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domenica 1 novembre 2026

La mia Recensione: Hallelujah Trial - Hallelujah Trial


 

Recensione di:

Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

1 Novembre 2026


Hallelujah Trial - Hallelujah Trial


“Più una società si allontana dalla verità, più odierà coloro che la dicono” - George Orwell




Tornare all’intimità, al sussurro, a rallentare i battiti di un’esistenza stressante, senza perdere di vista la realtà. Si può e lo si deve fare attraverso l’obiettivo della coscienza che sonda e sposta ogni cosa verso un senso che si fa compiuto.

La musica ci riesce, basta ascoltare questo debutto stratosferico, di una bellezza allucinante, scomoda e comoda, lenta, lentissima, con i respiri notturni che regalano la vita senza che vi sia modo di capirne la modalità. Canzoni che entrano dentro, stabiliscono la cura dell’anima, mediante storie pregne di fatiche, di stenti, di tensioni, come se esistesse ancora la classe operaia, quella del pensiero per essere specifici, e che con la scrittura depositasse sogni e drammi per creare un circuito distante, non parallelo. Qui entra in scena il folk inglese con la finestra che offre l’oceano e proiezioni verso la terra americana così distante… Nella pace di queste nude composizioni, senza maggiorazioni sonore, non c’è bisogno di alcun intervento in quanto la genialità sta nel dna della semplicità, in questo pianoforte, nella chitarra e nella voce in cui il tutto si apre, chiudendo la porta in faccia  a qualsiasi diavoleria che volesse prendere piede all’interno di questo paradiso infernale terreno.

Sì, certamente, in questa apparente serenità data da impianti di note che sembrano carezze, bisogna aggiungere testi che rovesciano l’anima, si confidano, si dimostrano forti nell’essere onesti e credibili che alla fine ti rendi conto di quanti specchi abitino al loro interno…

I due musicisti di Liverpool riprendono, inconsapevolmente, le tracce lasciate da Jacqui e Bridie, due insegnati che hanno dato voce alle realtà nascoste di una città così sconvolta dal successo dei Beatles. Quelle due donne rimisero l’attualità al centro, senza tentennamenti e allo stesso modo fanno Tom Roberts e John Canning Yates, che dopo vent’anni di amicizia, hanno liberato la purezza, il vento di canzoni che viaggiano lente per essere colte, per dare modo a ogni sua infinita parte di poter essere colta e accolta per l’eternità. Le atmosfere viaggiano tra il folk e il country, con la voce baritonale che ricorda quella di Stuart Staples dei Tindersticks, quando un’apparente allegria visita la notte…

Sono storie che cercano di diventare suono, si staccano dalle pagine e volano nei circuiti evocativi di semplici successioni di accordi, in arpeggi raffinati, in ritmi che accarezzano la sabbia e il fango, nella miscellanea di colori che avvolgono il tutto per divenire una preghiera laica, incorruttibile, perché questo è ciò che fa l’evidente maturità di brani nati per essere una lampada ad olio contro le bufere della modernità. Non ha paura questo duo di sembrare anacronistico, non cerca folle, tributi, consensi, preferisce, piuttosto, far fare all’arte quello che storicamente faceva: prendersi cura di noi presentando una diversa strada e modalità, offrendo riflessioni, stimoli, non negando mai che finzione e realtà viaggiano sempre insieme. Vengono presi tutti gli stati d’animo tendenti alla malinconia, alla tristezza, all’inquietudine e molto altro ancora con l’accortezza di lasciare chili e chili di positività nascosti tra le righe, in cui ci sia spazio per la gioia vera, quella che rende una persona equilibrata e onesta. Composizioni che non ingannano, si precipitano nella quotidianità, nei pomeriggi densi, nelle notti dove i pensieri sostituiscono la fisicità, nelle quali la narrazione è sempre diretta e non cerca scuse.

L’amore, primo infortunio dei sogni, in questo album di esordio è soprattutto il rispetto di sé, la necessità di piantare bandiere in confini nei quali la libertà di manovra dei propri bisogni sia ritenuta insindacabile. Il loro pentagramma è un bisbiglio della natura, ali di uccelli che sbattono quasi silenziosamente ed è pazzesco come i due musicisti siano riusciti a equilibrare gli eccessi di ciò che descrivono con impianti sonori che non negano mai il rilassamento e la Contentezza.

