sabato 12 marzo 2022

La mia Recensione: Altar De Fey - The Insatiable Desire...

 La mia Recensione

Altar De Fey - The Insatiable Desire…

2019


Arti sezionati e nei quali il dolore diventa motivo di studio, con la lacerazione del tempo che porta, dentro ad un’anima sempre più complice e schiava, il consenso di demoni infuriati e tremendi.

Getti di aria liquida e torbida come fango benefico entrano nelle tracce orgasmatiche per separare il male dal resto della mondo, con esplosioni laterali, che escono da grotte e tane mistiche.

Una processione del sacro cuore del Deathrock a rendere il tutto malefico e soffocante, iperattivo e asfissiante, dove la band di San Francisco riprende, per questo album, elaborazioni del periodo 1983-1985 e le congela nel tempo per un’eternità che saprà magnificare la loro tendenza omicida con canzoni che sono attentati sonori e psichici.

Questo è il loro secondo lavoro dopo il ritorno e tutto prosegue senza intoppi: l’ampiezza del dolore da trasportare non ha raggiunto ancora la massa.

Di quella formazione, quella originale, attiva per cinque anni ma che al tempo non pubblicò nulla, sono rimasti Kent Cates, chitarrista e indagatore degli estremi andamenti del suono e della sua malvagità, un trionfatore di schegge arcuate e grevi, creatore Maestro del dolore che sa renderlo reale con quelle dita che sacrificano il bene sull’altare del Dio del Male.

E con lui Aleph Kali, il controllore del tempo, quello che con i suoi tamburi e il suo drum kit fa spaziare la pesantezza del ritmo come coltello e roccia lavica.

I due, reduci e superstiti, hanno portato nel loro tempio fumoso e gassoso il malefico Jake Hout, la voce delle urla infinite, un lupo dei sepolcri antichi per fargli fare un giro dentro le sue corde vocali pregne di grattugie e alabarde, per spaventare la vita con la sua propensione cruda senza alcuna paura.

E l’altro nuovo angelo nero è Skot Brown, marmorea e impietosa  mano pesante del basso tribale e osceno,  una grassa spina dal mantello nero che soffoca e opprime con i suoi giri che sono ispezioni e punizioni al contempo.

Sono insaziabili desideri che per mostrare la loro faccia e l’allucinante propensione alla distruzione e al suicidio impiegano trentacinque minuti: più breve di una messa cattolica, ma troppo lunga per ogni anima lucida e solare, perché questa processione e indagine diventa insopportabile per chi teme la realtà di questo tempo.

Non esistono sconti, non sono ammessi benefici, non c’è via di fuga: una volta arrivati a queste otto lapidi il viaggio dentro il cimitero dei sogni impiccati sarà il trionfo della collina degli incubi, quindi siate pronti a divenire brandelli di vita in decomposizione.

Con lo sguardo verso la vicina Oakland, dove tutto bolle e semina cattiverie assortite in poderosa processione, la band di San Francisco infligge la sconfitta più tremenda alle giovani leve che pensano che il Deathrock possa trovare nuove forme e miscelazioni: sia mai, siate dannati, e per stabilire le regole e le genuflessioni i quattro sparano canzoni con la purezza di un genere che non può subire contaminazioni e manipolazioni.

La storia nacque per ripetersi e per rendere sin dall’inizio chiaro il breve confine che queste schizzate propensioni melodiche possono avere.

Tutto è rimasto come quaranta anni fa: nessun braciere artificiale, nessuna divagazione concessa, nessuna diavoleria moderna a infliggere umiliazioni sonore.

Gli Altar De Fey scavano cunicoli, mettono trappole, graffiano la terra con le mani che non urlano dal dolore: anzi, lanciano potenti grida di gioia malefica e corrosiva.

Il fiato conosce aggressioni, le orecchie si piegano sanguinanti e il groppo in gola diventa l’esplosione di gioia delle tenebre.

La tristezza e la delusione di un vivere melmoso si coniugano, come serpenti aggrovigliati e famelici, veleno in dosi massicce dentro questi crateri di suono che gravitano nel ventre come spada di Damocle in costante avvicinamento: alla morte non c’è scampo e tanto vale conoscerla in anticipo.

I quattro creano per far diventare le canzoni torri gemelle in esplosione continua dove neanche la polvere potrà alzarsi dalle macerie: tutto chiuso nella grotta accogliente, tutto sarà silenzio infinito e mortale come sono questi labirinti sonici.


Sono peccati dalle braccia lunghe queste canzoni che vogliono strozzare i palazzi di un mercato sterile e rigido e che non vuole interferenze. 

Gli Altar De Fey non possono accettare il delirio di gente che cerca di assoggettare la massa e lancia strali e bestemmie di nero colore per seppellire intenti e possedimenti.

