora più spazio, con parole che paiono essere paralizzanti ma mai frutto di un flash o di un errore. Piuttosto: ha trovato il modo di elevare la sua già ricca capacità di scrittura e, così facendo, ecco diminuiti slogan e frasi a effetto, per collocare invece le sue visioni in un circuito sensato, fluido, amniotico, introverso, però sempre nei pressi di un lampione con gli occhi tristi e preoccupati.

Il climax viene addolcito (solo apparentemente) da un paio di ballads che, però, alla fine diventano una via crucis in cui le spine sembrano entrare perfettamente nella carne di pensieri che faticano a rimanere forti…

C’è una forma di disciplina, di costruzione di un senso che riesce a galvanizzare il Vecchio Scriba, e lo si intuisce quando la band prende in considerazione l’autocitazione nella rovente Loved You Then che, con Dear Silence, è l’unico episodio in cui il ritmo, veloce, porta tutto via, come se le parole fossero meno ottundenti.

Perimetrale, introversa, caduca, quasi genuflessa, questa manifesta intenzione di adoperare l’arte del confronto che non teme l’affronto diventa l’unico gancio, l’unico modo per portare gli ascoltatori in un abbraccio necessario soprattutto davanti alla devastante Our Song Is Sung, probabilmente il momento più intimo dell’intero catalogo della formazione mancuniana. La voce, l’arpeggio, il synth in ginocchio diventano una poesia operativa che scuote, abbatte e riduce a brandelli ogni resistenza possibile…

Si diventa orfani, prigionieri, bambole, transistor disattivati e quindi liberi di pensare, di ricondursi alla ragionevolezza: dieci ceffoni che alzano l’orgoglio e lo sparpagliano nelle zone buie di un dolore in difficoltà.

Un disco di questi tempi, visti, descritti e portati nel soffitto, per illuminare i passi…


C’è una spina che va tolta e una nuova inserita: probabilmente questa colonna sonora vi condurrà a scegliere, a negarvi la complicità con la stupidità e non vi sarà null’altro che un oceano con l’intenzione di tornare vergine…




Song by Song



1 - Technofear

‘You’re talking too loud I can’t get no sleep’

La guerra cambia faccia, strategie, si inserisce nei corridoi dell’incoscienza e spara, dritta al cuore. I Readers trovano la sintesi, non solo fotografano ma insistono, gettano nel ritmo parole che confondono, assottigliano la verità in una canzone che nel ritornello fa esplodere la sua forza come una fragilità inevitabile, anche grazie al coro che appesantisce senza cedere…

Le chitarre si piegano, lasciano il fraseggio del synth, ma rimangono cucite con il loro ardore post-punk a sigillare una fede assoluta..


2 - Animals

‘And so we shelter here that life outside has got so hard’

Echi di Abba, di Blur, di OMD aprono il palcoscenico per ospitare un sincopato teatro dove l’amore passionale cerca un incantesimo. Ed ecco la coppia sotto la luce della modernità generare fragilità mentre, dal canto suo, la musica prova a tradurre il tutto variando poco e lasciando alla chitarra di Kurtis il compito di ricordarci The Edge ai tempi di Boy. Tutto è fissativo e gli accordi cercano la strada più corta per non ferirsi, riuscendoci in pieno…



3 - Little White Lies

‘Our day is coming, our love is built to last’

Sorprendente, genitoriale, ammaliante, lenta, lontana dal cliché della scrittura dei quattro, dimostra come insistere su un concetto minimizzando ogni ipotesi che differenziarsi sia una scelta obbligatoria. Si ascolta così una poesia che trema mentre un loop rovista, il drumming semplice fa cullare i passi e il basso protegge, con Aaron che porta la sua voce a due passi dal paradiso, che attende la coppia descritta nel testo…




4 - Dear Silence

‘Stepping outside the rubicon no rules apply no law this is fight you fight alone no turning back no more’

