domenica 4 gennaio 2026

Paolo Benvegnù - La voce dello sguardo - Siamo stelle sparse






 
Paolo Benvegnù

La voce dello sguardo: siamo stelle sparse


Gli occhi non toccano mai direttamente, ma sanno come ottenere la sensazione di un gesto compiuto. Quello di provocare brividi, scomodità, sollievo, arrancamento, curiosità, conforto, scintille di luce, la capacità di dare alla nebbia un peso, di misurare l’intensità dei colori.

Solo gli esseri speciali sanno come comunicare continuità e profondità, come fosse un passo di danza senza musica, per raggiungere la perfezione di ogni elasticità.

Un inizio sia elaborato che semplice, una trattativa che non concede patteggiamenti, un percorso diretto, una prosecuzione dove gli sbandamenti sono spiragli, attici, artigli, divani sui quali far sedere la disobbedienza nei confronti di un operato necessario, chirurgico, propositivo, con il sorriso appeso e oscillante.

Poi arriva Paolo (ne parlo sempre al presente, perché dove abita l’amore nessuna morte può scindere il contratto con l’immortalità) e ogni cosa si amplifica, alzando la voce del suo sguardo nello spargimento continuo delle stelle. 

Il messaggero esistenziale milanese crea elementi distintivi, semina unicità, raccoglie la sontuosità di un passato artistico, musicale e letterario per dargli impronte e direzioni molteplici e diverse, per immergersi, per primo, in una serie di contemplazioni che denotano un senso pratico dell’attenzione, in una progettualità in cui il buon gusto richieda studio e applicazione, conducendo le canzoni verso una elevazione e non un tamponamento momentaneo, un lusso mediocre e una inconsistenza che non possa farlo sentire comodo e soddisfatto.

Paolo crea petali narrativi intensi, dove tensione e morbidezza sono strumenti di un arsenale floreale nel quale la sua gentilezza d’animo naturale sia in grado di collaudare anche altri elementi, per far confluire nelle note e nelle parole un fiume di vibrazioni, di metalli preziosi in cui non sia la banalità di una certa semplicità a rovinare  il tutto.

No, lui lavora, spodesta i risultati affrettati dalla presunzione e si fa batuffolo, fionda, cerbiatto, aquila reale, ermellino e un fascio di fili d’erba per poter accarezzare la terra che calpesta.

Entra nel circo delle composizioni con le sperimentazioni degli Scisma, un miracolo tenuto colpevolmente nascosto e nel quale lui non smette di creare mazzi di rose elettriche, con testi metaforici, la voce come un foulard tra scosse e una genuina frenesia eclettica. Un progetto a cui pone fine perché nella pausa del suo pensiero nuovi fili, nuove modalità necessitano di silenzio e di riposo, in cui lavorare segregando le sue fascinazioni operative. Il linguaggio va ripreso, scosso, allargato e direzionato verso nuove propensioni, partendo dai suoni, dagli arrangiamenti, dai temi e dalla sua voce da educare nei perimetri della discrezione e della leggerezza, in cui le parole possano trovare un diverso peso. Una progressione e non una rinascita: in lui la morte ha sempre un battito, un insieme di onde che non si arrestano.

Si chiude nella bottega degli strumenti mentali, dipinge il cielo con la scia di ulteriori necessità e intuizioni, scava nel buio e aumenta la radiosità notturna dell’universo, annullando i confini e rigenerando il senso della conquista, modificando i tessuti di ogni bandiera. È ora un artigiano, povero, modesto nei sogni ma brillantemente attrezzato per spostare il passato e metterlo in discussione: un parto continuativo che offre una linfa magnetica a chi lo ascolta e segue.

L’abito delle sue creazioni diventa più aulente, rifiuta il vaniloquio e decide di modificare la mediocrità rendendola fertile, appassionata e credibile, compiendo uno dei suoi tanti miracoli.

Nel linguaggio usato lui sposta, cerca dimensioni, spiritualità, affreschi, rifiuta l’aspetto esiziale della condizione umana e crea cascate di ossigeno, permeando la dimensione artistica con una vocazione soave.