Musica allora come funerale planetario che, imparata la lezione del punk e del post-punk,  butta chili di inchiostro nero come vomito estremo, a impiastricciare il mondo per renderlo consapevole. 

Il Deathrock è acido e tribale e la band di San Francisco esalta la radice portandola nei corridori del sistema nervoso centrale per deflagrare ogni resistenza.

Tutto diventa epico e perverso, malato e senza forze in arrivo: si suda ballando la gravità dell’esistenza e si affittano vetri rotti da consegnare a mani e gambe in costante propulsione.

Se qualcuno pensa che nel Deathrock sia congenito il gene della noia non si sbaglia: questa è musica che esprime la verità di un mondo che inventa gioie e soddisfazioni dal fiato corto.

Si preferisca la verità.

E allora non può che essere cenere in volo.

Canzoni che diventano nicchie maniacali, frustranti e che non fanno altro che abbassare la volontà dei sogni di vincere la guerra.

Marziali e ossessivi, sanno dilungarsi sino a generare il benvoluto fastidio per trame che spengono la luce ad ogni secondo.

Nelle loro composizioni non ci sono ibridi, ma canzoni come neri cavalli purosangue in cavalcata selvaggia e coordinata: la loro bellezza sta nella purezza.

L’album presenta Edgar Alan Poe mentre scrive sulla pelle dei pipistrelli odi all’odore acro della morte e lo fa passeggiando con Howard Phillips Lovecraft, per un racconto horror di bibliche proporzioni, perché i testi di questo album connettono la nera poesia alla paura più vistosa.

Ne è esempio la granitica “The Secret”, supernova irraggiungibile in corsa perenne con il suo basso gravido di rocce in sfacelo e la chitarra malata ed ellittica, che si muove per sfuggire alla paura che lei stessa genera: la forma più deprimente è l’indulgenza che libera tutti in una corsa straziante e terrifica.

E i due scrittori americani sono presenti anche nella mefistofelica “Vampires” dove i Virgin Prunes compaiono alla radice quadra, in uno stato lisergico di piena esaltazione.

Con “You do not scare me” sono invece i The Lords of The New Church a fare capolino, come imbottiti di gocce di aconito.

Ma questo lavoro è una officina che ha materie prime che escono dal proprio sottosuolo, dimostrando quanto questa band sia stata rilevante e abbia condizionato le scorribande notturne di migliaia di adepti.

Gli Altar De Fey hanno confezionato un album eccelso per le operazioni eseguite senza anestesia, con canzoni che schizzeranno nei cervelli come lascito di una primordiale idea di completa distruzione di ogni colore…


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

12 Marzo 2022


https://open.spotify.com/playlist/6rbXxUSU0JTNlOQ99gO5Rh?si=098eb5f92b394303


https://music.apple.com/gb/album/the-insatiable-desire/1508732501




My Review: Altar De Fey - The Insatiable Desire...

 My Review

Altar De Fey - The Insatiable desire...

2019


Limbs dissected and in which pain becomes an object of study, with the laceration of time that brings, within an increasingly complicit and enslaved soul, the consent of raging and tremendous demons.

Jets of liquid and turbid air like beneficial mud enter the orgasmic tracks to separate evil from the rest of the world, with lateral explosions coming out of caves and mystical dens.

A procession of the sacred heart of Deathrock which makes everything evil and suffocating, hyperactive and asphyxiating, where the San Francisco band takes, for this album, elaborations of the 1983-1985 period and freezes them in time for an eternity that will magnify its murderous tendency with songs that are sonic and psychic attacks.

This is their second work after their comeback and everything goes on smoothly: the extent of the pain to be carried has not yet reached the masses.

Of that line-up, the original one, active for five years but which at the time did not publish anything, Kent Cates remains, guitarist and investigator of the extreme trends of sound and its evil, a triumphant of arch and rough splinters, master creator of pain who knows how to make it real with those fingers that sacrifice good on the altar of the God of Evil.

And with him Aleph Kali, the controller of time, the one who with his drums and drum kit makes the heaviness of rhythm extend like a knife and lava rock.

The two of them, veterans and survivors, have brought to their smoky and gaseous temple the devilish Jake Hout, the voice of endless screams, a wolf of the ancient sepulchres, to take him for a ride inside his vocal chords full of grating and halberds, to frighten life with his raw propensity without any fear.

And the other new black angel is Skot Brown, a marble and merciless heavy hand of the tribal and obscene bass, a big thorn with a black cloak that suffocates and oppresses with its notes that are inspections and punishments at the same time.

They are insatiable desires that take thirty-five minutes to show their face and their hallucinating propensity for destruction and suicide: shorter than a Catholic mass, but too long for any lucid and sunny soul, because this procession and investigation becomes unbearable for those who fear the reality of this time.