Ciò che si invoca ha la consapevolezza di un potere in fase di sviluppo: ecco il silenzio avanzare come ipotesi, come colla, come incipit, come beneficio, come disperato luogo da visitare. Il ritmo è deciso, le rime abbagliano, il significato stordisce e si viaggia nei primi anni Novanta con il suono del treno dei Kraftwerk.  Energica, questa gemma sa offrire miglia di evasioni come una fionda che sa tornare in fretta al domicilio sonoro dei primi tempi di questa formazione. I “vecchi” Readers qui si presentano ed è gioia per chi non sa amare la loro evoluzione…



5 - Know This I Am

‘Know this I am, know this I am, I am the face in the mirror - haunted’

Una chitarra arpeggia nel vento, la nebbia scende nelle corde triste di Aaron, i brividi si affrettano a compattarsi e, quando il cantante prende il registro alto, ci si ritrova a essere cuccioli fragili, con la morte che bussa nelle retrovie della mente…

Drammatica, rivela un cavernicolo totalmente tormentato, diventando un assassino che si culla beatamente nell’esplosione trattenuta di una chitarra che sembra un pugno di sale,  mentre il drumming pare essere un messaggio di Giove…

L’amore, la fede, la speranza mutano per essere proiettili che sanno creare un inaspettato conflitto.

Devastante…



6 - Boys So Blue

‘Fake a laugh, paint a smile, boys in pain all the while, all an act, oh what can I do’

Le cicatrici: come metterle in musica?

L’alcol, la droga, il sesso, prendono piede nella mancanza di rispetto e si ritrovano protagonisti di questo brano che, come una inaspetatta overdose, cerca l’applauso della morte.

La tastiera all’inizio ci riporta a Cavalcade, e poi ecco la chitarra semiacustica divenire il canto assoluto che paralizza ancor prima di quello effettivo di Aaron. È un brano urbano, arcigno, che prova a essere gentile con la bruttezza, vincendo a mani basse…



7 - Pirouette

‘I’ve grown accustomed to thе life I was given, while taking hits from all sidеs’

L’Everest decide di fare due passi, o meglio, di danzare, per portare il bacio sulle tempie di una ballerina che viaggia nella visione di un arrivo mai concretizzato. Persiste la speranza nel futuro mentre una nuvola cupa porta il brano a un ritornello che fatica ad arrivare, con consapevolezza, per scelta, per alleggerire solo al  momento giusto una tensione evidente.

L’elettronica dei Readers qui risulta pienamente disposta a prendersi i riff di chitarra di Kurtis che svetta e porta l’Everest a riposarsi felice…



8 - Puppets

‘We could have been anything but world revolves around greed again’

A dieci anni di distanza da quel Cavalcade che li aveva portati nei circuiti alternativi, il terz’ultimo brano pare ribadire il concetto che gli anni Ottanta sono quelli nei quali si può saccheggiare, ai quali si può volgere lo sguardo. È un momento tristissimo, intrigante, con un tappeto sonoro su cui stendere l’avidità e l’odio con l’unico vero solo di chitarra di tutto l’album, in cui il cuore decide di andare in apnea…




9 - Loved You Then

‘Loved you then but I hate you now does me good just to say it out loud’

Il treno arriva, chitarre e synth in combutta, note acute, lancinanti, il freddo polare che entra nel testo, in un mondo dominato dall'avidità la band decide di esplorare il recente passato e di truccargli i fianchi.

Rapida, incisiva e mantrica…



10 - Our Song Is Sung

‘Searching my mind to find something to say get out of here’

Ed è la fine. Che rimane, implacabile, in versi e note in tinta pastello, per generare lacrime e smottamenti, con la morte che apre le braccia, sorridendo, mentre il cantato spazza via i sogni, in un synth che circonda il dolore con notte piumate, e la chitarra scandaglia gli artigli con dolcezza, in uno iato struggente e paralizzante. La più triste canzone di sempre dei Readers chiude questo album e si fatica a immaginare un brano che sappia condensare la verità con maggiore capacità di questo. E il falsetto, i brividi di una rullata che spazza via la luce fanno di questa chiusura una benedizione.