In quel laboratorio si ritrova cogitabondo, lento, mettendo dei semafori rossi alla frenesia, conoscendo un approccio uguale a quello della lumaca: si trasforma, si incanala nel rumore dolce dei granelli di sabbia della sua clessidra interiore e scrive di mondi lontani, quasi intoccabili, sicuramente perfettibili se gli occhi arrivano a vederli.

Scopre che tutto è inveterato e decide che la catarsi debba portare la canzone a una nuova serie di consapevolezze, disarcionando il rumore a vantaggio del suono curato, diventando il regista di uno stravolgimento leggero ma costante.

E come un uccello migratore diventa ramingo, viaggiando nello spazio come la concessione del tempo, per stabilire un piano eterno in cui controllare la sua saggezza, tenendosi sempre una parte della verità. Canzoni non come rivelazioni bensì come vettori di ispirazioni, un combustibile per la riflessione, gioielli non da indossare sul corpo ma dentro, stravolgendo dinamicità conclamate da millenni.

Un angelo biondo che ingravida il lato dormiente di ognuno di noi per renderlo fertile…

Le visioni diventano metafore, i suoni dei pigiami in cerca del buio, le sofferenze opportunità di maturazione, stratificando una sensibilità romantica nel disordine del pop, facendo evolvere il rock da uno  sfogo allo spazio di un abbraccio felino.

L’ermetismo raduna le parole e le dilata, con la complicità di musicisti che odorano la sua essenza e la proiettano nella stabilità, concedendo a Paolo l’orgoglio di un cammino artistico e umano. Il musicista e cantante milanese non manca mai di riconoscere il privilegio ricevuto. Non sono collaborazioni, bensì petali accatastati nello stesso spazio vitale artistico. Non una o più band, ma il raggio di azione delle abilità libere di spargersi nella bellezza.

Usa la voce come un racconto scrivente, declamando, cantando, facendo penetrare l’inchiostro delle sue corde vocali dentro di noi.

Per quanto concerne la modalità del suo cantato, è incantevole notare che il registro basso si rivela potente e fragile, così come quello più alto. Conosce il bel canto ma non adopera il vezzo esponenziale, mantiene le vibrazioni umili, nel sacro rispetto di quella tartaruga che si sposta senza urlare o avanzare richieste di attenzioni. Fa sbattere continuamente l’ironia contro l’intensità, massaggiando il dorso della malinconia senza concedersi mai al vittimismo, astuto nemico sempre pronto a sequestrare il sogno.

Paolo si oppone: quando nei suoi versi sembrano arrivare le ombre, trova sempre il guitto di una nuova natività.

I concetti, profondi, sfiorano la poesia, ma, umilmente, non si concede la lussuria della soddisfazione beffarda: non manca mai di rispettare gli altri autori e le altre forme di scrittura. Ha  il suo cantone, i suoi trattati esistenziali, le sue enciclopedie da scrivere e da collocare poi nei nostri cuori, accendendo sempre in noi il bisogno di riattivare pienamente il cervello. La sua è una scrittura che non concede sconti, sempre impegnativa, aggregando l’insieme con la rispettosa forma di una leggerezza apparente.

Il suo vocabolario si fa peregrino, indigesto per chi considera la canzone un luogo di assenze, e procede con il suo effluvio, con il suo microscopio, con i suoi passi nell’anima umana, adoperando la discrezione del suo sguardo, che non è mai del tutto crepuscolare o pieno di vittimismo, trovando continuamente lo scatto verso la potenza del colore bianco e di tinte pastello, per avvolgere di sorrisi gli schiaffi della vita, sua e di tutti noi.

Una vocazione alla costruzione, senza mai dissimulare, senza mai creare paraventi per nascondersi.

Il diario della sua esistenza non viene letto o raccontato: preferisce trasformarlo attraverso la precisa evoluzione dell’esperienza ed ecco allora che un romanzo diventa un bellissimo e fragilissimo film, dove a principiare è l’attenzione verso gli interlocutori, con dialoghi capaci di far assentare la banalità.

