giovedì 29 gennaio 2026

La mia Recensione: Dear Company - Scratches Ep


 Dear Company  Scratches Ep


La verità assoluta è inesistente, una drammatica bugia alla quale viene a mancare, ad esempio, l'adeguata colonna sonora, in cui si evidenzi l'inconfutabile sigillo degli estremi.

Ecco allora la necessità della discrezione, del sussurro, della tenerezza, del dettaglio che abbatte l'impulso, del metodo che completa lo spessore di un intento narrativo che passa soprattutto dal rendere evidente la bontà degli errori, dei lutti, dei sogni pieni di piombo e dei graffi, qui i veri protagonisti di una storia magnetica, materializzata in un range espressivo davvero notevole. 


Non è un vero debutto quello del duo romano composto da Elisa Pambianchi e Martino Cappelli: palesa, invece, che le pubblicazioni dei lavori artistici poco hanno a che fare con la vera tempistica del tutto, in quanto questo è un lavoro che mostra le loro vite, i loro percorsi, i riferimenti, un insieme esposto al sole, ma nulla è nato nel giorno in cui queste sei farfalle sonore ci hanno trovati pronti pronti ad accoglierle. 


Un racconto come raccolta, come fiori sbocciati su un terreno razionale ed emotivo che ha condensato, sapientemente, queste composizioni in una inevitabile fuoriuscita, in cui emerge, in modo determinante, l'introspezione, il silenzio dipinto con leggerezza per non comprometterlo, la dialettica di mezzi distanti tra di loro (come ad esempio un sentire folk immerso in una leggera elettronica e impeti dream pop con venature eteree), e una continua sensazione che il rispetto nei confronti di chi non vuole essere turbato troppo sia sempre evidenziato. Canzoni profonde con l'animo leggero, farfalle appunto.


La vita la rappresentano tramite l'effetto dei passi, con tracce pettinate attraverso droni, atmosfere, inquietudini, forme di rilassamento, l’uso del dna della musica ambient in grado di avere lo stesso spessore di generi più abituati a trovare consensi, un interiorizzare che si manifesta veracemente, in cui la profondità passa con la modalità di ritmiche lente e suoni curati, dove la preghiera e la speranza sono vicende laiche, domestiche, private. La disillusione, come per incanto, diviene una forza da accogliere, la tristezza una figlia da coccolare, la nevrosi un punto di partenza per plasmare eventuali ferite. 


Un lavoro geniale, non congeniale a chi cerca canzoni come anestetici: un’opera immensa per gli aspetti culturali esposti, con la sapiente tessitura testuale e onirica di Elisa e l’elaborazione peculiare di Martino. La tensione è mistica, misteriosa, nutriente, un bacino di utenze al servizio di un percorso interiore. Un ep che fonde l’aspetto umano con quello artistico, l’indipendenza che non è strafottenza, capriccio, boria o miseria,  bensì una modalità più matura di fare dell’arte musicale una introspezione che dia ai graffi, appunto, un ruolo positivo.


Le immagini, così presenti nelle strutture musicali di Martino, sono le nuvole algebriche sulle quali Elisa mette la sua voce, più che i suoi versi. Ed ecco la misura in cui la sua modalità del canto si rivela impetuosa, devastante, ricca, vera e concreta: lei stessa pare aver dato al suo ruolo un senso diverso da quello con i 3+Dead, definendosi attraverso la cura della respirazione, dei vocalizzi minimalisti, della scelta delle parole che sono sia abrasive che vellutate, rimanendo intatta la sua sensibilità. 


In un fascio di canzoni in cui lei non è sempre presente, tutto ha più valore, offre energia e una incredibile e inguaribile propensione romantica. Martino trova in lei la cantante perfetta, con le intuizioni e le capacità tecnico espressive. Pambianchi non è solo colei che perfeziona il racconto, è quella che lo accompagna, lo precede, ne diviene la musa, la figura che alita sensualità e delicata amarezza.

Le composizioni stratificano il tempo, gettano tappeti sulle decadi, in un crescendo romanzesco, in cui le abilità di coniugazione sono delicate, in cui nessuna forzatura alza la voce. 