E si torna all’ascolto della prima per ingannare noi stessi, mentre la verità i quattro l’hanno incisa per sempre…


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

5-3-2025

My Review: The Slow Readers Club - Out Of A Dream


 The Slow Readers Club - Out Of A Dream


Hands, traces, smells, projections (some direct, others inclined to a diplomatic form of relative exhibitionism), bring the whole thing into focus like the end point of an exploding excrescence: there are facts that cannot be told, the world is not ready, and a dutiful silence kneels before a technology that has rapidly become the centre of gravity of an advancing void.

Could Mancunians The Slow Readers Club shy away from exposing the pain, the anger, the worry, from describing the world gone mad?

Certainly not, and in these ten new songs they have not neglected to employ the dripping ribaldry of blood and shavings, with a work that recaptures the band's old ardour, displacing after their album two years ago that had sown smiles, signs of peace, and exposed the Manchester band to a political stance as well.

We find ourselves with the individual at the centre, in an emotional peristalsis that does not disguise itself as a discard, keeping, unfortunately, the whole in the body of a mind without reference points. They take away space for escape and invite us to introspection, to consider optics that we thought were no longer necessary.

The music nods, borrows vessels, streams, shreds of light and sows aching petals, with a more moderate grafting of electronics and yet finding the right compromise to allow the sound streams to clarify Aaron Starkie's lyrics, here, perhaps more than ever, the album's true protagonist. It is a moderate dance, with two tracks that shake your legs, although overall you get the feeling that you are doing it with a sword of Damocles over your head, which makes it all dangerous. There is no joy in these verses, not even in the notes, bestowing a miracle of clear and pure sincerity, no falsehood, as the Manchester band has put aside what is now meaningless: no deception certainly permeates these compositions, which instead stipulate a contract with a strategic path in time. 

They advance, they retreat, but never anchor the how. This makes the work a constant operation against pretence: fans will be shocked, probably not happy as it lacks those fast songs that enter the heart. Everything is slower, deeper, more mature, and it is an essential form of redemption against those who pretend compared to those who really love.

Songs like night beacons, with the waters of the ocean of living trembling, cold and disconsolate: there is a world that takes space (the technological one to be clear) that worries because it knows how to obscure relationships, values and time.

Conflict becomes a cry, marginalisation, havoc, and music the binoculars of a shaky conscience, while people all around dance without conscience.

Readers are even slower, bent, with Aaron's haggard eyes, intent on describing in depth what is prone to change a history that has decided to change forever. For the worse.

Songs witnesses.

Songs rudders of a dazed advance.

Songs like mute slaps, without bruises on the skin.

The attention to moderating the aspect of dragging the crowd into the place of sharing is evident: the notes are heaps of fog, just as the words are cobblestones that take away the security of balance, which is increasingly precarious. 

An oppressive silence becomes necessary, with solitude as an inner hermitage, remaining anchored in a sociality as the bulwark of a new contradiction. Lies, broken promises, and love inclined to dissolve are the main themes of a concept album that is visual, cryptic, but so fascinating as to fully stun. 

To succeed in conveying all this in notes, chords, solos, the main dynamic emphasises a shrewdness never noticed in previous works: sound planes as if planed by a mature sense of order, in a mantra less exhibited, but developed through arrangements laden with poetry and an abundant quota of a new poison, created by the band itself

The bewilderment generates fear, the fear that comes out of the tail end of this fake evolution ends up in the grooves of a vinyl that sounds like a stone in search of its proper emptiness, but the will not to bow down wins out, in the search for a dialogue without grip but preferable in any case.


Aaron's voice finds the updrafts that lead him to expose his weeping vocal chords, in an obscene path of enrichment and stun, with the falsetto taking up even more space, with words that seem to be paralysing but never the result of a flash or a mistake. Rather: he has found a way to elevate his already rich writing ability and, in doing so, here are diminished slogans and catchphrases, to instead place his visions in a sensible, fluid, amniotic, introverted circuit, but always near a lamppost with sad, worried eyes.