There are no discounts, no benefits allowed, no escape: once you get to these eight tombstones the journey into the cemetery of hanged dreams will be the triumph of the hill of nightmares, so be prepared to become shreds of decaying life.

With a look towards the nearby Oakland, where everything boils and sows assorted wickednesses in a mighty procession, the band from San Francisco inflicts the most tremendous defeat to the young generations who think that Deathrock can find new forms and mixtures. Never! You have to be damned. And in order to establish the rules and genuflections these four guys shoot songs with the purity of a genre that cannot undergo contamination and manipulation.

History was born to repeat itself and to make clear from the outset the short boundaries that these sketchy melodic propensities can have.

Everything has remained as it was forty years ago: no artificial braziers, no digressions are allowed, no modern devilry to inflict sonic humiliation.

Altar De Fey dig burrows, set traps, scratch the earth with hands that do not scream with pain: on the contrary, they launch powerful cries of evil and corrosive joy.

Their breath knows aggression, their ears bend bleeding and the lump in their throats becomes the joyful explosion of darkness.

The sadness and disappointment of a muddy life combine, like tangled and ravenous snakes, poison in massive doses inside these craters of sound that gravitate in the belly like a sword of Damocles in constant approach: there is no escape from death and we might as well know it in advance.

The four guys create in order to make the songs become twin towers in continuous explosion where not even the dust will be able to rise from the rubble: everything will be closed in the welcoming cave, everything will be an infinite and deadly silence as these sonic labyrinths are.


These songs that want to throttle the palaces of a sterile and rigid market that does not want interference are sins with long arms. 

Altar De Fey cannot accept the delirium of people who try to subjugate the masses and launch black-coloured arrows and curses to bury intentions and possessions.

Music, then, as a planetary funeral that, having learned the lesson of punk and post-punk, throws kilos of black ink as extreme vomit, to sully the world in order to make it aware. 

Deathrock is acid and tribal and the San Francisco band enhances the root by taking it into the corridors of the central nervous system to explode all resistance.

Everything becomes epic and perverse, diseased and without incoming forces: you sweat dancing on the notes of the seriousness of existence and rent broken glass to deliver to hands and legs in constant propulsion.

If someone thinks that in Deathrock is congenital the gene of boredom is not wrong: this is a music which expresses the truth of a world that invents joys and satisfactions with short breath.

Let's prefer the truth.

Then it can only be ashes in flight.

Songs that become manic, frustrating niches that do nothing but lower the will of dreams to win the war.

Martial and obsessive, they know how to linger until they generate the welcome annoyance of textures that extinguish the light at every second.

There are no hybrids in their compositions, but songs like black thoroughbred horses on wild, coordinated rides: their beauty lies in their purity.

The album features Edgar Alan Poe writing odes to the acrid smell of death on the skin of bats and he does so while walking with Howard Phillips Lovecraft, for a horror story of biblical proportions, because the lyrics in this work connect black poetry to the most conspicuous fear.

One example is the granitic "The Secret", an unattainable supernova in perpetual race with its bass fraught with crumbling rocks and the sick, elliptical guitar, which moves to escape the fear it generates: the most depressing form is the indulgence that frees everyone in a harrowing and terrifying race.

And the two American writers are also present in the mephystolic "Vampires" where the Virgin Prunes appear at foot power, in a lysergic state of full exaltation.

With "You do not scare me" it is The Lords of The New Church who peep out, as if filled with drops of wolfsbane.

But this work is a workshop that has raw materials coming out of its own subsoil, showing how relevant this band has been and has conditioned the nightly raids of thousands of followers.

Altar De Fey have crafted an album that excels in operations performed without anaesthesia, with songs that will splash through the brain as a legacy of a primordial idea of the complete destruction of all colours...


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

March 12th, 2022


https://open.spotify.com/album/5A0KxSuvWWJdpAX7W9JrQf?si=fICnxlEdSZWo-ltq7KuxNg


https://music.apple.com/gb/album/the-insatiable-desire/1508732501




venerdì 11 marzo 2022

My Review: James - Laid

 My Review 


James - Laid ( 1993)


"When you're flying, listening to the music of James, you forget to glide, having endless fuel."

Alex Dematteis - 12 May 2016, Llandudno


Quoting yourself may look tacky, but I think it's perfect for what I've been feeling since 1986 and it's perfect to start writing this review.

In the absolute certainty that so much revolves around the feeling of love and its derivations, the art world has emphasised relationships and described their particularities often with bitterness, sadness, painting them as open and motivational wounds, as an essential lymph for one's inspiration and with a determined willingness to spend time, energy and resources to illuminate their face.

Then there are the aces who take all this to a spiritual level, combined with enveloping, dynamic, powerful, effervescent music.

We are in Manchester, in 1993, James write their fifth album 'Laid' and on 1 November they release their second single, the title track of this immense work, which will give them success in the United States.