Pare di essere in un film muto, di un tempo sconosciuto, con messaggi e messaggeri impegnati sott'acqua, senza aver bisogno di salire in superficie. I brani, infatti, portano alla mente artisti e lavori poco conosciuti, sviluppando il tutto con personalità e metodi importanti. Si sente la fragilità delle relazioni, dell’esistenza, del non riuscire a congelare il tempo. Un manifesto umano impressionante, nel quale la bellezza è data dalla rivelazione di ciò che siamo. 


Tutto si sviluppa con raziocinio e l’emozione avvinghiati, passionali, desiderosi, in cui le incursioni sonore primeggiano, sconfiggendo sapientemente la forma canzone. A loro due interessa lavorare sulle manifeste fragilità, impegnandosi a fare delle proprie ricchezze individuali un porto sicuro.

Lo spazio emotivo evidenzia il rispetto della interiorizzazione, la volontà di consentire agli istinti di incanalarsi nelle costrizioni, come modalità educativa. 


Qui il talento di Martino diviene una serie di miracoli impossibili da ignorare: quello che artisti famosi e celebri hanno fatto e per cui sono stati riconosciuti lui lo fa con la medesima capacità, in un fascio di luci che paiono un arcobaleno dentro la mente umana, il tutto come un transfer che plana sulle dita.  I territori perlustrati inglobano un perfetto mix di pulsazioni, di elaborazioni, impennate cerebrali con il senso sinuoso dell'estetica, dove ermetismo, complicità, cammini paralleli, suggerimenti, suggestioni, dialettiche umorali confluiscono in un vascello che ondeggia nel petto.


Martino mostra i suoi studi, i suoi ascolti diventano un’estensione digitale e analogica del suo pensiero, la sua modalità di scrittura parte da lontano, e in queste composizioni inserisce l'inevitabile necessità di evolversi, di costruire, nelle sue abilità, un palazzo mentale che possa diventare anche fisico. La dinamica è l’elemento principale di tutto il lavoro, emblema della complessità resa masticabile e digeribile, in cui il folk, l’ambient, il dream pop, la darkwave, il post rock, lo shoegaze minimale sono solo l’esposizione delle luci, ma, in realtà, i cavi elettrici passano per il sottosuolo, l’impianto segreto in cui non si ha accesso…


Scratches ha l’intensità del dilucolo, l’atto preparatorio all’intensità della rivelazione, il palco sul quale le canzoni diventano la tovaglia su cui appoggiare le fatiche, gli sforzi, le interazioni tra i respiri celesti e quelli umani, in uno spazio temporale che pare provenire dalle grandi civiltà, fasciate da una sensibilità moderna. Ma il linguaggio, il senso, il posizionamento di quest’opera odora di lino, polvere, grandi pietre, di monumenti di marmo sotto lo sguardo delle nuvole. 


Elisa e Martino hanno giocato con il tempo, lavorando tra botteghe nascoste e il brillio dell’eccentricità moderna, favorendo l’attraversamento delle escursioni umane adoperando la meno semplice delle facoltà, la lentezza, favorendo, invece, la comprensione della provenienza di queste farfalle, che, integre ed eleganti, scavalcano la sabbia di ogni clessidra. Brani che traducono la memoria, che attaccano il tempo alla realtà, indossando l’abito sonoro più credibile.


Va anche sottolineata la bellezza, la profondità, il valore aggiunto di una copertina che attrae, invita, spiega già molto del contenuto ed è una poesia visiva, una pagina di letteratura che mostra densità e sfumature, allegando significati diversi con i colori come vele spiegate: mentre la si guarda ci si sposta, si naviga immediatamente in un suono che verrà ribadito e specificato con le sei composizioni. I graffi sono verticali, bianchi, come se simboleggiassero la fragilità dell’infanzia, con il contorno come il futuro che l’attende…


E ora andiamo a conoscere le vie percorse da queste bianche farfalle, una ad una.