The climax is softened (only apparently) by a couple of ballads, which, however, eventually become a via crucis in which the thorns seem to enter perfectly into the flesh of thoughts that struggle to remain strong...

There is a form of discipline, of constructing a sense that manages to galvanise Old Scribe, and you can sense it when the band considers self-quotation in the scorching Loved You Then, which, with Dear Silence, is the only episode in which the fast rhythm carries everything away, as if the words were less blunt.

Perimeterless, introverted, caducous, almost genuflected, this manifest intention to employ the art of confrontation that does not fear confrontation becomes the only hook, the only way to bring the listeners into a necessary embrace, especially in front of the devastating Our Song Is Sung, probably the most intimate moment in the entire catalogue of the Mancunian line-up. 

The voice, the arpeggio, the kneeling synth become an operative poem that shakes, tears down and shreds every possible resistance...

One becomes an orphan, a prisoner, a doll, a deactivated transistor, and thus free to think, to bring oneself back to reason: ten slaps that raise pride and scatter it in the dark zones of a struggling pain.

A record of these times, seen, described and brought to the ceiling, to illuminate the steps...


There is a thorn that must be removed and a new one inserted: probably this soundtrack will lead you to choose, to deny yourself complicity with stupidity and there will be nothing but an ocean with the intention of becoming a virgin again...



Song by Song



1 - Technofear

'You're talking too loud I can't get no sleep'

War changes faces, strategies, enters the corridors of unconsciousness and shoots, straight to the heart. The Readers find the synthesis, not only photographing but insisting, throwing words into the rhythm that confuse, thinning the truth in a song that explodes its strength in the refrain like an inevitable fragility, also thanks to the chorus that weighs it down without giving in...

The guitars bend, leave the synth phrasing, but remain sewn with their post-punk ardour to seal an absolute faith...


2 - Animals

'And so we shelter here that life outside has got so hard'

Echoes of Abba, of Blur, of OMD open the stage to host a syncopated theatre where passionate love seeks a spell. And here is the couple in the light of modernity generating fragility while, for its part, the music tries to translate it all by varying little and leaving Kurtis' guitar to remind us of The Edge in the days of Boy. Everything is fixative and the chords try to find the shortest way not to hurt themselves, and succeed in doing so...



3 - Little White Lies

'Our day is coming, our love is built to last'

Surprising, parental, bewitching, slow, far from the cliché of the four's writing, it demonstrates how to insist on a concept while minimising any suggestion that differentiating oneself is an obligatory choice. Thus we hear a poem that trembles as a loop rummages, the simple drumming lulls the steps and the bass protects, with Aaron bringing his voice a stone's throw from paradise, which awaits the couple described in the lyrics...



4 - Dear Silence

'Stepping outside the rubicon no rules apply no law this is fight you fight alone no turning back no more'

What is invoked has the awareness of a developing power: here silence advances as hypothesis, as glue, as incipit, as benefit, as a desperate place to visit. The rhythm is assertive, the rhymes dazzle, the meaning stuns and we travel into the early nineties with the sound of Kraftwerk's train.  Energetic, this gem can offer miles of escapism like a slingshot that can quickly return to the sonic home of the early days of this formation. The 'old' Readers show up here and it's a joy for those who can't love their evolution...



5 - Know This I Am

'Know this I am, know this I am, I am the face in the mirror - haunted'

A guitar harps in the wind, mist descends into Aaron's sad strings, chills rush to compact and, as the singer takes up the high register, you find yourself being fragile puppies, with death knocking in the back of your mind...

Dramatic, it reveals a totally tormented caveman, becoming a murderer lulling blissfully in the restrained explosion of a guitar that sounds like a fistful of salt, while the drumming seems to be a message from Jupiter...

Love, faith, hope mutate to be bullets that can create an unexpected conflict.

Devastating...



6 - Boys So Blue

'Fake a laugh, paint a smile, boys in pain all the while, all an act, oh what can I do'

Scars: how to put them to music?

