Alex Dematteis
Musicshockworld
Salford
8-2-2026
Ist Ist - Dagger
Siamo immersi, quotidianamente, in indagini, con consapevolezza o meno, e di conseguenza, ci troviamo spesso senza un risultato concreto. Abbiamo in parte nella musica un supporto alla tensione, alla malinconia che il non sapere provoca. Ma dobbiamo fare i conti con quella che ci interroga, ci regala i dubbi e anche la più pericolosa di tutte: quella che ci pugnala, direttamente o meno, che si nutre del nostro dolore consacrando la sua immunità, che non è niente altro che il miglior risultato raggiungibile.
L'apoteosi la raggiungono i quattro corsari mancuniani che, arrivati al quinto album, sbancano, polverizzano il loro stesso glorioso passato e ci buttano addosso canzoni come diamanti appena estratti, senza alcun lavaggio, naturali, perfidi, maestosi, cattivissimi. Però non potevano fare a meno di questo incredibile incastro, tra capacità, esperienza, invulnerabilità, nella progressione che il loro dna conserva. Dagger è un aulente mistero, che espone i nostri petali controversi alla fluorescente brillantezza di dieci coralli i quali, uscendo dalle onde, planano sul nostro cervello.
Fisico, mentale, contemplativo, perlustrativo, appiccicato a incroci continui di ombre e luci, questo lavoro magnetizza le abilità, le rende moventi, sussurra cammini letali, in cui non esiste lo spreco del tempo bensì uno spazio da coltivare. Ed ecco i semi, l’attesa consacrata alla contemplazione e alla comprensione, attraverso canzoni come aghi, punture, sino a cambiare forma, per divenire un’esplorazione notturna senza pause. Vanno di corsa gli Ist Ist, con l’atletica frenesia di chi è consapevole che questi ultimi dodici anni passati insieme sono trampolini continui, dove la ricerca è già essenza, tuttavia, da uomini onesti, non rinunciano allo studio e i brani non sono giochi o passatempi quanto piuttosto identità da costruire, modificare, indirizzare verso il senso più maestoso: piacere ed essere utili a chi ha tatuato la loro essenza nella propria anima.
Sconvolge la sequenza, lo spessore di una concreta capacità di non disattivare il percorso artistico dei tempi precedenti, però più di tutto il coraggio di prestare attenzione alle dinamiche, alla produzione, agli inserti musicali non come tecnicismi ma come arrangiamenti ormai desueti nell’ambito delle composizioni. La forma canzone ne esce quindi rafforzata, riprende colore e senso. Non temono la melodia che si attacca alla mente, tenendola quasi sempre appaiata al ritmo, alla danza che ci sposta verso il loro caveau, che da impenetrabile riesce a garantirci l’accesso e l’abitabilità nei loro respiri.
Dagger proietta, porge, sottrae sospiri e induce a profonde riflessioni: i loro passi sono più profondi, hanno sconfitto i paragoni che solo gli imbecilli facevano, e si ritrovano leggeri, con i loro tratti originali, senza debiti con nessuno, palesando senza dubbi che, se ascoltati con profonda capacità, si riesce a scorgere l’ampiezza, la profondità di abilità che fanno del passato solo una stupida barriera di difesa. I quattro vanno oltre, sono altro, sono lo sguardo del presente, l’istinto di killer musicali con pezzi scioccanti per fattura e resistenza, proseguono nei vicoli di Manchester sapendo in anticipo che questi brani non hanno un luogo da cui partire, ma onde magnetiche su cui salire e spostare i confini.
Cemento, vento, sale, polvere, bosco, cantiere, miniera, grotta, palude, deserto, cavi elettrici: questo è solo parte del loro creato, di un mondo che hanno costruito con fatica e soprattutto orgoglio, determinando finalmente una lama multiuso, da appoggiare o da rendere un’arma letale. È l’ascolto che lo deciderà, relegando una responsabilità enorme e costruttiva. Senza alcuna difficoltà il Vecchio Scriba afferma che Dagger è il passaporto, il viaggio, il lume, il punto più alto e concreto di tutta la loro carriera, una incisione che non deforma o ferisce bensì insegna, educa, creando attraverso l’amore un senso di beatitudine, che porta alla gioia solitaria così come a quella di massa.