La tensione drammatica spesso viene coccolata con una elettronica sorniona, in cui il rock cerca nascondigli e non fulmini, ma quando alza il ritmo si sente il suo spirito nomade, la ricerca di verità mai approssimative, con un uso della memoria espressiva musicale enorme, dimostrando rispetto, come un alunno che non vuole mai offendere i suoi insegnanti. 

Adopera melodie ariose, armonie vibranti ma tenendole al riparo, appoggiandole, senza mai buttarle nel caos della massa che vede la musica come una discarica per alleggerire l’anima.

Lui adopera le possibilità di crescita, è un manovale del respiro, del sussurro, un inguaribile romantico nei viali di chi invece non vede la poesia o peggio la rifiuta.

Prende i desideri, la complessità della sua natura e rifiuta di non seguire i disastri del proprio tempo: ci si tuffa dentro cercando protezione e si inoltra, senza tentennamenti, nella foresta quotidiana che non accetta l’impegno e la capacità di migliorare le cose. Ci crede e diventa un contadino medievale che guarda al cielo come un seme da portare giù nella vita di chi fa scorrere il tempo senza cercare nella creatività una dimensione di crescita.

Paolo legge le idee, la vita, i sentieri degli aspetti minuscoli e poco osservati, usa il galateo della povertà, non pratica vezzosità, non immagazzina boria, preferendo, invece, la cortesia operaia del pensiero che possa mostrare le stagioni della vita come uno specchio che fissa la crescita nell’infinito.

Riesce a far sfavillare, continuamente, il perimetro difficile del sogno e della realtà, non tergiversa e con la lentezza del battito si insinua nella voracità della velocità, sconfiggendola.

Non è un santo, tanto meno un uomo perfetto: non lo vuole, non gli interessa il piedistallo ma un palcoscenico con amici e colleghi per dare alle composizioni il ruolo di ali in battito, in spostamento, in contatto con le riflessioni e le emozioni, in un matrimonio con il suo pubblico, nei confronti del quale ha il garbo della disponibilità, ben sapendo che poi nella quotidianità il suo laboratorio torna a essere centrale.

Conosce la saggezza di canzoni meno riuscite e, ciononostante, le espone e le incide per memorizzare che la qualità ha oscillazioni, umori e torsioni, esattamente come la vita giornaliera. In questo non cerca di elevare la figura dell’artista come un qualcosa di intoccabile. Umano sino in fondo…

Ciò che fa diventa pelle, abito, fluidi in espansione e la sua risata lo spettacolare retrogusto dei suoi appassionati vertici mentali. 

Ogni suo album pone al centro la vita, con il tempo a massaggiare la stanchezza, la precipitazione, e non sono quasi mai degli eventi quanto piuttosto i loro insegnamenti a diventare i regnanti dei suoi scritti, con la voce a timbrare di credibilità il tutto.

Noi non potremmo mai essere come lui, per quanto in grado di ospitarlo in ogni nostro spazio, perché è un animale selvatico, seppur di bell’aspetto e ben educato, ha le sue tane, i suoi sentieri silenziosi da percorrere, la voracità di un felino che si ciba dell’aria con morsi rarefatti, giustamente sfuggente al nostro sguardo: possiamo solo essere beneficiari dei suoi doni, dei suoi raccolti, ma esiste un divario netto tra la sua essenza e la nostra. Accettare tutto questo è amore, altissimo.

Con Le Labbra ha portato la forma canzone, il significato dell’estrazione e la dimensione acculturata dei livelli poco ripetibili, innalzando quel momento nell’Olimpo del tempo qualitativamente parlando perfetto.

Poi, però, non ha calato di intensità, rimanendo ligio al dovere, alla responsabilità, alla necessità di rimanere circondato dal bisogno di trattare l’esistenza come un panorama di sensi perennemente in stato di allerta, ha alzato il bavero, i lembi della sua coperta e ha scritto nuove canzoni come sementi sotto forma di pioggia leggera,  lasciando comunque nelle sue molecole tracce di nebbia  e terremoti camuffati.