Alcohol, drugs, sex, take hold of disrespect and find themselves protagonists in this track which, like an unexpected overdose, seeks the applause of death.

The keyboard at the beginning takes us back to Cavalcade, and then the semi-acoustic guitar becomes the absolute chant that paralyses even before Aaron's actual singing. It is an urban, sullen track that tries to be kind to ugliness, winning hands down...



7 - Pirouette

'I've grown accustomed to thе life I was given, while taking hits from all sidеs'

Everest decides to take two steps, or rather, to dance, to bring a kiss to the temples of a dancer travelling in the vision of an unrealised arrival. Hope persists in the future while a gloomy cloud brings the song to a refrain that struggles to arrive, consciously, by choice, to relieve only at the right moment an evident tension.

Readers' electronics here are fully willing to take Kurtis' soaring guitar riffs and bring Everest to a happy rest...



8 - Puppets

'We could have been anything but world revolves around greed again'

Ten years after Cavalcade that brought them into the alternative circuits, the third track seems to reiterate the concept that the eighties are the years in which one can plunder, to which one can turn one's eyes. It is a very sad, intriguing moment, with a sound carpet on which to spread greed and hatred with the only real guitar solo on the whole album, in which the heart decides to go into apnoea…



9 - Loved You Then

'Loved you then but I hate you now does me good just to say it out loud'

The train arrives, guitars and synths in cahoots, sharp, piercing notes, the polar cold entering the lyrics, in a world dominated by greed the band decides to explore the recent past and change the rules of the game, even though they have the same cards. 

Fast, punchy and mantric...



10 - Our Song Is Sung

'Searching my mind to find something to say get out of here'

And that's the end. Which remains, relentless, in pastel-tinged verses and notes, to generate tears and mudslides, with death opening its arms, smiling, while the singing sweeps away the dreams, in a synth that surrounds the pain with feathery nights, and the guitar plumbs its claws gently, in a poignant and paralysing hiatus. The Readers' saddest song ever closes this album, and one struggles to imagine a track that condenses the truth with greater skill than this one. And the falsetto, shuddering snare that sweeps away the light makes this close a blessing.

And we go back to listening to the first one to fool ourselves, while the truth the four of them have etched it forever...


Alex Dematteis 

Musicshockworld 

Salford

6-3-2025

mercoledì 5 marzo 2025

La mia Recensione: Peter Yates - You Never Know What You Might Find


 

Peter Yates - You Never Know What You Might Find


Come uno shock che rivitalizza i circuiti della comprensione, eccoci in un impianto crepuscolare ma colmo di pulsioni (lente), per precisare la descrizione e l’assorbimento di tutto ciò che la natura genera, rivelato attraverso balsami sonori che circondano e disarmano l’indifferenza.

Vogliamo chiamarla musica? Mi parrebbe riduttivo.

Siamo davanti a una forma di disciplina che educa allo sfoltimento  e all’abbandono di cliché di ascolto che mal si coniugano a quello che questa arte dovrebbe difendere: l’unicità, la serietà, l’intenzione di creare germogli mentali che aprano i pori dei pensieri.

Torna Peter Yates ed è la conferma di un livello di classe difficilmente raggiungibile dai musicisti e autori attuali. Ribadisce la capacità di usare filtri, di setacciare l’inutile e di abbandonarlo, di approcciarsi, divinamente, allo studio del suono, mostrando dilatazioni, echi leggeri ma perfettamente rotondi, riverberi che disinfettano il frastuono e lo rendono ubbidiente a questa analisi che si completa diventando un’operazione chirurgica perfettamente riuscita.