Laid is a meadow of folk music in a state of excitement that makes the Mancunians run towards a flight: two minutes and thirty-seven seconds are enough to find ourselves, with them, in the exosphere where it is possible to watch the story being told, with lucidity, in the knowledge that with them the lack of oxygen is not really a problem, because all the vital organs, galvanised, work perfectly.

The song precedes a different direction that the master Brian Eno, who joined them, will propose and support for a long time.

So this track becomes even more important for its ability to summarise the history of the Manchester boys now adults, who find here a way to be cryptic but joyful in Tim Booth's lyrics and resoundingly impetuous in the music, where the semi-acoustic guitars of Larry Gott and Saul Davies inspire Mark Hunter's Hammond organ to become a sky in total opening, like a simple but powerful embrace.

And then there's David Baynton-Power's drumming that drags us along with his warlike drum rolls, supported, as always, by Jim Glennie's amazing bass, which is silk that gently wraps everything up.

In the version I am proposing, Andy Diagram plays an important and fundamental role, blowing vibrant and warm petals with his magic trumpet to give the song more pathos and sensuality.

And we mustn't forget Adrian Oxaal (in the absence of Larry who has left the band in the meantime) who, with his electric guitar, gives the whole piece even more vigour.

What is irresistible finds perfect definition in this live track, which becomes an opportunity to touch the heart of Mancunians because it shows energy, tension, mystery.

All in the name of the quivering that enters the collective frenzy to make us smile like crazy in the ultimate atmosphere.

The story being told, between the state of lucidity and its assimilation, and the absurd and difficult to understand one, comes from observing a couple externally until throwing the voyeur inside, where the psychological side is only apparently found as a defining element.

But once again Tim reveals his majesty by confusing the cards, managing to make us sing almost as if we were lost, but at the same time giving us the confidence in him that has never failed in us throughout his career of perfectly fantastic lyrics...

We find ourselves, absurdly, in a psychotic state, where everything takes on the tone of joy, despite the fact that the words can be, finely, a sharp knife that divides what it seems from what it really is, as further confirmation of the talented Tim.

We dance, or rather we fly with our eyes open, our legs absent, spinning without gravity and the desire to become singers in our turn, even without a licence, up to the falsetto which, while in Ring the Bells had shown its power and intensity for many seconds, here is shorter but just as effective.

We end up in Fairytale Land, without black characters capable of obscuring and extinguishing our strength.

Here everything becomes a colourful magnet that draws us in and makes us gape, where smiles become breaths and flames of joy, despite the confused interpretation of the lyrics.

When you vibrate you forget, you move to an exaggerated but essential sensory plane, which does not desire an end and this is one of the benefits and mysteries of music.

Songs like wine that ages and becomes better and better with the incandescent mystery that the glass does not empty, granting us the infinite taste between the lips of our feeling, always so delighted and in need: Laid is the evident demonstration that magic cannot be analysed but must be lived and that the true ecstasy is to free oneself from weights by learning to fly.

Because with James the sky really is an infinite mystery where fear is not allowed...


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

March 11th, 2022


Laid

2019 Live Version


https://open.spotify.com/track/7JRvBQCJHdGgqetsH1wEBV?si=OYFPi_6sRMCtKLeccBs1GQ








La mia Recensione: James - Laid

 La mia Recensione 


James - Laid ( 1993)


“Quando voli, ascoltando la musica dei James, ti dimentichi di planare, avendo un carburante infinito”

Alex Dematteis - 12 Maggio 2016, Llandudno


Pare di cattivo gusto autocitarsi, ma credo sia perfetto per ciò che provo dal 1986 ed è perfetto per iniziare a scrivere questa recensione.

Nella assoluta certezza che molto ruoti attorno al sentimento dell’amore e alle sue derivazioni, il mondo artistico ha posto in risalto le relazioni e ne ha descritto le particolarità spesso con amarezza, tristezza, dipingendole come ferite aperte e motivazionali, come linfa essenziale per la propria ispirazione e con la determinata volontà di spendere tempo, energia e risorse per illuminarne il volto.

Poi ci sono i fuoriclasse che portano tutto questo ad un livello spirituale, unito con una musica  avvolgente, dinamica, poderosa, effervescente.

Siamo a Manchester, nel 1993, i James scrivono il loro quinto album “Laid” e il 1 Novembre pubblicano il secondo singolo estratto ed è proprio il brano che dà il titolo a questo immenso lavoro, che li traghetterà al successo negli Stati Uniti.

Laid è un prato di musica folk in stato di eccitazione che fa correre i Mancuniani verso un volo: bastano due minuti e trentasette secondi per ritrovarsi, con loro, nell’esosfera dove è possibile guardare la storia raccontata, con lucidità, e con loro la mancanza di ossigeno non è davvero un problema, perché tutti gli organi vitali, galvanizzati, lavorano perfettamente.