Sono cresciuti attraverso i concerti, il tempo trascorso a visitare un mondo che lentamente si è fatto maggiormente ampio e in grado di allargare i loro portali cognitivi, traducendo il tutto in musica come laboratorio, dalla selezione all’assorbimento, alla traduzione e alla mutazione perché, per davvero, i quattro sono capaci di far stagionare le molecole artistiche e al contempo velocizzare gli atti creativi.
Saper manifestare l’aderenza dei propri istinti a una visione più alta, concettuale, dimostra come sia un album acuto, un blocco di cemento su cui (cosa molto probabile) in futuro verranno messi fiori e seta. Ora, proprio ora, con queste lame, queste crepe adatte alla commozione, gli Ist Ist tratteggiano il futuro con una nebbia adatta alla premura, a rallentare la spavalderia e a diventare più saggi. Si sente l’esperienza delle ore negli studi di registrazione, come quello sui palchi, o ancora quello in cammino tra le strade del loro percorso, la maturazione del cantato di Adam (abile nel compattare i suoi clichè antichi e a creare nuove chances per il suo timbro sempre perfido e celestiale), il basso di Andy come coperta e non solo come scossa, il drumming di Joel come strategica forza che inocula sicurezza nelle vene e una melodia aggiunta, e il lavoro di Mat alle chitarre e ai synth come un alchimista che scorge il futuro e lo disegna con abilità in ampia agilità.
I testi meritano il nostro microscopio, il tempo per interagire con la profonda versatilità di Adam, qui in grado per tutto l’album di creare ponti, visioni, ritornelli assassini, versi perlustrativi nelle strofe, di insistere perfettamente con parole come pietre, di nascondere il diritto alla propria intimità con ragionamenti spesso apparentemente semplici, ma scomodi, per verità assolute che rendono complessa la lettura e il riuscire a contenerle dentro noi stessi. Pur aggiungendo arcobaleni, sono segnali che sfumano nel grigio, nell’inconscio che non conosce luce adatta, dimostrando ancora una volta la sua estraneità alla banalità.
La musica diventa multiforme, al di là del ritmo veloce/lento, vi sono innesti evidenti di suoni che solidificano la forma, la modalità espressiva, qui più evidente e compatta. I generi musicali sono connessi con sapienza, senza forzature, con un’inclinazione all’agglomerazione che rende il tutto fluido. Non mancano frustate post-punk e un quasi synth-pop a rendere il tutto diversamente accessibile rispetto al passato, ma sono diverse le novità che si presentano. Il gioco tra le tastiere e le chitarre ritmiche sono epiche, i cambi ritmo e i ritornelli che si riempiono di cristalli luminosi. Evidenziano, direi finalmente, il bisogno del brivido catchy, del non nascondere una propensione moderna e l’essenzialità antica, per incastonare l’insieme verso il mistero di canzoni che vivono di un caos non bollente ma denso, per perlustrare ipotesi di affiatamento con il sole mai vissuto di Manchester. Se Architecture ce li aveva presentati come dei fenomeni di condensa del conosciuto, con picchi enormi, qui abbiamo una formazione quasi nuova, sicuramente maturata e diversa, con un’inclinazione assoluta verso la leggerezza, senza privarla di densità…
Ma non è un disco felice, non può esserlo: Adam stesso riconosce la violenza e la pesantezza del mondo, l’unica gioia sembra essere la possibilità di scrivere canzoni, di creare uno schermo che diventa uno specchio, dove rifugiarsi per cogliere illusioni, il che al giorno d’oggi rimane un atto di coraggio….