Lo sguardo prende slancio dalla psichedelia rarefatta, come un sospiro che indaga e riflette e porta il contenuto nella clessidra del tempo, accostandosi a una ambient music vogliosa di contenersi, di non essere un calice di spumante italiano bensì ancora un semplice ma preziosissimo grappolo, quasi insicuro ma certamente rispettoso delle grandezze a cui si interessa. Peter rallenta, si china, si ostina, si mimetizza e lascia antichi momenti gloriosi in un garage abbandonato: come musicista solista è nettamente migliore, più capace di esprimere concetti e di calibrare un genio mai riconosciuto prima. L’intensità che raggiunge non abbisogna della seppur notevole grandezza di quella band che il Vecchio Scriba non smetterà mai di amare.

Ma qui ci ritroviamo in un incantesimo, dove delicatezza, purezza, candore e rispetto conducono questi quattordici brani all’interno di un viale che pare abbracciare gli alberi, le case, i moti di una esistenza confusa. Le idee, qui, invece, sono chiare e si sente il profumo della modestia che non celebra ma conserva il proprio percorso di crescita interiore. 

Musica, allora, che è un flusso cinematico, sensoriale, solare nella schiuma di una luce ancora dormiente: ci pensano apparenti arpeggi con la forma di deliziose ninnananne e archi in sinuosi dipinti per sorvolare la zona del vivere e renderla una saggia estasi primaverile…

Parrebbe di sentir camuffato il blues epico di antiche traiettorie per trasformarsi in una messa che ancora deve decidere se essere laica o sacra. Ma si respira spiritualità, devozione al silenzio con le note che divengono ramificazioni consapevoli, avendo la dote di ispessire la consapevolezza delle cose terrene.

Gira attorno a piccole sequenze di accordi, cercando l’epicentro, per trasportarlo poi su un terrazzo, dove può essere notato dalle anime in volo.

Non è un album per tutti ed è una grande gioia: a volte può essere una grande vittoria non far parte di una massa, specie quella attuale che ignora e non riconosce la purezza di quest’arte sempre più violentata e sicuramente usata in malo modo. Yates entra nei suoni di una cucina, nell’ingresso di casa, adopera piccoli stratagemmi per ipnotizzare, come una seduta nella quale non è la catarsi l’obiettivo. Lo è il sentire sconfitta la solitudine in quanto queste composizioni allertano i sensi e li sparpagliano in un giorno in cui il tempo speso ad ascoltare questo lavoro rappresenta la prima forma di orgoglio, sapendo che i racconti e le fiabe a volte sono l’antipasto di una realtà che osa assomigliare a essi.

Un disco solo apparentemente strumentale perché, se si presta attenzione, queste composizioni traducono continuamente il flusso di pensieri che alberga nella mente di questo incredibile artista: saper cogliere gli aspetti diversi del linguaggio, partendo dal silenzio per finire alla voce degli strumenti, diventa per davvero il bellissimo esempio di una nuova comunicazione.

Quando la preziosa amicizia che lo lega a Jo Beth Young decide di mostrarsi (Beside), allora ci ritroviamo con voci diverse affiancate, in una danza medievale con flussi elettronici annessi, tra patterns, chitarre sognanti e stridori che aspettano la voce della cantante, qui alle prese con un testo scritto di suo pugno e dipinto sulle basi di questa clessidra temporale che conduce il suo registro ad alzarsi in volo, per disperdersi tra le nuvole…

In tutto l’album convivono inclinazioni morali, diamanti tenuti nascosti da chilometrici giochi di chitarre in grado di semplificare il rapporto con le idee: un cammino breve che però conduce lontano, negando la forma canzone per usare, invece, una modalità che pratica la retorica, la perlustrazione e l’abbandono di quello che seduce l’artista inglese. Il risultato è il fumo caldo di una fascina di legno che non brucia ma scalda con rispetto, distinguendosi, rifugiandosi in un microcosmo di folletti e spiriti che trovano l’amaca perfetta su cui riprendersi dalle proprie fatiche, per un insieme adulto, altamente professionale e sicuramente terapeutico…


Disco del mese di Marzo 2025.


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

5 Marzo 2025


https://peteryates.bandcamp.com/album/you-never-know-what-you-might-find








My Review: Peter Yates - You Never Know What You Might Find


 

Peter Yates - You Never Know What You Might Find


Like a shock that revitalises the circuits of understanding, here we are in a crepuscular full of (slow) pulses, to specify the description and absorption of all that nature generates, revealed through sonic balms that surround and disarm indifference.