Il brano precede una direzione diversa che il maestro Brian Eno, unitosi a loro, proporrà e sosterrà a lungo.

Diventa quindi ancora più importante questa canzone per la sua capacità di sintetizzare la storia degli ormai uomini di Manchester, che trovano qui modo di essere criptici ma gioiosi nei testi di Tim Booth e clamorosamente impetuosi nella musica, dove le chitarre semiacustiche di Larry Gott e di Saul Davies ispirano l’organo Hammond di Mark Hunter a divenire un cielo in apertura totale, come un abbraccio semplice ma potente.

E poi vi è il drumming di David Baynton-Power a trascinarci con le sue rullate belliche, sostenuto, come sempre, dal basso spaziale di Jim Glennie, che è seta che fascia dolcemente il tutto.

Nella versione che vi propongo gioca un ruolo importante e fondamentale Andy Diagram che, con la sua magica tromba, soffia petali vibranti e caldi, per conferire al brano maggiore pathos e sensualità.

E non dobbiamo dimenticare Adrian Oxaal (in assenza di Larry che nel frattempo ha lasciato la band) che con la sua chitarra elettrica conferisce ancora più nerbo al tutto.

Ciò che è irresistibile trova la perfetta definizione in questo brano dal vivo che diventa l’occasione per toccare con mano il cuore dei Mancuniani perché manifesta energia, tensione, mistero.

Il tutto all’insegna di una vibrazione che entra nel delirio collettivo per farci sorridere come pazzi nella zona ultima dell’atmosfera.

La storia raccontata, tra lo stato di lucidità e la sua assimilazione, e quello assurdo e di difficile comprensione, nasce da un osservare esternamente una coppia sino a buttare il voyeur all’interno, dove il lato psicologico viene a trovarsi solo apparentemente come elemento di definizione.

Ma ancora una volta Tim rivela la propria maestosità confondendo le carte, riuscendo a farci cantare quasi come spaesati, ma allo stesso tempo donandoci quella fiducia in lui che non è mai venuta meno in tutta la sua carriera di testi perfettamente fantastici…

Ci ritroviamo, assurdamente, in uno stato psicolabile, dove tutto assume il tono della gioia malgrado poi le parole sappiano essere, finemente, un coltello affilato che divide ciò che sembra da quello che è, come ulteriore conferma del talentuoso Tim.

Si danza, o meglio si vola ad occhi aperti, le gambe assenti, roteanti senza gravità e la voglia di divenire cantanti a nostra volta, anche senza patente, sino al falsetto che, laddove Ring the Bells ne aveva mostrato la potenza e l’intensità per molti secondi, qui si fa più breve ma altrettanto efficace.

Si finisce nel Paese delle Favole, senza personaggi neri capaci di oscurare e spegnere le forze.

Qui tutto diventa un magnete colorato che ci coinvolge e ci fa appiccicare a bocca aperta, dove i sorrisi diventano respiri e fiamme di gioia, malgrado la confusa interpretazione del testo.

Quando si vibra si dimentica, ci si sposta su un piano sensoriale esagerato ma essenziale, che non desidera la fine ed è questo uno dei benefici e dei misteri della musica.

Canzone come vino  che invecchia e diventa sempre più buono con l’incandescente mistero che il bicchiere non si svuota concedendoci l’infinito sapore tra le labbra del nostro sentire, sempre così deliziate e bisognose: Laid è l’evidente dimostrazione che la magia non possa essere analizzata ma debba essere vissuta e che l’estasi vera sia liberarsi dei pesi imparando a volare.

Perché con i James il cielo è davvero un mistero infinito dove non è concessa la paura…


Alex Dematteis

Musicshockworld 

Salford

11 Marzo 2022






Laid

2019 Live Version


https://open.spotify.com/track/7JRvBQCJHdGgqetsH1wEBV?si=OYFPi_6sRMCtKLeccBs1GQ









giovedì 10 marzo 2022

La mia Recensione: Radiohead - Street Spirit ( Fade out)

 La mia Recensione 


Radiohead - Street Spirit (Fade Out)


“Nessuno accetta il caso come causa del proprio successo, ma del proprio fallimento”

(Nassim Nicholas Taleb)



Non assumere un approccio casuale alla vita. La casualità porta alla fatalità.
(Jim Rohn)


C’è una forma di controllo sulla volontà che spesso cede sotto le ali del caso e del fato: non si riesce a capire come certe cose siano nate, forse nemmeno il perché.

E ti ritrovi con in mano sensazioni che accarezzi perché malgrado ti procurino dolore senti essere preziose.