Nella continuità di canzoni come soldatini devoti al Dio album, non ha mai davvero creato singole tracce, bensì dei collettivi che completassero un’idea, una pianificazione reale e concreta.

Poi, certamente, ci sono stati lavori concept, trilogie, ma, ripeto, mai singole composizioni slegate da una matrice progettuale. 

Fedele alle sue idee (che lo separano dal modus operandi dei suoi colleghi), si spinge sempre nei pressi degli eccitanti burroni creativi, vivendo la fedeltà a se stesso come uno smarcamento, voluto e ottenuto, da ogni banale definizione.

I generi musicali sono dei prestiti, scuse bellissime da adoperare per allontanarsi, per isolare le radici e non confonderle con nessuno.

Però in lui vive il senso della mescolanza, della condivisione, per dare bellezza e autenticità alle umane contraddizioni.

Spaziando con una essenzialità disarmante tra i ponti culturali dell’espressione  musicale, riesce nel difficile compito di ricordarci del valore di certi maestri, Gaber, Tenco e Ciampi su tutti, con il suo stile, la caparbietà, l’insistenza e la fine pratica del rispolvero stilistico.

Il suo cuore si è fermato per regalarci la possibilità di una memoria aggressiva, gelosa, quasi perfida: non un tradimento, non un addio, ma il suo grazie per ciò che abbiamo saputo ricevere, il suo inchino dopo uno dei momenti più alti della sua discografia. Lasciandoci in eredità i suoi progetti futuri per farli diventare nostri.

Quando la morte responsabilizza i viventi diventa perfetta, sensata.

I gentiluomini non abbandonano i respiri quando sono spremuti.

Lui lo è, per davvero, un gentiluomo.

Poi: chi cerca nel vuoto non ha paura di cadere, di trovare il niente, di toccarlo, di invaderlo, per ottenere, grazie a una terrificante pazienza, i gesti minuscoli e invisibili dei prodotti umani e divini.

Ha scelto le polarità, le distanze, i battiti lenti, i drammi impolverati, gli schizzi segreti di gesti bellissimi per inquadrare la poliedricità umana, per non farci assentare dalla curiosità che rivela magnificenze e miserie.

Un vorace acquirente delle completezze, un geniale Arlecchino contemporaneo ma mai mascherato, mai teatrante, mai eccessivo, piuttosto un colibrì nella urbanizzazione dei nostri capricci.

Lontano dal Mercato, dai vizi, dagli abusi, dall’egoismo, Paolo fa delle canzoni una bottiglia nel cielo, un suono ammaestrato dalle nuvole soffici, un’aurora boreale movente, prestata ai nostri sguardi…

Viaggia su e giù nei circondari del mistero, della bellezza più appassionata, nelle evasioni come nei frutti concreti, prendendo costantemente la temperatura del calore e della approssimazione dell’esistenza.

Instancabile, mai tentennante, seminatore in ogni atomo delle sue creazioni, Paolo dirige l’orchestra della melodia e dà al ritmo il compito importante di non essere un mero invito al movimento fisico: a lui interessa la proliferazione dei concetti. 

Abita gli hotel, gli appartamenti dei desideri, le labbra in attesa di essere baciate, giusto il tempo per lasciare un segno, una vibrazione, un ricordo che duri molto di più una presenza assente.

Genio, un lanciatore di pensieri rosati, una macchina scassata che macina chilometri.

Un disadattato (l’ha dichiarato lui stesso) che sa come stimolare il bisogno di perdere il contatto con la propria identità per incontrarne, assaporarne altre, in un lavoro compiuto con discrezione e timidezza, ma mai con paura.

Visitatore del nulla, bacia l’istinto, pratica il silenzio sulle ambizioni sfrenate, sulle velleità e adopera il fioretto vellutato per non rendere esangui le anime che affronta.

Non gli manca il coraggio, mentre passa la mano tra i capelli, mentre si schernisce ed esalta chi gli sta di fronte. Ma poi tutto torna silenzioso e la penna riprende a circondare la ricerca, come una cerniera da regalare al futuro, non solo suo…

Aleggia nelle sue creature il desiderio di specificare, di intendere quello che ha e che non ha accesso, nel massacro addolcito della comprensione.