Quando la musica entra negli anni Settanta (nell’episodio While We May All), si ha la sensazione che Leonard Cohen abbia trovato i nipoti perfetti che lo lasciano dormire serenamente nella sua eternità: ed è commozione pura, una serie di lacrime che viaggiano nella stanza di ascolto per seminare amore e gratitudine, in un letto di rose bagnate.

Decidono di entrare in ogni stagione (l’inverno di On Each Branch, Truth & Consequences, Joy Is The Aim, Together We Lost), per arrivare alla primavera (Flowers In The Room, Rain For Roses, Days),  l’estate di Ever Treat You Cruel Again, cantata a cappella, e l’autunno delle rimanenti. 

Ma non solo le stagioni (e quindi il tempo…), anche ispezioni continue nei silenzi, nelle pause, nei luoghi bui della mente, come se fossero operatori sociali che hanno la missione di spogliare le contrarietà con canzoni che sappiano assorbire il nero.

Si prova la piacevole sensazione di esplorare le radici della verità, di tornare sui banchi di scuola attenti e ben composti, di avere in questi brani libri da studiare, da rilegare bene e a cui offrire i mezzi necessari per resistere a ogni logorio. Quando il domani si presenta (Days), ci si ricorda di cosa siamo, della nostra permanenza terrena ed è scioglimento da ogni paura, il buio davvero scompare come dicono loro e ci si riaccorda con se stessi.

Tom e il suo timbro vocale fanno da collante, mentre John stabilizza l’incontro con sirene antiche che non smettono mai di incantare e attrarre con movenze non inclini al rumore bensì al suo contrario, per essere una roccia che dalla città si tuffa nel fiume Mersey per iniziare un lungo pellegrinaggio. Gioielli sonoricome una nave, come onde, come piogge, come saldature tra la povertà e la dignità, qui protagoniste di percorsi in cui trovare solidarietà con la modestia, annullando ogni impulso di intolleranza o violenza.

È un album che cambia la carta di identità, diventando un passaporto per la maturazione personale, lasciando echi di decenni ormai surclassati dalla modernità, per non perdere le radici, per consolare chi (loro due per primi), non hanno dimestichezza alcuna con queste luci strabordanti e il caos che inganna la reale entità umana.

Sicuramente c’è chi non gradirà questa modalità antica, chi la troverà noiosa, chi si affretterà ad ascoltare altro: bene, perfetto, non abbiamo bisogno di gente incapace di riconoscere che sono questi gli esempi dell’arte musicale che ci possono rinfrescare, rinsavire, che hanno la capacità di ridarci passione e speranza, passando attraverso raggi X che non risparmiano la crudeltà della malattia comportamentale e mentale. Hallelujah Trial è un regalo inaspettato, un arcobaleno della mente che passa sopra la nebbia, le nuvole, dentro la pioggia: contiene brani umidi, credibili, con la loro dote di effervescenza che va incontrata, vissuta ed esibita mentre si sorseggia un calice di vino rosso.

Un dondolio, un mantra, una stretta continua, un abbraccio che non lascia nessun pezzo di noi da solo: è questa la forza di questa opera, perfetta per ricordarci da dove proveniamo, mostrando sulla nostra mappa di navigazione nuove terre da conquistare, prima fra tutte la leggerezza che è la conseguenza di sapere cosa abbandonare di noi stessi.


  Canzoni da camera da letto, da pub, da giardini, da feste con chitarra e gente vogliosa di cantare la vita senza paura di giudizi, di emozioni come francobolli che convalidano tutti i sentimenti possibili, perché i due menestrelli di Liverpool hanno la chiave dell’essenziale nei loro circuiti creativi…


https://hallelujahtrial.bandcamp.com/album/hallelujah-trial?search_item_id%3D4095304385%26search_item_type%3Da%26search_match_part%3D%253F%26search_page_id%3D5920081568%26search_page_no%3D0%26search_rank%3D1=





















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