Persa la radice, l’antica provenienza, continui a vivere di misteri che solo apparentemente svelano l’accaduto, come se una matrioska fosse stata chiusa con un lucchetto: niente potrà rivelarne il contenuto.

Questo è successo ad una canzone, quella dei Radiohead che chiudeva il loro tormentato secondo album The Bends.

È arrivata come una compattezza impersonale e impetuosa, come esaltazione ciclica in stato di trans, come il rumore del sangue che parla una lingua ignota.

Street Spirit è la bellezza che trafigge perché come canto sudato e macchiato di dolore ci mette alla gogna: non puoi opporti alla tristezza nella sua totale espansione e come birillo cadi nel vuoto sacro di duecentocinquantaquattro secondi infiniti.

Costretto a rimanere nella complessità di un giro armonico ripetuto e catalizzatore di ogni pensiero. Non puoi fuggire da quei crescendo, dalle chitarre che aumentando ti ammanettano il respiro, allo stesso modo di quella voce che, come un angelo dal pensiero pesante, ti sfibra e ti toglie le forze.

È il mistero che persevera e obbliga il pensiero a nutrirsi di dispersioni e di un arrancare instancabile con la capacità di nutrire un bisogno irrazionale di masochismo.


Come un mantra che seduce per perfezione diventa una frazione senza limiti, ti ritrovi a comunicare al tuo inconscio che non capire fa più male che capire, in questa rigida struttura sonora che ci fa addolorare e assaporare la morte in anticipo, con la sua malinconia come un guanto in lattice che si è appiccicato al respiro.

E allora si diventa allucinazione zigzagante: ogni nota è un pilastro contro il quale si sbatte la testa, un labirinto di bellezza che morde il fiato e lo cementa per l’eternità.

I Radiohead creano un tubo, stretto, dove cadere, e la direzione non può che essere la zona arida della gioia, che sconfitta, lascia sulla terra la bandiera con la scritta “Street Spirit”: da lì non ci si può spostare e niente potrà sfumare, nulla potrà trovare la sua disintegrazione.

È un brano che regala spine agli occhi, alle orecchie, agli arti superiori e inferiori, un coma vigile, conscio, ma senza la possibilità di proferire una sola parola.

La si ascolta per morirci.



Quando una canzone è un non luogo, non profuma e ha la pelle grigia, diventa, per definizione, insostenibile ma essenziale, come una droga che non hai scelto di iniettarti ma di cui in qualche modo godi degli effetti.

Non è però un viaggio quello che si fa ascoltandola, non esistono begli abiti, ed esperimenti l’assenza totale di privilegi e benefici.

È una tortura pop che invade, assorbe e secca i battiti mentali come quelli del cuore, per diventare l’incubatrice eterna che ti preserverà dall’invecchiamento fisico ma lascerà le tue cellule già consumate, eroiche, stremate.


Ho letto il romanzo “The Famished Road" di Ben Okri, da cui Thom Yorke disse di aver tratto ispirazione. Una lettura poderosa, piena di artigli e spine, dove una decadente forza originale trova il nascondiglio per riposarsi. Ed è quello che accade in questa canzone che alla fine diventa un riposo, non sereno, un ristoro mancante che al risveglio misura tutta la nostra stanchezza.

Perché non si può affermare diversamente: certi ascolti stancano così tanto che non hai nemmeno la forza per sgridarli.


Suonata in La minore, l’arpeggio iniziale trova dei seguaci che la rendono inattaccabile, indiscutibile e le parole di Thom, confuse e allucinate, completano il mistero che non solo aleggia ma addirittura urla la propria esistenza.

E quando il violino mostra il suo abito elegante e la batteria entra come un pugno dolce e bisbetico, ecco che tutto si compatta per l’eternità e anche oltre: sai che il tuo ascolto non morirà mai.

Le melodie vocali diventano abissi con la freccia che indica il cielo, come un’unica direzione possibile.



Dopo l’album di esordio i Radiohead fuggono dai cliché del tempo e creano la loro caverna dove Street Spirit  è il punto più profondo e inaccessibile: non vi è motivo di capirne il senso, dobbiamo solo farci  assoggettare senza commento alcuno.

C’è una forma nichilista, greve, piena di polvere e ruggine in questa canzone ed è forse in tutto questo che rimane il punto più insostenibile del loro percorso artistico, quello che non solo chiuse il loro secondo lavoro ma le loro vene, per sempre.

Ed è stato obbligatorio per loro, come per noi, morirne per resuscitare con altre identità, l’unico modo possibile per sfuggire al suo diabolico incanto.


Alex Dematteis 

Musicshockworld 

Salford

10 Marzo 2022


https://music.apple.com/gb/album/street-spirit-fade-out/1097862703?i=1097863295


https://open.spotify.com/track/2QwObYJWyJTiozvs0RI7CF?si=fxcCzCnrTRay-HK7mQ6b4w



My Review: Radiohead - Street Spirit (Fade out)

 My Review 


Radiohead - Street Spirit (Fade Out)


"No one accepts chance as the cause of their success, only their failure."