E intanto il tempo passato gli dona il capello brizzolato, creando in noi l’istinto dell’abbraccio, per proteggerlo dalla fine, per tenercelo giovane.

Ma lui, puro come una zolla di terra, non scende a compromessi, lascia il ritratto di Dorian Gray sul comodino e scrive di ciò che consuma, coccolandolo e immergendolo nella prassi di una umanità che non può opporsi alla morte.

Nelle sue canzoni, però, il collante che rende salda l’immortalità artistica si rende palese e contrasta la realtà: ecco dove si posiziona la sapienza fittizia, come consolazione e spirito guida. Paolo riesce con entrambe a stipulare il contratto di contatto perenne.

Tutto all’insegna di una intimità che non esita a inserirsi nella piega dei versi, dei suoni, delle interviste e delle chiacchierate con ognuno di noi: si ha perennemente la sensazione che bisogna essere, come lui, altrettanto gentili e attenti a non esagerare.

Mai mito, mai grido infinito, mai un vomito aggressivo, bensì il contrario: un concentrato di resistenze inglobate nel garbo, nei vicoli di passi che non hanno echi.

Come quando canta: la voce sempre poco effettata che non abbisogna di trucchi per emozionare e per essere un trattato di concretezza, incontrastabile e ineludibile.

Il suo vocabolario è luculliano, specifico, spesso scientifico, mai approssimativo e banale, conducendoci a studiare per consentirci l’apprendimento. Ci fa faticare, ma tutto ciò diviene un bellissimo sforzo e mai un sacrificio.

Crea gemellaggi, cerca incontri, spende il tempo in concerti, in situazioni dove il contatto sia ascolto prima e confronto poi, lasciando l’istinto della rabbia lontano da ogni considerazione.

Un uomo raro, rarissimo, che plana continuamente nei solchi dove si possano seminare cortesia e abbondanze, di ogni tipo,con il costante francobollo della positività.

Il suo comporre diventa l’esercizio di contrapposizioni alla ricerca di un contatto, per condurre la creatività nei labirinti di uno scuotimento. La verità assume il ruolo di guida, senza rinunciare tuttavia all’immediatezza, al lato goliardico che tende a nascondere e che lascia cadere, con parsimonia, nelle tracce.

Getta ami, coriandoli, diamanti, passionalità, ebbrezza, tutto nella rete accogliente del tempo e trova nella sua classe il mestolo per mescolare  gli elementi e condurli a un sapore sublime.

Si prende cura di noi anticipandoci.

Offrendosi addirittura alla non considerazione. La sua carriera non ha mai avuto le giuste luci: il lungo elenco di colpevoli ora mostra fazzoletti di carta e lacrime non credibili, del tutto punibili.

Non utilizza pretese e delusioni per lamentarsi: sceglie di  separarsi dai circoli viziosi di chi tratta gli artisti come burattini e preferisce la sua umanità, che deve essere libera di continuare il suo progetto.

La sua cultura è scevra dal perdere tempo e canalizza piuttosto il respiro come luogo di attenzione.

Non aggredisce la contemporaneità, ma la evita quel poco che basta per non sentire i pori intossicati e, come per magia, reagisce coltivando speranze in un mondo che le rifiuta, intento com’è a buttarsi a capofitto nel consumismo.

L’aspetto sociale e politico viene esposto tra i versi senza atti di accusa creando, invece, storie e immagini che li contrastano e da cui prende distanze.

Sfiora sempre, senza toccare, perché lascia all’immaginazione e al desiderio il compito di diversificarsi dal consumo, sapendo in anticipo che quest'ultimo logora e spegne le scintille.

Paolo deve abbandonare, in anticipo, la soglia terrena, in quanto appartiene agli spazi celesti, non corrotti, e non può rischiare la perdita dei suoi intenti.