Song by song


1 Introduzione

Metti una notte autunnale con i tetri accordi di Pieter Nooten (Clan of Xymox) e la poetica visionaria dei fratelli gemelli Humberstone (In The Nursery) e ti rendi conto di quanta memoria viva in questa glaciale composizione: Martino entra nelle ferite trovando loro l'ingresso razionale, senza voci, senza la forma canzone, ma una testa che guarda alla coda, con l’illusione ritmica nel finale, breve, spiazzante e perfetta. La spiritualità disegna l’intera proiezione di questo lavoro, qui favorita da uno scheletro fisico che ne determina potere e stabilità. 



2 An Ode To

Ed è malinconia minimalista, con arpeggi a recuperare il trip hop, l’elettronica misurata in un flusso discontinuo diventa il basamento su cui l’amletico canto di Elisa, con la perfetta strategia del raddoppiamento vocale, conferisce al tutto una sensazione luttuosa ma senza disperazione, in un silenzio che passeggia tra gli accordi, splendidamente. Il testo misura la decadenza generazionale e l’impossibilità di vivere se non con la solitudine, con la caduta della luce. Echi dei Japan di Quiet Life ci fanno intendere come il duo romano non dimentichi l’avanguardia, la marcia delle note disciplinate e accordi cupi. Una culla piena di seta data dall'unione dei colori pastello della musica e il palcoscenico della scrittura di Elisa.



3 Beyond

Tra impeti post rock dei primissimi Explosions in the Sky, e la penetrante forma popolare anatolica e rock turca, Beyond è un lampadario che oscilla tra l’oriente e il chaos pulito, con una stratificazione che conduce a una danza sensuale, piena di respiri, e un vocalizzo che esalta il tutto, come un’apnea che comunica una ferita…




4 Wonderboy

Le Xmal Deutschland della prima parte del brano aprono in modo sontuoso agli scricchiolii di un synth che riporta a Catastrophe Ballet dei Christian Death, ma poi Elisa, con il suo velo sulle corde, diventa la pioggia di un temporale antico, proveniente dagli anni Ottanta, in un testo incline al desiderio del cambiamento, mentre Martino allarga gli orizzonti, partendo dal cielo per finire nei fondali marini con un assolo che non invidia nulla a Peter Frampton, con una sensibilità elevatissima, come una voce che si alterna a quella della sua compagna, con l’abilità di controllare il sustain e favorire la visione delle note…



5 Elevazione

Un palazzo che da mentale si fa fisico, con il brillio della chitarra e il tremore del basso distorto, sino a una distorsione che stabilisce il confine tra elevazione spirituale e dramma. Lo stop and go consente alla sei corde di grattugiare il tutto. Il drumming abbraccia l’atmosfera che riesce anche ad essere sensuale. Una grande abilità nel connettere la passione di Bunuel per i cieli pieni di sorprese e l'ardore esponenziale degli scritti di Virginia Woolf, qui non bisognosi di essere decantati. Misteriosa, decadente, sognante, la canzone sbalordisce anche per una progressione misurata, inaspettabile…. 



6 Storm, Black

Elisa prende le sembianze una strega melodica, con parole che giocano sotto la pioggia, con voli di piume, cori angelici, mentre il tessuto musicale spazia, come frammenti in cerca di adesioni (trovate), per diventare il congedo perfetto, dando respiri speranzosi, senza che però nulla possa far dimenticare i graffi… Equilibrata, incantevole e magica, trova nel suo finale una forma di sospensione che sfocia in un temporale simile a quello dei Dead Can Dance dell’album Within of a Dying Sun, in cui consapevolezza e ricchezza visitano la paura. Una conclusione poetica, vibrante, nervosa che odora di perfezione…


Alex Dematteis

Musicshockworld

Salford

29 Gennaio 2026


Dear Company:

Elisa Pambianchi

Martino Cappelli


Giuseppe Marino - Basso 

Giulio Maschio (Aguirre) - Batteria


Featuring:

Simona Ferrucci (Winter Severity Index) - Synth nel brano Wonderboy

Adriano Vincenti (Macelleria Mobile di Mezzanotte) - (effetti noise) nel brano Storm, Black




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