Shall we call it music? It would seem reductive.

We are in front of a form of discipline that educates in the shedding and abandonment of listening clichés that are ill-suited to what this art should defend: uniqueness, seriousness, the intention to create mental shoots that open the pores of thoughts.

Peter Yates returns, and it is the confirmation of a level of class that is difficult for current musicians and authors to reach. It reaffirms the ability to use filters, to sift out the useless and abandon it, to approach, divinely, the study of sound, showing dilations, light but perfectly rounded echoes, reverberations that disinfect the din and make it obedient to this analysis that is completed by becoming a perfectly successful surgical operation.


The gaze takes off from the rarefied psychedelia, like a sigh that investigates and reflects and brings the contents into the hourglass of time, approaching an ambient music that wants to contain itself, to not be a goblet of Italian sparkling wine but still a simple but very precious bunch, almost insecure but certainly respectful of the greatness it is interested in. Peter slows down, bends over, blends in and leaves old glorious moments in an abandoned garage: as a solo musician, he is clearly better, more capable of expressing concepts and calibrating a genius that has never been recognised before. The intensity he achieves has no need of the albeit remarkable greatness of that band that Old Scribe will never cease to love.

But here we find ourselves in a spell, where delicacy, purity, candour and respect lead these fourteen tracks down an avenue that seems to embrace the trees, the houses, the motions of a confused existence. The ideas here are clear and one can smell the scent of modesty that does not celebrate but preserves one's inner growth. 


Music, then, that is a kinematic, sensorial, solar flow in the foam of a still dormant light: it takes apparent arpeggios in the form of delightful lullabies and strings in sinuous paintings to fly over the zone of living and make it a wise springtime ecstasy...

We seem to hear the epic blues of ancient trajectories disguised as a mass that has yet to decide whether to be secular or sacred. But one breathes spirituality, devotion to silence with notes that become conscious ramifications, having the gift of thickening the awareness of earthly things.

It revolves around small chord sequences, searching for the epicentre, then transporting it to a terrace, where it can be noticed by souls in flight.

It is not an album for everyone and it is a great joy: sometimes it can be a great victory not to be part of a mass, especially the current one that ignores and does not recognise the purity of this increasingly raped and certainly misused art. Yates enters into the sounds of a kitchen, into the entrance of a house, he uses small stratagems to hypnotise, like a session in which catharsis is not the objective. It is the feeling of defeated loneliness as these compositions alert the senses and scatter them on a day when time spent listening to this work is the first form of pride, knowing that tales and fairy tales are sometimes the appetiser of a reality that dares to resemble them.


An album that is only apparently instrumental because, if you pay attention, these compositions continually translate the flow of thoughts that dwells in the mind of this incredible artist: being able to grasp the different aspects of language, starting from silence and ending with the voice of the instruments, becomes a beautiful example of a new communication.

When the precious friendship that binds him to Jo Beth Young decides to show itself (Beside), then we find ourselves with different voices side by side, in a medieval dance with annexed electronic flows, between patterns, dreamy guitars and screeching that await the voice of the singer, here struggling with a text written in her own hand and painted on the basis of this hourglass of time that leads her register to rise in flight, to disperse in the clouds...

Throughout the album, moral inclinations coexist, diamonds kept hidden by kilometre-long guitar plays that simplify the relationship with ideas: a short path that, however, leads far away, denying the song form to use, instead, a modality that practices rhetoric, scouring and abandonment of what seduces the English artist. The result is the warm smoke of a bundle of wood that does not burn but warms with respect, standing out, taking refuge in a microcosm of goblins and spirits who find the perfect hammock in which to recover from their labours, deep, highly professional and certainly therapeutic ensemble…


Album of the month

March 2025


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

5 Marzo 2025


https://peteryates.bandcamp.com/album/you-never-know-what-you-might-find

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