Ora che il microfono si è allontanato, non possiamo che alzare il volume per renderlo costantemente presente e suggestionabile dai nostri desideri…


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

31-12-2025







martedì 23 dicembre 2025

La mia Recensione: The Pogues (Featuring Kirsty MacColl) Fairytale of New York






 The Pogues - Fairytale of New York


Ci sono ricorrenze che avanzano, si mostrano, hanno dei desideri e già tutto questo farebbe pensare alla fortuna…

Poi vi sono cuori più profondi, attenti, che passano, in silenziosa parata, a perlustrare quei lati dell’esistenza senza fari. Non sono favole, poesie e tantomeno dei bei sogni, bensì il pavimento di rapporti in difficoltà, in cui la precarietà fa bruciare la pelle del cuore, e non solo.

In quei luoghi gli stenti, le lacrime, i disagi e le ambasce sono un abbraccio poco voluto ma esistente. E chi ci mette lo sguardo ha la saggezza dell’intimità giudiziosa, in generosa empatia e solidarietà. Il Natale è ormai una festività corrotta e va corretta con canzoni come questa, che per il Vecchio Scriba è l’unica che mostra davvero interesse per vicende che sono terremoti e che vengono, disgraziatamente, nascoste sotto gli addobbi, le luci e il chiasso di gente senza rispetto nei confronti di chi invece ha un autobus pieno di strazianti e complesse tragedie.


Ma anche da un litigio può nascere un arcobaleno a irradiare la corteccia cerebrale di nuove panoramiche visive.

Sia benedetta la modalità del duetto narrativo, di una melodia folk irlandese, della valigia e della visione di strade strette, senza cielo, a New York. Un pianoforte e una tastiera sono i semi di un prato immaginifico che pian piano copre la storia di dolcezza e malinconia, in un teatro punk dentro una pellicola cinematografica, mentre perlustra lati umani che paiono banditi in cerca di una resa…

L’epica e la nostalgia compiono passi di valzer mentre la band prende Shane e Kirsty e li mette uno di fronte all’altro sul ring, in un match di pugilato nel quale nessuno getta la spugna sino a quando il clima non conosce la ragione per modificare il tutto.

Il brano ha un’alternanza micidiale, su piani emotivi e razionali, e pure musicali, che induce alle riflessioni ma solo come successione a lacrime, emozioni e urla lanciate tutte sul vento di un dramma che illumina anche chi è avaro di tutto ciò: eccovi il vero miracolo di Natale…

I contrasti trovano spazio nei nuovi sogni e nelle delusioni che il testo riassume ma con garbata gentilezza, pur non mancando anche espressioni volgari, tuttavia necessarie.



La sincerità in musica non può avere il bavaglio e FONY lo dimostra pienamente, senza indugi.

Tutto parte da una prigione, con l’alcol a segnare il respiro del protagonista (MacGowan), qui con l’unica voce che sembra far apparire davanti ai nostri occhi ettolitri di amarezze e sogni.

E, mentre ascolta un vecchio brano (The Rare Old Mountain), la tristezza della memoria si condensa, straziandolo, con l’amore per una donna che ricompare, scatenando l’ardore di un sentimento mai sopito. I due battagliano, lottano, mettono barriere sino a quando la resa arriva grazie ai sogni di lui, mai pronto a rinunziare a chi gli fa battere forte il cuore e che dimentica i problemi e va oltre.

Nell’autodistruzione amorosa vi sono petali e raggi che si muovono tra bestemmie e insulti, ma con il progetto di silenziare il tutto.

Ecco che la disillusione del sogno americano trova i suoi confini, i limiti e il pressappochismo di una democrazia che ha causato nuove povertà. Per risolvere questo problema non rimane che l’amore, che unisce.



Nei ricordi l’Irlanda diventa un balcone, un bisogno di panorami mai inquinati, dove ogni cosa scorre senza  gli inganni della modernità. Non è un caso che molti suoi cittadini negli anni Ottanta siano andati negli States sbagliando il momento: Reagan stava distruggendo senza impedimenti e la profonda umanità di questi nuovi emigranti trovava, improvvisamente, un semaforo rosso, un calcio ai sogni, subendo una serie di mortificazioni tremende, finendo in una gabbia inimmaginabile.