Ci ritroviamo del tutto avvolti da armonie intense, piene, profonde, frutto di una amalgama perfetta, la quale proviene dall’insieme di una cerebralità che non può dominare senza un istinto che continua a girovagare tra i solchi, generando estasi e lacrime che più che visibili sono visionarie, anticipando la direzione della nostra comprensione. Rimane costante la tensione psicofisica: il preludio di un crepuscolo che ingloba spiritualità e un piacevole portento omicida…
Song by Song
1 - I Am The Fear
Il tempio della rivelazione ci mostra una insurrezione, una novità musicale che si struttura in un brano ballabile, potente, con gittate elettroniche che permettono momenti di sospensione per poi risplendere lo slancio, con chitarre più pesanti e un una scala di synth a irrorare le vene di una paura che qui diventa una persona, nel brano che maggiormente mostra il lato della scena di Sheffield nell’intera carriera dei quattro. Un martello ipnotico seducente e robusto per aprire il proprio corpo…
2 - Makes No Difference
Dopo gli iniziali secondi figli dell’atmosfera plumbea di Rust, dei Man Of Moon, gli Ist Ist riprendono le abitudini di incroci armonici e visivi del penultimo lavoro Light A Bigger Fire, con la capacità, attraverso un flusso energetico del synth e il combo basso-batteria, di innalzare l’armonia e la potenza verso il territorio di un cielo che può così assorbire gli immensi tocchi magici di un ritornello che profuma di droghe leggere, donando un’euforia controllabile…
3 - Warning Signs
C’è tutta la carriera dei quattro mancuniani in questo brano: la capacità di tradurre, trasportare il proprio dna nella trascinante adesione temporale di generi che si palesano ma con rispetto, risparmiando il lato povero per generare una lava veloce, feroce, in un ritmo che incalza come le parole, un monito continuo che evidenzia come la presenza e l’assenza siano spesso lo stesso nemico… Ed è post-punk che viene disinfettato da un synth pop quasi mascherato, il gioco di Andy e di Mat di sbalzi emotivi consente a Joel di scacciare via tutto con ritmica precisione, mentre Adam governa il fiato e il tono con un registro di voce noto ma qui quasi romantico…
4 - Burning
Ed è stupore: i secondi iniziali del brano ci riportano agli anni Settanta, con forza e rabbia melodica perfetta, per poi donarci trame ossessive, un testo che è una bambola di fuoco, un’altra ferita che squarcia la nostra sicurezza, rendendo la nostra mente soggetta a una obbedienza di ascolto perfetta. Canzone per spazi aperti, maestosa, fatta della stessa pasta di Bullet The Blue Sky degli U2: sapientemente in grado di riempire il cielo della nostra emotività…
5 - The Echo
La scintilla melodica, la celebrazione di un loop che spariglia le paure regalando emozioni e gioia, magistralmente incastrate nella tensione. Diventerà il momento ideale per rendere gli amanti della band un coro ridondante che finirà per salire sul palco. La chitarra ritmica è catrame, il basso il tuono che conforta, la tastiera un giocattolo elettronico che permea l'insieme perfettamente e il drumming un concerto di muscoli in agitazione sublime…
6 - Encouragement
Il cinema, i Tangerine Dream, l'attesa, lo sviluppo lento, il dominio della creatività, l’ombelico di tutto questo album trovano in questa canzone la guida alla comprensione del miracolo che stiamo ascoltando. Sbalzi, umori, un lato pop che cerca spazio, un lato nero che rimane come cicatrice, il basso di Andy che spazza via la paura e Joel che rende il suo strumento una chiave di violino con gli artigli, e si arriva al ritornello, lungo, ossessivamente dirompente e fascinoso…
7 - I Remember Everything
Il momento più solenne, tra luce e nuvole che si danno l’addio, in un’atmosfera che rilassa i muscoli ma non le emozioni, con una coralità che conduce alle lacrime, con un gioco di venti melodici davvero avvincenti sino a un solo di chitarra che innalza i nostri sguardi…
8 - Obligations
Mistero nei testi, continuità musicale, senza sbavature, per una canzone manifesto della loro movenza mentale, la grande voracità di creare potenza e luci, con un sapore melanconico che rende l’umore il giusto abbraccio per questo palcoscenico che pare essere la compressione dei loro ultimi due lavori.
9 - Song For Someone
Tornano le lente atmosfere di Architecture, vicoli notturni come una birra bevuta in mezzo alle strade, il synth che riproduce l'angelica sonorità delle stelle e la voce di Adam come un sussurro pesante e incantevole…
10 - Ambition
La disperazione può divenire una ninnananna, un incantevole rifugio che rivela come la mente sia un buco infinito, non misurabile, e le parole di Adam sono la molla per una impalcatura musicale che diventa un mantello mentre tutto sembra un abbandono con un abbraccio che parte da The Art Of Lying per concludersi in questa ultima scintilla, rendendo emblematica l’evidente capacità di scrittura della band, che sistema la chiosa con un brano che riporta le cose lì dove erano iniziate: l’adorazione totale e devota per le loro immense qualità…
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