NASSIM NICHOLAS TALEB


Don't take a casual approach to life. Randomness leads to fatality.

(Jim Rohn)


There is a form of control over the will that often gives way under the wings of chance and fate: you cannot understand how certain things have occurred, perhaps not even why.

And you end up with sensations that you caress because, although they cause you pain, you feel they are precious.

Having lost the root, the ancient origin, you continue to live with mysteries that only apparently reveal what happened, as if a Matryoshka doll had been closed with a padlock: nothing can reveal its contents.

This occurred to a song, the one by Radiohead that closed their troubled second album The Bends.

It came as an impersonal and impetuous compactness, as cyclic exaltation in a state of trance, as the sound of blood speaking an unknown language.

Street Spirit is the beauty able to pierce because, as a sweaty song stained with pain, it pillories us: you cannot oppose sadness in its total expansion and, like a skittle, you fall into the sacred void of two hundred and fifty-four infinite seconds.

Forced to remain in the complexity of a repeated harmonic turn and catalyst of every thought. You cannot escape  from those crescendos, those guitars that, by increasing, handcuff your breath, in the same way as that voice which, like an angel with a heavy thought, exhausts you and takes away your strength.

It is the mystery that perseveres and forces the thought to feed on dispersions and a tireless trudging with the capacity to nourish an irrational need for masochism.


Like a mantra which seduces by perfection, it becomes a fraction without limits, you find yourself communicating to your unconscious that not understanding hurts more than understanding, in this rigid sound structure which makes us grieve and savour death in advance, with its melancholy like a latex glove that has stuck to the breath.


And then you become a zigzagging hallucination: each note is a pillar against which you bang your head, a labyrinth of beauty that bites your breath and cements it for eternity.

Radiohead create a narrow tube in which to fall and the direction can only be the arid zone of joy, which, defeated, leaves the flag with the inscription "Street Spirit" on the ground: from there you cannot move and nothing can fade, nothing can find its disintegration.

It is a song that gives thorns to the eyes, the ears, the upper and lower limbs, a watchful coma, conscious but without the possibility of uttering a single word.

You listen to it to die from it.



When a song is a non-place, unscented and grey-skinned, it becomes, by definition, unbearable but essential, like a drug that you have not chosen to inject yourself with, but whose effects you somehow enjoy.

However, it is not a journey that you take when you listen to it, there are no nice clothes and you experience a total absence of privileges and benefits.

It is a pop torture that invades, absorbs and dries your mental beats like those of your heart, to become the eternal incubator which will preserve you from physical ageing but leave your cells already worn out, heroic, exhausted.


I read Ben Okri's novel 'The Famished Road', from which Thom Yorke said he drew inspiration. A mighty read, full of claws and thorns, where a decadent original force finds a hiding place to rest. And this is what happens in this song, which in the end becomes a rest, not a serene one, a missing refreshment that when we wake up measures all our tiredness.

Because it can't be said otherwise: some listenings tire you out so much that you don't even have the strength to scold them.


Played in A minor, the opening arpeggio finds supporters that make it unassailable, unquestionable, and Thom's words, confused and hallucinated, complete the mystery that not only hovers but actually screams its existence.

And when the violin shows its elegant dress and the drums enter like a sweet, curmudgeonly fist, here everything comes together for eternity and beyond: you know your listening will never die.

The vocal melodies become abysses with the arrow pointing to the sky, like the only possible direction.



After their debut album, Radiohead escaped from the clichés of time and created their own cavern where Street Spirit is the deepest and most inaccessible point: there is no reason to understand its meaning, we just have to submit to it without any comment.

There is a nihilistic, heavy form, full of dust and rust in this track and it is perhaps in all of this that the most unbearable point of their artistic journey remains, the one that not only closed their second work but their veins, forever.

And it was obligatory for them, as for us, to die from it in order to resurrect with other identities, the only possible way to escape its diabolical enchantment.


Alex Dematteis 

Musicshockworld 

Salford

10th March 2022





https://music.apple.com/gb/album/street-spirit-fade-out/1097862703?i=1097863295


https://open.spotify.com/track/2QwObYJWyJTiozvs0RI7CF?si=Nwtt6m5QSb6-4JrfHs4xFg




lunedì 7 marzo 2022

My Review: Morrissey - Speedway

 My Review 


Morrissey - Speedway


A pole.

A wall.

A defence.

And if you think about it, it's all about wanting to be the effective attack that has the desired effect.

It is the decadence of a feeling that is increasingly being enlarged.

There are embankments to be conquered, with a hard and insensitive skin, as further support in this destructive phase.