In tutto questo la composizione riesce a far compiere alla nostra visione dei fatti raccontati un’analisi dettagliata di chi, in una guerra non vista e mai evidenziata, si trova tra alcol, rabbia e la consolazione di amori impossibili…



La voce rauca e alienata, piena di nebbia e brividi di Shane, ci porta nei canali di una mente sensibile e quindi vulnerabile, con ampie falcate nelle pareti di desideri a cui a fatica riesce a obiettare. In questa stupefacente credibilità, lo affianca una fata con le gote arrossate (come la sua ugola) che scalcia e dichiara guerra al suo amato. Un duetto/duello che esplora la fiumana di differenze tra il cantante nato a Pembury e poi divenuto irlandese e la ragazza di Croydon, trasportati come per non magia in un luogo distante dalle loro radici. La canzone assembla tutto con meticolosità, puntando i fari dell’energetica pulsione Celtic Rock di una formazione che, partendo da basi storiche conclamate, sa aggiungere novità a un matrimonio che si rivela perfetto. Si danza, lentamente prima (abbracciati) e poi velocemente, come in uno scalmanato rituale fisico che contempla lo spostamento e la distribuzione di un sudore vero.

Ed ecco l’evidente opposizione al Natale, come un libro di saggistica non contemplato, ma ritenuto dagli artisti in questione assolutamente necessario. Apparentemente leggera, la composizione è una delicata operazione chirurgica, un valore aggiunto inaspettato, un insieme di linguaggi da strada, di chi nel niente ha un tutto da improvvisare e un nulla da perdere…


I Pogues offrono la mano, una coperta per fare della speranza e dello scambio dei doni una possibilità di arricchimento, che non passa attraverso la mediocrità di regali, i quali sono possibili solo per chi ha avuto fortune e capacità che non gravitano di certo nella strada di coloro che la povertà la vivono con tutti i suoi shock.

Fairytale of New York è una ciminiera, un porto del cuore, un sussulto, con la capacità innegabile di fare della canzone un riscatto, un progetto, un ricordo, un bacio, una bevuta infinita con chilometri di battiti piovigginosi, un delirio silente nella dinamica di armonie musicali che, tra muscoli e carezze, riesce a far planare un racconto che fa del mondo tenuto segregato un paradiso dove la dignità non viene misurata con la ricchezza, la posizione sociale e l’arroganza del dominio, e in cui l’unica, discutibile, sete, è quella del potere e non quella di una sana Guinness…


Il testo fa sentire la schiuma di un’escoriazione causata da una caduta (fisica e morale), per poi disinfettare il tutto e ristabilire equilibrio e forza. Molto più di una metafora, questo episodio passa attraverso realtà, mitologia, tradizioni antiche per dare al cuore irlandese una bandiera che sventola e che sempre lo farà con una fierezza indiscutibile. Quando offre al passato la possibilità di consolare, non smette di creare il presente e nuovi ricordi, confezionando perfettamente la vera identità della terra del trifoglio.

E, quando allude al gioco d’azzardo (per poter cambiare le sorti dei protagonisti) si nota che nel baratro avanzano ancora scelte criticabili ma necessarie. Ed è apoteosi: passa attraverso una ingenuità che diventa poesia, una forma altissima di ironia, con petali amari che cadono nel cuore della vicenda… 

Quando la città della mela si mostra inospitale e crudele con chi non ha la fortuna sulle spalle, ecco che il testo sfodera un’amara constatazione che diviene, però, motivo di forza e di distinzione di un’identità che non teme di evidenziare le differenze. 

Viene voglia di spogliarsi, di andare a Dublino e dintorni, di avere un sacco di iuta vuoto e la propensione a metterci dentro i visi e le storie di chi, in questo brano, ci ha fatto piangere e sentire orgogliosi di voler raggiungere una nuova meta… 


Alex Dematteis (Vecchio Scriba)

Musicshockworld

Salford

24 12 2025






Paolo Benvegnù - La voce dello sguardo - Siamo stelle sparse

  Paolo Benvegnù La voce dello sguardo: siamo stelle sparse Gli occhi non toccano mai direttamente, ma sanno come ottenere la sensazione di ...