Then there is Morrissey, the poet whose mind is always full of black waves and whose stocks are running low, but still resistant.

Who has the faithful look of someone who can promise loyalty to himself, till the last drop of his strength.

In his album Vauxhall and I, he decides that death and human defeat are worthy of his pen, of his voice that is increasingly inclined to cling to pain and to describe decadence with its splendid and at the same time atrocious irony.

Here then that the pole, the wall, the defence are the perfect instruments of his involvement in events that have wounded and upset him.

But it is precisely from the attacks he has suffered that the poet from Stretford has built his anti-atomic bunker, with wheels...

Yes, because his is not a passive defence and he decides to take it outside, in that world that is now so inhospitable to him.

And in the cellar of his defence, in the last visible and audible location he places Speedway, the electric saw and the hammer that will make him triumph.

Joylessly.

One is shocked by the way his old peculiar feature, dating back to The Smiths (deep lyrics over music that may not be heavy), is here consigned to the past.

It is time for an atmosphere that is a nail as rusty and taut as his voice, as his words, for a compact whole that can make his inner scream unmistakable. 

And when you are surrounded by so much sadness, by protests that become sharp tears, you can only fall to the ground knowing that it will be his own hand that will tell you that "In my own strange way

I've always been true to you" and pull you to his side. 

A mysterious act in which we find ourselves first condemned and then saved by him. 

But this is his root, his inseparable core, to which many may find it difficult to be faithful.

And this is not a song, an artistic creation that can lead to a series of reflections.

Absolutely not.

Speedway is the laceration that becomes sound with a minimal but impetuous melody, a journey into his wounds to which he gives access for four minutes and twenty-seven seconds of pure amniotic delirium, because this atmosphere seems to come from the womb of a deep suffering, which always fertilises itself...


An electric current should bring light, strength, it should help, console, fortify, remove fear.

And only in Speedway all this happens while also bringing its opposite, generating a massive series of surrendered and swampy forces, like a slime that fattens despair.


The song is definitely a manifestation of how the private sphere coincides with the public one, in a courageous act of demonstration in which the aim is to show that one's vulnerability does not mean surrendering helplessly to the enemy.

And that in reality it is even greater than it is supposed to be.

But within its boundaries there are impenetrable coffers. 

It starts with his inspiration and then meets guitars with nails waiting to become bloody.

An electric saw displaces, stuns and makes us restless souls.

Everything sounds unique and majestic from the start, in this downward increase, as if every contradiction should find its place in the music and the words.

Between e-bow and the rhythmic electric guitar and the bass as the faithful squire of the sonic mystery, Morrissey for his part decides to fix his criticism, irony and wind of madness forever in melancholic vocals with clenched teeth, gnashing, coughing up with elegance the impurities that have tried to intoxicate him.

And it is a race that sets out to leave us behind, to defeat us, to let us know that the coat in which he has closed himself forever will never be reached.

They are words like an earthquake that wants to be gentle: out of politeness, because after all, no wound of his can become gratuitous violence. 

There is no need for him to turn up the volume at all: the words do it, the drumming does it, stopping for a moment, amplifying the sense of free fall into which the song throws us without ever making us doubt. 

It's a continuous punch with his wounded knuckles giving us weeping blood but not prone to self-pity.

And that electric saw is a dagger that remains in our ears, constantly, even in its absence.


It is an almost total confession: the certainty remains that something is left inside him. The then 35-year-old Morrissey showed that his wisdom and propulsive ability to bring out anger could co-exist, to get straight to our hearts.

The guitars of Alan Whyte and Boz Boorer are the waterfall that freezes the skin, Jonny Bridgwood's bass is a sponge full of water that empties into Woodie Taylor's powerful drumming, for a song with a dense, chaotic, poignant, tribal ending.

A track that concludes the album in a funereal way: it almost seems as if he blows out every candle in our lives one by one, revealing reality to us, to make us get used to the darkness that he is already consciously living in.

Everything is one long lightning bolt that explodes in a thunderclap that finds its apotheosis in the final drumming, shattering the senses devastated by his words.

This union of lyrics and music ultimately turns out to be the testament of a period that ended with this song: at that time he was contemplating his departure from the scene, but it was with these words and musical notes that we knew the farewell would be postponed. 

Perhaps it remains his most resounding and devastating song, but it is not a cause for jubilation or celebration: it is a hearse born of those lightning bolts turned to thunder.

And even today our ears and minds ache because the poet no longer has gladioli in his pockets, but the turbulent phenomena of the sky...


Alex Dematteis 

Musicshockworld 

Salford

March 7 2022


https://music.apple.com/gb/album/speedway-2014-remaster/859942535?i=859942556


https://open.spotify.com/track/7wVwKqDtZ5EZHghJ82XGw9?si=IGL63--RQm2vz2ylOaXxiQ




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